Il Vittimismo Dei Piagnistei Contro Il Politicamente Corretto


Era la metà degli anni ’80, quando un gruppo di genitori con a capo Tipper Gore (allora moglie del vicepresidente degli Stati Uniti Al Gore), preoccupati dalla musica ascoltata dai loro figli, diedero vita al PMRC (Parents Music Resource Center – Centro d’Informazione Musicale per Genitori), un’associazione finalizzata al controllo dei contenuti delle produzioni discografiche. Non si trattava di attivisti LGBT, o di militanti per i diritti delle minoranze o qualsiasi altro gruppo di solito associato a un non meglio definito “politicamente corretto” ma, al contrario, di rappresentanti della maggioranza che di questa si facevano portavoce. Giustificandosi come impegnati nella tutela dei giovani da una presunta influenza negativa da parte di prodotti presentati come “diseducativi”, in concreto il tutto si traduceva in azioni volte a contrastare e limitare la diffusione di quelle opere non in linea con la morale comune. Il risultato fu la nascita del “Parental Advisory Explicit Content“, il famoso bollino che da anni ha lo scopo di allertare i genitori sugli ascolti dei figli. A finire nel mirino del PMRC furono soprattutto le produzioni Hard Rock e Metal, Punk e Hip-Hop, accusate di diffondere contenuti violenti. Ma nemmeno i maggiori campioni di vendita pop potevano sottrarsi al severo giudizio della morale conformista: bastava qualche riferimento sessuale in più per finire nella lista dei cattivi. Fu la stessa Tipper Gore a raccontare come il tutto ebbe inizio quando acquistò l’album Purple Rain di Prince per la figlia undicenne: quando sentì la canzone Darling Nikki e si rese conto che parlava di masturbazione femminile rimase senza parole e talmente sconvolta da cercare, senza successo, di restituire il disco al negozio presso cui l’avevo comprato. E così Prince finiva in compagnia di Guns N’ Roses e Motley Crue, proprio come Madonna insieme a W.A.S.P., Ice-T e Soundgarden. Artisti diversi e opere profondamente differenti che però riuscivano a trovare uno spazio comune nei territori recintati dalle vampate di indignazione della morale perbenista.

Non era la prima volta e non sarebbe stata l’ultima. La pubblicazione di Suicide Solution nell’album Blizzard Of Ozz del 1980 causò diversi guai giudiziari a Ozzy Osbourne, che fu citato in giudizio con l’accusa di aver istigato al suicidio diversi suoi fan. Invece Marilyn Manson molti anni dopo si troverà a fronteggiare molteplici accuse, ora di istigare al satanismo e al consumo di droghe, ora di avere giocato un ruolo attivo in drammatici fatti di cronaca a causa dei suoi messaggi di odio e nichilisti, come nel massacro del liceo Columbine a Denver. Ma l’elenco delle canzoni rock che hanno attirato l’attenzione di opinionisti e politici benpensanti che invocavano censure e messe al bando delle opere con l’accusa di diffondere il satanismo non riguardava solo il mondo del Metal o altre forme di rock “estremo”. Da Stairway To Heaven dei Led Zeppelin a Hotel California degli Eagles, fino a Helter Skelter dei Beatles, è un elenco molto lungo quello dei classici del rock diventati oggetti di polemiche e controversie sulla base di motivazioni nate da pregiudizi infondati. In altri casi, come a proposito dell’hip-hop, a scatenare una reazione ostile da parte della maggioranza conformista è la conquista di visibilità e popolarità da parte di temi e contenuti che molti invece ritengono dovrebbero rimanere nell’ombra, come sporchi segreti di cui ci non si dovrebbe parlare.

Nel corso degli ultimi anni, anche grazie alla possibilità di effetturare riprese in tempo reale, le scene di violenza da parte di esponenti delle forze dell’ordine contro afroamericani e minoranze in genere hanno attirato una sempre maggiore attenzione da parte dell’opinione pubblica. Ma tra la fine degli anni ’80 e i primi ’90, mano a mano che cresceva la popolarità dei Gangsta Rapper, altrettanto aumentavano le accuse che venivano loro rivolte di fomentare la violenza. Data la crudezza del linguaggio utilizzato, il Gangsta Rap entrava così a pieno titolo nel mondo dei capri espiatori: nonostante Ice Cube, Tupac Shakur e tutti gli altri ribadissero come la loro musica non incitava alla violenza ma si limitava a offrire resoconti della realtà sociale in cui avevano vissuto, le loro spiegazioni finivano del tutto ignorate. Per anni, giornalisti mainstream e politici alla ricerca di facile consenso hanno cavalcato le ondate di indignazione contro questa o quella canzone per puntare il dito contro un facile bersaglio. La violenza nei ghetti e nelle periferie esisteva da decenni prima della nascita del Gangsta Rap, eppure questo non impediva all’indignato di turno di sostenere come questo genere musicale fosse la causa della violenza nelle strade, citando a supporto presunti studi realizzati sulla base di criteri a dir poco opinabili. Come nel caso della Columbine i media ignoravano temi come il bullismo e il classismo per puntare l’obbiettivo contro Marilyn Manson e simili, allo stesso modo gli “eccessi” linguistici del Gangsta Rap offrivano abbondante materiale per parlare di violenza evitando di affrontare temi come povertà, discriminazioni e disoccupazione.

Ma non si tratta di un discorso che riguarda solo il mondo musicale. Allo stesso modo si potrebbero citare esempi relativi ai mondi del cinema e della letteratura. Da Le Avventure Di Huckleberry Finn di Mark Twain ad American Psycho di Bret Easton Ellis, passando attraverso Il Buio Oltre La Siepe di Harper Lee e diversi libri di Stephen King fino alla saga di Harry Potter, da decenni politici e associazioni varie invocano divieti e censure nascondendosi dietro la presenza di presunti contenuti giudicati offensivi o diseducativi. Ad esempio, il film Brian Di Nazareth dei Monty Python è stato messo al bando in diverse città americane in quanto ritenuto offensivo nei confronti della cristianità. E non si tratta di vicende che riguardano solo la società a stelle e strisce. Anche nel Bel Paese non sono mancate polemiche e divieti all’insegna della tutela dei minori da messaggi “diseducativi” o contro opere che offendevano la “sensibilità” della maggioranza delle persone. Visti sotto questa luce, i periodici piagnistei contro il politically correct non appaiono come difese della libertà di espressione, ma come le lamentele di una cultura egemone che non accetta di essere messa in discussione. Nel paese capace di vibrare di risentimento per giorni se qualche giornale all’estero scrive un articolo sugli italiani ricorrendo a qualche stereotipo, c’è chi si lamenta se HBO decide di sospendere lo streaming di Via Col Vento fino a quando non sarà possibile offrirne la visione con un’adeguata introduzione storica. Eppure un disclaimer a introduzione di un film non è qualcosa di molto diverso dagli adesivi “Parental Advisory” sui dischi o dai bollini rossi che segnalano che un programma televisivo non è “adatto ai più piccoli”. Senza considerare che, come nel caso dei libri, nessun editore inserisce un’introduzione allo scopo di danneggiare una sua fonte di profitto.

Dopo anni passati a incollare bollini su dischi e libri, come anche su film, fumetti e videogiochi, perché giudicati offensivi o diseducativi, le levate di scudo quando le richieste sono riconducibili a qualche minoranza appaiono più che altro come una difesa della cultura maintream tout court. Tanto più che spesso il problema non ha nulla a che vedere con il politicamente corretto. Ad esempio, nel caso citato di Via Col Vento, il punto della questione riguarda il revisionismo storico: un ritratto nostalgico del Sud antecedente la Guerra Civile in cui padroni bianchi e schiavi neri vivono in simbiotica armonia e del tutto sterilizzato delle brutali punizioni arbitrarie e delle esecuzioni sommarie, come degli stupri e delle famiglie separate perché genitori o figli potevano essere venduti a compratori diversi. (Un mondo nel quale se i padroni a volte potevano risultare severi era solo perché i neri erano zoticoni stupidi e incapaci, e che in quanto tali potevano anche diventare pericolosi se liberati da quella servitù che permetteva loro di vivere felici e tranquilli.) Ma invece di discutere dei singoli casi, ogni volta la difesa di turno avvelena il pozzo invocando il babau del politicamente corretto e ricorrendo a esempi insensati ma in grado di allarmare una fetta di lettori. Ad esempio, si dice che si inizia col mettere in discussione Via Col Vento e si finisce per abbattere il Colosseo perché era il luogo dove mandavano a morire gli schiavi, senza considerare che il film di Fleming non risale allo stesso periodo dello schiavismo ma fu realizzato oltre mezzo secolo dopo, in un periodo in cui, nonostante fosse ancora in vigore la segregazione razziale, lo schiavismo era già stato abolito da tempo: a differenza del Colosseo, non è espressione del tempo a cui rimanda. Senza considerare che nessuno oggi visita il Colosseo immaginando che gli schiavi mandati a morire lo facessero in serena armonia con i loro aguzzini.

La scelta di utilizzare la categoria del politicamente corretto in modo confuso per evitare di analizzare di volta in volta gli eventuali problemi si può vedere in un altro caso che sembra aver toccato nel vivo una parte dell’opinione pubblica italiana, quello che vede Amazon Prime riflettere sulla possibilità di ritirare Hazzard dalla propria piattaforma streaming. Anche in questo caso, il politicamente corretto non c’entra nulla: Hazzard è una serie TV pensata e realizzata per essere vista da tutta la famiglia, leggera e con una comicità innocua. Inoltre, non può nemmeno essere considerata razzista in senso stretto: le avventure dei cugini Duke non riguardano questioni etniche o simili. In questo caso il problema riguarda essenzialmente la loro automobile e un certo immaginario sudista che, sebbene abbia uno scopo perlopiù ornamentale, è comunque dotato di un significato non trascurabile. I commentatori nostrani, che non vengono toccati in alcun modo, reagiscono con indignata sufficienza, ma si guardano bene dal chiedersi se la penserebbero allo stesso modo se i simboli fossero altri. Ad esempio ci si potrebbe chiedere quale sarebbe stata la reazione della società italiana degli anni ’80 di fronte a quella serie se, anziché utilizzare come ambientazione il folclore sudista, quegli stessi personaggi e quelle stesse storie avessero fatto ricorso all’immaginario Heavy Metal, se il Generale Lee si fosse chiamato Mister Crowley e fosse stato ricoperto di pentacoli e croci rovesciate perché i cugini Bo e Luke Duke erano fan di Ozzy Osbourne e dei Venom. Non è possibile dare una risposta sicura, ma si può ricordare come le forbici della censura siano intervenute per molto meno. Si scrivono articoli con inchiostro rosso di scandalo a proposito della scelta da parte della Disney di mettere dei disclaimer in apertura di alcuni suoi film (Dumbo, Il Libro Della Giungla, etc.) per contestualizzarli (e proteggerli da critiche), ma quello su cui ci si dovrebbe interrogare è il perché di questo improvviso scalpore in un paese in cui i cartoni animati vengono censurati e alterati da decenni: da Georgie a Lady Oscar, da È Quasi Magia Johnny a Sailormoon, Ranma 1/2 e innumerevoli altri, si contano a decine le serie in cui può succedere che nella versione italiana le amanti diventano amiche, che le prostitute diventano mendicanti e che intere sequenze svaniscono nel nulla senza suscitare nessun scalpore. E anche in tutti questi casi, non si trattava di pressioni da parte di attivisti LGBT o di militanti per i diritti delle minoranze, ma di scelte fatte per non urtare la suscettibilità della maggioranza.

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