Disclaimer

A leggere gli articoli sui maggiori quotidiani nazionali, o a sentire le loro controparti negli studi televisivi, sembrerebbe quasi di vivere in una realtà in cui ogni giorno la libertà di espressione si trova sotto assedio, minacciata da richieste e rivendicazioni da parte di minoranze prepotenti che vorrebbero impedire alla maggioranza delle persone di godere dei propri diritti democratici. Poco importa che si tratta di associazioni per la parità di genere, per il rispetto delle minoranze etniche, per la tutela delle persone con disabilità o altro ancora, e ancora meno importa il fatto che il più delle volte si tratta di richieste che dovrebbero essere di elementare civiltà (come, ad esempio, non veicolare messaggi omofobi o razzisti), ogni volta che una certa parte della maggioranza sente che le proprie consuetudini vengono messe in discussione, innalza cori di dolore al cielo come in una tragedia greca. E a volte non è nemmeno necessario arrivare a tanto: basta un riconoscimento a un prodotto culturale, che in alcun modo nulla toglie a tutto il resto, per far nascere stucchevoli polemiche sulla “dittatura del politicamente corretto” o simili. Ad esempio, è stato sufficiente dare la Palma d’Oro a un film come La Vita Di Adele per trovarsi davanti le lamentele di quanti affermavano che il film sarebbe stato premiato solo perché tratta tematiche di genere. A dare retta a simili opinioni, sembrerebbe quasi che la censura sia un’invenzione delle minoranze per limitare il libero pensiero della maggioranza. Eppure gli appassionati dei più svariati ambiti culturali sanno che le cose stanno in modo molto differente. Che si tratti di film, libri, dischi, fumetti, cartoni animati, videogiochi o altro, da decenni è piuttosto quella cultura che si rispecchia nell’opinione pubblica della maggioranza a invocare censure contro quelle opere giudicate “offensive” o “diseducative”, a volte anche intervenendo con tagli e alterazioni per sterilizzarle degli aspetti ritenuti scomodi o sconvenienti. Ma ora che anche altre voci vengono prese in considerazione dai produttori e distributori delle diverse opere, a lamentarsi sono proprio quanti per anni hanno fatto delle lotte contro i contenuti “sgraditi” uno strumento di consenso e propaganda. Pescando un esempio da un pozzo di cui non si vede il fondo, il fronte politico e mediatico che oggi si schiera in prima linea nell’invocare la libertà di espressione contro il “politicamente corretto” è lo stesso che non più di un anno fa polemizzava contro Lucca Comics per la scelta di inserire nel programma l’adattemento teatrale di Cinzia, la graphic novel di Leo Ortolani con protagonista la transessuale del titolo, accusando gli organizzatori di diffondere le aberrazioni dell'”ideologia gender”. Ovviamente questo non vuol dire che i recenti cambiamenti siano da ricondurre a nuove forme di consapevolezza etica o di prese di coscienza da parte dei vari Disney, HBO, NASCAR, etc. Partendo dal fatto che i board societari sono essenzialmente gli stessi che per anni hanno ignorato le proteste e le segnalazioni da parte delle minoranze, ne segue che se ora è in atto un cambiamento, la spiegazione più probabile è che ora quelle stesse critiche non siano più riconducibili a fette di mercato trascurabili (con tutte le questioni di immagine che possono avere conseguenze nei rapporti con sponsor e finanziatori). Si potrebbe dire che si tratta di questioni di brand e marketing che, volendo raggiungere un pubblico finora ignorato, deve ridimensionare il peso di quel target che finora ha occupato un ruolo preponderante. Questa perdita di centralità è quello che fa sì che ci sia chi si lamenta di censure anche di fronte a un semplice avvertimento introduttivo (senza considerare che questo stesso ha anche la valenza di tutelare il prodotto da eventuali polemiche mantenendolo comunque fruibile). Si tratta di prese di posizione indignate che rimandano, a volte in modo esplicito e nostalgico, a un passato di libertà che può essere ricordato nella sua versione idealizzata solo a condizione di rimuovere le tante censure, invocate quando non messe in atto, ben più invasive di un semplice disclaimer iniziale. Ecco, questo spazio nasce con l’intenzione di ricordare invece queste storie, che appartengono a volte appartengono a un passato molto prossimo, come ad esempio nel caso dell’annunciato videomessaggio di Roger Waters che sarebbe dovuto andare in onda nel corso dell’ultima edizione del Festival di Sanremo, e che invece è stato eliminato a causa delle sue posizioni filopalestinesi, o come nel caso della sopra citata Cinzia.