In Ginocchio Davanti Alla Bandiera

Il 2016 segna mezzo secolo dall’inizio della vicenda che avrebbe costretto Muhammad Ali a quasi 3 anni di stop forzato. Il segregazionismo in senso stretto è un capitolo chiuso da decenni, ma non si può dire lo stesso delle discriminazioni razziali su cui si basava, tanto che le plateali proteste civili da parte di un altro noto atleta con motivazioni analoghe a quelle del pugile del Kentucky lo condurrà a un simile destino di emarginazione. Dal punto di vista del valore sportivo, Colin Kaepernick non è paragonabile al leggendario campione dei pesi massimi. È un buon quarterback, e quello che è riuscito a dimostrare nel corso della sua carriera nella NFL lo colloca nell’elenco degli atleti che difficilmente si trovano senza un posto da titolare. Non sembra essere ai livelli di campioni come Joe Montana o Tom Brady, e nemmeno a quelli di nomi come Russell Wilson o Peyton Manning, ma si rivela un giocatore in grado di conquistare un posto nella Top 20 dei ranking annuali. Una volta subentrato nel ruolo di quarterback nei San Francisco 49ers, nel 2012 occupa il posto di titolare nella squadra che arriva a giocare il Super Bowl contro i Ravens di Baltimora. La squadra californiana esce sconfitta da una partita combattuta e decisa solo alla fine del 4° quarto, ma si tratta comunque della prima partecipazione alla lotta per il titolo dopo un assenza di quasi vent’anni, cioé da quando la squadra che aveva dominato gli anni ’80 sotto la guida di Joe Montana chiudeva il ciclo con la vittoria siglata da Steve Young. Tutto questo per dire che anche se non si parla di un fuoriclasse, Kaepernick è un giocatore di un livello che in condizioni normali difficilmente rimarrebbe senza un posto da titolare.

Ma il 2016 è anche l’ennesimo anno segnato dalle notizie di uccisioni di afroamericani per mano delle forze dell’ordine statunitensi. Già da un paio di anni Black Lives Matter organizza manifestazioni pacifiche per protestare contro le centinaia di afroamericani disarmati colpiti a morte dalla polizia. Di questi, almeno un paio di casi arrivano a ottenere attenzioni da parte della stampa internazionale. C’è il caso di Joseph Mann, un senza tetto di Sacramento con disturbi mentali che si aggirava in stato confusionale con in mano un coltello e contro il quale gli agenti accorsi sul posto esplodono 14 colpi di arma da fuoco dopo aver tentato due volte invano di investirlo con la volante. E poi c’è il caso di Philando Castile, ucciso dopo essere stato fermato mentre era alla guida della sua vettura con la compagna e la figlia di quattro anni. Prima di muoversi per prendere la patente, secondo quanto richiesto dall’agente che si era avvicinato per il controllo, l’uomo aveva avvertito quest’ultimo di avere in macchina una pistola che possedeva con regolare licenza, ma nonostante non avesse fatto nulla per prenderla, il poliziotto esplode 7 colpi da distanza ravvicinata andando a segno 5 volte. Nel corso delle indagini l’agente si è difeso sostenendo di aver sparato perché temeva per la propria incolumità, ma quello che appariva chiaro fin da subito e che gli approfondimenti successivi non hanno mai messo in discussione è che la vittima non ha mai fatto altro che cercare di attenersi a quanto gli era stato chiesto dal pubblico ufficiale.

Le proteste di Black Lives Matter attirano sempre maggiore attenzione. E non solo nelle strade e nelle piazze. Anche nel mondo dello sport e dello spettacolo. Agli ESPY Award (i premi che celebrano l’eccellenza nello sport), quattro nomi di primo piano del mondo NBA – LeBron James, Carmelo Anthony, Chris Paul e Dwyane Wade – ricordano Philando Castile insieme ad altre vittime (come Tamir Rice, il 12enne che giocava con una pistola giocattolo e contro il quale uno degli agenti arrivati sul posto ha sparato con la volante ancora in moto, senza lanciare avvertimenti e nonostante la persona che aveva chiamato la polizia avesse detto che probabilmente si trattava di un’arma finta). Il loro messaggio è un invito a un cambiamento, ad agire per far sì che le cose cambino. Ed è esattamente quello che cercherà di fare il quarterback dei San Francisco 49ers con la divisa della sua squadra. La stagione NFL non è ancora iniziata ufficialmente quando lo sportivo inizia una forma di protesta destinata ad avere un ruolo decisivo nel corso della sua carriera: mentre nello stadio risuonano le note dell’inno nazionale, l’atleta si appoggia a terra su un ginocchio anziché rimanere in posizione eretta. La spiegazione che offre alla stampa della sua protesta è molto chiara: non intende esibire orgoglio per un paese nel quale i neri e le persone di colore in generale sono ancora vittime di violenze, di profilazione razziale e discriminazioni.

Appare chiaro, e lo stesso atleta non manca di rimarcarlo in modo molto esplicito, che non si tratta di una protesta contro quello che l’inno e la bandiera a stelle e strisce rappresentano. Al contrario, si tratta di un gesto contro il fatto che nel paese non ne vengono rispettati i valori. Nell’ottica del quarterback, sono le violenze e i razzismi a rappresentare un’offesa quotidiana a quei valori nei quali il paese dice di riconoscersi, non la sua denuncia. Non a caso, lo stare appoggiati su un ginocchio a terra è la stessa posizione che i giocatori di football solitamente assumono quando un compagno di squadra rimane a terra dopo uno scontro particolarmente duro, una forma di rispetto nei confronti di chi si è infortunato. Ma questo non ha impedito in alcun al mondo conservatore di salire a cavallo della solita trita e stantia retorica di fattura maccartista a base di “anti-americanismo“. Un fuoco ad alzo zero che come di consueto non risparmia nemmeno la vita privata del bersaglio: da un lato viene messa in discussione la sincerità del suo attivismo non solo per via del fatto essendo biologicamente birazziale sarebbe afroamericano solo per linea paterna, ma anche in quanto adottato e cresciuto da una coppia bianca; dall’altro invece, pur essendo dichiaratamente di fede cristiana, viene accusato di essere un agente della propaganda islamica per via della sua relazione con la DJ e attivista Nessa Diab.

Nonostante tutto ciò, la sua protesta trova l’appoggio di altre stelle dello sport anche al di fuori del mondo del football, come nel caso della nazionale di calcio e attivista Megan Rapinoe. E all’interno della stessa NFL si diffonde a tal punto da diventare oggetto di scontro politico, con atleti che durante l’inno si inginocchiano, o alzano il pugno, o incrociano le braccia. E quando la politica rappresentata dal presidente Trump alza la voce chiedendo il licenziamento di chi viene accusato di non rispettare l’inno nazionale, i giocatori di squadre come i Seattle Seahawks reagiscono rifiutandosi di entrare nel campo di gioco se non dopo la fine dell’inno stesso. Se da un lato la sua protesta è quello che ha fatto sì che il nome di Kaepernick raggiungesse una notorietà anche sul piano internazionale che va ben oltre quella della cerchia degli appassionati di football americano, allo stesso tempo è anche il motivo per cui alla fine della stagione si ritroverà senza nessuna squadra disposta a offrirgli un contratto nelle stagioni successive. Anche se nessuno lo ammette, appare evidente che le motivazioni dietro l’esclusione sono di matrice politica, tanto che di fronte alla scelta da parte del giocatore di ricorrere alle vie legali, la NFL decide di offrire una soluzione che eviti i tribunali: i termini dell’accordo rimangono riservati, ma calcolando le cifre che normalmente guadagna un quarterback del suo livello non è azzardato ipotizzare che si sia trattato di un risarcimento pari a diverse decine di milioni di dollari. Ma sarebbe errato dare per scontato che si sia trattato di una sconfitta della lega: l’obiettivo dell’allontanamento di Kaepernick non è mai stato risparmiare i soldi del suo ingaggio, ma farne un esempio per contrastare la diffusione delle proteste e delle contestazioni.

Oggi, nel 2020, a oltre 3 anni dall’ultima volta in cui Colin Kaepernick ha partecipato a una partita ufficiale, e con le proteste che dopo l’uccisione di George Floyd si sono diffuse anche in altri sport e continenti (come nel caso della Formula 1 o di squadre di calcio dei campionati inglese e tedesco), persino gli stessi che erano in prima linea a chiedere la testa del giocatore dicono di comprendere la lotta, quando non hanno la decenza di tenere un profilo basso e fare finta di nulla. Lo stesso Trump che nel 2016 tuonava “sbattete quel figlio di puttana fuori dal campo” contro chi si inginocchiava durante l’inno, in evidente crisi di consensi ora si unisce a quanti suggeriscono alle squadre NFL che potrebbe essere il caso di quantomeno valutare le condizioni del giocatore (in considerazione del fatto che quasi 4 anni di assenza dall’attività agonistica professionale possono essere molti, anche nel caso dei quarterback che possono avere carriere più lunghe rispetto a quelle di chi gioca in ruoli più esposti a rischi e infortuni). E così, ora che è molto meno popolare indignarsi contro gli sportivi che sfruttano la loro popolarità “per fare politica” o contro i personaggi pubblici che protestando si dimostrano ingrati verso il paese che li ha resi ricchi e famosi, insieme ai politici anche i mass media fanno finta di non aver avuto un ruolo nella censura, salvo poi tuonare contro la cancel culture e la “gogna pubblica” quando vengono messi di fronte al ben diverso tenore delle posizioni sostenute magari nemmeno troppo tempo fa.

 

Una Farfalla In Un Barattolo

Quando nel 2016 le agenzie di stampa diffusero la notizia della morte di Muhammad Ali, l’unanimità del cordoglio e le celebrazioni della sua grandezza atletica raccontarono una storia di consenso e di apprezzamento in apparenza senza dissensi. Ma come spesso accade nel caso di quei personaggi che non si sono sottratti a polemiche e controversie, nei cori di lodi di questa folla indistinta si nascondono anche le voci di quanti non la pensavano allo stesso modo quando queste figure erano all’apice della loro popolarità o, più in generale, di coloro che dei detrattori condividono le opinioni. L’unanimità della celebrazione è un colpo di spugna sugli aspetti più spigolosi e polarizzanti e, soprattutto, sulle ragioni che in altri tempi avevano attirato forme di astio per nulla trascurabili. L’adesione alla Nation of Islam e la scelta di cambiare nome per ragioni storiche e politiche, il rifiuto di partire per la guerra in Vietnam e la vicinanza alle posizioni di Malcolm X, sono solo alcune delle ragioni per cui, nonostante l’innegabile valore sportivo, una parte consistente dell’America bianca tifava contro lui e attendeva con trepidazione di poter gioire per le sue sconfitte. Non a caso, Il Più Grande, la biografia del campione pubblicata nel 1975 a cura di Toni Morrison, si apre proprio con il racconto di una dolorosa sconfitta, quella patita per mano di Ken Norton per split decision (decisione non unanime): i ruggiti trionfanti del pubblico subito dopo l’annuncio del verdetto dei giudici e i titoli dei giornali che annunciavano con toni carichi di entusiasmo come fosse stata chiusa la bocca del “chiacchierone”. Anche Ken Norton era nero, ma non aveva connotazioni politiche, pertanto era un pugile con il quale l’America bianca poteva identificarsi per via del suo desiderio di “suonarle” a quel “nigger” che non sapeva stare al suo posto. E questo è solo un esempio, e forse nemmeno il eclatante, di come i suoi match non fossero solo lotte sportive, ma anche sociali e razziali. A volte dei faccia a faccia con vere e proprie forme di odio come poteva essere, ad esempio, quello di una donna con un vestito di velluto verde che lui vedeva a ogni incontro e che quando le rivolse la parola gli disse che avrebbe continuato a farlo fino a quando non lo avesse visto portare via in barella.

Oggi fanno molto discutere le richieste da parte di movimenti di protesta per i diritti degli afroamericani di abbattere quei monumenti riconducibili allo schiavismo. I contrari obiettano che si tratta di riferimenti a vicende storiche chiuse con la fine della Guerra di Secessione e proseguono, con il più classico degli argomenti fantocci (straw man), sostenendo che allora si potrebbe anche chiedere di demolire il Colosseo o le Piramidi. (Un po’ come quando chi è contro la parità dei diritti per gli omosessuali sostiene che si consente a due persone dello stesso sesso di unirsi in matrimonio allora poi bisognerà andare incontro anche a chi potrebbe volere sposare il gatto o la lavatrice.) Ma fermo restando che al momento non c’è nessuno che chieda seriamente di abbattere il Colosseo o le Piramidi, non sembra affatto che per gli afroamericani quello della schiavitù sia un capitolo davvero chiuso. Di certo non lo era per Muhammad Ali, che aveva cambiato nome in rifiuto di quello che lui considerava un nome da schiavo, un retaggio da cui liberarsi e nel quale non intendeva riconoscersi. Qualcuno potrebbe obiettare che la schiavitù era stata ufficialmente abolita circa un secolo prima, ma le norme che sancivano la segregazione (Jim Crow Laws) e la subalternità dei neri ai bianchi rimasero in vigore fino al 1964. E il fatto che lui stesso avesse dichiarato in pubblico la ragione del rifiuto del suo nome precedente è anche il motivo per cui molti continuarono a utilizzarlo, chiamandolo “Cassius Clay” in segno di disprezzo. E quasi sempre si trattava di persone a cui non passava affatto per la testa di usare il nome di battesimo per scrivere un articolo su Sugar Ray Robinson né, per fare un esempio di un altro atleta il cui cambio di nome è successivo alla sua conversione all’islam, avrebbero parlato di Lew Alcindor per riferirsi a Kareem Abdul-Jabbar. E l’incontro con Ernie Terrell fu una dimostrazione di quanto Muhammad Ali ritenesse offensivo il fatto che ci si rivolgesse a lui chiamandolo “Cassius Clay”. Non si potrà mai sapere se quella di non mettere KO il suo avversario fu il frutto di una scelta o meno. Se, come raccontò in seguito, non mise a segno colpi i grado di mettere a tappeto l’avversario perché temeva di poterlo danneggiare gravemente o se fosse la scelta deliberata di prolungare al massimo quella punizione che aveva annunciato in fase di promozione dell’incontro. Rimane il fatto che per 15 round, Muhammad Ali danzò attorno al suo avversario colpendolo e urlandogli di pronunciare il suo nome (“what’s my name? what’s my name?”) fino ad arrivare al termine dell’incontro con i giudici che lo dichiarano vincitore con verdetto unanime. Il tutto mentre la sua storia personale proseguiva in uno scontro con un avversario ben più forte, il Governo degli Stati Uniti, che gli sarebbe costato uno stop di oltre tre anni alla sua carriera.

Meno di un anno prima, Muhammad Ali era stato raggiunto dall’ordine di arruolamento da parte dell’esercito degli Stati Uniti per andare a combattere nella guerra in Vietnam. Il suo rifiuto sintetizzato nella famosa dichiarazione “Non ho nessun problema con i vietcong, loro non mi hanno mai chiamato “negro“.” fece presto il giro del mondo. Una presa di posizione che era il frutto di una storia personale e che sintetizzava quale fosse la natura del vero conflitto che lo vedeva coinvolto. Nato a Louisville, nel cuore del Kentucky segregazionista, il giovane che rispondeva al nome di Cassius Clay aveva già lottato all’estero per il suo paese, seppure solo in termini sportivi, e il risultato era stata una medaglia d’oro conquistata nelle Olimpiadi di Roma del 1960. Ma al suo ritorno a casa, la cosa non aveva alcuna importanza: poteva anche aver conquistato una prestigiosa vittoria a livello mondiale per gli Stati Uniti, ma nella sua città natale non era altro che il “nigger olimpico” e in quanto tale non poteva nemmeno andare a mangiare in un ristorante per bianchi. In un episodio in particolare, oltre a non essere servito in quanto “nigger” dovette anche scappare da un tentativo di linciaggio da parte di un gruppo di motociclisti neonazisti presenti nel locale. L’interrogativo di natura razziale alla base del suo rifiuto era evidente e veniva ribadito in termini molto chiari:  perché avrebbe dovuto indossare un’uniforme e andare a combattere a migliaia di chilometri di distanza “quando i cosiddetti negri a Louisville sono trattati come cani e vengono loro negati i semplici diritti umani”? Se a questo si aggiungeva il divieto da parte della sua religione di partecipare a guerre che non fossero motivate dalla fede, il quadro che delinea una legittima e fondata obiezione di coscienza appare completo. Ma dovettero passare degli anni prima che tutto ciò gli fosse riconosciuto.

Con il diffondersi della notizia del rifiuto, i tre telefoni che aveva in casa iniziarono a suonare all’impazzata: ondate di epiteti razzisti e insulti vari, ai quali si aggiungevano auguri di diversa natura (di morire, di essere fucilato, di finire all’Inferno, e così via). A quel pubblico che non poteva godere del piacere del vederlo uscire da un ring su una barella ora veniva negata anche la possibilità di vederlo tornare dal fronte mutilato o in una bara. Un’ondata di odio feroce al quale però fecero seguito anche le dichiarazioni di apprezzamento e i ringraziamenti. Tra queste occupa un ruolo di rilievo la telefonata di un’anziano signore che lo chiamò dall’Inghilterra per chiedergli se fosse vero quello si diceva a proposito della sua posizione sulla guerra in Vietnam. Muhammad Ali gli rispose che in fondo non capiva perché tutti fossero così interessati alla sua opinione , dato che lui non era un leader né un politico, ma solo un atleta. Ma quello che al momento sfuggiva al pugile, sembrava invece apparire già ben chiaro al suo interlocutore dall’accento inglese: era un campione che aveva messo in gioco la sua reputazione, il suo nome, i suoi guadagni e la sua stessa carriera, per andare controcorrente. Un concetto che questo stesso ribadì in una lettera successiva:

Nei prossimi mesi gli uomini che governano a Washington cercheranno indubbiamente di danneggiarla in tutti i modi possibili, ma io so che lei si rende conto di parlare in nome della sua gente e degli oppressi di tutto il mondo, in questa sua sfida coraggiosa allo strapotere americano. Cercheranno di spezzarla perché lei è il simbolo di una forza che non riescono a distruggere, cioè della ritrovata consapevolezza di un popolo deciso a non lasciarsi più massacrare e degradare dalla paura e dall’oppressione. Lei ha il mio appoggio incondizionato. Mi telefoni quando verrà in Inghilterra.
Sinceramente suo

Bertrand Russel

Ovviamente non è possibile sapere con assoluta certezza se ci fu davvero una sorta di complotto o se si è trattato solo di una coincidenza, ma la profezia messa nero su bianco dal filosofo inglese si avverò. E a conferma c’erano le dichiarazioni di rappresentanti politici che si rivolgevano agli elettori denunciando quanto sarebbe stato ingiusto se al pugile fosse stato concesso di rimanere a casa “a sbraitare i suoi slogan” quando i loro figli venivano obbligati a partire per il fronte. La richiesta da parte di Muhammed Ali di essere riconosciuto come obiettore per ragioni di coscienza e di religione fu respinta a Louisville senza che venissero fornite motivazioni: gli fu ritirata la licenza da pugile e pertanto venne spogliato del titolo di campione dei pesi massimi. Questa stessa richiesta fu ripresentata alla Commissione d’Appello del Kentucky, ma la giuria composta da sei uomini e sei donne, tutti bianchi, la respinse di nuovo. E anche in questo caso senza fornire le motivazioni. L’idea che il suo fosse un caso speciale e che stesse ricevendo un trattamento particolare assunse ulteriore concretezza nel momento in cui lui e le persone che gli erano vicine ebbero modo di vedere come altri atleti in posizioni analoghe alla sua godessero di un trattamento ben diverso. Ad esempio, Joe Namath fu esentato dalla leva in virtù di un vecchio infortunio al ginocchio, anche se questo non gli impediva di continuare a giocare a football ad alto livello come quarterback dei New York Jets. Fu necessario aspettare il 1971, quasi 4 anni dopo la sospensione della licenza, perché la Corte Suprema decidesse che siccome quella d’Appello non aveva fornito motivazioni, il ricorso doveva essere accettato. Tutte le condanne decaddero, inclusa quella a 5 anni di prigione per renitenza alla leva che avrebbe dovuto scontare in caso di sentenza opposta, e Muhammed Ali poté quindi ricominciare a combattere. Ma forse per l’età o forse per gli oltre tre anni di inattività agonistica, anche se l’ape continuava a pungere, come tanti tra cui George Foreman e Smokin Joe Frazier ebbero modo di sperimentare, seppur libera dal barattolo in cui era stata tenuta la farfalla volava un po’ meno agile.

 

 

 

 

State Zitte e Cantate

Nel 2003, le Chicks (note fino a poco tempo fa come Dixie Chicks) erano all’apice della loro carriera. Già da tempo la loro miscela di country pop e bluegrass riusciva a scalare le vette delle classifiche non solo nell’ambito del loro genere musicale ma anche in quelle generali, e non solo all’interno dei confini statunitensi. Di solito, le produzioni country faticano a uscire dagli Stati Uniti, tanto che gruppi e artisti in grado di vendere milioni di copie in patria possono risultare pressoché sconosciuti all’estero. Ma il gruppo formato da Natalie Maines e dalle sorelle Emily Robison e Martie Maguire era riuscito a entrare nel ristretto club delle eccezioni, tanto che nel giro di pochi anni il trio era diventato una delle band femminili più popolari di tutti i tempi, e riusciva a totalizzare il tutto esaurito ai concerti anche in occasione delle date al di fuori della loro terra natale. Quello stesso anno, mentre loro erano impegnate nel tour internazionale in supporto dell’album Home uscito l’anno prima, il loro paese, sotto la guida del presidente George W. Bush, aveva intrapreso un’azione militare contro l’Iraq di Saddam Hussein. Secondo la motivazione ufficiale, il tentativo da parte di questo di dotarsi di armi di distruzione di massa avrebbe rappresentato un pericolo per la pace e la stabilità della comunità internazionale. Ma nonostante ai tempi i sostenitori dell’intervento armato affermassero di poter dimostrare che si trattava di un pericolo concreto, le prove non furono mai esibite. In tutto il mondo, le piazze delle città vedevano manifestazioni di protesta in cui si contestava quella che era considerata un’aggressione militare che nulla aveva a che vedere con la pace. E le strade e le piazze dell’Inghilterra, dove le Chicks si sarebbero esibite in alcune date del loro tour europeo, non erano un’eccezione.

All’inizio dell’anno, ancora prima dell’inizio del tour vero e proprio, nel corso della prima data promozionale che si teneva a Londra quando era ormai chiaro che l’intervento militare sarebbe iniziato nel giro di pochi giorni, Natalie Maines prese la parola per dichiarare in pubblico che anche loro erano contro quella guerra, contro la violenza, e che provavano vergogna per il fatto che il presidente degli Stati Uniti fosse originario del Texas come loro. Nel giro di poco tempo, la notizia della presa di posizione anti-bellica raggiunse i media americani, attirando l’attenzione del pubblico country. Anche altri noti artisti avevano preso posizione in pubblico contro la guerra, dai R.E.M. ai Beastie Boys, da Madonna a George Michael e innumerevoli altri, ma quello che fece la differenza nel caso delle Chicks fu che loro furono tra le poche voci a esprimersi in tal senso nell’ambito della country music. Si potrebbe dire le uniche, se si restringe il cerchio alle figure più popolari del genere. Composto in larga parte da persone di destra, repubblicani e conservatori, il pubblico delle radio country era schierato a favore dell’intervento armato e della “Guerra al Terrore”, e per questo motivo le tre texane si trovano a fronteggiare attacchi durissimi, boicotaggi, insulti e minacce.

Nonostante l’enorme popolarità, le loro canzoni sparirono dalle rotazioni radiofoniche sulle stazioni country. Per quest’ultime, trasmetterle significava come minimo trovarsi sommerse di email e telefonate di protesta. E per motivazioni analoghe, dato il livello di controversie che circonda il gruppo, la Lipton si ritira dalla sponsorizzazione ufficiale del tour. Alcune radio mettono al di fuori della propria sede bidoni della spazzatura destinati a raccogliere i CD delle texane e, in una versione moderna dei roghi di eretici, folle di fan delusi si riuniscono per calpestarli e distruggerli. Proprio come in quelle immagini di fanatici religiosi che incendiavano bandiere a stelle e strisce e che venivano utilizzate per presentare all’opinione pubblica la minaccia rappresentata da un odio concreto e feroce. In altri casi, magari ritenendo le violente pedate una misura inadeguata o troppo faticosa, c’erano altri che ammassavano i CD delle Chicks insieme a quelli di altri artisti che avevano preso posizione contro la guerra affinché trattori o altri mezzi pesanti potessero frantumarli tutti insieme passandoci sopra. Pochi giorni dopo l’esplosione del caso, Natalie Maines rilascia un comunicato nel quale si scusa per aver mancato di rispetto al presidente e cerca di spiegare e contestualizzare la sua affermazione. Ma non si tratta di una retromarcia vera e propria, dato che nel complesso ribadisce la posizione di contrarietà alla guerra da parte del gruppo. E in ogni caso, questo tentativo di abbassare i toni non sortisce alcun effetto, anche perché appare evidente che il problema in realtà è un altro: una parte del pubblico non è disposto ad accettare che le tre abbiano espresso un’opinione che non condividono. Agli occhi del pubblico conservatore, è come se le tre si fossero trasformate da brave ragazze americane in punk offensive e provocatorie. E quando un paio di mesi dopo apparirono sulla copertina di Entertainment Weekly nude con addosso solo delle scritte che rimandavano alla polemica (“Libertà di Parola” e “Pace” contro “State Zitte!”, “Dixie Troie”, “Angeli di Saddam”, “Bocche Larghe” e “Traditrici”), e presero la parola per rispondere ai detrattori, il consenso attorno al gruppo si polarizzò ancora di più: da un lato chi le stima e apprezza anche per questo, e dall’altro quanti ritengono che non dovrebbero esprimere le loro opinioni ma limitarsi a cantare. La copertina del giornale diventerà anche copertina del documentario Shut Up And Sing (“state zitte e cantate”) che racconta la vicenda.

L’aspetto paradossale della vicenda è che il gruppo viene messo alla gogna proprio per essersi mossa all’interno degli spazi offerti da forse la più importante tra quelle libertà che la guerra contro l’Iraq avrebbe dovuto proteggere dagli attacchi di fanatici e terroristi. Non a caso, sulla locandina del documentario si afferma con amara ironia il concetto secondo cui “la libertà di espressione va bene fintanto che non la usi in pubblico“. Anche se in futuro sarà evidente come in Iraq non fossero presenti armi di distruzioni di massa e siti finalizzati alla loro produzione che giustificassero un’invasione armata, ai tempi furono accusate di essere “ignoranti” e di non sapere “di cosa stanno parlando” da politici e da organi d’informazione eccitati per l’imminente dimostrazione di forza militare. E lo stesso presidente Bush si espresse sulla vicenda aggirando la questione e affermando che il gruppo era libero di dire ciò che pensa e che la libertà di espressione prevede anche che non debbano risentirsi se la gente non compra i loro CD. Ma il punto qui non erano le copie vendute, erano i boicottaggi e le intimidazioni (a volte tali da attirare l’attenzione dell’FBI) che miravano a mettere a tacere la loro libertà di esprimersi e di rapportarsi senza timori con quella parte di pubblico che inceve continuava ad apprezzarle, e che oltre ai loro guadagni minacciava quelli delle decine di tecnici e operatori vari che accompagnano un gruppo in tour del loro livello e che di certo non sono star ricche e strapagate. Infatti, nonostante le date del tour totalizzassero un tutto esaurito dopo l’altro, le radio continuavano a non trasmettere la loro musica perché, come dichiarava il direttore dei programmi di una delle principale radio country di San Antonio, in quel periodo nessun altro artista causava una reazione a base di lettere d’odio e telefonate rabbiose come loro, nemmeno Marilyn Manson.

E mentre Toby Keith gonfiava il petto di machismo guerrafondaio e denigrava Natalie Maines esibendo nei suoi concerti un fotomontaggio, orrendo a partire dalla realizzazione, in cui si vedeva Saddam Hussein abbracciare la voce solista delle Chicks – senza andare incontro a nessun tipo di reazione e senza che nessuno gli dicesse di stare zitto e cantare – questa affrontava il palco anche in luoghi dove l’attenzione delle forze dell’ordine era al massimo perché una particolare minaccia di morte era considerata da prendere molto sul serio. La frattura con l’ambiente country era pressoché totale, tanto che per realizzare il successivo Take The Long Way si trasferirono a Los Angeles per lavorare con Rick Rubin. L’album era uno dei loro lavori migliori, fu un successo di vendite e  premiato con il Grammy per l’Album dell’anno, ma anche in questo caso la loro musica continuava a non passare nelle stazioni country. Questa volta non senza una certa responsabilità da parte del gruppo, perlomeno se si considera che con il singolo Not Ready To Make Nice ritornava in modo molto chiaro e diretto sulla vicenda con un’attitudine e un’immediatezza ben più vicine a un rabbioso punk-rock che non al classico storytelling country. Passeranno anni prima di un’apertura e una riappacificazione. E comunque non prima del crollo della popolarità del presidente Bush a seguito del riconoscimento pubblico dell’invasione dell’Iraq come un errore, e all’ammissione che non c’era mai stata alcuna prova della necessità di un intervento armato dato che non è mai stata rinvenuta alcuna arma di distruzione di massa.

 

Disclaimer

A leggere gli articoli sui maggiori quotidiani nazionali, o a sentire le loro controparti negli studi televisivi, sembrerebbe quasi di vivere in una realtà in cui ogni giorno la libertà di espressione si trova sotto assedio, minacciata da richieste e rivendicazioni da parte di minoranze prepotenti che vorrebbero impedire alla maggioranza delle persone di godere dei propri diritti democratici. Poco importa che si tratta di associazioni per la parità di genere, per il rispetto delle minoranze etniche, per la tutela delle persone con disabilità o altro ancora, e ancora meno importa il fatto che il più delle volte si tratta di richieste che dovrebbero essere di elementare civiltà (come, ad esempio, non veicolare messaggi omofobi o razzisti), ogni volta che una certa parte della maggioranza sente che le proprie consuetudini vengono messe in discussione, innalza cori di dolore al cielo come in una tragedia greca. E a volte non è nemmeno necessario arrivare a tanto: basta un riconoscimento a un prodotto culturale, che in alcun modo nulla toglie a tutto il resto, per far nascere stucchevoli polemiche sulla “dittatura del politicamente corretto” o simili. Ad esempio, è stato sufficiente dare la Palma d’Oro a un film come La Vita Di Adele per trovarsi davanti le lamentele di quanti affermavano che il film sarebbe stato premiato solo perché tratta tematiche di genere. A dare retta a simili opinioni, sembrerebbe quasi che la censura sia un’invenzione delle minoranze per limitare il libero pensiero della maggioranza. Eppure gli appassionati dei più svariati ambiti culturali sanno che le cose stanno in modo molto differente. Che si tratti di film, libri, dischi, fumetti, cartoni animati, videogiochi o altro, da decenni è piuttosto quella cultura che si rispecchia nell’opinione pubblica della maggioranza a invocare censure contro quelle opere giudicate “offensive” o “diseducative”, a volte anche intervenendo con tagli e alterazioni per sterilizzarle degli aspetti ritenuti scomodi o sconvenienti. Ma ora che anche altre voci vengono prese in considerazione dai produttori e distributori delle diverse opere, a lamentarsi sono proprio quanti per anni hanno fatto delle lotte contro i contenuti “sgraditi” uno strumento di consenso e propaganda. Pescando un esempio da un pozzo di cui non si vede il fondo, il fronte politico e mediatico che oggi si schiera in prima linea nell’invocare la libertà di espressione contro il “politicamente corretto” è lo stesso che non più di un anno fa polemizzava contro Lucca Comics per la scelta di inserire nel programma l’adattemento teatrale di Cinzia, la graphic novel di Leo Ortolani con protagonista la transessuale del titolo, accusando gli organizzatori di diffondere le aberrazioni dell'”ideologia gender”. Ovviamente questo non vuol dire che i recenti cambiamenti siano da ricondurre a nuove forme di consapevolezza etica o di prese di coscienza da parte dei vari Disney, HBO, NASCAR, etc. Partendo dal fatto che i board societari sono essenzialmente gli stessi che per anni hanno ignorato le proteste e le segnalazioni da parte delle minoranze, ne segue che se ora è in atto un cambiamento, la spiegazione più probabile è che ora quelle stesse critiche non siano più riconducibili a fette di mercato trascurabili (con tutte le questioni di immagine che possono avere conseguenze nei rapporti con sponsor e finanziatori). Si potrebbe dire che si tratta di questioni di brand e marketing che, volendo raggiungere un pubblico finora ignorato, deve ridimensionare il peso di quel target che finora ha occupato un ruolo preponderante. Questa perdita di centralità è quello che fa sì che ci sia chi si lamenta di censure anche di fronte a un semplice avvertimento introduttivo (senza considerare che questo stesso ha anche la valenza di tutelare il prodotto da eventuali polemiche mantenendolo comunque fruibile). Si tratta di prese di posizione indignate che rimandano, a volte in modo esplicito e nostalgico, a un passato di libertà che può essere ricordato nella sua versione idealizzata solo a condizione di rimuovere le tante censure, invocate quando non messe in atto, ben più invasive di un semplice disclaimer iniziale. Ecco, questo spazio nasce con l’intenzione di ricordare invece queste storie, che appartengono a volte appartengono a un passato molto prossimo, come ad esempio nel caso dell’annunciato videomessaggio di Roger Waters che sarebbe dovuto andare in onda nel corso dell’ultima edizione del Festival di Sanremo, e che invece è stato eliminato a causa delle sue posizioni filopalestinesi, o come nel caso della sopra citata Cinzia.