Illusioni Scientiste


“La scienza non è democratica”. Questo lo slogan che diversi scienziati talvolta utilizzano per mettere a tacere obiezioni o critiche ritenute infondate, e spesso non senza ragioni. Una semplificazione che però scade nel semplicismo, e che perciò offre un contrasto tanto più stridente quanto più chi la utilizza dichiara di essere mosso dalla volontà di spiegare la serietà e il rigore del metodo scientifico. Paralogismi come quelli secondo cui “la validità di una teoria non può essere stabilita votando per alzata di mano” costituiscono i fondamenti retorici a partire dai quali si delinea l’ambizione, velatamente autoritaria, di stabilire in modo unilaterale chi abbia “diritto di parola” e su cosa. Anche perché gli stessi che definiscono la scienza come disciplina non democratica, non esitano ad arrogare a loro stessi il diritto di stabilire chi possa parlare e di cosa. Utilizzando una retorica a effetto, dietro una presunta non-democraticità delle discipline scientifiche si agitano concetti elitaristi che di scientifico hanno poco o nulla, e che anzi risultano radicalmente incoerenti e contradditori. A partire dal fatto che, ad esempio, virologi e immunologi che sostengono che ogni persona debba parlare solo delle materie in cui è competente non disdegnano affatto il dilungarsi nel dissertare di democrazia e social media, di filosofia e sociologia, di diritti e libertà e via di seguito, come se la necessità di studi e titoli fosse appannaggio esclusivo delle loro materie. Di per sé, il fatto che un virologo possa dare voce in pubblico a sue personali opinioni sociologiche non rappresenta in alcun modo un problema. Comincia a diventarlo solo nel momento in cui quello stesso, dopo aver pontificato del più e del meno, ha la pretesa di dire agli altri di tacere perché privi di titoli per parlare.

Il fatto che non tutti possano esprimere pareri in grado di determinare la validità scientifica di una teoria non implica una generalizzata limitazione del “diritto di parola”. Partire da questa premessa per dedurre la non-democraticità della scienza tout-court non è altro che un esempio di quella categoria di ragionamento fallace che risponde al nome di “generalizzazione indebita”. Il fatto che la validità di una teoria non possa essere stabilita con un referendum qualsiasi non implica che la scienza non sia democratica: è piuttosto una banalità fine a se stessa. Ad esempio, se un cittadino di Roma (o di Parigi, o di Los Angeles…) si trovasse in vacanza a Lecce nel periodo in cui qui si tiene una consultazione elettorale, e in seguito affermasse che l’elezione del Sindaco della città pugliese non è democratica perché a lui non è stato permesso di votare votare, nessuno penserebbe alla rivelazione di una grande verità. Allo stesso modo, il fatto che solo una esigua parte delle leggi che vengono approvate in un paese siano sottoposte a verifica referendaria non implica che la loro approvazione non sia democratica. E ancora, il fatto che l’eventuale colpevolezza al termine di un processo non sia stabilita “per alzata di mano”, non implica che la Costituzione non sia democratica.

Fare riferimento a un ipotetico sistema nel quale chiunque può esprimere un parere vincolante su tutto non vuol dire definire una democrazia. Piuttosto significa offrirne una deformazione farsesca. Democratico è quel processo nel quale le decisioni sono determinate dal voto della maggioranza degli aventi diritto, che vi partecipano sulla base di regole ben definite. Da un punto di vista storico, nessuno può negare alla Atene del V° secolo a.C. il titolo di prima forma di governo democratico della storia, e questo anche se giudicandola secondo i valori contemporanei apparire tendente verso l’opposto: un regime maschilista, classista e schiavista nel quale solo i cittadini maschi adulti e liberi, figli di genitori in possesso della stessa cittadinanza e che avessero completato l’addestramento militare, potevano godere pienamente delle libertà, tra cui anche il diritto di voto. Una società che decidesse oggi di adottare i criteri in vigore nell’Atene di Pericle non solo non sarebbe considerata una democrazia, ma al contrario risulterebbe drammaticamente simile a quella Repubblica di Gilead immaginata da Margaret Atwood ne Il Racconto Dell’Ancella. Questo non significa che la scienza moderna sia paragonabile all’Atene di Pericle, ma solo che non esiste un concetto unico di “democrazia”, immutabile e valido per qualsiasi contesto.

Sostenere che solo chi sia riconosciuto come esperto, o che comunque abbia titoli in una determinata materia, sia “autorizzato” a discuterne è un non sequitur, cioé un’affermazione in cui le conclusioni non hanno alcun nesso logico con le premesse. L’appello all’autorità non solo non offre alcuna garanzia in merito alla correttezza, ma al contrario è proprio uno degli elementi che più contribuiscono ad alimentare la fabbrica della disinformazione. Solitamente, negazionisti, complottisti e simili basano le loro affermazioni proprio su opinioni e informazioni offerte da persone che, secondo il criterio dell’autorità, risultano più che titolate a parlarne. Ad esempio, i sostenitori dei nessi tra vaccini e autismo possono vantare dalla loro parte prese di posizione da parte di personaggi come Luc Montagnier, premio Nobel per la medicina nel 2008. In secondo luogo, se fosse vero che il parere di “chi non ha studiato” non conta nulla, qualsiasi paziente dovrebbe sempre accettare senza discutere le terapie che gli vengono prescritte dal medico che lo ha in cura, anche qualora questo gli dicesse di curare una grave patologia appena diagnosticata con tisane e succhi di frutta.

Di fronte a queste obiezioni e molte altre simili, i sostenitori della “non-democraticità” della scienza replicano invitando a non dare retta a un singolo parere, perché quella che avrebbe valore in ambito scientifico sarebbe la posizione che incontra il maggiore consenso nell’ambito della comunità. In altri termini, si invitano proprio coloro che fino a poco prima venivano invitati a tacere – in quanto incompetenti – a compiere valutazioni che magari implicano il respingere al mittente quanto sostenuto da un premio Nobel, rifiutando di fatto il principio di autorità, e proprio sulla base di un criterio chiaramente democratico. Ma anche in questo caso le semplificazioni sbrigative spalancano le porte al semplicismo. Infatti, nel più ristretto ambito della storia del pensiero scientifico si può anche affermare che la scienza non è sempre democratica. Che si tratti del falsificazionismo di Karl Popper o dei procedimenti controinduttivi di Paul Feyerabend, dei programmi di ricerca di cui parla Imre Lakatos o delle rivoluzioni scientifiche e dei cambi di paradigma teorizzati da Thomas Kuhn, non sempre il rifiutare quanto sostenuto dalla quasi totalità della comunità scientifica significa avere torto. Ad esempio, la nascita del metodo scientifico sperimentale viene fatta risalire al rifiuto di Galileo di limitarsi all’osservazione diretta dei fenomeni, cioè al disaccordo con quanto la scienza faceva da circa due millenni. In modo simile, la teoria della relatività e la meccanica quantistica mettono in discussione i principi della fisica classica. E dovette passare più di mezzo secolo da quando Charles Darwin diede alle stampe L’Origine delle Specie prima di assistere a un consenso generalizzato da parte degli scienziati nei confronti dell’evoluzionismo.

E non si trattava solo di pregiudizi oscurantisti e superstizioni, come talvolta viene riduttivamente spiegato nelle antologie scolastiche. Credenze religiose a parte, uno dei problemi principali incontrati da Galileo era la mancanza di una teoria ottica che consentisse agli astronomi di spiegare i fenomeni che osservavano con i telescopi. E per quanto riguarda l’evoluzionismo, non avendo a disposizione una solida teoria genetica, Darwin non aveva modo di spiegare come fosse scientificamente possibile che le modifiche venissero tramandate da una generazione alla successiva. Non dovrebbe essere necessario scriverlo apertamente: questo non può in nessun modo significare che chiunque si schieri contro una teoria comunemente accettata sia un nuovo Einstein, Darwin o Galileo. Ma solo che se questi, e soprattutto i tanti che li seguirono e si dedicarono all’approfondimento delle loro teorie quando ancora erano minoritarie, avessero pensato che una posizione scientifica è corretta solo quando ha il consenso della maggioranza della comunità, probabilmente la storia della scienza avrebbe avuto uno sviluppo diverso. E più in generale vuol dire che non basta passare anni a studiare e sperimentare all’interno di un laboratorio per sviluppare competenze epistemologiche: il virologo che parla di sociologia e filosofia della scienza non è molto diverso dall’informatico che si avventura nei territori dell’immunologia. Se sia un suo diritto farlo o meno non è altro che un’opinione politica.

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