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Memento – Christopher Nolan

Si dice che il tempo guarisce le ferite, che con il suo trascorrere piano piano smettono di sanguinare e si rimarginano lasciando solo le cicatrici. Anche quando si tratta di una ferita mentale, con il passare del tempo l’emozione negativa può lentamente diminuire la propria forza lasciando spazio ai ricordi. Ma a differenza di quelle fisiche, il processo di guarigione da una ferita psicologica non è passivamente automatico, necessita che il soggetto partecipi attivamente alla propria guarigione, alla cura di ciò che lo fa star male. Ma cosa succede quando un soggetto si trova in una condizione tale da non poter in alcun modo curare il proprio dolore? Questa è la situazione di fronte alla quale Nolan pone lo spettatore attraverso Memento, una condizione nella quale un uomo ferito a fondo nel corpo, nella mente e negli affetti, si trova irrimediabilmente impossibilitato a guarire. Leonard Shelby (Guy Pearce) è un uomo che ha un grave disturbo alla memoria a breve termine a causa del quale non è in grado di assimilare nuovi ricordi. La sua memoria a lungo termine è rimasta intatta, quindi ricorda perfettamente chi era e la vita che conduceva. Ma ad un certo punto la sua capacità di accumulare ricordi si interrompe ed ignora completamente tutto ciò che ha fatto e vissuto successivamente, incluso quanto tempo è passato dal suo ultimo ricordo che, nello specifico, si tratta anche di un evento particolarmente doloroso: la morte di sua moglie Catherine (Jorja Fox). Concentrandosi e focalizzando la mente su un obiettivo riesce a riprendere almeno parzialmente il controllo della sua vita e portare a termine dei compiti, ma qualsiasi minima forma di distrazione ha come immediata conseguenza l’azzeramento dei suoi pensieri e la necessità di ricostruire la situazione in cui si trova o anche solo riconoscere l’interlocutore che si trova davanti. Ogni giorno, ad ogni risveglio, Leonard si trova a fronteggiare l’esigenza di capire in quale luogo si trova e per quale motivo, e nel fare questo non ha altro mezzo che consultare le note che scrive sulle foto, gli appunti sui foglietti e i tatuaggi utilizzati per fissare in modo indelebile ciò che per lui è più importante ricordare. A causa di quello che lui definisce il suo “disturbo”, Leonard è anche facile oggetto di manipolazione da parte delle persone con cui intreccia rapporti: le figure di Teddy Gammell (Joe Pantoliano) e Natalie (Carrie-Anne Moss) giocano un ruolo fondamentale nello svolgimento dell’intreccio utilizzando la sua incapacità di assimilare i suoi ricordi per condizionarne il comportamento  (particolarmente esemplare in tal senso è la scena in cui Natalie sfoga la sua rabbia nei confronti di Leonard urlandogli la verità, ciò che realmente pensa di lui, solo dopo aver nascosto qualsiasi strumento che lui potrebbe utilizzare per scrivere, cioè dopo averlo privato del mezzo necessario per evitare che il ricordo di quanto gli è appena accaduto svanisca per sempre).

Al fine di raccontare la storia di Leonard in modo tale che lo spettatore possa percepirne non solo il contenuto ma anche la forma, la magistrale regia di Nolan fa ricorso ad un montaggio che procede seguendo due differenti linee temporali opposte e convergenti. Una (quella a colori) mostra come prima sequenza l’uccisione di Teddy da parte dello stesso Leonard (cioè l’ultimo evento della vicenda narrata) e procede a ritroso mostrando ogni volta un frammento di storia che si chiude con quello che era stato l’inizio della sequenza precedente. Alternata a questa, Nolan mostra una seconda linea temporale (in bianco e nero) che procedendo secondo il corso temporale degli eventi mostra Leonard in una camera d’albergo impegnato a raccontare al telefono ad uno sconosciuto il suo passato. Nel finale le due linee temporali si uniscono con il passaggio, all’interno della stessa sequenza, dal bianco e nero al colore, per mostrare l’evento centrale della vicenda, quello che fa luce sul personaggio di Leonard e sulle motivazioni del suo agire. La scelta di Nolan di avvalersi di un simile montaggio non è un mero esercizio tecnico ma il mezzo mediante il quale, al di là della spettacolarità della costruzione, riesce a mostrare qualcosa che invece, attraverso l’uso di una narrazione lineare degli eventi, sarebbe stato costretto a spiegare debolmente senza poterlo esibire. La linea temporale che procede a ritroso ha lo scopo evidente di mostrare allo spettatore il funzionamento della mente di Leonard come è al presente: ogni sua azione non trova una collocazione in una serie di ricordi sequenziali, cioè all’interno di una normale concatenazione di causa ed effetto, ma ogni volta deve essere spiegata sulla base di una ricostruzione fondata sui “memento” a sua disposizione. Leonard uccide Teddy, ma nel momento in cui dimenticherà di averlo fatto non potrà fare altro che cercare di ricostruire la sequenza di eventi che l’hanno portato ad un simile gesto; Leonard scopre di trovarsi in una stanza che non è la sua con un uomo legato ed imbavagliato che non conosce chiuso nell’armadio, e quando questo gli fa presente che è stato lui a colpirlo ed immobilizzarlo Leonard non può fare altro che cercare di ricostruire gli eventi che hanno fatto sì che si trovasse in una situazione simile; e questo modo di procedere vale per ogni singola sequenza mostrata attraverso la linea temporale che procede a ritroso.

Contemporaneamente, la linea temporale che procede in ordine cronologico progressiva ha invece lo scopo di mostrare il protagonista come era. Leonard che ricorda e racconta al telefono la sua vita precedente all’aggressione notturna dentro casa, l’evento che ha portato alla morte della moglie e al trauma che gli ha danneggiato la memoria, mostra l’uomo che era nel passato, ma che allo stesso tempo, indipendentemente da quanto tempo possa essere trascorso e da quali atti possa aver compiuto, non può smettere di essere. All’interno di una narrazione lineare, il passato di Leonard avrebbe potuto essere messo all’inizio della vicenda, eventualmente come prologo, o magari mostrato attraverso un flashback. Ma lo scopo del flashback è mostrare qualcosa che appartiene ad un passato più o meno remoto separandolo, indipendentemente da collegamenti o ripercussioni, dal presente. Attraverso l’uso di un montaggio alternato Nolan invece riesce a mostrare come in Leonard l’effimera percezione del presente non possa fare altro che cercare costantemente un ancoraggio in un passato indefinitamente remoto. L’idea base di partenza sarebbe quella di una sorta di giallo, con Leonard che cerca di far luce sul delitto della moglie per poter consumare la propria vendetta, ma Nolan la stravolge proiettandola in una dimensione in cui il film fa ricorso a tutta la potenza allucinatoria del cinema, fino al punto in cui la rivelazione della verità su Leonard finisce con il demolire la sua stessa credibilità. Apparentemente,  il movente che guida le azioni di Leonard sembra concretizzarsi nella ricerca della verità sulla morte di sua moglie, ma in realtà quello che fa non è altro che cercare un modo per sopravvivere al sempre vivo dolore della sua perdita. Per quanto lui possa scoprire delle verità, nel momento in cui queste entrano a far parte del suo recente passo gli diventano inaccessibili se non attraverso gli appunti che lui lascia a sé stesso. E questo è un fatto che lui stesso ha ben chiaro. A tal punto che lui stesso sfrutta la situazione per ingannarsi da solo e portare avanti un’esistenza fondata su una menzogna sopportabile piuttosto che trovarsi ad accettare un’insostenibile verità, e cioè che non c’è più nessun colpevole da trovare e che a lui non rimane altro da fare che cercare di convivere con l’eternamente vivo ricordo della morte della sua amata: nell’impossibilità di accumulare altri ricordi che possano allontanarlo da quello della morte della moglie, solo tenendo la mente impegnata in qualcosa come una sempre più intricata ricerca dell’assassino può permettergli di non rimanere solo davanti al suo dolore per il resto dei suoi giorni. Ad esempio, il dossier della polizia di cui si trova in possesso, con tutte le sue cancellazioni ed omissis, è il suo fondamentale strumento d’indagine nella ricerca del colpevole, ma il responsabile di quei buchi e di quelle mancanze non è altri che lui stesso. E quando Teddy lo mette davanti alla verità che non c’è più niente e nessuno su cui indagare, anziché prenderne nota per ricordarsene Leonard decide di impedire che in futuro questi possa farlo nuovamente, scrivendo sulla Polaroid con la sua immagine di non credere alle sue bugie.

La maledizione di Leonard si manifesta in una sorta di agonia senza fine, nella condanna a non poter curare le proprie ferite, ad accumulare nuovi ricordi in grado di separare il proprio presente dal dolore per la morte della moglie. Ad ogni risveglio, si trova costretto a ricordare l’aggressione subita dalla sua famiglia come fosse avvenuta da pochissimo tempo, e solo gli stimoli derivanti dal cercare di capire dove si trova e cosa sta facendo possono distrarre la sua mente da un dolore destinato a non diminuire. Questo è il motivo per cui non gli è possibile accettare gli inviti di Teddy a lasciare la città e smetterla con la sua ricerca, anche a rischio della sua stessa incolumità: senza uno stimolo forte in grado di assorbire completamente la sua attenzione (come la vendetta) lui non potrebbe mai ed in alcun modo iniziare una nuova vita. Abbandonando la sua ricerca di un colpevole non gli rimarrebbe altro da fare che risvegliarsi ogni giorno in un eterno presente nel quale sua moglie è morta il giorno precedente. E di fronte ad un presente immutabile, la sua unica opzione è modificare il suo passato per avere qualcosa per cui vivere: davanti ad un dossier che contiene la verità che cerca non può fare altro che cancellarne parti per poi impegnarsi, una volta dimenticato di essere lui stesso il responsabile di quelle mancanze, nel colmare  buchi, lacune e cancellazioni varie. Nell’impossibilità di anche solo progettare un futuro perché condannato a convivere con un insieme di ricordi chiuso e non modificabile, Leonard non ha altra scelta che passare la vita a riscrivere il suo passato. Ad un punto tale che anche le storie che (si) racconta diventano indistinguibili dalla verità, come nel caso dell’aneddoto di Sammy Jenkis che lui si è tatuato sulla mano e che usa per ricordare a sé stesso la propria condizione.

Il rapporto che Leonard intrattiene con il dossier, con Teddy, ed in generale con tutta la sua vicenda è la stessa rappresentazione del film in quanto tale con la Verità. Il cinema di Nolan è un cinema dell’illusione, della menzogna, dell’ambiguità, e Memento ne rappresenta uno dei momenti più alti. Probabilmente non è un caso se per dare vita al suo secondo film dedicato a Batman ha scelto di utilizzare partire da quella definizione dei personaggi che Frank Miller aveva creato per il suo Il Ritorno del Cavaliere Oscuro. La dimensione cinematografica entro cui si muove Nolan non è quella classica del bene contro il male, della verità contro la menzogna, dove alternativamente uno vince e l’altro perde. Come ne Il Cavaliere Oscuro Joker fa capire a Batman che non si tratta di vincere o perdere ma di continuare a lottare (in una sorta di polemos eracliteo), che Batman non potrà uccidere Joker perché ha bisogno di lui tanto quanto, viceversa, lui ha bisogno della sua nemesi, così in Memento verità e menzogna devono continuare a lottare tra loro perché tutto possa continuare a scorrere. E con il procedere del film, Nolan accumula buchi nella sceneggiatura ed inserisce ambiguità per evitare che il film possa cristallizzarsi su una posizione statica. Ciò di cui Leonard ha bisogno non è la verità, ma della sua ricerca. Ma perché la ricerca della verità possa proseguire è assolutamente necessario che non venga trovata, e se messo di fronte ad essa non può fare altro che creare nuove menzogne che possano nasconderla nuovamente e permettere al processo di ricerca di rimettersi in moto. Come dimostrerà nei suoi lavori successivi, quello di Nolan è un cinema che vive e si nutre di dualismi e contrapposizioni: Batman contro i suoi nemici nei film dedicati al supereroe, il detective Dormer e Walter Finch in Insomnia, gli illusionisti Angier e Borden in The Prestige. In Memento è Leonard stesso ad incarnare il dualismo all’interno della sua persona: perché Leonard possa avere un surrogato di futuro è necessario che continuino ad esserci buchi nel suo passato, ed ogni volta che si presenterà davanti una verità sarà necessario compensarla con una bugia per evitare la fine della ricerca. Attraverso Leonard quello che Nolan porta in scena è una forma di dubbio sistematico, quasi cartesiano. Ad ogni risveglio si trova costretto a fronteggiare una realtà in cui chiunque potrebbe mentirgli, e pertanto non gli rimane altro che fare affidamento solo sulle sue foto, i suoi appunti, i suoi tatuaggi, come fonte di certezza. Salvo scoprire, nel momento in cui si trova a fronteggiare quella stessa verità che credeva di cercare, che solo ingannando sé stesso può trovare un modo per sopravvivere, e che la ricerca di una verità conduce al bisogno di essere ingannato.

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