Una Farfalla In Un Barattolo

Quando nel 2016 le agenzie di stampa diffusero la notizia della morte di Muhammad Ali, l’unanimità del cordoglio e le celebrazioni della sua grandezza atletica raccontarono una storia di consenso e di apprezzamento in apparenza senza dissensi. Ma come spesso accade nel caso di quei personaggi che non si sono sottratti a polemiche e controversie, nei cori di lodi di questa folla indistinta si nascondono anche le voci di quanti non la pensavano allo stesso modo quando queste figure erano all’apice della loro popolarità o, più in generale, di coloro che dei detrattori condividono le opinioni. L’unanimità della celebrazione è un colpo di spugna sugli aspetti più spigolosi e polarizzanti e, soprattutto, sulle ragioni che in altri tempi avevano attirato forme di astio per nulla trascurabili. L’adesione alla Nation of Islam e la scelta di cambiare nome per ragioni storiche e politiche, il rifiuto di partire per la guerra in Vietnam e la vicinanza alle posizioni di Malcolm X, sono solo alcune delle ragioni per cui, nonostante l’innegabile valore sportivo, una parte consistente dell’America bianca tifava contro lui e attendeva con trepidazione di poter gioire per le sue sconfitte. Non a caso, Il Più Grande, la biografia del campione pubblicata nel 1975 a cura di Toni Morrison, si apre proprio con il racconto di una dolorosa sconfitta, quella patita per mano di Ken Norton per split decision (decisione non unanime): i ruggiti trionfanti del pubblico subito dopo l’annuncio del verdetto dei giudici e i titoli dei giornali che annunciavano con toni carichi di entusiasmo come fosse stata chiusa la bocca del “chiacchierone”. Anche Ken Norton era nero, ma non aveva connotazioni politiche, pertanto era un pugile con il quale l’America bianca poteva identificarsi per via del suo desiderio di “suonarle” a quel “nigger” che non sapeva stare al suo posto. E questo è solo un esempio, e forse nemmeno il eclatante, di come i suoi match non fossero solo lotte sportive, ma anche sociali e razziali. A volte dei faccia a faccia con vere e proprie forme di odio come poteva essere, ad esempio, quello di una donna con un vestito di velluto verde che lui vedeva a ogni incontro e che quando le rivolse la parola gli disse che avrebbe continuato a farlo fino a quando non lo avesse visto portare via in barella.

Oggi fanno molto discutere le richieste da parte di movimenti di protesta per i diritti degli afroamericani di abbattere quei monumenti riconducibili allo schiavismo. I contrari obiettano che si tratta di riferimenti a vicende storiche chiuse con la fine della Guerra di Secessione e proseguono, con il più classico degli argomenti fantocci (straw man), sostenendo che allora si potrebbe anche chiedere di demolire il Colosseo o le Piramidi. (Un po’ come quando chi è contro la parità dei diritti per gli omosessuali sostiene che si consente a due persone dello stesso sesso di unirsi in matrimonio allora poi bisognerà andare incontro anche a chi potrebbe volere sposare il gatto o la lavatrice.) Ma fermo restando che al momento non c’è nessuno che chieda seriamente di abbattere il Colosseo o le Piramidi, non sembra affatto che per gli afroamericani quello della schiavitù sia un capitolo davvero chiuso. Di certo non lo era per Muhammad Ali, che aveva cambiato nome in rifiuto di quello che lui considerava un nome da schiavo, un retaggio da cui liberarsi e nel quale non intendeva riconoscersi. Qualcuno potrebbe obiettare che la schiavitù era stata ufficialmente abolita circa un secolo prima, ma le norme che sancivano la segregazione (Jim Crow Laws) e la subalternità dei neri ai bianchi rimasero in vigore fino al 1964. E il fatto che lui stesso avesse dichiarato in pubblico la ragione del rifiuto del suo nome precedente è anche il motivo per cui molti continuarono a utilizzarlo, chiamandolo “Cassius Clay” in segno di disprezzo. E quasi sempre si trattava di persone a cui non passava affatto per la testa di usare il nome di battesimo per scrivere un articolo su Sugar Ray Robinson né, per fare un esempio di un altro atleta il cui cambio di nome è successivo alla sua conversione all’islam, avrebbero parlato di Lew Alcindor per riferirsi a Kareem Abdul-Jabbar. E l’incontro con Ernie Terrell fu una dimostrazione di quanto Muhammad Ali ritenesse offensivo il fatto che ci si rivolgesse a lui chiamandolo “Cassius Clay”. Non si potrà mai sapere se quella di non mettere KO il suo avversario fu il frutto di una scelta o meno. Se, come raccontò in seguito, non mise a segno colpi i grado di mettere a tappeto l’avversario perché temeva di poterlo danneggiare gravemente o se fosse la scelta deliberata di prolungare al massimo quella punizione che aveva annunciato in fase di promozione dell’incontro. Rimane il fatto che per 15 round, Muhammad Ali danzò attorno al suo avversario colpendolo e urlandogli di pronunciare il suo nome (“what’s my name? what’s my name?”) fino ad arrivare al termine dell’incontro con i giudici che lo dichiarano vincitore con verdetto unanime. Il tutto mentre la sua storia personale proseguiva in uno scontro con un avversario ben più forte, il Governo degli Stati Uniti, che gli sarebbe costato uno stop di oltre tre anni alla sua carriera.

Meno di un anno prima, Muhammad Ali era stato raggiunto dall’ordine di arruolamento da parte dell’esercito degli Stati Uniti per andare a combattere nella guerra in Vietnam. Il suo rifiuto sintetizzato nella famosa dichiarazione “Non ho nessun problema con i vietcong, loro non mi hanno mai chiamato “negro“.” fece presto il giro del mondo. Una presa di posizione che era il frutto di una storia personale e che sintetizzava quale fosse la natura del vero conflitto che lo vedeva coinvolto. Nato a Louisville, nel cuore del Kentucky segregazionista, il giovane che rispondeva al nome di Cassius Clay aveva già lottato all’estero per il suo paese, seppure solo in termini sportivi, e il risultato era stata una medaglia d’oro conquistata nelle Olimpiadi di Roma del 1960. Ma al suo ritorno a casa, la cosa non aveva alcuna importanza: poteva anche aver conquistato una prestigiosa vittoria a livello mondiale per gli Stati Uniti, ma nella sua città natale non era altro che il “nigger olimpico” e in quanto tale non poteva nemmeno andare a mangiare in un ristorante per bianchi. In un episodio in particolare, oltre a non essere servito in quanto “nigger” dovette anche scappare da un tentativo di linciaggio da parte di un gruppo di motociclisti neonazisti presenti nel locale. L’interrogativo di natura razziale alla base del suo rifiuto era evidente e veniva ribadito in termini molto chiari:  perché avrebbe dovuto indossare un’uniforme e andare a combattere a migliaia di chilometri di distanza “quando i cosiddetti negri a Louisville sono trattati come cani e vengono loro negati i semplici diritti umani”? Se a questo si aggiungeva il divieto da parte della sua religione di partecipare a guerre che non fossero motivate dalla fede, il quadro che delinea una legittima e fondata obiezione di coscienza appare completo. Ma dovettero passare degli anni prima che tutto ciò gli fosse riconosciuto.

Con il diffondersi della notizia del rifiuto, i tre telefoni che aveva in casa iniziarono a suonare all’impazzata: ondate di epiteti razzisti e insulti vari, ai quali si aggiungevano auguri di diversa natura (di morire, di essere fucilato, di finire all’Inferno, e così via). A quel pubblico che non poteva godere del piacere del vederlo uscire da un ring su una barella ora veniva negata anche la possibilità di vederlo tornare dal fronte mutilato o in una bara. Un’ondata di odio feroce al quale però fecero seguito anche le dichiarazioni di apprezzamento e i ringraziamenti. Tra queste occupa un ruolo di rilievo la telefonata di un’anziano signore che lo chiamò dall’Inghilterra per chiedergli se fosse vero quello si diceva a proposito della sua posizione sulla guerra in Vietnam. Muhammad Ali gli rispose che in fondo non capiva perché tutti fossero così interessati alla sua opinione , dato che lui non era un leader né un politico, ma solo un atleta. Ma quello che al momento sfuggiva al pugile, sembrava invece apparire già ben chiaro al suo interlocutore dall’accento inglese: era un campione che aveva messo in gioco la sua reputazione, il suo nome, i suoi guadagni e la sua stessa carriera, per andare controcorrente. Un concetto che questo stesso ribadì in una lettera successiva:

Nei prossimi mesi gli uomini che governano a Washington cercheranno indubbiamente di danneggiarla in tutti i modi possibili, ma io so che lei si rende conto di parlare in nome della sua gente e degli oppressi di tutto il mondo, in questa sua sfida coraggiosa allo strapotere americano. Cercheranno di spezzarla perché lei è il simbolo di una forza che non riescono a distruggere, cioè della ritrovata consapevolezza di un popolo deciso a non lasciarsi più massacrare e degradare dalla paura e dall’oppressione. Lei ha il mio appoggio incondizionato. Mi telefoni quando verrà in Inghilterra.
Sinceramente suo

Bertrand Russel

Ovviamente non è possibile sapere con assoluta certezza se ci fu davvero una sorta di complotto o se si è trattato solo di una coincidenza, ma la profezia messa nero su bianco dal filosofo inglese si avverò. E a conferma c’erano le dichiarazioni di rappresentanti politici che si rivolgevano agli elettori denunciando quanto sarebbe stato ingiusto se al pugile fosse stato concesso di rimanere a casa “a sbraitare i suoi slogan” quando i loro figli venivano obbligati a partire per il fronte. La richiesta da parte di Muhammed Ali di essere riconosciuto come obiettore per ragioni di coscienza e di religione fu respinta a Louisville senza che venissero fornite motivazioni: gli fu ritirata la licenza da pugile e pertanto venne spogliato del titolo di campione dei pesi massimi. Questa stessa richiesta fu ripresentata alla Commissione d’Appello del Kentucky, ma la giuria composta da sei uomini e sei donne, tutti bianchi, la respinse di nuovo. E anche in questo caso senza fornire le motivazioni. L’idea che il suo fosse un caso speciale e che stesse ricevendo un trattamento particolare assunse ulteriore concretezza nel momento in cui lui e le persone che gli erano vicine ebbero modo di vedere come altri atleti in posizioni analoghe alla sua godessero di un trattamento ben diverso. Ad esempio, Joe Namath fu esentato dalla leva in virtù di un vecchio infortunio al ginocchio, anche se questo non gli impediva di continuare a giocare a football ad alto livello come quarterback dei New York Jets. Fu necessario aspettare il 1971, quasi 4 anni dopo la sospensione della licenza, perché la Corte Suprema decidesse che siccome quella d’Appello non aveva fornito motivazioni, il ricorso doveva essere accettato. Tutte le condanne decaddero, inclusa quella a 5 anni di prigione per renitenza alla leva che avrebbe dovuto scontare in caso di sentenza opposta, e Muhammed Ali poté quindi ricominciare a combattere. Ma forse per l’età o forse per gli oltre tre anni di inattività agonistica, anche se l’ape continuava a pungere, come tanti tra cui George Foreman e Smokin Joe Frazier ebbero modo di sperimentare, seppur libera dal barattolo in cui era stata tenuta la farfalla volava un po’ meno agile.