Carol O’Connell – Susan A Faccia In Giù Nella Neve


E’ quasi Natale a Markers Village, una piccola cittadina nello stato di New York, quando una notizia angosciante ne sconvolge la tranquilla esistenza: Sadie Green e Gwen Hubble, due bambine di dieci anni amiche per la pelle, sono scomparse senza lasciare alcuna traccia. Rouge Kendall, un giovane agente della polizia locale, si trova costretto a fronteggiare i fantasmi dell’evento più tragico della sua esistenza: la morte della sua sorella gemella Susan. Quindici anni prima, esattamente nello stesso periodo, Susan Kendall, che ai tempi aveva la stessa età di Sadie e Gwen al momento della loro scomparsa, veniva trovata morta, vittima del rapimento e delle sevizie di un mostro. Del crimine era stato accusato e condannato al carcere Paul Marie, un giovane prete locale. Ma il nuovo mistero che si affaccia a straziare il presente di Markers Village non manca di far sorgere una serie di dubbi nella mente di Rouge sull’effettiva colpevolezza del condannato. Si tratta di interrogativi che con il passare del tempo assumono sempre maggiore forza, anche e soprattutto in virtù dell’intervento di Ali Cray, una giovane psicologa specializzata in crimini sui minori, anche lei con un oscuro passato alle spalle ed anche lei originaria di Markers Village. Essendo Marsha Hubble, la madre di Gwen, un vicegovernatore, nella solitamente tranquilla cittadina arrivano FBI e BCI a prendere il controllo delle indagini, e nessuna ipotesi, a partire da quella di una possibile fuga da casa volontaria delle due bambine, viene scartata a priori. Ma col trascorrere del tempo è lo schema descritto da Ali Cray ad assumere sempre più forza e credibilità. Infatti, stando ad una casistica che riguarda molteplici casi simili tra loro avvenuti all’interno di un’area geografica relativamente limitata, secondo la giovane psicologa si tratterebbe di un sadico che ogni anno rapisce una coppia di bambine per poi ucciderle brutalmente. In realtà, il suo obiettivo sarebbe solo una delle due, quella che per qualche motivo risulta più difficile da rapire, mentre l’altra servirebbe esclusivamente come esca per la prima; il suo schema prevede che la prima bambina venga immediatamente uccisa una volta esaurito il suo compito di esca, mentre l’altra verrebbe tenuta in vita fino al giorno della Vigilia di Natale, giorno durante il quale solitamente fa sì che anche il corpo della seconda bambina possa essere ritrovato, come se fosse un macabro e crudele regalo ai genitori.

Per quanto nasca e si sviluppi sulla base di un soggetto esplicitamente thriller, il romanzo di Carol O’Connell si rivela essere una sorta di radiografia di una cittadina in preda al dolore. Sebbene la trama si sviluppi attorno all’indagine poliziesca, la scrittrice americana si tiene lontana dai territori del poliziesco inteso come sfida d’intelligenza tra poliziotti e criminali. Qui non c’è una partita a scacchi nella quale l’intelligenza o l’intuito del protagonista può condurre ad un finale vittorioso; Rouge Kendall è indubbiamente un giovane brillante, sveglio ed attento, ma tutte le sue ottime qualità non sono in sé sufficienti ad arrivare ad una risoluzione del caso. Susan A Faccia In Giù Nella Neve appartiene piuttosto a quella tipologia di romanzi in cui, in assenza di piste da seguire, agli investigatori non rimane altro da fare che battere tutte le piste che si parano davanti a loro, nella speranza che una di queste sia corrette, o che magari il criminale si tradisca, o che in qualche modo qualcuno possa fornire un elemento in grado di sbloccare la situazione di stallo nella quale si trovano a stagnare. E di fronte ai miasmi paludosi di una tragedia che getta la sua ombra soffocante sulla cittadina, e con l’assenza dalla scena di un genio dell’investigazione, diventa sempre più evidente che l’obiettivo della O’Connell non si riduce semplicemente nella creazione della suspense necessaria per poi arrivare a calare dall’alto un colpo di scena alla fine, quanto piuttosto mettere a fuoco la cappa di dolore che soffoca gli abitanti di Markers Village.

Per raggiungere questo obiettivo concentra la propria scrittura sulla descrizione dei personaggi e delle loro azioni, facendoli lavorare su due piani differenti. Il primo riguarda la ricchezza e la vitalità dei racconti aventi come protagoniste Sadie e Gwen in contrapposizione al piatto grigiore degli adulti che le cercano: ogni volta che le bambina conquistano il centro della scena, la narrazione sembra colorarsi e vivificarsi generando un forte contrasto con le parti della storia nelle quali invece si trovano ad essere invocate solo in quanto oggetti di ricerca ed indagine. Con grande delicatezza, Carol O’Connell non si sofferma sui dettagli riguardanti le sevizie del mostro, ma mostra la sua crudeltà attraverso le conseguenze del suo agire. La vita della cittadina alla quale sono state sottratte le due bambine è più triste e più cupa senza i colori e la vitalità che queste involontariamente le iniettavano. Ed è su questa base che si trova a fondarsi l’altro aspetto che mette a fuoco il dolore che ingabbia Markers Village. Molti sono i personaggi che compongono il mosaico della storia, e tutti vengono raccontati come aventi storie e vissuti differenti, ma in qualche modo alla fine il loro modo di agire o reagire alle situazioni spesso sembra essere molto simile, quasi come se i dolori e le sofferenze che ognuno di essi si porta sulle spalle finisse per condizionarne l’esistenza. Il ricordo della gemella morta per Rouge Kendall, quello per la perdita della figlia per la madre di questo, l’oscuro passato che Ali Cray non vuole condividere con nessuno ma che non può nascondere in virtù della grossa cicatrice che sfregia il suo volto, la madre di Gwen che cerca di combattere il terrore della perdita della figlia utilizzando tutta l’influenza politica di cui dispone e quella di Sadie che si oppone strenuamente all’idea che sua figlia sia morta dopo essere stata usata come esca, ed i padri delle bambine che silenziosamente trascorrono intere notti insonni alla guida delle loro automobili nella speranza di scoprire qualcosa che permetta loro di riabbracciare le loro figlie, tutti finiscono con lo specchiarsi l’uno nell’altro, come se il dolore fosse una forma di oscurità che avvolge le persone cancellandone i tratti peculiari e rendendole pressoché indistinguibili le une dalle altre.

Sulla base di simili premesse, non può non apparire che come estremamente secondario l’interesse da parte dell’autrice a fornire spiegazioni o giustificazioni relative al comportamento del mostro. Non c’è nessun interesse a sondare in profondità le radici della sua malvagità, quanto piuttosto a mostrarne gli effetti sulla comunità che si trova, senza colpa, a doverne fronteggiare la crudeltà. E questo non sulla base di un improbabile equazione che metterebbe sullo stesso piano comprensione e giustificazione, e nemmeno per una ancora più improbabile forma di pietà nei confronti del mostro, quanto piuttosto per il fatto che il vero tema centrale del libro è il dolore delle vittime, nella sua forma più soffocante e narcotizzante. In fondo, quali che possano essere le motivazioni che spingono un assassino di bambine a fare quello che fa, poco possono servire a modificare quell’orizzonte di sofferenza marchiato a fuoco da perdite avvenute sotto i segni di un’orribile violenza e di una spietata crudeltà. La partita che Rouge, Ali e tutti gli altri protagonisti giocano fin dalle prime battute si svolge sotto l’insegna della sconfitta: tutti si dannano nel tentativo di limitare i danni, ma allo stesso tempo in ognuno di loro c’è la consapevolezza che, comunque vadano le cose, alla fine non ci potrà essere nessuna vittoria da festeggiare.

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