Due Minuti d’Odio: Lapidate Miley Cyrus

Nell’Oceania raccontata da George Orwell in 1984, ogni giorno il regime al potere interrompeva le attività dei cittadini e li convocava davanti ad uno schermo televisivo per la visione di filmati sui nemici della società. Riuniti in folle, gli spettatori potevano sfogare i loro sentimenti di rabbia e disgusto contro l’immagine di quello che veniva indicato come nemico. Urla furiose, pugni levati al cielo e assalti ai teleschermi erano prassi quotidiane: un’orgia feroce e barbarica che svuotava i partecipanti di quelle energie negative che avrebbero potuto disturbare l’ordine sociale. Queste visioni collettive erano note come Due Minuti d’Odio, ed erano parte integrante della Propaganda quotidiana del Grande Fratello. Un elemento talmente importante da far sì che ogni anno il Partito organizzasse una festa che celebrava questa consuetudine per sette giorni di seguito: la Settimana dell’Odio, appunto.

Tuttavia, al di là delle apparenze, i Due Minuti d’Odio non rappresentano una forma di indottrinamento; piuttosto sono un rito attraverso il quale la comunità rinnova la propria unità mediante l’individuazione di un obiettivo comune. Sono uno degli strumenti che il Partito del Grande Fratello ha scelto per dare una forma alle pulsioni delle masse. Non generano la rabbia: si limitano a gestirla e direzionarla. Nella migliore tradizione fantascientifica, Orwell non inventa nulla da zero. Osserva elementi presenti nella società che lo circonda e li amplifica. I Due Minuti d’Odio rappresentano la trasposizione in una società asettica degli antichi giochi circensi e delle crocifissioni pubbliche. Sono l’equivalente delle esecuzioni pubbliche a basi di forche e ghigliottine in una società che nasconde le morti di cui è responsabile riscrivendo la sua storia senza sosta. Sono una forma moderna di caccia alle streghe che non si consuma in processi sommari aperti al pubblico e in condanne al rogo, ma che piuttosto si trasforma in storie di orrori e atrocità raccontati dai cinegiornali con tono professionale e distaccato.

I Due Minuti d’Odio sono uno strumento propagandistico, e la Propaganda non crea l’odio dal nulla: plasma ed incanala quello già esistente. Non lo genera: fa fronte a quello che già esiste e gli fornisce uno o più oggetti su cui riversarsi. E soprattutto gli offre alibi e giustificazioni. Infatti, perché possa essere socialmente accettabile, l’Odio deve rivolgersi verso qualcosa riconosciuto come esecrabile, qualcosa su cui una folla di persone possa riversare il proprio astio senza provare sensi di colpa e senza temere di diventare oggetto di riprovazione da parte del resto della collettività. Il riconoscimento di un Nemico comune da combattere è un collante più solido e resistente rispetto, ad esempio, ad una adesione collettiva sulla base di principi condivisi. La presenza di un Male riconosciuto come superiore che giustificherebbe quello che viene compiuto per contrastarlo, e allo stesso tempo può far sì che persone anche molto diverse tra loro si riconoscano nella comunità che vuole contrastarlo. Individui con storie, idee, principi e valori in contrasto tra loro, possono comunque trovare un punto d’incontro nel territorio dell’Odio verso un obiettivo prefissato.

Sulla base di simili dinamiche, grandi soggetti politici, economici e mediatici hanno la possibilità di mobilitare i propri sostenitori contro un avversario come contro un particolare tema. Ma anche in assenza di questi, o comunque al di fuori di essi, comunità più o meno numerose si possono coalizzare contro uno o più soggetti che per qualche motivo risultano disomogenei rispetto ai principi in cui si riconosce la maggioranza dei suoi componenti. E’ così che nella piccola città di provincia, dove tutti conoscono tutti, il ragazzo che rivela la propria omosessualità diventa “il frocio” e la ragazza che indossa vestiti attillati ed esibisce tatuaggi diventa “la troia”. Fino ai casi estremi in cui una vittima di stupro da parte di un branco, in seguito alla decisione di rompere il silenzio omertoso della comunità e denunciare la violenza subita, diventa “la puttana che se l’è andata a cercare”. E su internet, nella sua valenza di villaggio globale, le persone non si comportano altrimenti. Rispetto ad una piccola realtà di provincia possono cambiare le modalità e le proporzioni, ma non le dinamiche. Con tutte le sue possibilità di fornire spazi e meccanismi di aggregazione, in Rete anche le minoranze possono organizzarsi e diventare a loro volta maggioranze relative e mettere in atto a danni di altri quegli stessi meccanismi di cui possono essere vittima nella loro quotidianità. I perseguitati possono diventare a loro volta persecutori e contribuire a rafforzare quei meccanismi ideologici di cui altrove sono – o potrebbero essere – vittime.

Ogni giorno sono innumerevoli le esplosioni di Odio che movimentano la Rete. Commenti ed opinioni alimentati da astio e risentimento si diffondono e si espandono generando effetti farfalla linguistici. E i toni possono essere tanto più duri quanto più contraddittori possono essere i contenuti sul piano logico. Ad esempio, non è raro assistere a moltitudini che attaccano le opinioni dissidenti (e la persona stessa che le esprime) giustificandosi sulla base della libertà di parola. Le notizie di cronaca (e non solo) sono costellate da valanghe di commenti che trasudano fame di sangue e manette, che invocano forche e forme di giustizia sommaria nascondendosi dietro il dolore delle vittime. E quasi non passa giorno senza che una qualche folla si faccia scudo di una presunta difesa dei diritti delle donne proprio mentre insultano e definiscono “puttane” tutte coloro che sono ritenute colpevoli di aver fatto o detto cose che danneggerebbero l’immagine di altre donne.

Ma ogni attacco a base di Odio e Fango finisce con il mostrare un po’ di più del vero volto di chi lo muove, piuttosto che di quello di chi lo subisce. Al di là delle dichiarazioni di principi e dei valori usati come giustificazioni, i Due Minuti d’Odio quotidiani in rete mostrano il volto intollerante delle folle. E tanto meno le azioni di chi subisce l’attacco hanno modo di impattare sulla quotidianità della folla, tanto più ha modo di smascherare le intolleranze che si agitano all’interno di questa stessa. Tanto più sono gratuite le manifestazioni d’odio, tanto più evidente appare l’ideologia che anima quella folla che ha sostituito le torce ed i forconi con tastiere e smartphone. Accade così che una breve esibizione di una giovane cantante agli MTV Awards possa smascherare il diffuso desiderio di lapidare a parole l’ennesima “puttana”, giudicata colpevole di non aver tenuto un comportamento consono alle aspettative del pubblico (e alla sua idea di come si dovrebbe comportare in pubblico). La notizia vola veloce attraverso quotidiani e social network,  solleticando il narcisismo morale dei commentatori, che non perdono occasione per ergersi a giudici della legittimità o meno dei comportamenti altrui. E proprio come comari di paese che all’uscita dalla Messa della Domenica si lusingano a vicenda mentre fanno bella mostra del loro scandalo rispetto agli ultimi pettegolezzi, i giudici morali della rete si godono i loro Due Minuti d’Odio a base di insulti e violenze verbali varie.

Col senno di poi si può dire che quella di Miley Cyrus è stata un’esibizione che per un paio di minuti ha riportato in vita e sbattuto in faccia al pubblico la forza provocatoria tipica del rock’n’roll. Forse anche molto al di là delle aspettative della stessa protagonista della vicenda. Infatti, quando Miley Cyrus è salita sul palco degli MTV Awards, coloro i quali seguono il mondo della musica pop hanno avuto ben poco di cui stupirsi. Sono anni che la ex-ragazza Disney ha svestito i panni di Hannah Montana per indossare quelli della bad girl. E tutto l’armamentario a base di ballerine ancheggianti, mosse sexy e orsi di peluche era già stato esibito nel videoclip che da mesi anticipa l’uscita del suo nuovo album. Con indosso solo un body color carne, Miley Cyrus si aggira per il palco muovendosi a scatti e mimando gesti a sfondo sessuale in modo quasi compulsivo. Sul volto un ghigno divertito si alterna all’esibizione prolungata della lingua, in una smorfia che assomiglia ad una riproposizione distorta del celebre logo dei Rolling Stones. E con un grande dito di gommapiuma a strofinare la zona in mezzo alle gambe non fa altro che mettere in pratica quello che sta cantando (“It’s our party we can do what we want“). Le allusioni di natura sessuale si susseguono tra ballerine ed enormi orsi di peluche, mantenendosi ben distanti da riferimenti di natura erotica o passionale, per sottolinearne invece l’aspetto ludico. Solo sesso e giocattoli: il sesso esibito come gioco fine a sé stesso e non sottomesso ad altri principi o valori riconosciuti come fondanti (famiglia, amore, etc.). E quando sul palco viene raggiunta da Robin Thicke per duettare su “Blurred Lines“, con tutto il suo carico di polemiche e di accuse di sessismo, folle di guardiani della morale pubblica trovano l’immagine perfetta contro cui puntare i loro indici accusatori.

In questo modo, la scelta di rappresentare la sessualità in chiave ludica genera in una buona parte del pubblico un cortocircuito che fa riaffiorare pulsioni sessuofobiche mai sopite. Quelle stesse persone che si affannano ad esibire indignazione di fronte alle notizie di donne lapidate perché adultere, non esitano a partecipare ad un linciaggio virtuale a base di insulti e attacchi verbali grondanti maschilismo. E grazie a questi Due Minuti d’Odio in versione 2.0 possono godere della loro immagine di sé di persone perbene e bravi cittadini, in quella forma di autorappresentazione che affonda le proprie radici in ciò che disprezzano negli altri. I mass media hanno gioco facile nello stimolare il narcisismo morale delle folle, e queste ricambiano ergendosi a difesa della visione del mondo e dei ruoli sociali in vigore. Spesso i mass media si comportano come prestigiatori: attirano l’attenzione su qualcosa di diverso da ciò che fanno. E in questo caso, puntando i loro riflettori sulle reazioni scandalizzate del pubblico, fomentandole ed amplificandole, mettono in atto un solido processo di stabilizzazione dell’ordine morale. Esponenti di un tribunale culturale che non ama il contraddittorio ed i diritti della difesa, i guardiani della morale non sono interessati a nessun tipo di dissenso: l’indignazione non è altro che uno strumento tra tanti per la difesa dello status quo. E in un caso come questo lo dimostra il fatto che sarebbe bastato ascoltare le semplici parole del testo per rendersi conto che la maggior parte delle accuse rivolte all’esibizione avevano già una risposta nella canzone stessa.

To my home girls here with the big butt
Shaking it like we at a strip club
Remember only God can judge ya
Forget the haters cause somebody loves ya
(Miley Cyrus – We Can’t Stop)

Nessun commento

Mick Foley – Countdown To Lockdown

Per la quarta volta, Mick Foley mette mano a carta e penna per raccontare la sua vita da wrestler. In questo caso, però, si tratta degli eventi della vita di un lottatore non più a tempo pieno. Con il crescere dell’età aumenta anche la consapevolezza che i momenti memorabili della sua carriera si trovano alle sue spalle, e non potranno essere uguagliati. Perciò, con lucidità e serenità, già da diversi anni ha provveduto a rendere meno intensa la sua attività sul ring, alternandola con altre attività. A poco più di quarant’anni Mick Foley è un uomo con un fisico pesantemente danneggiato. I problemi alla schiena e alle ginocchia si sommano ad una configurazione corporea che ha smesso di essere longilinea quando ancora non aveva nemmeno trent’anni. In passato, nel pieno di quella che è passata alla storia del wrestling come Attitude Era, Mick Foley ha avuto modo di giocare un ruolo di primo piano nel panorama della WWE a fianco di nomi del calibro di The Rock e Undertaker, di Stone Cold Steve Austin e Edge. Ma già da quasi un decennio è in uno stato di semi-ritiro: le sue apparizioni all’interno del ring in veste di lottatore sono sempre più rare, e certamente non tali da permettergli di mantenere un ruolo di primo piano all’interno della federazione che l’ha visto diventare una star di livello internazionale. Gli spazi che ha cercato di ricavarsi – come commentatore e come promo man – appaiono ben lontani dall’essere fonte di gratificazione personale, o anche solo professionale. E quando gli viene proposto per l’ennesima volta di cambiare federazione, l’ex-Cactus Jack decide di cedere alle lusinghe ed accetta. Ma a differenza di altri suoi colleghi che non sembrano accettare il trascorrere del tempo, Mick Foley non è alla ricerca di una seconda giovinezza. Un’avventura nemmeno immaginabile, alla luce delle sue condizioni fisiche. Piuttosto si tratta del desiderio di aggiungere un ulteriore capitolo nella storia della sua carriera prima di scrivere la parola “Fine”.

Già in Have A Nice Day!, Mick Foley aveva scritto più volte di quanto fosse consapevole di come il suo approccio al wrestling avrebbe potuto portarlo ad una carriera tutt’altro che duratura. Molteplici sono le volte in cui aveva sottolineato le obiezioni che muoveva a chi cercava di contrattare l’importo del suo ingaggio. Al momento di trovare un accordo sul compenso per le sue prestazioni, ogni volta che qualcuno cercava di contrattare al ribasso promettendo incrementi futuri, Mick Foley evidenziava come le possibilità che potesse non esserci un rinnovo fossero tutt’altro che trascurabili. Anno dopo anno ha conquistato l’apprezzamento e l’affetto del pubblico, il titolo di Hardcore Legend, ed in futuro otterrà anche un posto nella Hall Of Fame della WWE. Ma si tratta di risultati che ha ottenuto sacrificando l’integrità del suo stesso fisico, un pezzo dopo l’altro. Motivo per cui il wrestling non potrebbe più essere un elemento totalizzante nella sua vita nemmeno se lo desiderasse. E capitolo dopo capitolo appare in modo sempre più chiaro anche al lettore. Non solo perché l’autore avverte fin dall’inizio che non tutti i capitoli saranno strettamente dedicati al mondo che ruota attorno al ring. Ma anche e soprattutto perché dall’incontro con Tori Amos alla morte di Chris Benoit, dal doping nel wrestling e nello sport in generale ai viaggi con ChildFund in Sierra Leone, innumerevoli sono gli argomenti affrontati. Molti e più vari che in passato. Il tutto scandito dal conto alla rovescia che lo porterà ad entrare ancora una volta in una gabbia per confrontarsi con una sua vecchia conoscenza, un lottatore con cui si era confrontato quasi vent’anni prima nel corso della sua militanza sotto la bandiera della WCW: Sting.

Prima dei cambiamenti apportati negli ultimi anni, Lockdown era l’evento pay-per-view della TNA la cui caratteristica distintiva consisteva nel proporre solo incontri all’interno di una gabbia d’acciaio esagonale (come il ring che allora era elemento distintivo della Federazione). E l’obiettivo di Mick Foley era di far sì che grazie alla sua presenza nel main event la federazione potesse incrementare la vendita di spettacoli. Ma il racconto dell’incontro in sé e della sua costruzione assumono, all’interno della narrazione, un ruolo decisamente marginale. Il diradarsi dei paragrafi dedicati alla vita sul ring non sono altro che uno specchio di una personalità che, pur potendo contare su una riserva di storie accumulate in vent’anni e tutt’altro che esaurite nei tre libri precedenti, decide di dedicarsi anche ad altre attività. Al di là dell’incontro vero e proprio, che comunque viene raccontato nella sua interezza, Mick Foley si dimostra ben più interessato a raccontare la costruzione dell’evento, il processo che l’ha portato alla ricerca di qualcosa che potesse far la differenza e spingere gli spettatori ad acquistare la visione dell’evento.

I non appassionati tendono a considerare il wrestling come una completa messinscena, una sorta di rappresentazione teatrale in cui tutto è predeterminato, come in un balletto o in uno spettacolo circense. Ma questo approccio non ne cattura l’essenza competitiva. Quella che si ha nel wrestling è una forma di competizione che non si basa sulla mera sopraffazione fisica come negli sport di lotta, quanto piuttosto sulla capacità di catturare e direzionare il consenso del pubblico. Motivo per cui un wrestler deve possedere grandi doti da intrattenitore, oltre che fisiche ed atletiche, per riuscire ad affermarsi e conservare il successo conquistato. Un aspetto, questo, che in modo molto sottile Darren Aronofsky mette bene a fuoco nel suo film The Wrestler. Quando Randy “The Ram” Robinson si trova al bar e parte Round And Round dei Ratt , lui si lamenta con Cassidy del grunge che ha messo fine a qualcosa che lui continua ad amare. Ma quello di cui non si rende conto è che in realtà non sta facendo altro che ammettere la propria obsolescenza. Randy “The Ram” Robinson è come un vecchio che si ostina a parlare di temi e problemi che alla maggior parte delle persone non interessano più. O peggio, come un intrattenitore che ripete un copione vecchio e stantio, con battute trite e ritrite, perché incapace di adeguarsi ai cambiamenti nei gusti del pubblico.

Invece per Mick Foley, cambiare e rinnovarsi non sembrano rappresentare affatto un problema. Attività come la scrittura e l’impegno umanitario, che rappresentavano attività secondarie quando era un lottatore a tempo pieno, assumono un peso sempre maggiore. I tour in viaggio per il mondo con le federazioni per cui lavorava vengono sostituiti da quelli con ChildFund in favore dei bambini del Terzo Mondo. E dopo essere finalmente riuscito ad incontrare Tori Amos, l’autrice di quella Winter che in più di un’occasione aveva rappresentato una fonte di forza e rassicurazioni negli attimi di tensione che precedono un incontro, Mick Foley decide di impegnarsi anche in favore delle vittime di crimini sessuali con il RAINN (Rape, Abuse and Incest National Network). Si tratta di eventi ed attività che l’autore racconta senza alcuna forma di vanto, ma che mostrano una certa continuità con il suo passato da lottatore. Cactus Jack e Mankind erano due personaggi disturbati sul piano psicologico, e sembrano non avere nulla in comune con il Mick Foley che si impegna per i bambini in Sierra Leone. Tuttavia, alla base di tutto si trova un fondamento comune: il desiderio di lottare contro le avversità. I titoli che Mick Foley ha accumulato nel corso degli anni nonostante un fisico tutt’altro che scultoreo e doti atletiche limitate, mostrano una determinazione volta al conseguimento di risultati contro ogni pronostico. E quando tutto ciò non è più possibile come in passato, la voglia di lottare contro gli avversari sfuma nell’impegno contro le avversità che affliggono altre, meno fortunate, persone.

Ed in tema di soggetti contro cui lottare, non mancano i riferimenti ai media sempre pronti a strumentalizzare fatti di cronaca e tragedie private per crociate pubbliche. Come nel caso della morte di Chris Benoit. Il cui ricordo non è privo di emozioni per l’autore, avendo lui stesso condiviso la militanza sotto la stessa federazione per diversi anni. Il tragico omicidio-suicidio che ha segnato la fine dell’esistenza del wrestler canadese e della sua famiglia aveva scatenato il consueto coro di polemiche alla ricerca di colpevoli responsabili dei mali che affliggono la società. Come nel caso di gruppi musicali, film, videogames e affini, anche il wrestling è uno di quei campi in cui basta una notizia ad effetto per scatenare crociate pubbliche degne dei due minuti d’odio d’orwelliana memoria. E a nulla valgono i controesempi: i momenti buffi e divertenti sul ring come quelli dedicati al bene del prossimo al di fuori. I cadaveri ancora caldi di un ex-campione e della sua famiglia diventano il banchetto su cui si lanciano opinionisti ed “esperti” vari per fantasticare di una società diversa e migliore, una società in cui basta cancellare la violenza dai media per eliminarla dalla realtà. Ma mentre questi “esperti” se ne stanno comodamente seduti in uno studio televisivo a lanciare anatemi contro il Colpevole del Giorno, Mick Foley va in giro a parlare della realtà che lo ha reso famoso. Della durezza e delle difficoltà dentro e fuori dal ring. Poi prende carta e penna e scrive. E racconta una realtà di gran lunga più ampia e profonda di un trafiletto su un quotidiano o di uno spazio in un talk show televisivo. Perché il wrestling è un po’ lotta e un po’ commedia dell’arte. E raccontarlo significa confrontarsi anche con quel nucleo di realtà dura e cruda che ribolle sotto la superficie della finzione. Perché è vero che lo spettacolo prevede che un lottatore faccia finta di essersi fatto male anche quando non si è fatto niente, ma altrettanto di frequente richiede che nasconda il proprio dolore quando infortunato.

When you gonna make up your mind
Cause things are gonna change so fast
All the white horses are still in bed
I tell you that I’ll always want you near
You say that things change my dear
(Tori Amos, Winter)

Nessun commento

Daniele Vecchiotti – La Signorina Cuorinfranti

Ne L’Essere E Il Nulla, Sartre descrive una donna che si reca al primo appuntamento romantico con un uomo. Ovviamente lei sa quali potrebbero essere le intenzioni di questo nei suoi confronti, ma non ne ha la certezza. Così, di fronte ai diversi approcci messi in opera dal suo spasimante, preferisce concentrare la sua attenzione su quelli che maggiormente si avvicinano alle sue aspettative e ai suoi desideri. Trovandosi davanti ai complimenti e alle galanterie del suo interlocutore, sceglie di prenderli in considerazione solo nei loro significati letterali. Svuota il comportamento di chi le sta di fronte dei risvolti sgraditi ed indesiderati al fine di far sì che possa adattarsi quanto più possibile ai suoi desideri. L’idea di essere solo oggetto di un appetito sessuale potrebbe risultarle umiliante, ma allo stesso tempo non può negare che troverebbe ben poco lusinghiero il fatto di non suscitare alcun desiderio. Quindi, a meno che l’uomo non faccia o dica qualcosa che le sarà impossibile non prendere in considerazione, la donna potrà anche continuare ad ignorare ciò che le è sgradito e concentrare la sua attenzione su ciò che invece le fa piacere: godere delle lusinghe ricevute, glissando con disinvoltura sulle brame dell’interlocutore che potrebbero sottendere secondi fini. Questo è uno dei tanti esempi di ciò che Sartre definisce utilizzando il termine “malafede”: il processo in cui il soggetto agisce in modo tale da mascherare la verità a sé stesso.

A differenza di quanto accade nella menzogna, il soggetto che mente non agisce in modo cosciente e razionale al fine di ingannare il prossimo: colui che inganna e colui che viene ingannato sono la stessa persona. L’obiettivo della malafede è nascondere la verità a sé stessi prima ancora che agli altri. E per raggiungerlo non è sufficiente limitarsi a mentire come si farebbe con un interlocutore qualsiasi, ma è necessario adoperare tutta una gamma di strumenti in grado di far sì che sia lo stesso ingannatore a convincersi di essere in buona fede. Scuse, giustificazioni, alibi, principi e credenze, valori morali e scelte intellettuali… molti sono gli strumenti di cui il soggetto può avvalersi al fine di rendere solida la realtà nella quale vuole credere. Come nel caso di Carlotta Cuticolo, l’abbondante protagonista – nonché voce narrante – di una storia fatta di ricordi ed introspezioni che, proprio in virtù della malafede che l’accompagna, non si crogiola nell’egotismo né si abbandona all’autocommiserazione. Non ci sono solo i ricordi delle esperienze passate e delle credenze che le hanno accompagnate, ma anche la determinazione presente a proseguire sul percorso che queste hanno tracciato. Infatti quando, come in questo caso, la voce narrante coincide con quella della protagonista, la malafede non può essere narrata se non narrando in malafede. Non c’è il desiderio di ingannare il lettore in quanto tale o di convincerlo di alcunché. Semplicemente c’è l’ambizione da parte della protagonista di narrare sé stessa come si vede, o come ha scelto di vedersi. Cioè non necessariamente come è, o come dice che vorrebbe essere.

Pesante oltre novanta chili, fin da giovanissima Carlotta ha sempre vissuto con la coscienza di non essere una donna attraente, una di quelle capaci di far girare la testa degli uomini, anche letteralmente, calamitandone gli sguardi. Nata ed educata in un contesto famigliare all’interno del quale il cibo era anche un modo di mostrare affetto, per lei mangiare non è solo una forma di godimento, è qualcosa di assimilabile alla forma stessa del Piacere. Anche la Lussuria, alla quale avrà modo di abbandonarsi ripetutamente e senza sensi di colpa, non sembra essere altro che un’ennesima declinazione del suo modo di arrendersi ai piaceri della Gola: volersi bene saziando una diversa forma di appetito. Sulla base di simili premesse non appare affatto casuale il percorso che la conduce a lavorare in una ditta di prodotti di bellezza prima, e in un Centro Benessere successivamente: entrambi sono luoghi d’incontro tra ciò che si è e ciò che si vorrebbe essere. Ma non nel senso che sono posti in cui si ha modo di soddisfare il desiderio di cambiare, quanto piuttosto quello di appagare la voglia di fare qualcosa per affrontare quello che può essere vissuto come un problema. Infatti, come la stessa protagonista ha modo di scoprire fin da ragazza, l’utilizzo di creme per il viso e per il corpo serve più a soddisfare un bisogno mentale che non un’esigenza fisica. Ma non si tratta di un bisogno che si nasconde in luoghi oscuri della coscienza. Al contrario, è qualcosa che si muove ai livelli più superficiali dell’epidermide. La ricca clientela che prenota saune e massaggi a base di fanghi ed olii profumati non lo fa perché desidera realmente cambiare il proprio aspetto, ma perché sente il bisogno di fare qualcosa in merito, indipendentemente dall’efficacia o meno dei risultati. L’appagamento del bisogno è legato al fare qualcosa per ottenere un risultato, non al conseguimento dell’obiettivo in quanto tale: fare qualcosa che consenta di rendere tollerabile il non fare altro.

Il Centro Benessere diventa un luogo terapeutico, e non solo per i massaggi ayurvedici o per la disponibilità delle ragazze che ci lavorano ad ascoltare gli sfoghi delle clienti. La terapia consiste proprio nella vendita di ciò che le clienti cercano: l’illusione di impegnarsi in qualcosa per la quale non si ha nessuna voglia di spendere tempo ed energie. Una persona che volesse veramente fare qualcosa per un aspetto fisico di cui non si considera soddisfatta potrebbe fare diete, esercizio fisico, e molto altro ancora. Tutte cose che richiedono impegno e costano fatica. Invece, un Centro Massaggi offre illusioni per chi desidera acquistarle: l’illusione, ad esempio, di fare qualcosa di piacevole per migliorare l’aspetto fisico senza spiacevoli rinunce e senza il bisogno di versare sangue, sudore e lacrime.  Non si tratta di inganni o di menzogne, perché lo scopo non è cambiare il proprio aspetto fisico, ma fare qualcosa per cambiarlo, anche se questo poi non serve a nulla. Si tratta di una delle tante azioni nelle quali non è il raggiungimento del risultato ad essere fonte di appagamento, ma ciò che viene fatto per conseguirlo, indipendentemente da quale possa essere l’esito. Anche in assenza di risultati, con i loro pagamenti le clienti non acquistano solo la pulizia del corpo, ma anche quella della coscienza, attraverso la possibilità di attribuire ad altri la responsabilità delle loro condizioni. La cliente che non vede cambiamenti nel proprio corpo nonostante la frequentazione di saune e massaggi ha comunque la possibilità di attribuire ad altri la responsabilità di quello che sente di essere. Ciò che la cliente acquista assieme alla crema o al massaggio è la possibilità di ripetere a sé stessa, fino a crederci realmente, che sta facendo qualcosa per ottenere un risultato senza dover realmente rinunciare a nulla.

Ma questa debole affermazione di volontà non può essere sufficiente per chi, come la protagonista, è parte attiva nella costruzione del castello di illusioni. Perciò può diventare necessario consolidare le proprie credenze confutando ciò che le contraddice. Di fronte ai dubbi che la assillano in seguito ai suoi eccessi di Gola e dei Sensi in generale, Carlotta reagisce attraverso regimi di privazione talmente estremi da risultare inaccettabili. Agendo come se non esistessero vie di mezzo, in seguito all’eccesso di lussuria a base di sotterfugi con un uomo sposato ed incontri fugaci nei bagni della ditta dove lavora, reagisce sposando un contabile frigido e taccagno. Il matrimonio nato sotto il segno del fallimento corre velocemente verso il suo inevitabile destino, facendo sì che la protagonista possa tornare a ciò che desidera realmente con meno sensi di colpa che non in passato. La negatività rappresentata dalla parentesi coniugale è solo un tassello nel consolidamento dell’accettazione di uno stile di vita “libertino”. E si tratta di un copione che la protagonista ripete più volte, ad esempio attraverso una dieta ferrea che le permette di ottenere una forma invidiabile, salvo poi trovare una scusa (il prevedibile mancato apprezzamento da parte dell’oggetto dei suoi desideri) per tornare alle sue abitudini con rafforzata convinzione. Infatti la malafede consiste anche nel sabotare ciò che si pensa si dovrebbe fare al fine di potersi abbandonare liberi dai sensi di colpa a ciò che si desidera realmente.

E all’interno di questo quadro anche e soprattutto la narrazione in sé è indicativa dell’attitudine della protagonista. La voce narrante non intende ingannare il lettore romanzando la propria storia, piuttosto desidera raccontare come vede sé stessa, indipendentemente da quanto questa immagine possa corrispondere realmente alle vicende di cui si è resa protagonista. E’ la cifra dell’ordinario tradimento posta ad unità di misura della quotidianità, la piacevole illusione che si consolida in alibi e scuse selezionando le proprie verità. L’indulgenza nei confronti delle proprie debolezze (viste come necessarie) va di pari passo con la durezza nel giudizio nei confronti di quelle altrui (poste invece come frutto di scelte arbitrarie). E non potrebbe essere altrimenti, perlomeno nel momento in cui queste diventano necessarie per giustificare le prime. La tentazione davanti alla quale cedono gli altri viene giudicata come più grave rispetto a quella a cui si cede in prima persona. Perché, in fondo, il non aver ceduto di fronte a qualcosa che può aver conquistato molti altri serve a giustificare la debolezza di fronte a qualcos’altro. E poco importa se ciò a cui si è opposta resistenza non esercitava alcuna attrattiva.

Nessun commento

La Patata Bollente – Steno

Una delle caratteristiche della commedia all’italiana fino agli inizi degli anni ’80 è stata la rappresentazione della società, anche in modo molto schietto, attraverso il filtro di un tono divertito e scanzonato. Una simile, apparente, leggerezza non era affatto rappresentativa di un’analoga superficialità sul piano dei contenuti. Anzi, la scelta di utilizzare personaggi altamente stilizzati, spesso tendenti al macchiettismo quando non alla parodia, presupponeva una definizione del contesto fortemente ancorato alla realtà, perlomeno nei casi in cui l’obiettivo non era dare vita ad una narrazione comica pura. E in alcune produzioni, come appunto La Patata Bollente, un simile approccio alla rappresentazione della società italiana arrivava a toccare aspetti talmente radicati in profondità da risultare attuali ancora oggi. E così, ad oltre trent’anni dalla sua realizzazione, rivedere questo lavoro di Steno significa non solo gettare uno sguardo su quello che la società era negli anni ’70, attraverso la lente di tutto ciò da cui si sono prese le distanze, ma anche prendere atto di ciò che non è mutato se non ad un livello superficiale. Si tratta di istanze che non riguardano solo la sceneggiatura, l’ambientazione o semplicemente il tema affrontato in quanto tale, ma anche il modo di portare sulla scena e mettere insieme tutti questi elementi all’interno di un corpo narrativo unitario. Nello specifico, in questo caso il tema è chiaramente l’omosessualità. E in modo del tutto coerente con quello che è sempre stato l’approccio della commedia, viene affrontato con un sorriso spietato, quello tipico del comico che fa ridere il pubblico mentre lancia accuse durissime. La regia e la sceneggiatura lasciano poco spazio ad un rapporto con lo spettatore basato sull’idea che il pubblico debba essere educato o imboccato con moralismi preconfezionati. A differenza delle tendenze che diventeranno dominanti nei decenni successivi, si limita a mettere in scena il suo soggetto lasciando che sia questo a parlare da solo. E come nei vari Fantozzi Paolo Villaggio e Luciano Salce utilizzavano i registri della comicità per raccontare una società rigidamente divisa in classi sociali, analogamente qui il regista romano usa una modalità simile per puntare il suo obiettivo su un’omofobia diffusa.

E’ la storia di Bernardo Mambelli (Renato Pozzetto), detto “il Gandi”, un carismatico operaio di una fabbrica di vernici milanese. Fidanzato con la bella Maria (Edwige Fenech), coltiva una passione per il pugilato che lo rende, grazie anche alle sue radicate convinzioni comuniste, molto rispettato tra amici e colleghi. Ma la sua vita cambia quando salva Claudio (Massimo Ranieri) da un pestaggio fascista. Il Gandi lo porta a casa sua e gli offre cure ed un rifugio, ignorando che il suo ospite è omosessuale, e che proprio la sua tendenza era all’origine dell’aggressione subita. Non appena Claudio dichiara le proprie preferenze sessuali, da un lato il Gandi cerca di aiutarlo, ma dall’altro, preoccupato per i giudizi che potrebbero derivarne, cerca di tenerlo nascosto a tutti: ai colleghi di lavoro, alla portinaia, e perfino alla sua fidanzata. All’inizio tutto funziona come pianificato dall’operaio ed ognuno sembra tornare senza problemi alla propria quotidianità. Ma una seconda aggressione ai danni del ragazzo, questa volta nella forma di un incendio appiccato alla libreria dove lavora, farà sì che il Gandi si senta in dovere di offrigli di nuovo un posto dove alloggiare. Tuttavia, questa volta è solo una questione di tempo prima che tutti coloro ai quali cercava di tenerlo nascosto, scoprano il suo segreto. Così, pensando che possa trattarsi di una sorta di malattia contagiosa, gli amici gli organizzano un viaggio nella sua adorata Russia nella speranza di una sua “guarigione”. Ma al suo ritorno, il rapporto del Gandi con Claudio non sembra in alcun modo essersi incrinato, e per questo l’operaio viene messo sotto processo da un tribunale morale del partito. A sua volta il Gandi non si mostra incline ad accettare il diktat ma anzi rispedisce ai mittenti le accuse, provocandoli fino ad arrivare ad una spaccatura che appare insanabile. Ma Claudio se ne accorge e insulta furiosamente il Gandi con l’evidente scopo di offenderlo ed allontanarlo: insulta lui e la sua ideologia, affermando che i comunisti sono razzisti come i fascisti, solo in modo più sottile. Il Gandi, infuriato per le offese, prende a pugni l’amico, mentre da distante gli amici osservano contenti quella che considerano una forma di guarigione.

Per tutto il tempo, il tema della discriminazione a sfondo sessuale è molto di più di uno spettro che si agita sullo sfondo. La coscienza da parte del Gandi della necessità di tenere nascosta la sua amicizia con un omosessuale per non vedere incrinata la sua immagine sociale è il segno più evidente di una forma di discriminazione che non si spinge fino alle aggressioni ed ai pestaggi, ma che si limita ad escludere ed emarginare. E il tribunale che viene messo in piedi per giudicare chi non ha rispettato la legge non scritta che impone di tenere a distanza chiunque non abbia una condotta sessuale ritenuta ‘rispettabile’ mostra l’invadenza di un modo di pensare che si arroga il diritto di guardare sotto le lenzuola altrui e poi esprimere sentenze in merito. A tal proposito, la regia di Steno è molto sottile nel far procedere di pari passo i tentativi di scoprire la verità sul rapporto tra il Gandi ed il suo misterioso amico messi in atto tanto dalla portinaia e quanto dai colleghi. Nessuno lo dice apertamente, ma appare chiaro che non c’è nessuna differenza tra la morale del partito e quella della portinaia ficcanaso. Come comari bigotte di paese, i membri del partito utilizzano i loro pregiudizi e pettegolezzi raccattati a destra e a manca per formulare giudizi e sentenze. Al di là di quelle che possono essere altisonanti dichiarazioni di emancipazione e progressismo, il comportamento che mettono in atto si rivela visceralmente reazionario. E gli sguardi di approvazione mentre il Gandi picchia l’amico che l’ha fatto infuriare volontariamente ne sono una solida rappresentazione. Sebbene il Gandi alzi le mani solo perché provocato ed offeso a livello personale, gli amici che osservano la scena da lontano non solo non intervengono, ma anzi mostrano sollievo e soddisfazione. Infatti, Claudio è l’unico ad avere ben chiaro in mente che per far sì che l’amico possa ottenere nuovamente il rispetto di amici e colleghi deve fare in modo che si comporti esattamente come ciò da cui l’aveva salvato al loro primo incontro: un picchiatore di omosessuali.

Quello portato sulla scena da Steno è un altro volto della discriminazione. Quello di chi non utilizza la violenza, ma è comunque disposto a venire a compromessi se viene esercitata su minoranze oggetto di emarginazione. E’ una forma di discriminazione che con il passare degli anni ha imparato a disprezzare la violenza nei confronti della diversità, ma che ancora non riesce ad accettarla fino in fondo. Si tratta di quel fastidio che prende forma quando, ad esempio, di fronte a manifestazioni come il gay pride, qualcuno non può fare a meno di esprimere il proprio disappunto per il fatto che delle persone vogliano “ostentare” la propria diversità. E’ una discriminazione che ha imparato a tollerare la diversità a condizione che questa si mostri in pubblico il meno possibile. Ma la tolleranza non implica l’accettazione, né comporta necessariamente il rispetto, soprattutto se legata ad una concezione della sessualità come sporco segretuccio da tenere lontano dalla vita “rispettabile”. Che è un po’ quello che accade in un film come Le Fate Ignoranti, dove non solo la protagonista scopre, dopo la morte del marito, che questo da sette anni aveva una relazione con un altro uomo, ma lei stessa a sua volta, una volta intrecciati rapporti umani con quel mondo che ignorava, lo tiene ben distinto dal resto della sua esistenza. Infatti, sebbene non si faccia troppi scrupoli a dire a chi le sta vicino di aver scoperto che il marito la tradiva, si trova a frenare di fronte alla possibilità di specificare che l’amante in questione era un uomo.

La considerazione delle diversità sessuali nei termini di sporchi segretucci da tollerare civilmente – a condizione che rimangano custoditi nell’ombra – è la premessa di una dialettica che accetta la discriminazione giustificandola come mera divergenza di opinione. Ad esempio, se in un partito (che magari si dichiara progressista) si aprisse un dibattito sull’opportunità che le persone di colore possano godere degli stessi diritti civili dei bianchi, giustamente si leverebbero immediate le accuse di razzismo. Invece, il fatto che si possa ancora discutere se sia giusto o meno che coppie formate da persone dello stesso sesso possano avere accesso agli stessi identici diritti civili di cui possono godere gli eterosessuali, senza che si alzino le stesse accuse di discriminazione, è la cifra che svela la base di un razzismo su fondamenti morali ben più ampia rispetto al numero di persone che lo manifestano apertamente. Le discriminazioni hanno svestito i panni dei picchiatori per indossare quelli più eleganti di dialettiche che, in modo condiscendente, ascoltano da posizione sopraelevata le richieste di parità, decidendo di volta in volta quali concessioni fare, ed eventualmente secondo quali modalità. Ad esempio, il fatto che ci sia chi è favorevole alle “unioni civili” ma non ai “matrimoni” tra persone dello stesso sesso non riguarda solo una mera questione terminologica, è il segno di un discrimine al quale non si vuole rinunciare. E si tratta di una forma di discriminazione tanto più profonda tanto più chi la mette in atto non è disposto a riconoscerla come tale in virtù di una sua parziale disponibilità a fare delle concessioni. Come se un riconoscimento parziale potesse valere a compensazione di ciò che invece non c’è disponibilità a concedere.

, , ,

Nessun commento

Stephen King – Ossessione

Pubblicato nella seconda metà degli anni ’70, Ossessione (Rage, 1977) è stato il primo lavoro che lo scrittore del Maine ha dato alle stampe sotto lo pseudonimo Richard Bachman. Si tratta di un romanzo dal quale lo stesso autore, col passare degli anni, ha progressivamente preso le distanze. Ad un punto tale che è lo stesso King ad affermare a chiare lettere, nella prefazione di Blaze, a due decenni di distanza dalla prima pubblicazione, come consideri un bene il fatto che sia andato fuori stampa. Certamente non si tratta di un lavoro centrale nell’ambito della sua vasta produzione, ma in ogni caso le motivazioni alla base di una tale presa di posizione sono da ricercare più nelle pagine della cronaca nera che non in quelle della critica letteraria. La storia non è altro che quella di un liceale che ad un certo punto irrompe nella sua stessa classe armato di pistola, uccide l’insegnante e tiene in ostaggio i suoi compagni per un’intera mattinata. Si tratta di un copione che periodicamente ha avuto modo di prendere forma anche nelle pagine della cronaca nera statunitense, tanto prima quanto dopo la pubblicazione del romanzo. E sebbene nessuno possa imputare ad un autore di best-seller una qualche responsabilità in fatti di cronaca più o meno efferati, appare comunque comprensibile il desiderio da parte dello stesso di non vedere il proprio nome associato ad eventi che non aveva intenzione di provocare, e ai quali non intende trovarsi collegato in alcun modo. Un desiderio tanto più comprensibile quanto più si considera che in qualche caso la polizia ha avuto modo di trovare copie del suo libro tra i possedimenti degli autori di sequestri e stragi in ambito scolastico. Non si tratta di una presa di distanza che in qualche modo intende dare ragione ai molteplici cori di accusa che di volta in volta cercano di individuare capri espiatori (nella letteratura, nel cinema, nella musica, etc.) ai quali addossare colpe e responsabilità anziché concentrarsi su cause e moventi. Piuttosto sembra essere l’espressione di un desiderio di distacco da qualcosa attorno alla quale si è addensata, anche solo per associazione di idee, una fitta coltre di dolore e di brutti ricordi.

La storia ha inizio con il protagonista, Charlie Decker, che viene chiamato nell’ufficio del preside a discutere del suo futuro all’interno della scuola. Charlie è uno studente di liceo all’ultimo anno che poco tempo prima era già stato sospeso per aver aggredito in classe il suo insegnante di chimica colpendolo con un serratubi. Il confronto è tutt’altro che pacifico, con lo studente che aggredisce verbalmente il preside, insultandolo e deridendolo, fino a costringerlo ad espellerlo dall’Istituto. Ma anziché lasciare l’edificio, Charlie si ferma a prendere una pistola che custodiva all’interno del suo armadietto ed irrompe in classe uccidendo sul colpo l’insegnante di algebra seduta dietro alla cattedra. Gli allarmi che indicano il pericolo scattano nell’arco di pochissimo tempo, ma nel frattempo il ragazzo ha già avuto modo di sedersi dietro la cattedra con l’arma saldamente stretta e di ordinare ai suoi compagni di classe a rimanere seduti ai loro posti. E il maldestro tentativo da parte di un altro insegnante di mettere subito fine all’azione di Charlie, lanciandosi contro di lui per disarmarlo, non ha altro esito che l’incremento di una seconda unità del conto dei decessi per omicidio tra gli appartenenti al corpo docente.

La scuola viene completamente evacuata, e con l’arrivo della polizia hanno inizio i maldestri tentativi di negoziazione con il giovane sequestratore. Tuttavia, nel frattempo, all’interno della classe le cose hanno iniziato a prendere una piega inaspettata. Dopo una fase iniziale di conflitto e smarrimento, gli ostaggi cominciano a solidarizzare con quel loro compagno che li tiene bloccati ai loro posti. Il giovane sequestratore ed i coetanei suoi ostaggi iniziano a confrontarsi tra loro come mai avevano avuto modo di fare in precedenza, arrivando a rivelare in pubblico aspetti delle loro esistenze che normalmente avevano sempre cercato di mantenere confinati nella solitudine. All’interno della classe si viene a formare una sorta di bolla artificiale che finisce con il separare ciò che racchiude al proprio interno da quanto rimane confinato all’esterno. Si tratta di una sorta di micro-mondo isolato dall’esterno, all’interno del quale la classe si trova coinvolta in qualcosa che assomiglia ad seduta terapeutica spontanea, un evento che paradossalmente riesce ad avere luogo proprio in ragione dell’assenza di uno psicoterapeuta di professione.

Non avendo richieste da fare o risultati da ottenere, Charlie si interfaccia con i tentativi di mediazione provenienti dall’esterno con l’unico apparente obiettivo di minare l’autorità delle figure con cui entra in contatto. Poco importa che si tratti del preside, del capo della polizia locale o dello psicologo della scuola: il suo è un gioco mentale e verbale prima ancora che fisico. Chi è all’esterno non ha alcun modo di esercitare all’interno delle mura della classe dove sono rinchiusi Charlie ed i suoi compagni anche solo una minima parte dell’autorità di cui normalmente dispone. Ad esempio, per tutta la durata del suo tentativo di “far ragionare” Charlie, lo psicologo si trova di fronte ad un interlocutore che non solo non risponde alle sue domande, ma al contempo gli vieta di porle, imponendogli di rispondere alle sue (sotto la minaccia di uccidere qualche ostaggio se la sua regola non dovesse essere rispettata). Per quanto breve e fine a sé stessa, l’inversione di ruoli tra chi normalmente può fare le domande e chi invece deve rispondere rappresenta una sovversione delle gerarchie sociali che non manca di intercettare i favori della maggioranza delle persone che gli stanno sedute di fronte.

Dopo alcune timide resistenze iniziali dettate dalla paura, i compagni di classe di Charlie non tentano nemmeno di fuggire o di fargli cambiare idea, accettando la situazione per quello che è. Agendo da filtro nei confronti del mondo esterno, Charlie ha permesso la formazione di una sorta di spazio all’interno del quale tutti i normali rapporti di forza che regolano la vita quotidiana sono stati aboliti, ed il velo dell’ipocrisia che questi impongono è stato squarciato. Fino ad arrivare alla presa di coscienza del fatto che in realtà solo uno studente è trattenuto all’interno della classe contro la sua volontà. Come una sorta di proverbiale eccezione il cui scopo è confermare la regola, si tratta di un ragazzo che a differenza dei suoi compagni di classe ha sempre dimostrato di sentirsi a proprio agio nel contesto dei rapporti di forza che regolano la quotidianità. Prestante, sportivo e popolare, è il classico individuo che riesce a mantenere una posizione dominante sui suoi coetanei, collocandosi in una posizione di forza paragonabile a quella degli adulti che occupano posizioni di autorità. Con le buone o con le cattive, minacciando punizioni o ritorsioni, può disporre di un potere in grado di mettere a tacere i suoi compagni a suo piacimento. Motivo per cui il suo disagio aumenta in misura direttamente proporzionale all’allentarsi di freni ed inibizioni da parte di coloro gli stanno attorno (e alla sua impossibilità di ristabilire il suo ordine).

Per tutta la durata degli eventi, le azioni di Charlie si rivelano essere il risultato di un misto di determinazione e fragilità, tutt’altro che animati da una volontà omicida fine a sé stessa. In tal senso risultano ben distanti dal panorama di distruzione, traumi e lutti, che si lascia alle spalle, ad esempio, una Carrie. Infatti, se si valutano solo le azioni e le loro conseguenze, gli eventi di cui si rende protagonista la liceale con poteri telecinetici si dimostrano decisamente più simili a quelli che hanno portato all’attenzione di tutto il mondo nei confronti, ad esempio, di una sconosciuta scuola superiore a Columbine nel Colorado. Quindi il primo interrogativo che sorge è: perché un Charlie Decker che utilizza la sua pistola per mettere in piedi qualcosa di simile ad seduta di terapia di gruppo sembra suscitare una maggiore fascinazione rispetto ad una potente telecineta protagonista di una vicenda di proporzioni apocalittiche? Certamente non è una questione di numero di vittime che i due lasciano sul terreno; una sfida, questa, che vedrebbe senza dubbio il macabro trionfo di Carrie. Piuttosto sembra di trattarsi di qualcosa che accomuna entrambi, ma alla quale i due reagiscono in modo diverso.

Ciò che accomuna Carrie White e Charlie Decker è il loro essere vittime, la loro vulnerabilità tanto nei confronti dei coetanei quanto degli adulti con cui sono sempre stati costretti ad interagire. Ma a differenza di Charlie, Carrie non riesce mai, neanche per un breve periodo, a sottrarsi al suo ruolo di vittima: del folle e violento fanatismo religioso della madre; degli insegnanti, la cui considerazione oscilla esclusivamente tra il fastidio e la commiserazione, tra l’irritazione e la condiscendenza; dei suoi coetanei che da anni la deridono, emarginandola nell’isolamento dello scherzo di natura da sfruttare per una forma di crudele divertimento collettivo. Lo stesso invito che la porterà ad essere incoronata Regina del Ballo nella serata in cui avrà luogo la sua ultima e definitiva umiliazione non è altro che il risultato del desiderio di una sua compagna di scuola di espiare i suoi sensi di colpa. E perfino il massacro che si consuma nulla di più che la sua consacrazione definitiva come vittima: completamente in balia dei suoi poteri e della sete di vendetta, Carrie finisce con l’aggirarsi per la cittadina come un burattino controllato dalla furia che la pervade. Mai, in nessun momento, Carrie riesce anche solo lontanamente ad ottenere il risultato che Charlie, anche se solo per un breve intervallo, riesce a raggiunge con un utilizzo della violenza incommensurabilmente minore: farsi ascoltare.

Si potrebbe dire che il vero atto sovversivo di cui Charlie Decker si rende protagonista (e che pertanto potrebbe costituire l’elemento all’origine di una maggiore fascinazione per coloro che sono – o che si sentono – emarginati) consiste proprio nel suo uscire dal ruolo da vittima obbligando coloro i quali considerava suoi carnefici ad ascoltare passivamente ciò che ha da dire. Charlie riesce a trasformare in ascoltatori passivi coloro i quali in passato avevano il potere di ridurlo al silenzio, mentre Carrie non riesce in alcun modo a far sì che chi l’ha mortificata per anni subisca, anche solo una volta, un’umiliazione paragonabile alla sua. In ogni caso, quello su cui entrambi i romanzi convergono consiste nell’individuazione di scenari che deragliano rispetto ai binari delle ricostruzioni standard che cercano forme di razionalizzazioni in grado di assolvere la collettività dai crimini di cui si sono macchiati i suoi figli. A fronte di un tragico evento (come può essere stato, appunto, il massacro della Columbine High School), reagendo come in seguito ad una specie di riflesso condizionato sociale, tendono ad alzarsi le voci di associazioni di genitori, opinionisti ed esperti di varia natura, che puntano l’indice in direzione di prodotti culturali giudicati “violenti”. Puntualmente tali accuse ignorano – o fingono di ignorare – che non c’è assolutamente alcuna logica nell’attribuire ad un libro letto da migliaia di persone (o ad un film, o ad un disco, etc.) il ruolo di causa responsabile di crimini compiuti da una singola persona. Anche ammettendo, in via del tutto ipotetica, che tali opere possano agire da detonatori, come fiammiferi che incendiano la miccia di un candelotto di dinamite, il problema non si risolve vietando la diffusione dei fiammiferi (e degli accendini, e del fuoco in generale) ma disinnescando gli esplosivi.

Senza cercare a sua volta scuse o alibi per i suoi personaggi, quello che invece fa King è concentrarsi sul contesto che genera l’esplosione di violenza. Le violenze di cui si rendono protagonisti i suoi personaggi non nascono dal nulla, ma si costruiscono piano piano, giorno dopo giorno, nei silenzi degli abusi e delle umiliazioni: nello sgabuzzino all’interno della casa di Carrie all’interno del quale la madre la rinchiude per fare penitenza; nella tenda durante il campeggio dove Charlie sente il padre ubriaco dire agli amici che mutilerebbe la moglie se scoprisse un suo tradimento; negli atti di bullismo e di prepotenza di cui entrambi sono stati vittime innumerevoli volte. Stephen King non giustifica la violenza di Charlie, ma allo stesso tempo la storia che narra non si accontenta di fermarsi al fatto che il ragazzo ha fatto quello che ha fatto perché possedeva un’arma da fuoco. La sua violenza non nasce dal possesso di una pistola, ma dalle molteplici, spesso invisibili e silenziose, violenze di cui lui stesso è stato a sua volta vittima. E se da un lato è moralmente comprensibile che un autore non voglia avere nemmeno il dubbio che un suo libro possa essere il fiammifero che innesca l’esplosione della dinamite, dall’altro non si può fare a meno di notare che concentrarsi sul fuoco che può accendere una miccia anziché sull’esplosivo in quanto tale non è affatto differente dal fissare lo sguardo sul dito quando questo indica la Luna.

Nessun commento

Damon Knight – Il Lastrico Dell’Inferno

Stando ad un famoso detto, le strade dell’Inferno sono lastricate di buone intenzioni. E sono proprio le apparenti buone intenzioni di uno scienziato che inventa un nuovo modo per impedire il reiterarsi di atti criminali a creare le fondamenta di una narrazione distopica che dipinge un futuro popolato da persone impossibilitate a fare il male. Infatti, grazie all’impiego di questa tecnologia, il futuro dell’umanità finisce nelle mani di alcune grosse corporazioni che la utilizzano per disciplinare i cittadini e forgiarli in linea con le proprie direttive e priorità, instaurando un regime di controllo pressoché assoluto. La tecnologia in questione si basa sui principi della Terapia dell’Avversione (l’associazione di uno stimolo spiacevole al comportamento da “curare”). Si tratta di qualcosa di analogo alla famosa “Cura Ludovico” che a pochi anni di distanza prenderà forma grazie alla penna di Anthony Burgess in Arancia Meccanica: la possibilità di continuare a fare del male da parte dei delinquenti viene annullata per mezzo di un impulso più forte della volontà criminale stessa, bloccandole sul nascere. Nel caso di Arancia Meccanica si trattava della creazione nel soggetto di associazioni di matrice pavloviana: una volta fatto sì che l’individuo sottoposto a “cura” colleghi un certo tipo di immagini (in questo caso crimini e forme di violenza in generale) a forti sensazioni fisiche (come la nausea), non potrà più nemmeno pensare alle prime senza provare le seconde.

Nel caso del romanzo di Damon Knight, invece, il blocco non avviene a livello fisico, ma solo ed esclusivamente psicologico. Grazie ad una macchina in grado di sondare la mente e di scavare nei ricordi, la possibilità di compiere azioni criminali viene annullata attraverso un procedimento che fa sì che i soggetti manipolati debbano fronteggiare delle figure autorevoli (chiamate “Analoghi”) ogni volta che intendono trasgredire le regole. Si potrebbe dire che in pratica la macchina in questione agisce facendo assumere connotati allucinatori al Super Io dello stesso soggetto manipolato ad un punto tale da impedirgli di agire liberamente. La tendenza a fare del male non viene cancellata: semplicemente viene bloccata da un’allucinazione che può incutere timore, paura, vergogna, sensi di colpa o quanto altro possa essere necessario per impedire all’individuo di far sì che il suo impulso possa trasformarsi in azione. Le azioni malvagie sono trattate come effetti di malattie mentali. Ma queste non vengono curate, sono solo tenute a bada da guinzagli psicologici che impediscono agli individui di uscire dai recinti allucinatori all’interno dei quali si trovano rinchiusi. In pratica non si tratta di una forma di cura delle malattie mentali, ma di una generazione artificiale di ulteriori patologie allucinatorie in grado di paralizzare il soggetto che era stato giudicato insano di mente.

Tuttavia, dall’iniziale impedire a chi è stato giudicato un delinquente di compiere ulteriori atti criminali, al successivo far sì che nessuno possa abbandonarsi a simili atti, il passo è molto breve. Infatti non passa molto tempo prima che una procedura ideata per impedire le azioni da parte di chi è stato giudicato malato di mente si trasformi in una prassi che abbraccia tutta la popolazione, impedendo a chiunque, in modo preventivo, di agire liberamente. Quindi anche ammettendo che le “buone intenzioni” iniziali consistessero nel desiderio di proteggere la collettività dal pericolo rappresentato da individui malvagi e violenti, quando a queste si aggiungono altre “buone intenzioni” – e cioè non solo impedire che i criminali possano mettere in atto più volte le proprie azioni ma evitare (preventivamente) che chiunque possa compiere un crimine – la realtà arriva a trasformarsi in un incubo dorato. Organizzazioni e strutture di diversa natura e con differenti obiettivi si spartiscono il territorio mondiale, inclusi i cittadini che lo popolano. E questi, a seconda del luogo in cui vivono, si trovano costretti a sottostare a differenti forme di autorità politiche, religiose, o perfino commerciali. Come nel caso del protagonista, Arthur Bass, che nasce e cresce in una realtà dove i cittadini sono prima di tutto Consumatori obbligati a rispettare regole che impongono loro di recarsi nei Grandi Magazzini, nuovi santuari della legalità e della moralità pubblica, e sottomettersi alla volontà di Venditori. Il controllo da parte delle autorità commerciali è talmente capillare che i Venditori – figure che fondono in sé caratteristiche tipiche tanto del sacerdote inquisitore quanto dell’autorità politica che direziona la volontà del suo elettorato – hanno perfino il diritto di controllare i conti correnti dei clienti per imporre il periodico acquisto di merce (spesso scadente al fine di obbligarli a ritornare).

Con Il Lastrico Dell’Inferno, Damon Knight sembrerebbe delineare i rischi per le libertà individuali che potrebbe comportare l’affermarsi di forme di controllo del comportamento. Ma esattamente come accade per gli individui che affollano il futuro che immagina, i rischi che presenta non solo non provengono da altri che dalla cittadinanza stessa, ma si basano su fattori già presenti da anni nelle società occidentali. Il vero elemento cardine del controllo sociale che viene messo in atto non è tanto nella tecnologia che viene impiegata, quanto piuttosto negli imperativi che i singoli individui avevano già assimilato ancora prima dell’impiego delle macchine stesse. Perché se da un lato è vero che senza le macchine che generano le allucinazioni non ci sarebbe il controllo, dall’altro è innegabile che se il soggetto non avesse già all’interno della propria mente figure in grado di agire da freno al comportamento non potrebbero nemmeno esserci gli Analoghi. Le macchine che instillano le allucinazioni non creano il controllo dell’individuo, piuttosto non fanno altro che amplificare quello già esistente all’interno della mente dello stesso, portandolo ad un livello tale che al soggetto diventi impossibile sottrarvisi.

Il romanzo non inventa nuove forme di controllo dal nulla, ma attinge a quelle già esistenti, usando l’immaginazione unicamente per amplificarle. In conformità con la migliore tradizione della fantascienza distopica, la rappresentazione di eccessi non ha semplicemente l’obiettivo di agire da monito per il futuro, quanto piuttosto di mettere a fuoco elementi del presente. L’amplificazione fantascientifica non ha solo lo scopo di mettere in guardia il lettore contro possibili derive future, ma prima di tutto agisce, come una sorta di microscopio sociale, per ingrandire aspetti che per quanto marginali sono già presenti nella società contemporanea. In questo caso, Damon Knight punta la propria lente d’ingrandimento verso quella forma di controllo che non si esercita mediante il divieto, quanto piuttosto attraverso l’interiorizzazione del consenso. Non a caso, nella realtà in cui il protagonista vive e lavora, non solo i cittadini sono consumatori obbligati a recarsi periodicamente nei Grandi Magazzini e partecipare al rito del consumo per non incorrere in sanzioni, ma anche e non secondariamente per non dover fronteggiare il disprezzo della comunità di cui sono parte. I già limitati margini d’arbitrio di cui godono i cittadini vengono ulteriormente ridotti dalla complicità dell’entusiasta partecipazione da parte della maggioranza (“Lei non vuole che i suoi vicini la considerino una risparmiatrice” è un’affermazione in grado di provocare travolgenti brividi di vergogna). E così, ordinatamente come cittadini in fila presso un seggio elettorale o come fedeli in attesa di ricevere l’eucaristia, i consumatori si presentano davanti ad un Venditore che impone loro delle scelte tra acquisti di cui è stato stabilito che hanno bisogno. Il rifiuto della scelta non è contemplato: essere considerati dei risparmiatori comporta appunto, nella migliore delle ipotesi, l’esclusione morale da parte della comunità.

Damon Knight non si limita a raccontare di ipotetici pericoli futuri, ma mette a fuoco meccanismi già in azione oggi. Il suo obiettivo è puntato in direzione di quello che Foucault definiva “biopotere”, e non solo per la relazione che viene individuata (come nel caso dell’autore francese, appunto) tra definizione della malattia mentale ed instaurazione di apparati disciplinari. Il meccanismo è tanto più dispotico quanto più le scelte di ogni singolo individuo vengono considerate questioni che riguardano tutta la Collettività. L’onnipresente sguardo di quest’ultima si è sostituito a quello della divinità, ed il Venditore ne è il sacro portavoce. Quello dell’acquisto è solo uno dei possibili riti attraverso cui la biopolitica ha modo di disciplinare i cittadini, affermandosi in misura tanto più netta e profonda quanto più ampia ed entusiasta è la partecipazione da parte di questi ultimi. I Consumatori hanno assimilato l’imposizione della prassi degli acquisti come un loro diritto/dovere, e ne sono condizionati a tal punto da giudicare con disprezzo chi prova anche solo a sottrarsi da un simile impegno. Motivo per cui, ogni scelta d’acquisto messa in atto all’interno del Grande Magazzino, in quanto adesione ad opzioni prestabilite da una gerarchia superiore, non fa altro che rafforzare l’Apparato statale.

Una volta dissoltosi il fumo della retorica della tutela degli interessi della popolazione, il meccanismo di controllo messo in atto attraverso l’impiego degli Analoghi mostra il suo volto suadentemente oppressivo. La garanzia della tutela del bene della comunità è la sovrastruttura ideologica che permette ad una elite al potere di radicare la propria esistenza preservando lo stato delle cose. Le “buone intenzioni” che circondano i discorsi relativi alla tutela dei cittadini non fanno altro che lastricare la strada che conduce all'”inferno” dell’oppressione. Con la differenza che questo “inferno” non è una prigione di sofferenza, ma qualcosa di più simile al Paese dei Balocchi di collodiana memoria. Ad un punto tale che gli Analoghi finiscono con l’essere considerati come “Angeli Custodi” (proprio per la loro natura di freno inibitorio nei confronti del male), e se qualcuno viene scoperto esserne privo diventa causa di panico presso la folla che teme di avere di fronte un caso di “possessione”. In definitiva, si tratta di un controllo tanto più capillare ed assoluto quanto più non si basa su metodi coercitivi o leggi marziali. Perché il trionfo del potere dispotico non avviene nel momento in cui i pochi e rari e dissidenti vengono presi in custodia dalle forze dell’ordine, ma ogni volta che la maggioranza dei cittadini è ben felice di partecipare al rito che la struttura dispotica ha allestito per loro.

Nessun commento

Mick Foley – Have A Nice Day!

Il 28 Giugno 1998, presso la Civic Arena di Pittsburgh in Pennsylvania, si tenne la sesta edizione del pay-per-view della WWE intitolato King Of The Ring. Uno dei main event previsti per la serata era un tipo di incontro noto come Hell In A Cell. In pratica si tratta di un evento nel quale il ring si trova racchiuso all’interno di una enorme gabbia e i wrestler possono vincere solo per schienamento o per sottomissione. Non c’è conteggio fuori dal ring, né tantomeno squalifica. In questa occasione i protagonisti dell’evento sono Mick Foley (nei panni di Mankind) e The Undertaker, che l’anno precedente era stato protagonista, insieme a Shawn Michaels, di un altro memorabile incontro dello stesso tipo. Il primo a fare il suo ingresso nell’arena è Mankind, che si dirige verso il ring con la consueta maschera a coprire parte del volto ed una sedia in mano. Ma anziché entrare all’interno, si arrampica all’esterno e va ad aspettare il suo avversario sulla rete che chiude la gabbia dall’alto. E questo non si fa attendere. Partono i rintocchi delle campane, le luci si abbassano, e The Undertaker si dirige verso il centro dell’arena nel suo classico stile lento e minaccioso. Si ferma qualche secondo per togliersi il soprabito ed osservare il suo avversario che lo aspetta in alto e poi senza esitare si arrampica a sua volta per raggiungerlo. I due cominciano a colpirsi quando ancora The Undertaker non è nemmeno arrivato in cima. E quando non è trascorso nemmeno un minuto dall’inizio, la rete comincia a mostrare di avere qualche difficoltà nel reggere il peso dei due colossi. Ma il primo vero colpo di scena arriva poco dopo: The Undertaker agguanta da dietro Mankind e lo spinge oltre il bordo, facendolo cadere dalla cima della gabbia. Mick Foley fa un volo di circa 5 metri andando a schiantarsi sul tavolo dei commentatori spagnoli. Dopo essere rimasto immobile a lungo, Mick Foley ricomincia a muoversi lentamente ma non è chiaro se sia in grado di continuare ad esibirsi. Il primo ad accorrere per valutare le sue condizioni è Terry Funk, vecchio amico di Mick Foley nonché suo avversario in alcuni dei suoi match più intensi e brutali. Immediatamente lo seguono diversi arbitri e altro personale di sicurezza della WWE. Mick Foley si toglie la maschera di Mankind e la gabbia viene sollevata con The Undertaker ancora in cima ad essa per permettere al personale della federazione di soccorrere il wrestler. Mick Foley viene caricato su una barella che subito dopo si avvia verso l’esterno dell’arena. L’incontro sembra finito dopo nemmeno cinque minuti di effettivo spettacolo. Ma mentre la gabbia viene calata per permettere a The Undertaker di scendere, Mick Foley fa fermare la barella a metà della rampa che porta all’esterno, si rimette in piedi e con un sorriso storto sulla faccia che diventerà una delle immagini più famose della sua carriera si dirige nuovamente verso la gabbia. Esattamente come prima, si arrampica all’esterno anziché entrare nel ring, e una volta in cima il match può ricominciare.

Passano pochi istanti e The Undertaker agguanta alla gola Mick Foley per effettuare una chokeslam. Data la situazione precaria in cui si trovano, la mossa viene effettuata debolmente. Ma tanto basta a sfondare la parte della rete su cui cade Mick Foley, facendolo piombare a peso morto sul ring, dove impatta duramente sulla schiena, seguito a ruota dalla sedia che lo colpisce al volto. Ancora una volta il personale della WWE va a circondare il wrestler senza sensi sul ring per accertarsi delle sue condizioni. The Undertaker si cala lentamente all’interno del ring dove affronta Terry Funk che gli va incontro per far guadagnare tempo ad un Foley che inizia a dar segni di ripresa. The Undertaker combatte lentamente per far sì che un Mankind malfermo sulle gambe possa riprendere fiato. Piano piano l’incontro riprende: il ritmo è estremamente basso, ma il pubblico può vedere chiaramente come i due uomini dentro la gabbia stiano già dando molto di più di quanto potesse essere lecito chiedere. Tra impatti contro la gabbia, botte con la sedia e altri colpi vari, l’incontro sembra procedere normalmente verso la fine, con Mick Foley che continua ad esibire il suo sorriso folle con la bocca piena di sangue e The Undertaker che a sua volta può esibire una una ferita alla fronte. Ma il Mrs. Foley’s Baby Boy ha in serbo ancora una sorpresa: da sotto il ring tira fuori un sacco con dentro migliaia di puntine che rovescia direttamente sul ring. L’incontro arriva così velocemente alla fine, con The Undertaker che schiena Mick Foley dopo la sua consueta Tombstone Piledriver, ma non prima di aver schiacciato due volte il suo avversario sul tappeto di puntine.

Anche se sconfitto, Mick Foley può uscire di scena tra gli applausi del pubblico. Tra gli infortuni che si è procurato nel corso di quell’esibizione è possibile elencare: una commozione cerebrale, una spalla e la mascella slogate, due costole rotte, la perdita di un dente e mezzo, una dozzina di punti per il taglio sotto il labbro, un ematoma ad un rene. Ma queste sono cose che più o meno conoscono tutti coloro che hanno avuto modo di vedere l’incontro e leggere articoli a proposito. Quello che invece il pubblico non conosce nei dettagli è il percorso che ha portato i due wrestler ad esibirsi in uno spettacolo simile. E si tratta soltanto di uno dei tanti episodi che costellano l’intensa carriera di Mick Foley e che lui stesso in prima persona racconta in questo suo primo volume autobiografico. Have A Nice Day! è un lungo viaggio nella memoria nel quale, partendo dalla scoperta del mondo del wrestling ed arrivando in pratica fino alla sua conquista della cintura di campione WWE, Mick Foley offre al lettore non solo una lunga galleria di aneddoti che raccontano storie e retroscena, ma anche e soprattutto la possibilità di gettare uno sguardo dietro le quinte, anche grazie ad una narrazione tanto lucida quanto autoironica.

Ad esempio, nel caso dell’incontro menzionato sopra, Mick Foley non esita a raccontare candidamente di come il tutto sia stato il risultato di una sua idea. Sapendo di dover affrontare The Undertaker in un Hell In A Cell, si mise a studiare con attenzione l’incontro precedente tra il suo avversario e Shawn Micheals. La conclusione a cui arrivò facilmente era impietosa: i due erano stati protagonisti di un match talmente straordinario che sarebbe stato praticamente impossibile da replicare. Non solo lui non poteva in alcun modo competere con l’agile ed esplosiva abilità atletica di Shawn Michaels, ma nemmeno il suo avversario avrebbe potuto replicare quanto fatto da lui stesso un anno prima: a causa di un infortunio, The Undertaker sarebbe dovuto salire sul ring con una frattura ad un piede ancora in via di guarigione. Da qui l’idea di stupire subito il pubblico con un volo da cinque metri d’altezza.

Quando presentò la sua idea al suo avversario, questo si mostrò ben più che esitante a causa della sua evidente pericolosità. E The Undertaker continuò ad essere dubbioso in merito fino a pochi giorni prima dell’incontro, cioè fino a quando la valutazione delle loro condizioni fisiche e l’insistente convinzione del suo avversario sulla fattibilità del tutto non ebbero la meglio sulle sue resistenze. Ma la sicurezza che ostentava non era incoscienza del pericolo: Mick Foley sapeva bene che sbagliare la caduta avrebbe potuto causargli danni gravissimi. Così, quando si rimise in piedi dopo la prima caduta, pensava che il peggio fosse passato. Invece la seconda – non pianificata – caduta dalla rete della gabbia fu paradossalmente peggiore della prima. Per quanto avvenuta da un’altezza leggermente inferiore e su un piano più elastico rispetto al tavolo dei commentatori, la caduta di schiena sul ring gli fece perdere completamente i sensi per un paio di minuti, tanto che quando cominciò a riprendersi dovette orientarsi senza avere ben chiaro cosa fosse accaduto nel frattempo. E senza riuscire a riguadagnare un buon livello di lucidità mentale per tutta la durata dell’esibizione. Non a caso fu solo nei giorni successivi che riuscì a rimettere insieme tutti i pezzi di quella ventina di minuti vissuti in stato di semi-coscienza, rivedendo la registrazione dell’incontro e parlando con le altre persone coinvolte.

Quello che risulta chiaro, da questo come dai tanti altri episodi che Mick Foley condivide con il lettore, è che il wrestling è una disciplina molto meno finta di quanto tendano a pensare i non appassionati. Ovviamente i risultati degli incontri sono sempre prestabiliti. E la violenza che viene esibita è frutto di scelte coreografiche. Ma gli effetti di quella violenza spesso sono reali, a volte più di quanto gli atleti facciano vedere al pubblico. A proposito degli scontri fisici che è possibile vedere durante un incontro di wrestling è pertanto possibile individuare due diversi tipi di finzione: una per eccesso e una per difetto. Infatti, come ci sono momenti in cui i wrestler fanno finta di provare dolore in seguito a colpi che non arrivano nemmeno a sfiorare il loro bersaglio, così ce ne sono altri in cui lasciano trasparire molto meno dolore di quanto ne stiano effettivamente provando. In pratica il wrestling è una di quelle attività in cui i soggetti coinvolti non possono evitare di fare realmente ciò che fingono di fare. Non trattandosi di uno sport competitivo, il fare male all’avversario è qualcosa che appartiene alla finzione scenica e non alle reali intenzioni dell’atleta, ma allo stesso tempo è qualcosa che l’atleta non può evitare di fare. Quindi l’abilità degli atleti non consiste semplicemente nell’evitare di danneggiare fisicamente sé o gli altri, quanto piuttosto nell’evitare che i danni possano essere gravi o permanenti. Paradossalmente, la finzione si trova così a diventare più realistica della realtà stessa: il dolore è reale come chiede la finzione, indipendentemente da quali siano le “reali” intenzioni degli atleti coinvolti. La finzione scenica si appropria della realtà piegandola alle proprie necessità, ed il pubblico vi partecipa attivamente ben sapendo quale sia la natura dello spettacolo al quale sta assistendo: una forma d’intrattenimento prima di tutto, ma anche un’esibizione sportiva nel quale il risultato non ha alcun valore se non all’interno della finzione stessa.

Proprio in quanto forma di spettacolo, il wrestling riesce ad essere uno sport nel quale il risultato assume un valore secondario rispetto all’esibizione stessa. Ed essendo svincolate dall’indeterminazione di risultati da raggiungere attraverso la competizione, le performance atletiche degli atleti arrivano ad incarnare lo spirito olimpico in una forma incompromissoria. Se nelle discipline sportive classiche la nota affermazione di uno dei padri delle Olimpiadi moderne, secondo cui la cosa importante non è vincere ma partecipare e battersi al meglio delle proprie possibilità, spesso suona come una forma di consolazione rivolta ai perdenti, nel wrestling si tratta di una regola di base. Criticare il wrestling concentrandosi su quanto vi è di predefinito significa rapportarsi alla realtà di una finzione al di fuori dei limiti che essa stessa definisce. Anche se i wrestler non lottano realmente tra loro, all’interno della finzione la lotta che prende forma grazie alla loro messinscena è reale. E spesso molto pericolosa.

Nessun commento

Carnage – Roman Polanski

All’inizio degli anni ’90 fu prodotta una serie televisiva intitolata Herman’s Head. A livello di impostazione generale, si trattava della tipica serie comica nella quale un protagonista, Herman, si trovava ad affrontare le consuete situazioni di vita quotidiana tipiche delle sit-com statunitensi. Tuttavia questa serie aveva una particolarità: ogni volta che il protagonista si trovava di fronte alla necessità di prendere una decisione, o più in generale ogni volta che si voleva mostrare al pubblico cosa Herman stesse realmente pensando, l’azione si trasferiva all’interno della sua mente. Questa veniva rappresentata come una grande stanza all’interno della quale si trovavano quattro diversi personaggi che interagivano tra loro, ognuno incarnazione di un diverso aspetto della personalità del protagonista. C’era una donna che rappresentava l’emotività e gli aspetti più sensibili del suo carattere, un uomo che ne incarnava le pulsioni e gli appetiti in generale, un ipocondriaco che dava un volto alle sue paure e alle sue ansie, ed infine un uomo posato e ben vestito che invece dava voce alla logica ed al pensiero razionale. Ognuno di loro cercava di imporsi sugli altri tre nella guida di Herman, ma non si trattava di una semplice lotta di tutti contro tutti, infatti non raramente si creavano fazioni ed alleanze per dare forma ad una piccola ed estemporanea maggioranza in grado di mettere in minoranza la voce dissidente. Ed è quello che spesso accade anche in Carnage, pur con tutte le differenze tematiche e narrative.

Lo scopo di una simile premessa non consiste nell’affermare che Roman Polanski (o Yasmina Reza, l’autrice dell’opera da cui è tratto il film) sia partito da Herman’s Head per realizzare Carnage. Quanto piuttosto individuare, attraverso l’evidenziazione dell’analogia, una serie di punti in comune che aprono il film ad una lettura di matrice psicologica. L’azione del film di Polanski si svolge interamente all’interno di un appartamento di Brooklyn, e come nella sit-com sopra citata, anche qui ci sono quattro personaggi che si trovano a discutere tra loro. Si tratta di due coppie, i Cowan ed i Longstreet, che si sono date appuntamento a casa di questi ultimi per discutere di uno spiacevole fatto che ha messo i loro figli uno contro l’altro. Michael Longstreet (John C. Reilly) è un rappresentante di articoli per la casa, mentre sua moglie Penelope (Jodie Foster) è una scrittrice appassionata di arte e fotografia impegnata nella scrittura di un libro sul Darfur. Il loro figlio undicenne Ethan è stato vittima di un’aggressione da parte del coetaneo Zachary Cowan, che nel corso di una discussione nel parco l’ha colpito in faccia con un bastone rompendogli due incisivi. I genitori di quest’ultimo sono Nancy (Kate Winslet), un’operatrice finanziaria, e suo marito Alan Cowan (Cristoph Waltz), un avvocato che passa larga parte del suo tempo al telefono a discutere di questioni professionali.

Inizialmente l’incontro sembra essere animato dall’intenzione da parte di tutti di risolvere la questione in modo educato e civile. Ma ben presto le cose degenerano, con le due coppie che in modo più o meno palese si rinfacciano colpe e responsabilità. Periodicamente l’incontro sembra giungere a termine, con i Cowan che si congedano e si apprestano a lasciare la casa dei Longstreet per andare a dedicarsi ai loro impegni. Tuttavia ogni volta interviene uno scambio, una frase, o anche solo una semplice battuta, che riaccende la discussione in modo sempre più violento, sgretolando la facciata di educazione e di civiltà all’insegna della quale era stato programmato l’incontro. Tutte le formalità buoniste e politicamente corrette svaniscono lasciando spazio a forme di ostilità e di risentimento che non si limitano a mettere le due coppie una contro l’altra, ma che investono anche i singoli coniugi, andando a creare una serie di alleanze mobili che cambiano velocemente di minuto in minuto. Complice l’alcol, le formalità vengono progressivamente abbandonate, facendo sì che ogni personaggio esibisca un particolare carattere dominante. Come in Herman’s Head, ogni personaggio può essere assimilato ad un particolare aspetto psicologico: il comportamento di Alan appare dominato soprattutto da una lucida razionalità, quello di Nancy da un’ansia conciliante, quello di Penelope dall’emotività ed infine quello di Michael dalla pulsionalità. Ma nel loro insieme non costituiscono il profilo psicologico di un singolo soggetto in particolare. Piuttosto, al di sotto delle differenze, tracciano il profilo di un soggetto generico nel quale trovano spazio comportamenti tipici dell’individuo moderno.

Una volta accantonate le formalità ed esaurito il desiderio di fare una buona impressione agli occhi del prossimo, ciò che affiora sono gli egoismi ed i risentimenti, i desideri di affermazione che spesso sfumano nella sopraffazione e nell’indifferenza di fronte alle ragioni dell’altro. I temi dei litigi tra le due coppie, quando non quelli dei singoli coniugi tra loro, cambiano in continuazione, in un’interminabile giostra di accuse reciproche. Polanski non risparmia nessuna tipologia. Se da un lato dietro la distaccata razionalità di Alan Cowan si nascondono disinteresse e cinismo, dall’altro alle spalle dell’apparentemente coinvolta emotività di Penelope si erge la prepotente convinzione di chi pretende di essere ascoltata senza dover ascoltare (non a caso, considera sufficiente lo scambio di qualche convenevole per sentirsi autorizzata a riprendere i suoi ospiti sul loro modo di svolgere il compito di genitori, esattamente come non trova nulla di strano nello scrivere un libro sui problemi di un paese, distante a livello sociale e culturale più ancora che a livello geografico, nel quale non ha mai messo piede). Inizialmente più moderati, presto anche Michael e Nancy gettano le loro rispettabili maschere, lei abbandonandosi a crisi di nervi e lui affermando fieramente di non essere la persona posata e ragionevole che aveva fatto finta di essere solo per andare incontro alle richieste della moglie.

Il dramma che si consuma nell’appartamento di Brooklyn, e che spingerà Nancy ad affermare che si tratta del “giorno più infelice della mia vita“, si inserisce in quel filone riconducibile ad A Porte Chiuse di Sartre, a L’Angelo Sterminatore di Bunuel, nonché a diverse opere di Stephen King e molti altri: una serie di individui che cercano di farsi del male a vicenda all’interno di uno spazio chiuso. Ma in Carnage il tutto assume un’impronta marcatamente bellica. Quella a cui si assiste è una vera e propria escalation militare: dalla diplomazia iniziale si passa velocemente ad una serie di piccole scaramucce, in un crescendo di intensità sempre maggiore fino ad arrivare allo scontro esplicito in campo aperto. Non mancano gli attacchi né gli arretramenti più o meno tattici, come non mancano i capovolgimenti di fronte e i cambi di alleanze. Ed il fatto che il film si apra con le due coppie già d’accordo sull’episodio che ha visto coinvolti i figli è la dimostrazione di come nessuno dei personaggi in gioco sia mai stato realmente interessato a trovare un punto in comune. L’accordo raggiunto all’inizio dalle coppie non è un punto d’arrivo, ma la base a partire dalla quale ognuno cercherà di muoversi per ottenere sempre di più. Non si tratta di un’ammissione di responsabilità, quanto piuttosto dell’individuazione degli elementi a partire dei quali sarà possibile partire all’attacco degli altri con un fuoco di fila di accuse che si allargheranno a macchia d’olio, travalicando i confini tracciati dal singolo episodio in questione e che ha dato vita all’incontro. Non mancheranno nemmeno i colpi bassi, in un vortice di discussioni in cui ognuno sembra avere come unico desiderio colpire l’interlocutore del momento, anche nell’ambito di quella sfera personale che nulla ha a che vedere con lo scontro tra i loro figli.

Nessuno ascolta gli altri, e ancora meno sembra essere interessato ad impiegare le proprie energie in qualcosa che non consista nel sovrastare gli altri con le proprie parole. Ad un punto tale che l’episodio di Nancy che incidentalmente vomita sui libri di Penelope – lasciati a far bella mostra di sé sul tavolino nel centro della stanza come fossero stendardi dell’ego della padrona di casa – assume un valore che va oltre il mero fatto in sé. Man mano che vengono meno i freni inibitori delle formalità e della buona educazione, tutti si fanno sempre meno scrupoli nel vomitare addosso agli altri la propria rabbia e il proprio livore: un flusso continuo di rancori e risentimenti che ognuno coltiva dentro di sé e che sembra non attendere altro che un pretesto qualsiasi per rovesciarsi all’esterno. E’ così che il film si trasforma nella rappresentazione della civiltà degli indici accusatori puntati costantemente verso la faccia di chi si trova davanti, da parte di individui che come bambini ripetono in continuazione “Non è colpa mia! E’ colpa tua!” E’ la società dei contrasti continui, nella quale i confini di ciò che è legale non stabiliscono un terreno comune nel quale risiedere, quanto piuttosto il campo di battaglia dove le diverse fazioni cercano di affermare le proprie idee e i propri valori schiacciando quelli altrui, incuranti delle loro ragioni e della loro liceità. Carnage è la rappresentazione dell’infernale banalità degli individui che si torturano gratuitamente, nella quale basta la cornice silenziosa di una lite tra ragazzini a smascherare l’ipocrisia di un politicamente corretto che crolla miseramente di fronte all’incapacità di tollerare una semplice divergenza di opinione da parte dei propri simili.

, , , ,

Nessun commento

Gli Alfieri Della Penitenza

Archiviata l’avventura della nazionale azzurra ai campionati europei di calcio 2012, quelle che rimangono, insieme alle vittorie e alle sconfitte, ai goal e alle parate, alla infinite opinioni di una nazione che ogni due anni si risveglia popolata da decine di milioni di commissari tecnici, sono le tracce delle solite polemiche da parte di chi non perde occasione per invocare penitenze collettive. Non le dichiarazioni di tifo anti-azzurro, le quali non costituiscono altro che il fil rouge che collega trasversalmente giornalisti di quotidiani radical chic e radiocronisti di emittenti “padane”. Ma le affermazioni dei tanti che a fronte di un evento che giudicano frivolo non mancano di levare alti al cielo i propri “penitenziagite!” Il campionato europeo di calcio è ovviamente solo un mezzo attraverso il quale questi Alfieri della Penitenza hanno avuto modo di accusare pubblicamente, e di solito in osservanza dei principi del benaltrismo, tutta la superficialità che secondo loro risiede nel concedersi qualcosa di piacevole a discapito di altre cose giudicate più gravi ed importanti. Se non si tratta di calcio, può essere un film, un programma televisivo di successo, una giornata passata a fare shopping nelle vie del centro, o quanto altro possa essere trasformato in oggetto di disprezzo in ragione di una (unilateralmente definita) mancanza di profondità. A fronte di dati di ascolto che indicano come le partite della nazionale abbiano totalizzato indici da record, puntuali non sono mancati i commenti di coloro che notavano come gli italiani avessero passato intere serate a tifare per la nazionale mentre “il paese va a rotoli…

Apparentemente sembrerebbe trattarsi di una presa di posizione volta ad invocare una reazione contro una situazione problematica, una sorta di richiamo ad una maggiore responsabilità da parte della collettività. Ma in realtà non si tratta di altro che di un atto autoreferenziale contro ciò che altri possono trovare piacevole o divertente. Non a caso, tali accuse vengono rivolte solo nei confronti di alcuni oggetti e non di altri. In generale, accade frequentemente di leggere o sentire affermazioni del tipo “gli italiani si fermano in massa a guardare la nazionale di calcio mentre il paese va a rotoli…” oppure “gli italiani corrono al cinema a vedere i film dei Vanzina mentre il paese va a rotoli…“, ma non “gli italiani guardano Ballarò in televisione mentre il paese va a rotoli…” o “gli italiani vanno a vedere il film di Bertolucci mentre il paese va a rotoli…“. A livello pratico, andare al cinema a vedere un film di Bertolucci non è utile a risollevare le sorti del paese più di quanto non lo sia la visione dei film dei Vanzina. Ed allo stesso modo, passare una serata a guardare Ballarò o un qualsiasi altro programma con dibattiti politici non è più produttivo di quanto possa esserlo la visione di una partita di calcio, del Festival di Sanremo, o di un qualunque varietà nazionalpopolare. Eppure solitamente, perlomeno agli occhi del tipico Alfiere della Penitenza, i primi non arrivano a godere dello stesso disprezzo dei secondi. Ne segue che il problema non consisterebbe in sé nell’andare al cinema o nel guardare la televisione di sera, o più in generale nel sottrarre energie ed attenzioni ad attività di cui potrebbe beneficiare tutta la collettività. Si tratta piuttosto di atti d’accusa volti a colpevolizzare le scelte altrui al fine di esibire una qualche forma di superiorità. E’ l’invocazione di una sorta di militarizzazione morale del tempo libero nella quale vengono invocate gerarchie di valori il cui scopo è permettere al soggetto che le esibisce di vantare in modo unilaterale la propria superiorità.

I commenti negativi nei confronti dell’attenzione che la collettività può dedicare al calcio, ai programmi televisivi nazionalpopolari, al gossip, allo shopping più edonistico, e così via, fanno parte di un quadro che assume i connotati di una crociata morale. Infatti non c’è nulla che possa fare pensare, anche solo lontanamente, che se gli italiani si fossero dedicati alla visione di altri programmi televisivi (o ad altre attività in generale) al posto della partita della nazionale, allora l’indomani la situazione del paese sarebbe cambiata. Per questo motivo, tali prese di posizione si configurano come sintomi di qualcosa di diverso. Seppure in una forma laica, quella che esce dall’ombra è una versione della concezione del piacere come colpa. Ma a differenza della classica forma religiosa secondo cui se un piacere rappresenta una colpa allora lo è in ogni sua manifestazione, in questo caso solo i piaceri altrui rappresentano un peccato degno di biasimo. E’ un po’ come se cedere alle tentazioni della gola in quanto tali non rappresentasse sempre un peccato, ma lo fosse solo nei limitati casi in cui altri si trovano a capitolare di fronte al sapore di cibi che l’accusatore non ama affatto. In questo modo, all’interno cioè di contesti che muovono a partire dalla metodica colpevolizzazione degli altri e delle loro preferenze, il biasimo che viene rivolto a tali scelte diventa la base sulla quale il soggetto può ergersi per esibire pubblicamente la propria autoassoluzione.

Il tipico Alfiere Della Penitenza punta il proprio indice accusatore contro le scelte altrui come se il semplice fatto di prendere le distanze da qualcosa comportasse automaticamente la possibilità di ergersi al di sopra di esse. In pratica si tratta della messa in pratica all’interno di una gerarchia di valori del principio di Autoesclusione. Come la penitenza attraverso il distacco dalle tentazioni permette al fedele di ripulire la propria coscienza, così l’Alfiere laico rivendica una rinnovata purezza grazie al distacco da qualcosa. Ma a differenza di quanto accade nel caso del fedele, qui in gioco non ci sono rinunce a cose che l’Alfiere apprezzava. Ad esempio, la persona che vanta l’assenza di un apparecchio televisivo all’interno della sua dimora non è una persona che ne apprezzava i contenuti. Nel contesto di un circolo vizioso nel quale l’affermazione di sé deriva il proprio valore dalla negazione dell’alterità, il disprezzo verso ciò che non è di proprio gradimento si estende ai soggetti che non condividono lo stesso insieme di valutazioni. E allo stesso tempo, il biasimo verso questi viene posto come base del disprezzo nei confronti delle loro scelte. L’Alfiere Della Penitenza non rinuncia in prima persona alle cose che apprezza e stima, ma a cose distanti dal suo gradimento e dai suoi interessi. Poi, una volta messa in pratica la sua scelta, invita anche chi ha opinioni e gusti diversi dai suoi a fare altrettanto, salvo biasimare tutti coloro che non si conformano ai suoi giudizi. Quella che offre è una falsa scelta: ognuno è libero di seguire le proprie preferenze, ma se queste non vanno nella direzione giusta allora sono indegne di rispetto. Il tutto assume così un profilo paradossale ed intimamente contradditorio: in un contesto culturale nel quale il pluralismo invita ad accettare scelte di vita profondamente diverse dalle proprie, i gusti e le opinioni altrui vengono fatte oggetto di biasimo e disprezzo se non omologate a qualcosa posto come Giusto. E alle spalle del richiamo alla serietà e alla sobrietà fa capolino un modo di pensare da Fattoria degli Animali: tutte le preferenze personali sono uguali, ma alcune sono più uguali delle altre.

Nessun commento

Stephen King – 22/11/’63

Secondo un famoso motto, le vie dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni. E proprio questo principio sembrerebbe aver guidato la mano di Stephen King nel dare vita ad una storia che, utilizzando ingredienti noir all’interno di un contesto fantascientifico, punta dritta al cuore di uno degli eventi che maggiormente hanno segnato la storia e l’immaginario statunitensi. I classici temi del viaggio nel tempo e degli universi possibili formano la cornice fantastica di 22/11/’63, un classico what if… che disegna una realtà all’interno della quale John F. Kennedy non è stato assassinato. Il tutto ha inizio quando Jake Epping, un anonimo professore di letteratura con alle spalle un matrimonio fallito, viene invitato dal suo amico Al Templeton a vedere una cosa che ha sul retro del locale di cui è proprietario: un varco temporale che conduce alle ore 11.58 del 9 Settembre 1958. Non importa quanto il viaggiatore potrà decidere di fermarsi dall’altra parte, la sua assenza nel presente sarà sempre e solo di due minuti. Che lui decida di rimanere nel passato poche ore, qualche mese, o addirittura anni, nel momento in cui farà ritorno nel presente saranno passati solo due minuti. Inoltre, ogni volta che la soglia viene attraversata, tutte le modifiche apportate al corso del tempo nei viaggi precedenti, anche quelle minime, vengono annullate e sostituite da ciò verrà fatto (o non fatto) nel corso del nuovo viaggio. Nessuna delle persone che vengono incontrate nel passato ha memoria di quanto accaduto in altri viaggi precedenti. L’unica eccezione è costituita da una figura che sembra avere una qualche cognizione di ciò che accade: un misterioso uomo con una carta verde che si trova poco lontano dall’uscita del varco.

Il motivo per cui Al fa vedere tutto questo a Jake è per chiedergli di realizzare il piano che lui non è riuscito a portare a termine a causa del suo ammalarsi di cancro dopo quattro anni di permanenza nel passato: impedire a Lee Harvey Oswald di assassinare il presidente John F. Kennedy il 22 Novembre 1963. Secondo Al, impedendo la morte di JFK, il mondo sarebbe un posto migliore: un luogo nel quale gli Stati Uniti non avrebbero partecipato alla guerra nel Vietnam e, forse, nemmeno Martin Luther King sarebbe morto a causa di un attentato. Si tratta di convinzioni che Jake condivide, tanto che dopo un viaggio di prova relativamente breve durante il quale si impegna per evitare lo sterminio della famiglia di Harry Dunning (il bidello della scuola al quale è molto affezionato) accantona le sue riserve ed accetta di assumere la falsa identità di George Amberson e di mettere in atto il piano di Al. Quest’ultimo gli fornisce documenti d’identità falsi e 9.000 dollari in contanti che gli serviranno per iniziare la sua vita nel passato. Come nel precedente viaggio, la prima cosa che si impegna a fare è cambiare il corso della vita del suo amico Harry, impedendo che la sua famiglia venga sterminata durante la notte di Halloween. E questo è solo il primo di una serie di interventi che Jake/George mette in atto al fine di cambiare il corso delle cose che secondo lui non sarebbero andate nel modo giusto. Tuttavia ben presto ha modo di rendersi conto del fatto che il passato non è una semplice materia inerte sulla quale lui può intervenire indisturbato a suo piacere. Non passa molto tempo prima che Jake realizzi che il passato oppone resistenza cercando di impedirgli di modificarlo, e che tale opposizione si rivela essere tanto più intensa quanto più rilevante è l’evento sul quale cerca di intervenire.

Jake si cala perfettamente nella parte di George, dividendosi tra il suo ruolo di insegnante presso una scuola di Dallas e la sua relazione con la collega Sadie da una parte, e l’attività di sorveglianza nei confronti di Lee Harvey Oswald dall’altra. Malgrado un’azione sempre più intensa e violenta da parte del passato al fine di impedirgli di portare a compimento la sua missione, il protagonista arriva al suo appuntamento con la storia nel Novembre del ’63 e crede di esser riuscito, non senza sacrifici, a correggere la storia. Ma quello che ha modo di vedere attraversando il varco temporale per tornare nel presente è un mondo di gran lunga peggiore rispetto a quello che si era lasciato alle spalle cinque anni prima. John F. Kennedy è arrivato alla fine del suo mandato e Lyndon B. Johnson non è mai diventato presidente. Ma nemmeno i movimenti per i diritti civili hanno avuto luogo. E la terra è costantemente sconvolta da terremoti che la stanno distruggendo lentamente. Jake torna nuovamente attraverso il varco e l’uomo con la carta verde, che si rivela essere una sorta di custode a guardia del tempo, gli spiega che i terremoti sono conseguenza proprio delle sue azioni. Queste avrebbero causato delle fratture nelle linee temporali talmente profonde da sconvolgere il piano fisico.

Ancora una volta è una forma di male a dominare la scena della narrazione di King. Ma a differenza di altre volte, il protagonista non è colui che lotta contro il male, è piuttosto la persona che lo compie. Jake porta avanti il progetto di Al armato delle migliori intenzioni e nella più completa buona fede. Ciò non toglie che la sua volontà di riplasmare la storia secondo le sue convinzioni rivela una superbia cieca e tirannica, ai confini del fanatismo. Fino a quando non lo vede con i suoi occhi, Jake non sembra venire in alcun modo sfiorato dall’idea che impedire l’uccisione di John Kennedy potrebbe far sì che la storia prenda una piega ben peggiore. Così come non prende mai in considerazione l’idea che i tentativi da parte del passato di impedire le modifiche possano essere una forma di autodifesa per cercare di proteggersi dalle sue aggressioni. Le azioni di Jake sono guidate dalla salda convinzione di sapere cosa è bene e cosa è male, cosa sarebbe giusto modificare e cosa può essere abbandonato al suo più o meno triste destino. Una convinzione, la sua, che affonda le radici in una fede quasi cieca nei confronti del mito di JFK. Il Kennedy che Jake vuole sottrarre al suo destino non è quello reale dei suoi due anni di mandato presidenziale. Non è quello che, per esempio, ha appoggiato lo sbarco nella Baia dei Porci in spregio a tutte le promesse elettorali a base di pace e libertà. E’ piuttosto il mito sopravvissuto nella forma di impegni e promesse: la convinzione che se non fosse stato fermato violentemente nella Dealey Plaza di Dallas avrebbe messo in pratica quanto affermato nei suoi famosi discorsi. Il Kennedy che Jake vuole salvare non è quello che ha governato il paese coerentemente con le linee politiche tracciate dalle amministrazioni precedenti – quello della crisi missilistica di Cuba e dell’incremento delle forze militari statunitensi in Vietnam – è piuttosto quello che ancora oggi è oggetto di ammirazione, quello che vive grazie alla convinzione che la mancata attuazione delle sue promesse di un mondo migliore sia da imputare solo alla tragica interruzione del suo mandato.

Se da un lato quella di John F. Kennedy è una storia di cui è stato scritto il finale, dall’altro Jake Epping si comporta come un fan sfegatato che non riesce ad accettarne la naturale conclusione. Le azioni di Jake sono guidate da un unico, granitico imperativo: Kennedy non deve morire. In tal senso, il rapporto tra il protagonista ed il passato che si oppone al suo intervento risulta a simile a quello che l’infermiera Annie Wilkes intreccia con lo scrittore Paul Sheldon in Misery. Pur con tutte le differenze a livello di obiettivi da raggiungere, di mezzi impiegati, nonché di profili psicologici e morali, Annie Wilkes e Jake Epping condividono il medesimo desiderio di sovvertire il finale di una storia. Convinti entrambi che le storie di Misery e di Kennedy si siano chiuse in un modo che non rendeva loro giustizia, Annie e Jake sfruttano le occasioni che si sono presentate loro per sovvertire un ordine delle cose che non vogliono accettare. Jake intende cancellare mezzo secolo di storia sostituendola con il futuro che lui crede avrebbe dovuto esserci. In un modo analogo a quello di Annie che costringe Paul a distruggere l’unica copia del suo nuovo romanzo, nella convinzione che il nuovo lavoro dello scrittore non faccia altro che occupare indegnamente il posto di ciò che avrebbe dovuto esserci davvero: un nuovo capitolo della saga di Misery. Sulla base di simili premesse ci si potrebbe chiedere se la figura di Annie Wilkes non sarebbe risultata meno negativa se le vicende di Misery fossero state narrate attraverso il suo punto di vista. Oppure, viceversa, ci si potrebbe chiedere se Jake sarebbe risultato ancora un personaggio positivo, qualora le sue vicende fossero state narrate attraverso lo sguardo di un guardiano delle linee temporali.

Jake Epping, anche grazie alla sua preparazione culturale, razionalizza costantemente il suo ruolo nel passato, giustificando le sue azioni in virtù di ciò che sa del futuro da cui proviene. E sulla base della sua idea di un bene più grande non esita nemmeno quando arriva il momento di indossare i panni dell’assassino. Ma quello di cui non sembra rendersi assolutamente conto è che il suo agire è speculare a quello di Lee Harvey Oswald, l’uomo che ha deciso di fermare con ogni mezzo possibile. Jake non ha affatto idea di come si svilupperà la storia uccidendo Oswald ed impedendogli di assassinare Kennedy, propria come Oswald non può sapere con sicurezza cosa succederà in seguito alla sua azione. Eppure l’uno come l’altro non esitano ad agire nella convinzione di stare facendo quanto necessario per arrivare ad avere un futuro migliore. Il primo convinto che il mondo sarebbe stato un posto migliore con Kennedy a capo della Casa Bianca fino alla fine del suo mandato, il secondo non meno convinto del contrario. Quella che prende forma è la fisionomia di un male che, al di là degli aspetti fantastici, affonda le proprie radici in un terreno tutt’altro che fantasioso. Nelle menzogne che Jake racconta a sé stesso si svelano le fondamenta di un immaginario che riscrive costantemente il proprio passato per non trovarsi costretto a fare i conti con le proprie azioni e, soprattutto, con i valori e le convinzioni che le guidano. Sono le menzogne che racconta a sé stesso per distogliere lo sguardo dallo specchio dove potrebbe intravedere i lineamenti del proprio volto sfumare in quelli della sua Nemesi.

Nessun commento