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Richard Laymon – Gli Alberi Di Satana

E’ un’idea spesso superficiale e che malamente cela una forma di snobismo culturale quella secondo cui una forma di narrativa “di genere”, come in questo caso quella horror, sia riconducibile a nulla più che una narrazione di eventi truci e violenti con lo scopo di compiacere i macabri gusti di un blocco di lettori individuato come target. Si tratta di un pregiudizio facilmente equiparabile a quello secondo cui la narrativa fantascientifica non sarebbe altro, perlomeno in larghissima parte, che un cumulo di storie fini a sé stesse a base di robot, alieni, mondi più o meno distanti nello spazio o nel tempo. Ma se nei confronti di quest’ultima, con il diffondersi di un sempre più consolidato rispetto nei confronti di autori quali Asimov, Heinlein, Bradbury, Herbert e molti altri, il giudizio sembra essere, seppur lentamente, sottoposto ad un processo di revisione, in campo horror non è raro imbattersi in giudizi che una volta reso un tributo quasi di circostanza a Edgar Allan Poe e H.P.  Lovecraft tendono a liquidare sbrigativamente il resto come fosse nulla più che un ammasso di storiacce pensate e pubblicate per un pubblico di barbari affamati di sangue e violenza. Tanto che perfino un autore del calibro di Stephen King non raramente si trova sottoposto a giudizi offuscati dal suo indiscutibile successo editoriale, quasi come se esistesse una regola aritmetica in grado di stabilire che il valore di un’opera è inversamente proporzionale alla sua popolarità. Nel caso di uno scrittore come Richard Laymon, tanto più facile è cedere a simili pregiudizi quanto più le sue pagine si aprono su spazi dominati da violenza e crudeltà che talvolta possono andare a muoversi in zone raramente frequentate perfino dai suoi stessi colleghi. E per quanto il confrontarsi con un testo ad un livello che vada oltre la mera storia non sia una condizione necessaria per l’apprezzamento di un romanzo, la violenza delle vicende che descrive può dare vita ad una cortina fumogena in grado di nascondere come la brutalità non sia il fine del racconto, ma solo un mezzo.

Nel caso de Gli Alberi Di Satana (pubblicato per la prima volta nel 1981 con il titolo The Woods Are Dark), il romanzo sembra essere nulla più del consueto racconto che vede un certo numero di sventurati capitare quasi per caso in un luogo ostile che per un qualche motivo li trasformerà in vittime di violenza, dolore e morte. In questo caso si tratta prima di due giovani ragazze, Neala e Sherry, che durante una vacanza in automobile fanno una sosta in un locale a Barlow, una piccola cittadina della California meridionale, e che al momento di lasciarlo per riprendere il loro viaggio vengono aggredite dagli avventori del locale che le immobilizzano, le derubano ed infine le fanno prigioniere. Un destino analogo toccherà anche alla famiglia Drills (formata da padre, madre, figlia e fidanzato di questa), che sarà fatta prigioniera di notte durante la loro sosta in un motel della stessa cittadina. Le due ragazze prima e la famiglia Drills dopo, tutti vengono portati nel bosco locale dove vengono legati ad alberi per essere sacrificati ai misteriosi Krull, creature umanoidi che periodicamente richiedono un sacrificio umano per soddisfare la loro fame di carne e sesso da parte degli abitanti di Barlow, e che in cabio garantiscono a questi l’immunità dalle loro violente incursioni. Tutto sembra svolgersi perfettamente in linea con un copione recitato più e più volte. Ma questa volta accade qualcosa di differente: una volta tornato a casa, Robbins, uno degli uomini che avevano portato le due ragazze rapite nel locale, scopre di provare una travolgente passione nei confronti di Neala e decide di tornare nel bosco per salvarla. Avverte la sorella Peg delle sue intenzioni e la invita a prepararsi insieme alla figlia Jenny per fuggire nel momento in cui riuscirà a tornare indietro, conscio del fatto che una sua simile azione, come in altri casi di trasgressioni in passato, si concretizzerà senza dubbio in ritorsioni nei confronti della sua famiglia. Ma le cose si complicheranno ben oltre le previsioni dell’uomo, e la sua scelta di violare le leggi della cittadina metteranno in moto una serie di eventi destinati a mutare in profondità gli equilibri consolidatisi nel corso degli anni.

Infatti, il conflitto tra diverse forme di leggi diventa il tema centrale di una storia che, pur senza mai rinnegare la propria natura orrorifica, finisce con lo slittare nella tragedia. Perché con lo svilupparsi dei diversi fronti che animano la storia (Robbins assieme a Neala e gli altri nella foresta, Peg e Jenny nella cittadina) appare in modo sempre più chiaro che non si tratta solamente di un conflitto tra il bene ed il male, tra ciò che è giusto e ciò che non lo è, ma di uno scontro tra diverse forme di giustizia. Ed all’interno di un simile contesto, anche le violenze sessuali ed il cannibalismo, oltre alla crudeltà ed alla brutalità di cui sono palesi manifestazioni, sono anche espressioni di differenti forme di “legalità” (norme, o anche semplici consuetudini, accettate indipendentemente da quanto possano risultare disgustose ed intollerabili agli occhi di altri). Per evitare che i Krull escano dalla foresta e facciano irruzione nella cittadina razziando ed uccidendo per prendersi con la forza ciò di cui necessitano (uomini per mangiarne la carne, donne per riprodursi), da anni gli abitanti di Barlow rapiscono i viaggiatori di passaggio e li sacrificano nel bosco ai loro deformi vicini. Pur essendo una cittadina statunitense, Barlow si trova così a vivere secondo una forma di legalità in palese violazione di quella che regola il resto del paese. In cambio, gli abitanti possono godere della più completa tranquillità: non solo perché i sacrifici umani li proteggono dai Krull, ma anche perché la loro ombra scura e minacciosa fa sì che siano tutt’altro che propensi a cedere alla tentazione di abbandonarsi ad azioni criminali tra concittadini.

Per quanto conformi ed in linea con la giustizia del paese nella sua interezza, le azioni di Robbins risultano in evidente contrasto con la legge che da anni regola la vita della cittadina. La sua scelta di venire meno ai suoi doveri nei confronti dei Krull per amore di Neala, malgrado il pericolo concreto che una simile azione può rappresentare per gli altri abitanti di Barlow, risulta essere un’evidente violazione delle norme cittadine. Come l’Antigone sofoclea che mossa a pietà dalla vista del cadavere del fratello Polinice decide di infrangere il divieto emanato da Creonte, re di Tebe, per far sì che gli sia riconosciuta una degna sepoltura, così Robbins viene meno ai suoi doveri nei confronti dei Krull e della cittadina di cui è sempre stato membro per evitare che Neala e gli altri prigionieri vadano incontro ad un crudele destino che già fu di tanti altri prima di loro. E man mano che Robbins e le fuggitive insieme a lui si addentrano nel cuore del bosco e dei suoi segreti, risulta chiaro che i Krull non sono a loro volta la fonte originaria di ciò che di crudele aleggia sopra la vita della cittadina: le creature deformi che vivono nel bosco sono a loro volta terrorizzate da qualcosa ancora più oscuro e misterioso. Ma Laymon si guarda bene dal fornire alibi o giustificazioni ai loro comportamenti: sebbene alla base ci sia un’esigenza di sopravvivenza da parte della comunità, i rapimenti da parte dei cittadini di Barlow come le violenze dei Krull sono anche occasioni di sadismo e lussuria fini a sé stesse. E così, le tragedie che si consumano davanti agli occhi del lettore sono lo scontro tra diverse forme di giustizia che però a loro volta queste non affondano in qualche forma di tradizione o alto ideale, ma in un’insondabile abisso oscuro e non raramente diventano il pretesto per una violenza che non trova altra ragione se non l’appagamento della sadica lussuria di chi la compie. Nel crudele mondo raccontato da Laymon, la lotte che vedono Robbins e gli altri in prima linea sono l’espressione di conflitti che non lasciano alternative ad altro che allo scontro all’ultimo sangue, al mors tua vita mea, perché qualsiasi ipotetico tentativo di confronto o mediazione non potrà risolversi in altro modo che nel soccombere del più debole in favore del più spietato.

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