In Ginocchio Davanti Alla Bandiera

Il 2016 segna mezzo secolo dall’inizio della vicenda che avrebbe costretto Muhammad Ali a quasi 3 anni di stop forzato. Il segregazionismo in senso stretto è un capitolo chiuso da decenni, ma non si può dire lo stesso delle discriminazioni razziali su cui si basava, tanto che le plateali proteste civili da parte di un altro noto atleta con motivazioni analoghe a quelle del pugile del Kentucky lo condurrà a un simile destino di emarginazione. Dal punto di vista del valore sportivo, Colin Kaepernick non è paragonabile al leggendario campione dei pesi massimi. È un buon quarterback, e quello che è riuscito a dimostrare nel corso della sua carriera nella NFL lo colloca nell’elenco degli atleti che difficilmente si trovano senza un posto da titolare. Non sembra essere ai livelli di campioni come Joe Montana o Tom Brady, e nemmeno a quelli di nomi come Russell Wilson o Peyton Manning, ma si rivela un giocatore in grado di conquistare un posto nella Top 20 dei ranking annuali. Una volta subentrato nel ruolo di quarterback nei San Francisco 49ers, nel 2012 occupa il posto di titolare nella squadra che arriva a giocare il Super Bowl contro i Ravens di Baltimora. La squadra californiana esce sconfitta da una partita combattuta e decisa solo alla fine del 4° quarto, ma si tratta comunque della prima partecipazione alla lotta per il titolo dopo un assenza di quasi vent’anni, cioé da quando la squadra che aveva dominato gli anni ’80 sotto la guida di Joe Montana chiudeva il ciclo con la vittoria siglata da Steve Young. Tutto questo per dire che anche se non si parla di un fuoriclasse, Kaepernick è un giocatore di un livello che in condizioni normali difficilmente rimarrebbe senza un posto da titolare.

Ma il 2016 è anche l’ennesimo anno segnato dalle notizie di uccisioni di afroamericani per mano delle forze dell’ordine statunitensi. Già da un paio di anni Black Lives Matter organizza manifestazioni pacifiche per protestare contro le centinaia di afroamericani disarmati colpiti a morte dalla polizia. Di questi, almeno un paio di casi arrivano a ottenere attenzioni da parte della stampa internazionale. C’è il caso di Joseph Mann, un senza tetto di Sacramento con disturbi mentali che si aggirava in stato confusionale con in mano un coltello e contro il quale gli agenti accorsi sul posto esplodono 14 colpi di arma da fuoco dopo aver tentato due volte invano di investirlo con la volante. E poi c’è il caso di Philando Castile, ucciso dopo essere stato fermato mentre era alla guida della sua vettura con la compagna e la figlia di quattro anni. Prima di muoversi per prendere la patente, secondo quanto richiesto dall’agente che si era avvicinato per il controllo, l’uomo aveva avvertito quest’ultimo di avere in macchina una pistola che possedeva con regolare licenza, ma nonostante non avesse fatto nulla per prenderla, il poliziotto esplode 7 colpi da distanza ravvicinata andando a segno 5 volte. Nel corso delle indagini l’agente si è difeso sostenendo di aver sparato perché temeva per la propria incolumità, ma quello che appariva chiaro fin da subito e che gli approfondimenti successivi non hanno mai messo in discussione è che la vittima non ha mai fatto altro che cercare di attenersi a quanto gli era stato chiesto dal pubblico ufficiale.

Le proteste di Black Lives Matter attirano sempre maggiore attenzione. E non solo nelle strade e nelle piazze. Anche nel mondo dello sport e dello spettacolo. Agli ESPY Award (i premi che celebrano l’eccellenza nello sport), quattro nomi di primo piano del mondo NBA – LeBron James, Carmelo Anthony, Chris Paul e Dwyane Wade – ricordano Philando Castile insieme ad altre vittime (come Tamir Rice, il 12enne che giocava con una pistola giocattolo e contro il quale uno degli agenti arrivati sul posto ha sparato con la volante ancora in moto, senza lanciare avvertimenti e nonostante la persona che aveva chiamato la polizia avesse detto che probabilmente si trattava di un’arma finta). Il loro messaggio è un invito a un cambiamento, ad agire per far sì che le cose cambino. Ed è esattamente quello che cercherà di fare il quarterback dei San Francisco 49ers con la divisa della sua squadra. La stagione NFL non è ancora iniziata ufficialmente quando lo sportivo inizia una forma di protesta destinata ad avere un ruolo decisivo nel corso della sua carriera: mentre nello stadio risuonano le note dell’inno nazionale, l’atleta si appoggia a terra su un ginocchio anziché rimanere in posizione eretta. La spiegazione che offre alla stampa della sua protesta è molto chiara: non intende esibire orgoglio per un paese nel quale i neri e le persone di colore in generale sono ancora vittime di violenze, di profilazione razziale e discriminazioni.

Appare chiaro, e lo stesso atleta non manca di rimarcarlo in modo molto esplicito, che non si tratta di una protesta contro quello che l’inno e la bandiera a stelle e strisce rappresentano. Al contrario, si tratta di un gesto contro il fatto che nel paese non ne vengono rispettati i valori. Nell’ottica del quarterback, sono le violenze e i razzismi a rappresentare un’offesa quotidiana a quei valori nei quali il paese dice di riconoscersi, non la sua denuncia. Non a caso, lo stare appoggiati su un ginocchio a terra è la stessa posizione che i giocatori di football solitamente assumono quando un compagno di squadra rimane a terra dopo uno scontro particolarmente duro, una forma di rispetto nei confronti di chi si è infortunato. Ma questo non ha impedito in alcun al mondo conservatore di salire a cavallo della solita trita e stantia retorica di fattura maccartista a base di “anti-americanismo“. Un fuoco ad alzo zero che come di consueto non risparmia nemmeno la vita privata del bersaglio: da un lato viene messa in discussione la sincerità del suo attivismo non solo per via del fatto essendo biologicamente birazziale sarebbe afroamericano solo per linea paterna, ma anche in quanto adottato e cresciuto da una coppia bianca; dall’altro invece, pur essendo dichiaratamente di fede cristiana, viene accusato di essere un agente della propaganda islamica per via della sua relazione con la DJ e attivista Nessa Diab.

Nonostante tutto ciò, la sua protesta trova l’appoggio di altre stelle dello sport anche al di fuori del mondo del football, come nel caso della nazionale di calcio e attivista Megan Rapinoe. E all’interno della stessa NFL si diffonde a tal punto da diventare oggetto di scontro politico, con atleti che durante l’inno si inginocchiano, o alzano il pugno, o incrociano le braccia. E quando la politica rappresentata dal presidente Trump alza la voce chiedendo il licenziamento di chi viene accusato di non rispettare l’inno nazionale, i giocatori di squadre come i Seattle Seahawks reagiscono rifiutandosi di entrare nel campo di gioco se non dopo la fine dell’inno stesso. Se da un lato la sua protesta è quello che ha fatto sì che il nome di Kaepernick raggiungesse una notorietà anche sul piano internazionale che va ben oltre quella della cerchia degli appassionati di football americano, allo stesso tempo è anche il motivo per cui alla fine della stagione si ritroverà senza nessuna squadra disposta a offrirgli un contratto nelle stagioni successive. Anche se nessuno lo ammette, appare evidente che le motivazioni dietro l’esclusione sono di matrice politica, tanto che di fronte alla scelta da parte del giocatore di ricorrere alle vie legali, la NFL decide di offrire una soluzione che eviti i tribunali: i termini dell’accordo rimangono riservati, ma calcolando le cifre che normalmente guadagna un quarterback del suo livello non è azzardato ipotizzare che si sia trattato di un risarcimento pari a diverse decine di milioni di dollari. Ma sarebbe errato dare per scontato che si sia trattato di una sconfitta della lega: l’obiettivo dell’allontanamento di Kaepernick non è mai stato risparmiare i soldi del suo ingaggio, ma farne un esempio per contrastare la diffusione delle proteste e delle contestazioni.

Oggi, nel 2020, a oltre 3 anni dall’ultima volta in cui Colin Kaepernick ha partecipato a una partita ufficiale, e con le proteste che dopo l’uccisione di George Floyd si sono diffuse anche in altri sport e continenti (come nel caso della Formula 1 o di squadre di calcio dei campionati inglese e tedesco), persino gli stessi che erano in prima linea a chiedere la testa del giocatore dicono di comprendere la lotta, quando non hanno la decenza di tenere un profilo basso e fare finta di nulla. Lo stesso Trump che nel 2016 tuonava “sbattete quel figlio di puttana fuori dal campo” contro chi si inginocchiava durante l’inno, in evidente crisi di consensi ora si unisce a quanti suggeriscono alle squadre NFL che potrebbe essere il caso di quantomeno valutare le condizioni del giocatore (in considerazione del fatto che quasi 4 anni di assenza dall’attività agonistica professionale possono essere molti, anche nel caso dei quarterback che possono avere carriere più lunghe rispetto a quelle di chi gioca in ruoli più esposti a rischi e infortuni). E così, ora che è molto meno popolare indignarsi contro gli sportivi che sfruttano la loro popolarità “per fare politica” o contro i personaggi pubblici che protestando si dimostrano ingrati verso il paese che li ha resi ricchi e famosi, insieme ai politici anche i mass media fanno finta di non aver avuto un ruolo nella censura, salvo poi tuonare contro la cancel culture e la “gogna pubblica” quando vengono messi di fronte al ben diverso tenore delle posizioni sostenute magari nemmeno troppo tempo fa.