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Diavoli Ingannatori A West Memphis

White Trash, spazzatura bianca. Con questa espressione carica di disprezzo sono indicati i bianchi appartenenti agli strati più bassi della società (statunitense). Si tratta di una condizione di vita tipica del subproletariato, caratterizzata da condizioni di povertà spesso estrema e da livelli di cultura e istruzione altrettanto bassi. Questo è il contesto sociale in cui nasce e cresce Damien Echols, una realtà nella quale l’american dream trova spazio solo all’interno degli schermi televisivi e dove la sopravvivenza sottrae energie e risorse al riscatto e alla speranza. Nella città di West Memphis, in Arkansas, lui e la sua famiglia sopravvivono al di sotto di quella che può essere indicata come la soglia di povertà, tra baracche fatiscenti prive perfino dell’acqua corrente e roulotte in un parco come abitazione. Abbandonato dal padre e con un patrigno irascibile e fanatico religioso, Damien è un adolescente che frequenta poco la scuola e vive la sua emarginazione in un misto di profonda depressione e di desiderio di lasciarsi tutto alle spalle. Le sue poche amicizie – tra cui Jason Baldwin e Jessie Misskelley, con i quali si troverà a condividere un comune destino di abusi e ingiustizie – appartengono tutte alla sua sfera sociale. Nel tentativo di trovare una dimensione che gli permetta di sfuggire all’anonima miseria della sua quotidianità, Damien inizia ad appassionarsi alla cultura skater. Ma si tratta solo di un’infatuazione che ben presto lascerà il posto a tutt’altro. Nel pieno dell’adolescenza, gli interessi del ragazzo iniziano a puntare in direzione della musica heavy metal, dei film horror e di tutto ciò che ruota attorno a questi. L’abbigliamento scuro e gli interessi particolari del ragazzo attirano subito l’attenzione di un contesto sociale povero, conservatore e impregnato di bigottismo religioso.

Tra le attenzioni non richieste che il giovane Echols attira su di sé ci sono anche quelle di Jerry Driver, un ufficiale di polizia incaricato di crimini minorili e convinto della presenza di satanisti nella sua contea. Il loro primo incontro avviene in occasione del maldestro tentativo di fuga di Damien insieme alla sua ragazza del periodo, Deanna, per sottrarsi al divieto di frequentarsi stabilito dai genitori di questa. Convinto dell’esistenza di adoratori del Diavolo nell’area, quando Driver si trova faccia a faccia con Damien pensa di avere alla fine trovato un riscontro che confermerebbe le sue credenze. Dopo qualche domanda di routine sulle ragioni e le modalità della loro fuga, Driver inizia a interrogare il ragazzo a proposito di quali informazioni avesse in merito a satanisti e adoratori del diavolo. Con il suo abbigliamento scuro e i suoi gusti eccentrici in fatto di ascolti, visioni e letture, Damien è il bersaglio perfetto per un agente le cui convinzioni rispecchiavano alla perfezione la diffusa paura del satanismo tipica degli anni ’80 e dei primi anni ’90. Damien nega di fare parte o anche solo di essere a conoscenza della presenza di misteriose sette di adoratori del diavolo. Ma all’agente non basta – in fondo, la logica inquisitoria prevede che l’assenza di prove non sia altro che un’indizio delle abilità ingannatorie del maligno – e inizia a perseguitare il giovane sottoponendolo a un regime di sorveglianza, nonché attivandosi per farlo rinchiudere in un ospedale psichiatrico. Pur in assenza del benché minimo elemento concreto che possa far sospettare l’effettiva esistenza di culti satanici nell’area, Driver sorveglia e controlla Damien fino a quando questo non raggiunge la maggiore età. Ma quella che sembrava essere la fine di una storia, ben presto si rivela essere nient’altro che il prologo di un’altra più lunga e drammatica.

Il 6 Maggio 1993, a meno di 24 ore dalla loro scomparsa, i corpi senza vita di tre bambini di 8 anni – Christopher Byers, Steve Branch e Michael Moore – furono ritrovati nel torrente della zona nota come Robin Hood Hills. I tre corpi erano nudi, legati con le stringhe delle loro scarpe, e con evidenti segni di violenti pestaggi e lacerazioni diffuse. Nonostante sulla scena del crimine non fosse presente alcun elemento riconducibile a rituali occulti, le indagini degli ufficiali di polizia James Sudbury e Steve Jones (quest’ultimo collega di Jerry Driver) si concentrarono subito su una pista di natura satanica. Nonostante non ci fossero collegamenti diretti tra Damien Echols e i suoi amici e le vittime del crimine, la polizia era convinta della loro colpevolezza e agì in ogni modo, lecito e non, per giungere allo loro incriminazione. Quello che all’inizio era un semplice teorema accusatorio, giorno dopo giorno assumeva sempre più consistenza in virtù del crescere dell’isteria di massa nata dal fanatismo religioso. A tre secoli di distanza dai processi di Salem, il fanatismo popolare aveva trovato un nuovo tribunale sommario nel quale convogliare il proprio odio.

Dopo quasi un mese di indagini a senso unico in direzione di presunti adolescenti adoratori del Diavolo, e privi di qualsiasi elemento probatorio, gli inquirenti riuscirono ad incriminare i tre ragazzi facendo pressione sull’anello debole. All’inizio di Giugno, Jessie Misskelley fu portato in centrale e sottoposto a un duro interrogatorio per 12 ore di seguito, in assenza dei genitori o di un avvocato o di una qualunque altra figura che potesse tutelarlo. E tutto questo nonostante fosse noto che il ragazzo soffriva di una forma di ritardo mentale. Al di là dei suoi 17 anni all’anagrafe, Misskelley aveva la maturità psichica di un bambino delle elementari e non sapeva che non essendo in stato di fermo avrebbe potuto lasciare la centrale in qualsiasi momento. Era quindi solo questione di tempo prima che la polizia riuscisse a far sì che il ragazzo raggiungesse il proprio punto di rottura e accusasse sé stesso e i suoi amici della morte dei tre bambini. Quando si arrivò al dibattimento nell’aula di tribunale, gli elementi per ritenere la confessione frutto di pressioni da parte della polizia erano molteplici, tutti supportati dal parere di esperti specializzati. I riferimenti all’ora e al luogo del crimine, la ricostruzioni riguardanti le cause dei decessi e le modalità degli stessi, erano tutti elementi che nella confessione del ragazzo presentavano errori, falsità e contraddizioni. Inoltre, delle 12 ore di interrogatorio a cui era stato sottoposto, solo 46 minuti furono registrati, e anche in questi è possibile sentire la polizia imbeccare Misskelley al fine di fargli dire ciò che volevano sentire.

Subito dopo il fatto, Misskelley ritrattò la confessione affermando di essere stato ingannato. Nel processo che lo vide coinvolto, la giuria assistette i testimoni della difesa sfilare uno dopo l’altro a confermare l’alibi del ragazzo che lo escludeva dalla scena e lo collocava presso un evento di wrestling fuori città. Inoltre ascoltò la difesa esibire le falsità e le incongruenze nella sua testimonianza. Ma scelse di non tenerne conto e lo condannò. Come in un processo inquisitorio da manuale, la strega aveva confessato, pertanto doveva bruciare sul rogo. E non aveva nessuna importanza il modo in cui  la sua confessione era stata ottenuta. In seguito, il ragazzo rifiutò di testimoniare contro i suoi amici nel processo che li vedeva imputati, nonostante il vantaggio in termini di riduzione della pena che avrebbe potuto ricavarne. Pertanto la confessione non avrebbe dovuto essere presa in considerazione dai giurati che dovevano decidere della colpevolezza di Echols e Baldwin. Ma i giurati ne avevano già sentito parlare attraverso i media, e la utilizzarono per condannarli, in evidente disprezzo dei diritti degli imputati. Questi si trovavano sotto processo nonostante non ci fosse alcuna prova fisica di una loro presenza sulla scena del crimine, e il loro coinvolgimento con culti dediti all’adorazione del Diavolo si basasse su elementi a dir poco approssimativi.

L’esperto convocato dall’accusa per spiegare alla giuria la natura satanica delle credenze degli imputati aveva ottenuto le sue credenziali attraverso un corso per corrispondenza e tra gli elementi che, a suo dire, svelavano il satanismo di Echols citò la sua abitudine a vestirsi di nero. Si trattava dello stesso stesso esperto che circa un anno prima dei fatti di Robin Hood Hills era stato contattato proprio dall’agente Jerry Driver, il quale gli aveva inviato via fax dei disegni di Echols per chiedergli un parere a proposito di un presunto coinvolgimento del ragazzo con il mondo degli adoratori del diavolo. I testimoni dell’accusa mentirono sotto giuramento raccontando storie improbabili, illogiche e piene di falsità (e negli anni successivi ammisero il loro spergiuro) ma ciò non impedì alla giuria di abbracciare il teorema accusatorio. L’ascolto di musica heavy metal, la visione di film horror e la lettura di libri dello stesso genere, furono tutti elementi utilizzati dall’accusa per tratteggiare il profilo satanico degli imputati. Echols in particolare era il ragazzo che vestiva di nero, ma Baldwin no: la colpa di Jason Baldwin consisteva nell’essere amico di Damien Echols. Per la giuria era più che sufficiente per condannarli entrambi. Echols fu condannato a morte, e il sedicenne suo amico all’ergastolo senza possibilità di uscire sulla parola.

Negli anni che seguirono, anche grazie alla realizzazione di una serie di documentari della HBO intitolati Paradise Lost, l’interesse nei confronti della sorte dei Tre di West Memphis raggiunse una dimensione nazionale. Personalità dello spettacolo come Eddie Vedder, Henry Rollins, Natalie Maines e Peter Jackson, sposarono la causa dei tre supportandoli sia sul piano mediatico che su quello finanziario. Intanto Echols, imprigionato nel braccio della morte, continuava a professarsi innocente e a subire le brutali violenze e i soprusi delle guardie e delle autorità carcerarie. Anche se all’esterno il numero dei sostenitori dell’innocenza dei tre aumentava, dietro le mura del carcere le guardie, come demoni incaricati di torturare le anime dannate all’Inferno, continuavano le loro violenze di ogni tipo, fisico e psicologico, indifferenti alla possibile innocenza della loro vittima. Nonostante le prove a discolpa dei tre aumentino di anno in anno, come le richieste di appello al fine di avere un giusto processo si susseguono, il giudice incaricato di valutarle è lo stesso che aveva presieduto il processo che li ha condannati, e che in più occasioni ha ribadito di considerare il quadro indiziario solido e adeguato a una condanna.

Le richieste vengono respinte una dopo l’altra. Il giudice rifiuta di prendere in considerazione il nuovo quadro probatorio basato sull’analisi del DNA rilevato sulla scena, e che risulta non appartenere a nessuno dei tre condannati, come anche le analisi forensi fornite da autorevoli esperti che demoliscono la ricostruzione degli omicidi come frutto di attività sataniche. Le cose cambiano solo nel 201o, quando la corte Suprema dell’Arkansas impone la necessità di prendere in considerazione le nuove evidenze e, non molto tempo dopo, il giudice che aveva seguito il caso per quasi due decenni lascia la carica per andare ad occupare un posto tra le fila dei senatori democratici nel Senato dell’Arkansas. Settimane di negoziazioni con il nuovo giudice porteranno a un accordo tra le parti in base al quale gli imputati ribadiscono la loro innocenza ma si dichiarano colpevoli riconoscendo che gli organi inquirenti disponevano di elementi sufficienti per incriminarli, rinunciando pertanto a qualsiasi possibilità di azione legale nei confronti di chi li ha perseguiti (Alford Plea). E’ l’ennesimo boccone amaro che i tre devono ingoiare. Ma è anche il modo più veloce per poter uscire di prigione, dopo quasi due decenni di detenzione.

Echols racconta tutto questo e molto altro, dai disagi dell’infanzia alle privazioni subite nel corso della sua lunga detenzione nella sua biografia. Solo dopo anni in cui sono sempre stati altri a parlare per lui, ora per difenderlo ora per dipingerlo come un mostro affamato di carne giovane, può raccontare la storia come l’ha vissuta, senza dover temere brutali ritorsioni da parte di guardie e secondini. Perché la sua è una delle tante storie il cui destino è segnato prima ancora che vengano fissate le date del processo in tribunale. Al momento del suo arresto, e fino alla sua condanna, Echols aveva vissuto nella convinzione che se una persona è innocente, e se non ci sono prove a dimostrare il contrario, in tribunale sarà ristabilita la verità. Ma le vicissitudini che ha dovuto affrontare gli hanno insegnato il contrario. Per i suoi concittadini Echols era colpevole già al momento dell’arresto. Per circa un mese gli organi inquirenti, con l’insostituibile complicità dei mezzi d’informazione avevano costruito e consolidato presso l’opinione pubblica la convinzione secondo cui si trattava di un crimine a sfondo satanico. E a nulla valeva la completa assenza dalla scena del crimine di qualsiasi elemento riconducibile a una dimensione rituale.

Nei servizi giornalisti, le immagini di pentacoli disegnati su muri ripresi riprese in qualsiasi luogo fossero state rinvenute venivano inserite come se facessero parte della stessa scena del crimine. La procura aveva costruito una storia morbosa e succulenta a base di riti orgiastici e satanismo, e i mezzi d’informazione non si lasciarono sfuggire l’occasione di piantare i loro denti fino in fondo. Le interviste ai genitori delle vittime poi, con i volti segnati dal dolore e dal disperato bisogno di trovare un colpevole per la loro sofferenza, forniva l’impatto emotivo in grado di far passare in secondo piano qualsiasi valutazione razionale della situazione. Nonostante i corpi delle vittime non presentassero alcun segno riconducibile ad abusi sessuali da parte dei giovani, la connotazione orgiastica del racconto era sufficiente per rendere la storia appetibile agli occhi del pubblico, non importa quanto fosse improbabile e infondata. A partire da quando gli organi inquirenti hanno iniziato a passare ai media elementi a proposito di una storia di lussuria, sesso e morte, l’opinione pubblica non ha mai avuto modo di confrontarsi con altro. Quando una vicenda si muove sulla base di simili premesse, l’esito del processo è segnato prima ancora del suo inizio. Per un mese circa, la procura ha pubblicizzato la teoria della setta di adoratori del diavolo dedita al sacrificio di giovani vite avvalendosi dell’aiuto di giornalisti e mezzi d’informazione.

Da un punto di vista narrativo, il quadro accusatorio era fin da subito suggestivo e destinato alla popolarità. Non solo in ragione delle tre giovani vittime, ma anche e soprattutto perché forniva spunti di discussione e di indignazione a centinaia di ore di talk show televisivi e al loro pubblico. Il fatto che le identità dei malvagi protagonisti fossero ignote non solo non era un problema, ma al contrario lasciava spazi vuoti che tuttologi televisivi e opinione pubblica avrebbero potuto colmare con le loro ossessioni e le loro idiosincrasie. Quando i tre furono arrestati, la questione riguardante la valutazione fattuale del loro coinvolgimento o meno del crimine del quale erano accusati era già da tempo passata del tutto in secondo piano. Al momento del loro arresto non si trattava più di valutare quanto i tre ragazzi potessero essere collegati all’uccisione dei tre bambini, ma piuttosto di giudicare quanto le loro figure fossero compatibili con la storia che era stata cucita loro addosso. Per quanto le difese degli imputati possano aver provato a indicare altre possibili e non meno plausibili spiegazioni, non sono mai riuscite a scalfire le convinzioni della giuria di essere di fronte a una storia satanica. La completa assenza di prove non ha impedito il verdetto di colpevolezza perché i profili di tre outsider come gli imputati si adattavano bene a ciò che la folla si aspettava di vedere dopo un mese di notizie a base di pentacoli e credenze pagane.

A dispetto della credenza che gli innocenti non hanno nulla da temere dal sistema giudiziario, che la loro innocenza sarebbe stata sufficiente a evitare una condanna, tre come loro non hanno mai avuto una sola possibilità di assoluzione nei processi che li hanno visti coinvolti. Già la prima volta che si sono seduti dietro al banco degli imputati, i segni della Bestia erano stati marchiati a fondo sui loro nomi. Gli organi inquirenti li volevano colpevoli, e l’opinione pubblica non era affatto da meno. I membri della giuria chiamati a esprimersi sul loro destino appartenevano alla stessa categoria di persone che affollava la strada nel giorno del loro arresto e che ne chiedeva il sangue, che sputava schizzi di saliva mentre strillava insulti col volto stravolto e i pugni agitati in aria. Si tratta delle stesse persone che davanti a un televisore invocano punizioni esemplari per chiunque venga indicato come colpevole di qualcosa. In fondo, sono le stesse persone a cui bastano 140 caratteri di un tweet per emettere sentenze di colpevolezza commentando le notizie di cronaca, magari dopo aver letto solo il titolo o al più qualche riga di un articolo di giornale. Erano le stesse persone che hanno condannato le streghe di Salem e che hanno gioito per l’arresto di Girolimoni. Sono i bravi cittadini convinti che l’indignazione possa giustificare la partecipazione ai linciaggi mediatici scagliando pietre virtuali. Sono persone che si considerano perbene, di quelle che giudicano con grande indulgenza le violazioni della legge che hanno privato tre innocenti di un equo processo, salvo poi mostrarsi giudici severi e implacabili nell’utilizzare anche i più flebili e inconsistenti elementi a carico degli imputati per condannarli senza pietà. In fondo, sono quelle che magari credono anche all’esistenza di un diavolo ingannatore, ma di fronte a una storia che vede uno o più pluriomicida impunito e tre innocenti condannati e incarcerati si guardano dal chiedersi chi sia stato ingannato da chi.

“I wore black because I liked it. I still do, and wearing it still means something to me. It’s still my symbol of rebellion – against a stagnant status quo, against our hypocritical houses of God, against people whose minds are closed to others’ ideas.” (Johnny Cash)

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Due Minuti d’Odio: Lapidate Miley Cyrus

Nell’Oceania raccontata da George Orwell in 1984, ogni giorno il regime al potere interrompeva le attività dei cittadini e li convocava davanti ad uno schermo televisivo per la visione di filmati sui nemici della società. Riuniti in folle, gli spettatori potevano sfogare i loro sentimenti di rabbia e disgusto contro l’immagine di quello che veniva indicato come nemico. Urla furiose, pugni levati al cielo e assalti ai teleschermi erano prassi quotidiane: un’orgia feroce e barbarica che svuotava i partecipanti di quelle energie negative che avrebbero potuto disturbare l’ordine sociale. Queste visioni collettive erano note come Due Minuti d’Odio, ed erano parte integrante della Propaganda quotidiana del Grande Fratello. Un elemento talmente importante da far sì che ogni anno il Partito organizzasse una festa che celebrava questa consuetudine per sette giorni di seguito: la Settimana dell’Odio, appunto.

Tuttavia, al di là delle apparenze, i Due Minuti d’Odio non rappresentano una forma di indottrinamento; piuttosto sono un rito attraverso il quale la comunità rinnova la propria unità mediante l’individuazione di un obiettivo comune. Sono uno degli strumenti che il Partito del Grande Fratello ha scelto per dare una forma alle pulsioni delle masse. Non generano la rabbia: si limitano a gestirla e direzionarla. Nella migliore tradizione fantascientifica, Orwell non inventa nulla da zero. Osserva elementi presenti nella società che lo circonda e li amplifica. I Due Minuti d’Odio rappresentano la trasposizione in una società asettica degli antichi giochi circensi e delle crocifissioni pubbliche. Sono l’equivalente delle esecuzioni pubbliche a basi di forche e ghigliottine in una società che nasconde le morti di cui è responsabile riscrivendo la sua storia senza sosta. Sono una forma moderna di caccia alle streghe che non si consuma in processi sommari aperti al pubblico e in condanne al rogo, ma che piuttosto si trasforma in storie di orrori e atrocità raccontati dai cinegiornali con tono professionale e distaccato.

I Due Minuti d’Odio sono uno strumento propagandistico, e la Propaganda non crea l’odio dal nulla: plasma ed incanala quello già esistente. Non lo genera: fa fronte a quello che già esiste e gli fornisce uno o più oggetti su cui riversarsi. E soprattutto gli offre alibi e giustificazioni. Infatti, perché possa essere socialmente accettabile, l’Odio deve rivolgersi verso qualcosa riconosciuto come esecrabile, qualcosa su cui una folla di persone possa riversare il proprio astio senza provare sensi di colpa e senza temere di diventare oggetto di riprovazione da parte del resto della collettività. Il riconoscimento di un Nemico comune da combattere è un collante più solido e resistente rispetto, ad esempio, ad una adesione collettiva sulla base di principi condivisi. La presenza di un Male riconosciuto come superiore che giustificherebbe quello che viene compiuto per contrastarlo, e allo stesso tempo può far sì che persone anche molto diverse tra loro si riconoscano nella comunità che vuole contrastarlo. Individui con storie, idee, principi e valori in contrasto tra loro, possono comunque trovare un punto d’incontro nel territorio dell’Odio verso un obiettivo prefissato.

Sulla base di simili dinamiche, grandi soggetti politici, economici e mediatici hanno la possibilità di mobilitare i propri sostenitori contro un avversario come contro un particolare tema. Ma anche in assenza di questi, o comunque al di fuori di essi, comunità più o meno numerose si possono coalizzare contro uno o più soggetti che per qualche motivo risultano disomogenei rispetto ai principi in cui si riconosce la maggioranza dei suoi componenti. E’ così che nella piccola città di provincia, dove tutti conoscono tutti, il ragazzo che rivela la propria omosessualità diventa “il frocio” e la ragazza che indossa vestiti attillati ed esibisce tatuaggi diventa “la troia”. Fino ai casi estremi in cui una vittima di stupro da parte di un branco, in seguito alla decisione di rompere il silenzio omertoso della comunità e denunciare la violenza subita, diventa “la puttana che se l’è andata a cercare”. E su internet, nella sua valenza di villaggio globale, le persone non si comportano altrimenti. Rispetto ad una piccola realtà di provincia possono cambiare le modalità e le proporzioni, ma non le dinamiche. Con tutte le sue possibilità di fornire spazi e meccanismi di aggregazione, in Rete anche le minoranze possono organizzarsi e diventare a loro volta maggioranze relative e mettere in atto a danni di altri quegli stessi meccanismi di cui possono essere vittima nella loro quotidianità. I perseguitati possono diventare a loro volta persecutori e contribuire a rafforzare quei meccanismi ideologici di cui altrove sono – o potrebbero essere – vittime.

Ogni giorno sono innumerevoli le esplosioni di Odio che movimentano la Rete. Commenti ed opinioni alimentati da astio e risentimento si diffondono e si espandono generando effetti farfalla linguistici. E i toni possono essere tanto più duri quanto più contraddittori possono essere i contenuti sul piano logico. Ad esempio, non è raro assistere a moltitudini che attaccano le opinioni dissidenti (e la persona stessa che le esprime) giustificandosi sulla base della libertà di parola. Le notizie di cronaca (e non solo) sono costellate da valanghe di commenti che trasudano fame di sangue e manette, che invocano forche e forme di giustizia sommaria nascondendosi dietro il dolore delle vittime. E quasi non passa giorno senza che una qualche folla si faccia scudo di una presunta difesa dei diritti delle donne proprio mentre insultano e definiscono “puttane” tutte coloro che sono ritenute colpevoli di aver fatto o detto cose che danneggerebbero l’immagine di altre donne.

Ma ogni attacco a base di Odio e Fango finisce con il mostrare un po’ di più del vero volto di chi lo muove, piuttosto che di quello di chi lo subisce. Al di là delle dichiarazioni di principi e dei valori usati come giustificazioni, i Due Minuti d’Odio quotidiani in rete mostrano il volto intollerante delle folle. E tanto meno le azioni di chi subisce l’attacco hanno modo di impattare sulla quotidianità della folla, tanto più ha modo di smascherare le intolleranze che si agitano all’interno di questa stessa. Tanto più sono gratuite le manifestazioni d’odio, tanto più evidente appare l’ideologia che anima quella folla che ha sostituito le torce ed i forconi con tastiere e smartphone. Accade così che una breve esibizione di una giovane cantante agli MTV Awards possa smascherare il diffuso desiderio di lapidare a parole l’ennesima “puttana”, giudicata colpevole di non aver tenuto un comportamento consono alle aspettative del pubblico (e alla sua idea di come si dovrebbe comportare in pubblico). La notizia vola veloce attraverso quotidiani e social network,  solleticando il narcisismo morale dei commentatori, che non perdono occasione per ergersi a giudici della legittimità o meno dei comportamenti altrui. E proprio come comari di paese che all’uscita dalla Messa della Domenica si lusingano a vicenda mentre fanno bella mostra del loro scandalo rispetto agli ultimi pettegolezzi, i giudici morali della rete si godono i loro Due Minuti d’Odio a base di insulti e violenze verbali varie.

Col senno di poi si può dire che quella di Miley Cyrus è stata un’esibizione che per un paio di minuti ha riportato in vita e sbattuto in faccia al pubblico la forza provocatoria tipica del rock’n’roll. Forse anche molto al di là delle aspettative della stessa protagonista della vicenda. Infatti, quando Miley Cyrus è salita sul palco degli MTV Awards, coloro i quali seguono il mondo della musica pop hanno avuto ben poco di cui stupirsi. Sono anni che la ex-ragazza Disney ha svestito i panni di Hannah Montana per indossare quelli della bad girl. E tutto l’armamentario a base di ballerine ancheggianti, mosse sexy e orsi di peluche era già stato esibito nel videoclip che da mesi anticipa l’uscita del suo nuovo album. Con indosso solo un body color carne, Miley Cyrus si aggira per il palco muovendosi a scatti e mimando gesti a sfondo sessuale in modo quasi compulsivo. Sul volto un ghigno divertito si alterna all’esibizione prolungata della lingua, in una smorfia che assomiglia ad una riproposizione distorta del celebre logo dei Rolling Stones. E con un grande dito di gommapiuma a strofinare la zona in mezzo alle gambe non fa altro che mettere in pratica quello che sta cantando (“It’s our party we can do what we want“). Le allusioni di natura sessuale si susseguono tra ballerine ed enormi orsi di peluche, mantenendosi ben distanti da riferimenti di natura erotica o passionale, per sottolinearne invece l’aspetto ludico. Solo sesso e giocattoli: il sesso esibito come gioco fine a sé stesso e non sottomesso ad altri principi o valori riconosciuti come fondanti (famiglia, amore, etc.). E quando sul palco viene raggiunta da Robin Thicke per duettare su “Blurred Lines“, con tutto il suo carico di polemiche e di accuse di sessismo, folle di guardiani della morale pubblica trovano l’immagine perfetta contro cui puntare i loro indici accusatori.

In questo modo, la scelta di rappresentare la sessualità in chiave ludica genera in una buona parte del pubblico un cortocircuito che fa riaffiorare pulsioni sessuofobiche mai sopite. Quelle stesse persone che si affannano ad esibire indignazione di fronte alle notizie di donne lapidate perché adultere, non esitano a partecipare ad un linciaggio virtuale a base di insulti e attacchi verbali grondanti maschilismo. E grazie a questi Due Minuti d’Odio in versione 2.0 possono godere della loro immagine di sé di persone perbene e bravi cittadini, in quella forma di autorappresentazione che affonda le proprie radici in ciò che disprezzano negli altri. I mass media hanno gioco facile nello stimolare il narcisismo morale delle folle, e queste ricambiano ergendosi a difesa della visione del mondo e dei ruoli sociali in vigore. Spesso i mass media si comportano come prestigiatori: attirano l’attenzione su qualcosa di diverso da ciò che fanno. E in questo caso, puntando i loro riflettori sulle reazioni scandalizzate del pubblico, fomentandole ed amplificandole, mettono in atto un solido processo di stabilizzazione dell’ordine morale. Esponenti di un tribunale culturale che non ama il contraddittorio ed i diritti della difesa, i guardiani della morale non sono interessati a nessun tipo di dissenso: l’indignazione non è altro che uno strumento tra tanti per la difesa dello status quo. E in un caso come questo lo dimostra il fatto che sarebbe bastato ascoltare le semplici parole del testo per rendersi conto che la maggior parte delle accuse rivolte all’esibizione avevano già una risposta nella canzone stessa.

To my home girls here with the big butt
Shaking it like we at a strip club
Remember only God can judge ya
Forget the haters cause somebody loves ya
(Miley Cyrus – We Can’t Stop)

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Gli Alfieri Della Penitenza

Archiviata l’avventura della nazionale azzurra ai campionati europei di calcio 2012, quelle che rimangono, insieme alle vittorie e alle sconfitte, ai goal e alle parate, alla infinite opinioni di una nazione che ogni due anni si risveglia popolata da decine di milioni di commissari tecnici, sono le tracce delle solite polemiche da parte di chi non perde occasione per invocare penitenze collettive. Non le dichiarazioni di tifo anti-azzurro, le quali non costituiscono altro che il fil rouge che collega trasversalmente giornalisti di quotidiani radical chic e radiocronisti di emittenti “padane”. Ma le affermazioni dei tanti che a fronte di un evento che giudicano frivolo non mancano di levare alti al cielo i propri “penitenziagite!” Il campionato europeo di calcio è ovviamente solo un mezzo attraverso il quale questi Alfieri della Penitenza hanno avuto modo di accusare pubblicamente, e di solito in osservanza dei principi del benaltrismo, tutta la superficialità che secondo loro risiede nel concedersi qualcosa di piacevole a discapito di altre cose giudicate più gravi ed importanti. Se non si tratta di calcio, può essere un film, un programma televisivo di successo, una giornata passata a fare shopping nelle vie del centro, o quanto altro possa essere trasformato in oggetto di disprezzo in ragione di una (unilateralmente definita) mancanza di profondità. A fronte di dati di ascolto che indicano come le partite della nazionale abbiano totalizzato indici da record, puntuali non sono mancati i commenti di coloro che notavano come gli italiani avessero passato intere serate a tifare per la nazionale mentre “il paese va a rotoli…

Apparentemente sembrerebbe trattarsi di una presa di posizione volta ad invocare una reazione contro una situazione problematica, una sorta di richiamo ad una maggiore responsabilità da parte della collettività. Ma in realtà non si tratta di altro che di un atto autoreferenziale contro ciò che altri possono trovare piacevole o divertente. Non a caso, tali accuse vengono rivolte solo nei confronti di alcuni oggetti e non di altri. In generale, accade frequentemente di leggere o sentire affermazioni del tipo “gli italiani si fermano in massa a guardare la nazionale di calcio mentre il paese va a rotoli…” oppure “gli italiani corrono al cinema a vedere i film dei Vanzina mentre il paese va a rotoli…“, ma non “gli italiani guardano Ballarò in televisione mentre il paese va a rotoli…” o “gli italiani vanno a vedere il film di Bertolucci mentre il paese va a rotoli…“. A livello pratico, andare al cinema a vedere un film di Bertolucci non è utile a risollevare le sorti del paese più di quanto non lo sia la visione dei film dei Vanzina. Ed allo stesso modo, passare una serata a guardare Ballarò o un qualsiasi altro programma con dibattiti politici non è più produttivo di quanto possa esserlo la visione di una partita di calcio, del Festival di Sanremo, o di un qualunque varietà nazionalpopolare. Eppure solitamente, perlomeno agli occhi del tipico Alfiere della Penitenza, i primi non arrivano a godere dello stesso disprezzo dei secondi. Ne segue che il problema non consisterebbe in sé nell’andare al cinema o nel guardare la televisione di sera, o più in generale nel sottrarre energie ed attenzioni ad attività di cui potrebbe beneficiare tutta la collettività. Si tratta piuttosto di atti d’accusa volti a colpevolizzare le scelte altrui al fine di esibire una qualche forma di superiorità. E’ l’invocazione di una sorta di militarizzazione morale del tempo libero nella quale vengono invocate gerarchie di valori il cui scopo è permettere al soggetto che le esibisce di vantare in modo unilaterale la propria superiorità.

I commenti negativi nei confronti dell’attenzione che la collettività può dedicare al calcio, ai programmi televisivi nazionalpopolari, al gossip, allo shopping più edonistico, e così via, fanno parte di un quadro che assume i connotati di una crociata morale. Infatti non c’è nulla che possa fare pensare, anche solo lontanamente, che se gli italiani si fossero dedicati alla visione di altri programmi televisivi (o ad altre attività in generale) al posto della partita della nazionale, allora l’indomani la situazione del paese sarebbe cambiata. Per questo motivo, tali prese di posizione si configurano come sintomi di qualcosa di diverso. Seppure in una forma laica, quella che esce dall’ombra è una versione della concezione del piacere come colpa. Ma a differenza della classica forma religiosa secondo cui se un piacere rappresenta una colpa allora lo è in ogni sua manifestazione, in questo caso solo i piaceri altrui rappresentano un peccato degno di biasimo. E’ un po’ come se cedere alle tentazioni della gola in quanto tali non rappresentasse sempre un peccato, ma lo fosse solo nei limitati casi in cui altri si trovano a capitolare di fronte al sapore di cibi che l’accusatore non ama affatto. In questo modo, all’interno cioè di contesti che muovono a partire dalla metodica colpevolizzazione degli altri e delle loro preferenze, il biasimo che viene rivolto a tali scelte diventa la base sulla quale il soggetto può ergersi per esibire pubblicamente la propria autoassoluzione.

Il tipico Alfiere Della Penitenza punta il proprio indice accusatore contro le scelte altrui come se il semplice fatto di prendere le distanze da qualcosa comportasse automaticamente la possibilità di ergersi al di sopra di esse. In pratica si tratta della messa in pratica all’interno di una gerarchia di valori del principio di Autoesclusione. Come la penitenza attraverso il distacco dalle tentazioni permette al fedele di ripulire la propria coscienza, così l’Alfiere laico rivendica una rinnovata purezza grazie al distacco da qualcosa. Ma a differenza di quanto accade nel caso del fedele, qui in gioco non ci sono rinunce a cose che l’Alfiere apprezzava. Ad esempio, la persona che vanta l’assenza di un apparecchio televisivo all’interno della sua dimora non è una persona che ne apprezzava i contenuti. Nel contesto di un circolo vizioso nel quale l’affermazione di sé deriva il proprio valore dalla negazione dell’alterità, il disprezzo verso ciò che non è di proprio gradimento si estende ai soggetti che non condividono lo stesso insieme di valutazioni. E allo stesso tempo, il biasimo verso questi viene posto come base del disprezzo nei confronti delle loro scelte. L’Alfiere Della Penitenza non rinuncia in prima persona alle cose che apprezza e stima, ma a cose distanti dal suo gradimento e dai suoi interessi. Poi, una volta messa in pratica la sua scelta, invita anche chi ha opinioni e gusti diversi dai suoi a fare altrettanto, salvo biasimare tutti coloro che non si conformano ai suoi giudizi. Quella che offre è una falsa scelta: ognuno è libero di seguire le proprie preferenze, ma se queste non vanno nella direzione giusta allora sono indegne di rispetto. Il tutto assume così un profilo paradossale ed intimamente contradditorio: in un contesto culturale nel quale il pluralismo invita ad accettare scelte di vita profondamente diverse dalle proprie, i gusti e le opinioni altrui vengono fatte oggetto di biasimo e disprezzo se non omologate a qualcosa posto come Giusto. E alle spalle del richiamo alla serietà e alla sobrietà fa capolino un modo di pensare da Fattoria degli Animali: tutte le preferenze personali sono uguali, ma alcune sono più uguali delle altre.

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Matrix Reloaded

Giunti a festeggiare il terzo anno di vita del blog con un cambio di dominio, non senza un pizzico di innegabile autoreferenzialità si coglie l’occasione per ragionare un po’ su cosa sia questa cosa che si sta portando avanti. Un po’ come quando si fanno le pulizie in casa dopo una festa e si cerca di rimettere al loro posto gli oggetti che si trovano sparsi in giro, e magari senza riuscire a mettere a fuoco se qualcosa che si è trovato in un angolo nascosto è un vecchio acquisto di cui non si ha memoria o un oggetto smarrito da un ospite durante la serata. E così, premesso che non è questione di riflettere sul valore o sulla qualità dei contenuti che si sono accumulati in questi tre anni, si tratta di soffermarsi un po’ sul cosa si è fatto (o si è provato a fare) e sul perché. Ragionare prima di tutto sulle intenzioni piuttosto che sui risultati, e perciò a prescindere da qualsiasi giudizio su quelli che possono essere gli eventuali valori (o disvalori) di questi ultimi. Ma tenendo presente che prescindere dal giudizio sui contenuti non vuol dire affatto prescindere anche dai contenuti in sé. Anzi, significa piuttosto muoversi tenendo presente l’ottica secondo cui non basta calarsi un cappello da chef in testa per poter poi vantare eccelse doti culinarie dietro i fornelli di una cucina. Si tratta di un approccio in apparenza talmente scontato da far sembrare come inutilmente ridondante la sua stessa enunciazione. Ma quanto più si ha modo di osservare i comportamenti messi in atto da un numero di internauti tutt’altro che trascurabile, tanto più la solida scontatezza di cui sopra rivela ampie e profonde crepe.

Figlio degenere di altri e diversi spazi che lo avevano preceduto, questo blog nasceva dalla voglia di tradire in profondità l’ottica che aveva guidato i suoi predecessori. E se Tradimento era la figura paterna, quella materna rispondeva al nome di Noia. Noia nei confronti di una rete largamente appiattita sui toni della denuncia, del lamento, dell’ostentazione del disprezzo come strumento di autoelogio (autoesclusione), quando non di un livore palesemente rabbioso. E soprattutto dell’indignazione a comando, di quello sdegno indifferenziato per cui ogni giorno c’è qualcuno o qualcosa contro cui puntare l’indice. Ogni giorno nuove notizie, e come puntuali corollari nuovi responsabili da additare e nuovi colpevoli da braccare. Un tiro al piattello virtuale in cui qualcuno lancia in aria il bersaglio ed un plotone armato fa fuoco a ripetizione. E’ sufficiente passare pochi istanti su un social network  o dare un’occhiata veloce ai commenti in calce alle più disparate notizie su un qualsiasi quotidiano online per imbattersi in parole rabbiose e violente contro l’oggetto in questione, qualunque esso sia. Infatti, l’astio che frequentemente i commenti trasudano sembra vivere di vita propria rispetto all’oggetto verso cui di volta in volta si rivolge. E’ come una colata lavica che inghiotte indistintamente tutto ciò che incontra sul suo cammino, in una sorta di lunga notte di hegeliana memoria in cui tutte le vacche sono nere. E a dimostrazione di ciò vale il fatto che non sono solo, ad esempio, le notizie che possono riguardare più o meno direttamente la quotidianità dei commentatori a scatenare un coro di reazioni ringhianti. Le notizie di costume o di gossip possono facilmente diventare oggetto di ondate di insulti tanto più violenti quanto più gratuiti. Se, per esempio, la notizia di un provvedimento del Governo che va a toccare i beni dei cittadini ha gioco facile nel consentire a chi commenta di indossare la maschera di chi protesta di fronte a quello che giudica essere un torto, un simile travestimento crolla miseramente nel momento in cui a finire vittima di questo astio rabbioso è qualcosa di completamente innocuo: un personaggio dello spettacolo che pubblica un libro, un altro che annuncia la fine di una relazione o di cui viene scoperto un nuovo flirt, e così via. Fino ad arrivare ai frequenti casi in cui ad essere oggetto di attacco è la stessa diffusione della notizia. Un”accusa che viene articolata sulla base della più classica forma di benaltrismo, quella secondo cui ci sarebbero “altre cose più importanti di cui parlare…”

Internet è sempre più uno spazio in balia di un’invettiva senza fine che colpisce tutto e tutti. Una realtà in cui nessuno è mai responsabile di niente perché se qualcosa non funziona è sempre colpa di qualcun altro. Un luogo dove gli stessi che invocano punizioni esemplari per gli altri non esitano un istante a stracciarsi le vesti se sentono in qualche modo attaccati loro stessi, il loro mondo e ciò che ne considerano parte in generale. Tutti pretendono di giudicare tutto e tutti, indipendentemente da conoscenze e competenze, ma semplicemente sventolando senza sosta il diritto ad avere e, soprattutto, ad esprimere un’opinione. Sempre e ovunque. Indipendentemente dall’interlocutore, dal luogo in cui avviene lo scambio o dalle regole che questo chiede di rispettare ai propri ospiti. Proseguendo con l’analogia culinaria, si potrebbe dire che è un po’ come se bastasse la convinzione secondo cui la cipolla è un buon ingrediente da cucinare per poterlo inserire in qualsiasi ricetta, indipendentemente dal fatto che si tratti di un primo o di un secondo, di un dolce o di un long drink. E così, l’approccio secondo cui non è sufficiente indossare un cappello da chef per essere un buon cuoco viene brutalmente liquidato e sostituito da quello secondo cui non serve del tutto vestire gli abiti dello chef: per essere buoni cuochi basta essere in grado di distinguere un coltello da uno yogurt, il sale dall’olio, e il burro da un pezzo di carne e dal detersivo per pentole.

Si tratta, in pratica, di un esercito di Neo in cui ogni membro è impegnato in una sua guerra solitaria contro quella che considera essere la sua Matrix. Ma proprio come per Neo, risulta tutt’altro che semplice sfuggire al paradosso in base al quale ci si trova ad utilizzare nient’altro che i mezzi messi a disposizione dallo stesso sistema contro cui si ha la pretesa di lottare. Persone che si registrano su quotidiani online per scrivere che la stampa italiana fa schifo, persone che cliccano “mi piace” su pagine Facebook per poter dire che detestano e non sopportano quello su cui hanno appunto cliccato “mi piace”, e così via in una lista pressoché infinita.

Ma come si ha modo di vedere anche nel secondo capitolo della trilogia dei fratelli Wachowski, nella parte in cui Neo incontra l’Architetto, scegliere la pillola rossa piuttosto che quella blu non significa affatto rompere ogni legame con Matrix, quanto piuttosto farne parte in modo differente. L’Eletto non è lo strumento attraverso cui l’umanità avrà modo di liberarsi di Matrix, piuttosto è il portatore del codice originale mediante il quale il sistema ha modo di ripristinarsi ciclicamente evitando il crash. Ma non solo: allargando ulteriormente lo sguardo, è anche possibile osservare come in fondo non ci sia nulla che garantisca che la realtà sia proprio quella che si vede dopo l’assunzione della pillola rossa, se non la fede nella realtà di Zion che Neo apprende da Morpheus. Infatti, se si considera che Morfeo era il Signore dei Sogni, chi può dire con assoluta sicurezza che la realtà controllata da Matrix sia proprio quella in cui esiste Zion? Chi può affermare che la pillola rossa non sia ciò che rende prigionieri di Matrix anziché farne uscire? In fondo, Neo potrebbe anche non essere altro che una moderna Alice che segue il suo Bianconiglio travestito da Trinity in un Paese delle Meraviglie fantascientifico.

Osservando come esista un mercato di critica al “sistema” che il “sistema” stesso utilizza per arricchirsi, il tema dell’essere “contro” qualcuno o qualcosa si rivela ben più complesso di come normalmente sembra essere percepito. Ad esempio, Facebook può essere uno strumento da sfruttare per veicolare messaggi contro la globalizzazione, ma allo stesso tempo Facebook è a sua volta una società quotata in borsa figlia della globalizzazione stessa. Film come Fight Club o lo stesso Matrix vengono considerati film critici nei confronti della società, ma in realtà nascono, si sviluppano e trovano la fama grazie a quelle stesse strutture verso le quali rivolgono le loro critiche. E’ il paradosso dell’opera contro il consumismo (film, libro, etc.) che si trova in vendita proprio negli spazi verso i quali si rivolgono le critiche che vengono di volta in volta esposte ed articolate. Tenendo comunque presente che tutto ciò non significa che le critiche di volta in volta espresse perdono automaticamente il loro valore se chi le articola può esserne a sua volta fatto oggetto, non sarebbe altro che una fallacia di pertinenza. Ma piuttosto considerando che una divisione del mondo in schieramenti contrapposti – in bianco e nero, in bene e male, in jedi e sith – è qualcosa che spesso dice molto di più a proposito di chi la effettua, che non a proposito di ciò verso cui è rivolta.

E così, partiti con l’idea di capire cosa si è fatto, si finisce col rendersi conto piuttosto di cosa non si è fatto e e di cosa non si vuole fare. O più probabilmente di cosa non si potrebbe fare neppure volendolo. Sulla base di simili premesse, l’unica cosa che sembra onesto dire è che questo non è un blog “contro”. Non a caso, non tutto ciò che viene trattato è soggetto a critiche negative, anzi. Non trattandosi di una rivista e non offrendo recensioni o consigli per gli acquisti in generale, non c’è alcun interesse nel promuovere qualcosa o nel bocciare qualcos’altro. L’unica cosa che forse è possibile trovare tra queste pagine virtuali sono dei tentativi di lettura degli oggetti con cui di volta in volta ci si interfaccia. Una serie di monologhi che spesso non raccontano altro che dialoghi. I giudizi e i valori, le promozioni e le bocciature sono competenze dei tanti maestri che è possibile trovare in giro.

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.
(E. Montale)

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Tiranni Da Giardino

A differenza di quanto potrebbe sembrare in apparenza, l’arbitrarietà di una tirannia morale non si manifesta attraverso l’imposizione di nuovi divieti, quanto piuttosto per mezzo dell’esercizio di un potere il cui scopo consisterebbe nel definire di volta in volta, in modo appunto arbitrario, quali debbano essere i circoscritti oggetti di indignazione, di scandalo, di stigmatizzazione, e così via. Per una tirannia morale, l’invocazione di nuove norme e sanzioni di natura legale al fine di imporre nuovi divieti rappresenta solo una extrema ratio. Ciò è da imputare al fatto che ogni proibizione avente una base istituzionale non costituisce un limite solo per quanto si trova ad essere interessato dal divieto in questione, ma anche per l’arbitrarietà del moralismo stesso, in modo direttamente proporzionale all’estensione del campo che la norma prende sotto il suo controllo. Quindi qualsiasi soggetto (sia esso una singola persona, un movimento, un ente, etc.) che ambisca a raggiungere una posizione di potere attraverso l’utilizzo dello strumento morale si guarderà bene dal chiedere regole ferree e divieti chiari e definiti di natura generale. Piuttosto utilizzerà metodi come il discredito e la denigrazione. Eventuali richieste di sanzioni o divieti saranno perlopiù rivolti ad oggetti ben circostanziati, attraverso l’uso di argomentazioni indirettamente ricavate dall’oggetto stesso. In questo modo non c’è il rischio, trattandosi spesso di campagne che si basano sul consenso, di esibire in primo piano le pulsioni censorie che mirano a limitare le libertà altrui, perlomeno non senza il supporto di adeguati imbellettamenti in grado di ammorbidirne l’aspetto autoritario. Ed allo stesso tempo si limita il rischio di vedere l’autorevolezza eventualmente conquistata limitata da quelle stesse norme per le quali ci si è attivati. Infatti, l’instaurazione di una regola generale sottrae potere all’arbitrio di chi persegue campagne morali: la possibilità di contestare un oggetto in particolare (a partire dalla manifestazione d’indignazione fino alla pubblica gogna) si basa sulla necessità che l’oggetto in questione ricada all’interno di ciò che è lecito. Nel momento in cui si rende illecito l’oggetto di volta in volta in questione, e quindi non appena lo si elimina dall’ambito di una dialettica basata sul confronto per confinarlo all’interno dell’insieme degli atti illegali, si rende del tutto inutile la prosecuzione delle campagne di protesta ed indignazione. Le proteste a carattere morale possono avere senso solo se l’oggetto stigmatizzato non è illegale. E l’obiettività alla quale non raramente viene fatto riferimento attraverso l’invocazione di principi e valori non è altro che una cosmesi linguistica finalizzata al dare un volto presentabile alla denigrazione.

Si immagini, ad esempio, un certo gruppo di persone che si fa carico del compito di criticare e contestare quello che viene considerato un certo tipo di malcostume all’interno dei programmi televisivi, come ad esempio la presenza di donne vestite in modo succinto. Per prima cosa, difficilmente il movimento in questione metterà in discussione il diritto dei singoli individui a scegliere il proprio abbigliamento (purché, ovviamente, questo rimanga all’interno dei confini stabiliti dalla legge): ad essere oggetto di contestazione saranno piuttosto le presunte conseguenze, più o meno indirette, che ne scaturirebbero, sulla base di valutazioni che obbediscono a letture personali del reale (i “modelli” proposti al pubblico, gli “esempi” offerti ai minori, etc.). Si tratta in pratica di una falsa scelta: ad ogni persona viene riconosciuto il diritto di vestirsi come meglio crede, ma se l’abbigliamento non rispetta certi requisiti allora può diventare oggetto di critiche feroci. L’oggetto in questione non viene criticato in sé, ma sulla base di presunte conseguenze o risvolti sociali considerati dannosi.  I bambini che sarebbero vittime di cattivi esempi, i valori della tradizione che sarebbero minacciati da derive immorali, i costumi che sarebbero intaccati dalla decadenza e dalla mancanza di vigilanza, e così via fino ad invocare interi popoli o grandi categorie di persone, sono tutte forme sublimate dietro le quali non si nasconde altro che la volontà di chi parla. In altre parole, i principi da difendere che vengono invocati non sono altro che forme di cosmesi linguistiche volte a mascherare una serie di prese di posizioni riconducibili all’interno dei confini di una volontà censoria, del desiderio di imporre in modo tirannico scelte e costumi che se sanciti per legge risulterebbero illiberali.

Di fronte ad un film contenente scene di sesso, o di violenza, o con contenuti che qualcuno potrebbe reputare quantomeno non condivisibili, l’invocazione di una regola generale che vieti sequenze di un determinato tipo rischia di far sfuggire la materia dalle mani del censore stesso, il quale a sua volta non potrà fare a meno di censurare un film nella sua interezza o magari di tagliare le scene incriminabili anche nei casi in cui non dovesse ritenerlo opportuno. L’invocazione di principi e valori permette invece al censore di turno di intervenire (o provare a farlo) solo nei casi in cui lo ritenga opportuno, approvando invece i contenuti di cui apprezza la divulgazione. Il tiranno morale non ambisce ad una regola che vieti, ad esempio, tutte le scene di sesso dai film in televisione, perché una simile mannaia rischierebbe di falciare indiscriminatamente anche contenuti a lui graditi, e perché la sua opinione sulla scena di volta in volta in questione non avrebbe alcun valore, trovandosi sovrastata da direttive che lui stesso è tenuto a rispettare. Il tiranno morale preferisce così concentrarsi sul messaggio e soprattutto sull’opportunità di vietarlo qualora risulti, a suo giudizio, sgradevole o nocivo, affinché le ipotetiche scene di sesso in questione non siano censurate sempre in quanto tali, ma solo nei casi in cui possa reputarlo opportuno. E la presunta obiettività basata su valori e principi alla quale il tiranno morale può far ricorso per giustificare il proprio agire non è altro che l’esternazione dell’ideologia di cui si fa portavoce.

Le scelte altrui vengono accettate dal tiranno morale finché non mettono in discussione gli equilibri sociali e culturali dei quali lui si è fatto portavoce, ed allo stesso tempo la loro messa in discussione si rivela essere la cartina tornasole di un’ideologia intimamente reazionaria. Ad esempio, sebbene non ci siano leggi in Italia che vietino di fare la velina, né al momento risultino esserci proposte di legge finalizzate a vietare tale professione o a regolamentarne i diversi aspetti (quali vestiti indossare, come muoversi, quanti centimetri di pelle indossare, quali movimenti possono essere accettabili, etc.), alla luce di un certo moralismo già lo stesso termine “velina” ha una connotazione negativa. In breve, sul piano generale, non c’è nulla che faccia pensare che una simile professione non debba godere di un rispetto analogo a quello di tante altre. Eppure, il fatto stesso che una ragazza possa dichiarare di aspirare al successo in questo campo la espone, agli occhi di una parte della popolazione, ad un evidente disprezzo, come se la strada scelta per provare a fare un salto nella scala sociale (difficilmente chi sceglie un simile percorso proviene dalle fasce più elevate della società) potesse non essere sufficientemente degno di rispetto. Espressione di una cultura ideologicamente reazionaria, il moralismo che spesso pervade le campagne di protesta e di denigrazione non si rivela essere altro che il volto accettabile di un rigido classismo sociale che trova difficile accettare che una persona possa attivarsi per cercare un’alternativa ad un futuro di precarietà, di disagi o magari di fatica malpagata, attraverso la partecipazione a spettacoli televisivi, come ad esempio i reality show, che tutto sommato possono non richiedere particolari studi o preparazione. Il moderno tiranno morale rimane saldamente all’interno del suo giardino recintato da principi e valori che lo mantengono separato dal malcostume altrui, elogiando la solidità della sua dimora contro la corruzione che si annida all’esterno. Intimamente ed inconfessabilmente reazionario, il tiranno morale non manca di esprimersi a favore della libertà di scelta altrui, a condizione che tali scelte non vadano ad impattare in profondità sugli equilibri sociali e culturali, quando non ideologici o di classe, in vigore, su quello stato di cose dal quale deriva il proprio valore e la propria posizione nella scala sociale, o nel quale comunque riconosce sé stesso. E il disprezzo che ostenta verso quelle libere scelte altrui che in alcun modo possono danneggiarlo non è altro che la misura delle diversità morali che il piccolo tiranno non è in grado di accettare, o anche solo tollerare.

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Mi Assolva, Comico, Perché Ho Peccato!

Anche quest’anno, il carattere di rito nazionale del Festival di Sanremo si è confermato non solo nella sua capacità di attirare l’attenzione, o anche solo un curioso interessamento, da parte di coloro a cui piace la musica italiana, ma anche e soprattutto nell’annuale replica delle critiche da parte di chi, incapace di ignorarne l’esistenza, ne invoca l’abolizione giudicandolo uno spettacolo erede di una cultura vecchia e conformista. Il carattere generalizzato della critica non si rivolge solo alla musica, ma spesso anche e soprattutto agli eventuali contorni. E nel caso di quest’anno, in modo più o meno esplicito, molteplici accuse di conformismo si sono concentrate in modo particolare sulle esibizioni comiche di Luca e Paolo, i quali, tra sketch e riadattamenti di canzoni, hanno invece fornito un tutt’altro che scadente esempio di satira. Essenzialmente sono due le accuse rivolte alla coppia di comici genovesi: di non fare satira e di proporre una comicità cerchiobottista. Entrambe tali affermazioni sono facilmente riconducibili ad una nota vulgata che, ormai ampiamente diffusa, sminuisce la satira trasformandola in una pratica assolutoria nei confronti dei peccati del pubblico, mascherando il tutto dietro la messinscena della “critica al potere”. Secondo tale vulgata, la satira non si definirebbe in base al modo che il comico avrebbe di affrontare un particolare argomento, o a seconda dei meccanismi che utilizzerebbe, ma dipenderebbe soprattutto dall’oggetto del monologo. Sulla base di una simile impostazione, per essere tale la satira dovrebbe essere “contro il potere”, e specularmente, qualora non si schieri “contro il potere”, allora non è satira. Il primo evidente vantaggio che offre questa semplificazione consiste nel fornire un’assiomatica semplice ed elementare che, in modo molto rassicurante per chi la abbraccia, trasforma un limitato sottoinsieme dei possibili campi che la satira potrebbe coprire nella totalità di essa, privandola di mordente e snaturandola in una sorta di funzione laica nella quale, attraverso la risata, il pubblico partecipa ad un rito collettivo. Infatti, dietro il paravento della critica al potere si assolvono le colpe della collettività attraverso l’individuazione di un numero limitato di capri espiatori.

Onde evitare fraintendimenti, va subito sottolineato che il processo di assoluzione non si svolge attraverso l’esercizio della critica al potere, quanto piuttosto nell’elevazione di tale argomento ad unico oggetto possibile di satira. E tutto questo malgrado sia noto che innumerevoli sono gli esempi di satira che grandi comici hanno dedicato ai più disparati argomenti, a volte reggendo interi spettacoli senza praticamente nominare “il potere”. Facendo una veloce e molto sommaria carrellata di singoli esempi, basta ricordare che George Carlin ha fatto monologhi sui bambini ed i loro genitori iperprotettivi come sull’ecologismo, Bill Hicks ha parlato di fumo e di gay nell’esercito, Billy Connolly ha scherzato sulla masturbazione e Robert Schimmel sulla sessualità, Chris Rock si è messo a dare consigli ai “fratelli neri” su cosa fare per non farsi massacrare di botte dalla polizia, Eddie Izzard ha dedicato spazio ai dentisti come ai metodi di riproduzione, Jerry Seinfeld si sempre concentrato soprattutto sulla quotidianità, e così via fino a dar vita ad un elenco composto da innumerevoli comici ed un numero esponenzialmente maggiore di spettacoli. Invece, di fronte ad una concezione restrittiva come quella in discussione, cioè sulla base dell’idea che la satira per essere tale debba scontrarsi con il potere, si arriverebbe alla conclusione che nessuno degli esempi sopra elencati potrebbe essere definito tale. E più in generale, che dei vasti repertori di questi autori sarebbero da considerare come satirici solo i brani in cui l’oggetto del monologo è il governo o qualche altra istituzione a questo paragonabile per influenza e potere.

In breve, quello che i comici come Carlin e Hicks hanno insegnato è che nella satira moderna non esistono argomenti off limits a prescindere, inclusi quelli che possono mettere a disagio il pubblico. Anzi, la satira può consistere anche nel far sentire al pubblico la pressione sociale che si esplicita nel disagio che si prova nel ridere di qualcosa della quale, secondo le regole della buona società, non si dovrebbe ridere. E al di là delle valutazioni sul risultato ottenuto, questo è quanto hanno fatto Luca e Paolo nelle due esibizioni che maggiormente hanno attirato critiche e polemiche. Nel primo caso, prendendo spunto dalle polemiche innescate dalla loro esibizione canora dedicata perlopiù al capo del governo durante la prima serata, rilanciano con uno sketch durante il quale prima di tutto ripetono sotto una forma differente le stesse cose che avevano detto la prima sera (e che erano state fonte di polemiche), e poi alzano il tiro coinvolgendo altre note figure italiane, all’interno di una cornice che complessivamente si prende gioco di quella satira schierata che invoca libertà ed autonomia per sé, salvo poi indignarsi nei confronti di chi sceglie bersagli differenti. E coloro i quali successivamente hanno reagito obiettando che il loro sketch non era satirico, non hanno capito che invece si trattava di satira proprio su di loro e sulle loro posizioni secondo cui la patente di satirico dovrebbe essere data solo a chi parla dei “potenti” (e di alcuni in particolare).

Ma è con il secondo sketch che il duo comico consuma lo strappo più violento con quella parte di pubblico che, fedele agli insegnamenti luttazziani, ritiene che la satira debba essere “contro il potere”. Seduti ad un tavolo di legno, Luca e Paolo impersonano una coppia di generici italiani che chiacchierano di politica, soffermandosi in particolare, per l’ennesima volta, sugli scandali a sfondo sessuale che vedono coinvolto il premier. Snocciolando una dopo l’altra le ragioni di pubblica indignazione nei confronti di ciò di cui tutti parlano, i due ogni volta si ritrovano d’accordo nell’affermare che poi, in fondo, non si tratterebbe di cose molto differenti da quelle che avrebbero fatto anche loro come molti altri. Trovando ripetutamente giustificazione a tutte le ragioni d’indignazione, Luca e Paolo arrivano alla conclusione secondo cui il premier non avrebbe sbagliato veramente, quanto piuttosto che gli sarebbe “andata di sfiga”. Appare evidente come, ancora una volta nell’arco di pochi giorni, le vicende delle cronache nazionali vengano utilizzate per far ridere il pubblico. Ma anche in questo caso, come in quello precedente, il capo del governo non è l’unico obiettivo: giustificazione dopo giustificazione, quella che viene messa alla berlina è un’indignazione di facciata costantemente alla ricerca di un capro espiatorio attraverso il quale nascondere un malcostume diffuso.

Il comandamento al quale si sarebbero sottratti i due comici genovesi consisterebbe pertanto nel loro essere venuti meno a quella che potrebbe essere definita come la funzione assolutoria del comico. Non circoscrivendo la loro azione al solo potente di turno, ma contestualizzando la vicenda che lo riguarda all’interno di un quadro più ampio che coinvolge in modo generico anche chi ostenta indignazione, secondo l’approccio ortodosso della satira come “critica al potere” avrebbero compiuto una sorta di atto assolutorio mediante il delineamento di una sorta di colpa collettiva, di un retroterra culturale condiviso sul quale si poggerebbe anche la vicenda che da mesi occupa uno spazio dominante nelle cronache nazionali. In realtà, appare evidente che nello sketch di Luca e Paolo non c’è proprio nulla di assolutorio. Il meccanismo è piuttosto semplice: all’enunciazione di un misfatto segue puntualmente, dopo una breve riflessione, la ricerca di eufemismi per parlare dell’accaduto nel momento in cui i due protagonisti si rendono conto che quella loro indignazione potrebbe essere rivolta anche nei confronti di atti che hanno compiuto o che compierebbero. Qui non c’è nessuna ricerca di una giustificazione alle azioni del potente di turno, quanto piuttosto l’esplicito scherno rivolto ad un’ipocrisia diffusa, sempre tanto inflessibile nei confronti degli altri quanto indulgente nei confronti di sé stessa.

Se si osserva la maggior parte degli spettacoli presentati come “satira” in televisione, sarà facile notare come nella larga maggioranza dei casi ad essere oggetto di comicità sono potenti presenti in vari campi (politici, industriali, banchieri, etc.) mentre, nei casi in cui viene tirato in ballo, il popolo viene dipinto come rassegnato, disilluso, disincantato ed impotente. La “critica al potere”, intesa strettamente come critica rivolta a chi detiene una qualche forma di potere, svolge una funzione consolatoria presso il pubblico che, dipinto come lucidamente impotente di fronte alle malefatte di chi occupa posti più elevati nella scala sociale, viene assolto da ogni colpa. Gli spettacoli nei quali l’attenzione è focalizzata pressoché in modo totale sui potenti, sono anche quelli nei quali si solleva il pubblico da qualsiasi responsabilità. (Si tratta di un meccanismo molto simile a quello su cui si fonda la denuncia della presenza di un “regime”: lo scopo della denuncia pubblica del “regime” non consiste tanto nell’attaccare l’avversario, quanto piuttosto nel giustificare l’eventuale assenza di alternative come frutto dell’invadente azione di un ingombrante avversario, in altre parole come impossibilità ad agire e non come inattività da parte di chi da questo si differenzia solo a parole ed in termini di opportunità.) Il comico che occupa la scena ed inanella battute sui potenti senza mai rischiare di urtare la sensibilità di chi lo ascolta è una figura consolatoria che assolve gli astanti da ogni loro colpa, individuando nel potente di turno la radice dei loro mali. In tal senso, Luca e Paolo, scherzando pubblicamente sul fatto che la società non è molto differente da chi occupa i ruoli di comando, su come la doppia morale abbia radici che si estendono ben oltre le pareti delle stanze del potere, sono venuti meno alla loro funzione consolatoria, quella che consiste nell’assolvere il pubblico dai suoi peccati indicando come le responsabilità dei guasti nel paese siano appannaggio di una cerchia ristretta di persone. Chi cercava un’ennesima assoluzione attraverso la pubblica derisione di un capro espiatorio si è trovato davanti qualcuno che invece gli ha fatto notare che probabilmente potrebbero essere molti gli indignati che potrebbero avere qualche peccato da confessare. E all’ombra dell’accusa di non fare satira “contro il potere” si nasconde l’irritazione nei confronti dell’assenza del consueto perdono generalizzato.

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Heil Satire!

Che cos’è la satira? Può essere fascista? Quand’è che la satira sarebbe fascista? Queste sono le domande alle quali tempo addietro, in modo più o meno diretto, il comico Daniele Luttazzi offriva le sue risposte in un articolo intitolato Mentana a Elm Street. Si tratta di risposte che hanno avuto un tale successo da diventare le linee guida di una scuola, di un approccio che si pretende esclusivo alla materia e che, di riflesso, intende stabilire cosa sia meritevole di essere definito “satira”, e soprattutto in quali termini. La divulgazione dei suoi strumenti del mestiere ha dato vita, come si suol dire, a innumerevoli tentativi di imitazione (in qualche caso interi siti), stimolati attivamente dallo stesso comico attraverso le pagine del suo blog. Ma quello che si vuole fare qui non è rispondere alla domanda d’apertura, un’interrogazione dalla forma platonica che, in quanto tale, pretenderebbe di essere espressione di un assoluto. Piuttosto, si tratta di interrogare le posizioni del comico, il loro funzionamento e i sottotesti sui quali fanno leva, per vedere se il suo discorso possa essere considerato davvero così disinteressato come sembra porsi. Infatti il punto non riguarda tanto il fatto che Luttazzi propone una sua (legittima e sacrosanta) interpretazione di cosa significhi fare satira, ma intende anche sostenere come questa sia l’unico modo giusto di farlo. Si tratta di un approccio che giustifica sé e il proprio agire attraverso un violento attacco rivolto agli approcci alternativi al suo, appunto attraverso la definizione di “fascistode”. Ovviamente la scelta dell’uso di un termine politico (“fascista”) per denigrare gli approcci difformi al suo non può non mostrare come il suo stesso discorso, a monte, si trovi schierato e politicizzato. Già nell’incipit dell’articolo, Luttazzi definisce la satira “nobile” quando il suo “bersaglio merita di essere attaccato”, ed il parlare di “merito” non può non ricondurre ad una scala di valori e di priorità, a loro volta opinabili indipendentemente dal livello di condivisione.  Nella qual cosa, neanche a dirlo, non ci sarebbe niente di strano in sé: l’idea di una satira che non muova i propri passi a partire da almeno un punto fermo sarebbe tanto credibile quanto il racconto del barone di Munchausen che sostiene di essere uscito dalle sabbie mobili tirandosi per i capelli. Questo non vuol dire che il problema che pone, quello dello sfottò fascistoide che si traveste da comicità al solo scopo di reprimere, non esista o non sia da prendere in considerazione. Ma il tutto assume una luce differente nel momento in cui non solo si afferma cosa debba essere considerato meritevole di essere oggetto di satira in base a una determinata scala di valori, ma anche come debba essere giudicato chi non la condivide o, semplicemente, decide di centrare il proprio bersaglio su altri obiettivi.

Per fare chiarezzasu quanto scritto dal comico è pertanto necessario riprendere le fila del suo discorso andando a interrogare il suo non detto, tutto quanto viene dato per scontato, cioè ciò dietro cui si cela un altro Potere, quello in funzione del quale sta parlando. E ciò che emerge, alla fine, è che non solo la satira di Luttazzi non va a scalfire in alcun modo il Potere contro il quale sostiene di scagliarsi, ma al contrario diventa uno strumento di propaganda di un altro Potere, quello in funzione del quale articola la propria posizione. Infatti, rifiutando seccamente di mettere in discussione i propri valori, di problematizzarli, ma anzi utilizzandoli al contrario per delegittimare quelli altrui, non si ha alcuna critica rivolta a un potere nemico, quanto piuttosto una ricerca del consolidamento del consenso del quale ci si pone come espressione. In altri termini: si ha una forma di Propaganda. Sganciando la sua teoria dal punto di vista assoluto del quale si pone come espressione, e ricollocandola sul piano di un approccio possibile ma non necessario, traspare che non solo quanto dice non è in grado di raggiungere l’obiettivo prefissato (mettere in discussione il Potere), ma si pone esso stesso come una forma di propaganda (“fascistoide”). Dietro il paravento di un presunto modo corretto di fare satira “non-fascista”, si muove lo spettro della ricerca di un consolidamento del consenso delle proprie posizioni (ideologiche). La critica a corrente alternata del cattivo gusto non solo non mette in discussione la struttura di potere nel quale affonderebbe le proprie radici, cioè quello che su un piano generale definisce i confini di ciò che è accettabile, ma al contrario ne invoca una versione più pura. Contro quello che definisce il “conformismo imperante”, Luttazzi invoca un altro tipo di conformismo, un modello culturale in base al quale chi prova a dissacrare quello che lui considera sacro diventa portavoce di forme espressive “fascistoidi”.

In breve, secondo Luttazzi, per essere tale (o comunque per non essere “fascistoide”), la satira deve avere come oggetto i potenti, possibilmente quelli che vengono considerati malfattori, e non deve avere come bersaglio una vittima. Partendo cioè dal dileggio e dall’uso del ridicolo come strumento tipico della propaganda di matrice fascista (nel senso più ampio del termine) atto ad isolare e mortificare gli avversari, Luttazzi ne estende la sfera d’influenza all’interno della satira come se fosse una cosa naturale, cioè senza considerare, per quanto sostenga il contrario, almeno tre fattori: il contesto nel quale la battuta viene pronunciata, l’obiettivo di chi la pronuncia, e il target al quale la battuta è rivolta. Il risultato di una simile arbitraria violenza concettuale è che, alla luce di quanto sostenuto da Luttazzi, ciò che non rientra nel suo gusto e che soprattutto non rispetta la sua scala di valori viene definito “fascista”. I Griffin, Sacha Baron Cohen, Il Male, e perfino Bill Hicks, finiscono tutti nell’enorme calderone della satira “fascistoide”. Il vizio concettuale che permette al comico di articolare il suo articolo di propaganda si basa su un elementare paralogismo: siccome il dileggio di una vittima è una pratica “fascistoide” (come le da lui citate foto dei prigionieri di Abu Grahib), allora qualsiasi impiego di una vittima all’interno di un contesto comico (Peter Griffin che mangia le patatine nel rifugio di Anna Frank, facendo rumore mentre i soldati nazisti marciano all’esterno) diventerebbe a sua volta “fascistoide”. Paradossalmente, Luttazzi, cioè il comico che rivendica per sé la libertà di mettere in discussione le scale di valori altrui, non tollera in alcun modo che qualcosa possa mettere in discussione la sua, di scala di valori. E su chiunque non si attenga a essa cala impietosa come una ghigliottina la definizione di “fascista”.

Al di là del bersaglio polemico ovviamente differente sul piano del contenuto, da un punta di vista metodologico il comico agisce come un qualsiasi censore. Poi, poco importa che le ragioni di biasimo o di delegittimazione del censore di turno si basino su personali valutazioni di cosa sia “fascista”, di cosa sia “offensivo” o di “cattivo gusto”, di cosa sia “indecente”, e così via: si tratta sempre di un principio personale assunto come metro di giudizio delle scelte altrui. L’analogia tra l’approccio di Luttazzi e quello di un qualsiasi conservatore può essere ricavato da un altro episodio esemplare, sempre riguardante i Griffin. In una puntata, ad un certo punto appare un personaggio affetto dalla sindrome di Down che afferma di essere “la figlia di un ex-governatore del Nebraska”. Il riferimento all’ex-candidata alla vicepresidenza, la repubblicana Sarah Palin, madre di un bambino affetto dalla sindrome di Down, è palese. A questo punto, adottando l’ottica luttazziana, si tratterebbe di un altro esempio di satira “fascistoide” nel quale una vittima (il personaggio affetto da sindrome di Down) sarebbe stata fatta oggetto di derisione, e perfettamente in linea con tutto ciò arriva la reazione scandalizzata della madre repubblicana. Ma al di là delle valutazioni personali su quanto possa essere accettabile o meno scherzare su un simile argomento, quello che mette a priori in crisi l’argomentazione in stile luttazziano è la risposta di Andrea Fay Friedman, la doppiatrice originale del personaggio del cartone animato. Anch’essa affetta dalla sindrome di Down, la doppiatrice non solo difende il valore comico della battuta, ma rispedisce le accuse alla mittente repubblicana affermando che nella sua famiglia nessuno l’ha mai portata in giro ed esibita in pubblico, come fa la Palin col figlio, per conquistare simpatie e voti.

Sull’episodio specifico, il comico sentenzia sul suo blog: “MacFarlane (creatore dei Griffin) usa di routine gag fascistoidi. Gli esempi sono troppi per pensare a scivoloni casuali. Si compiace di fare la testa di cazzo. Infatti piace tanto ai cazzari”. Ovviamente, il gusto per la sentenza secca ben nasconde ma non elimina gli aspetti problematici della questione: l’attrice che ha doppiato la scena ha trovato la scena divertente e si è prestata al gioco, è lei stessa fascista? E più nello specifico: che diritto ha un comico, non affetto dalla sindrome di Down, di sentenziare cosa possa essere divertente o meno per chi invece vive tale condizione? Non si tratterebbe forse di quell'”abiezione del parlare a nome degli altri” oggetto di dure critiche da parte di pensatori come Michel Foucault? E ancora, chi è che sfrutta la condizione del bambino: MacFarlane nella sua gag o la candidata repubblicana che lo esibisce in pubblico? In fondo, se MacFarlane ha potuto fare un riferimento al figlio della Palin talmente evidente da essere colto anche dal pubblico al di fuori degli Stati Uniti non è forse perché la condizione del bambino era stata ampiamente pubblicizzata durante la campagna elettorale? Si tratta chiaramente di una serie di domande di natura morale che non possono trovare una risposta univoca. Chi potrebbe realmente permettersi di sentenziare su quanto le azioni della Palin siano dettate dal ruolo di madre e quanto da quello di politica? Ma allo stesso modo, chi potrebbe permettersi di dire cosa dovrebbe trovare divertente una persona affetta dalla sindrome di Down? Non sarebbe piuttosto il caso di definire “fascistoide” la volontà di affermare unilateralmente un’assiomatica morale? Un’assiomatica in cui i valori di una parte vengono utilizzati per braccare i comportamenti altrui e, nell’impossibilità di bloccarli, reificarli.

Una volta messa in discussione la presunta apoditticità di una reificazione della satira altrui, quello che rimane è un approccio alla difformità che non accetta le spiegazioni altrui, ma solo confessioni in linea con le imputazioni formulate dall’accusatore (“Hai preso in giro una vittima! Confessa! Sei un fascista! Ammettilo! Fai satira fascistoide! Confessalo!”). Un crucifige! arbitrario e unilaterale che non solo non mette in discussione i potenti, ma ne riproduce i comportamenti attraverso l’utilizzo di metodologie analoghe. Allo stesso modo degli avversari che lui considera i bersagli della satira, che protestano quando scherzi o battute di vario genere vanno a colpire la loro cultura o i loro modi di vivere (religione, appartenenza politica, preferenze mediatiche, etc.), così lui reagisce violentemente nei confronti di chi mette in discussione ciò che lui considera intoccabile. Fino ad arrivare a definire “fascistoidi” le battute di un Bill Hicks, cioè di un comico il cui monolitico liberalismo antimilitarista non raramente sconfinava nell’anarchismo.

A proposito della nota battuta di Luttazzi su Ferrara nella vasca da bagno (quella divenuta famosa in quanto causa del suo allontanamento da La7), ben presto divenne di dominio pubblico che non si trattava di materiale originale: era la sua rielaborazione di una gag di Bill Hicks rivolta a un commentatore politico radiofonico molto noto negli USA, il conservatore Rush Limbaugh. Senza entrare nel merito della polemica che da tempo si trascina attorno alla figura di Luttazzi e alle battute che lui ha derivato da altri comici siano plagi o citazioni, va detto che la gag di Hicks è stata profondamente trasformata. Per quanto possa essere stata considerata “offensiva” o “di cattivo gusto”, la versione di Luttazzi era estremamente edulcorata nei toni e nel messaggio rispetto all’originale. A giudizio di Luttazzi, Hicks avrebbe utilizzato il termine “gay” in senso negativo, pertanto la sua sarebbe una gag “fascistoide”, e aggiunge che “molte battute di Hicks lo sono: lasciandosi trasportare dal gusto per la provocazione, non sempre Hicks riesce a giustificare in modo satirico le enormità”. In queste poche righe è possibile vedere non solo tutta la distanza tra Hicks e Luttazzi, ma anche le analogie tra Luttazzi ed i suoi “censori”. Hicks usa il termine “gay” in accezione negativa al fine di associare i conservatori oggetto del suo monologo (Limbaugh, ma anche le alte gerarchie del partito repubblicano: due presidenti, una moglie di un presidente e un vice) a qualcosa che loro fanno oggetto di pubblico disprezzo.

Lo scopo di Hicks non è deridere i gay, ma ricordare che una significativa parte del suo paese (i conservatori oggetto del monologo, appunto) li disprezzano. Quindi non si tratta di mero “gusto per la provocazione”, come dice Luttazzi, ma della descrizione di un’orgia di potenti nella quale il bersaglio polemico riesce a raggiungere il piacere solo attraverso l’abbandono a pratiche sessuali che ostentatamente disprezza in pubblico. Fedele a una concezione dello spettacolo come ricerca della consapevolezza, Hicks non spiega al suo pubblico cosa dovrebbe dire o pensare, lo colpisce (a volte in modo duro) e poi lo abbandona a sé stesso affinché si faccia una sua opinione. L’idea che una qualche “enormità” inserita in un monologo debba essere giustificata è un’idea peculiare di Luttazzi, non di Hicks. Anzi, l’idea stessa di giustificazione in generale è qualcosa che entra profondamente in conflitto con l’approccio anarchico alla comicità di Hicks: la giustificazione ha senso solo in funzione di una generica entità superiore che può concedere o revocare il proprio assenso. Basare le accuse di fascismo rivolte alla comicità di Hicks sulla base del fatto che lui non “giustifica in modo satirico” significa sostenere l’idea contraddittoria secondo cui Bill Hicks avrebbe fatto gag “fascistoidi” in quanto vicino a posizioni anarchiche.

Luttazzi non solo si guarda bene dal recuperare tutto il monologo di Hicks, ma lo taglia e lo edulcora in modo tale da non entrare in conflitto con ciò che secondo lui non deve essere toccato. A partire da una sorta di superiorità morale, Luttazzi ripulisce il monologo di Hicks da quelli che considera eccessi “fascistoidi”, in modo non difforme da come un canale televisivo può ripulire suo il palinsesto da un suo spettacolo in quanto eccessivamente “offensivo” o di “cattivo gusto”. Mentre per Hicks la lotta al conformismo  imperante si concretizzava in un esercizio personale nel quale è sempre il soggetto a farsi carico delle sue scelte e delle sue posizioni, non raramente impopolari, per Luttazzi assume la forma dell’interiorizzazione di un altro tipo di conformismo in base al quale il dissenso o l’opposizione diventano forme espressive “fascistoidi”. A differenza della satira di un Hicks che utilizzava le “enormità” per mettere in discussione il conformismo imperante, quella di un Luttazzi rappresenta un assestamento interno del conformismo stesso, è una forma di conformismo che entra in conflitto con un’altra che considera antagonista, ma che si guarda bene dal mettere in discussione il quadro generale.

In un altro noto monologo, Hicks affronta il tema dei gay nell’esercito, un argomento che da un punto di vista analogo a quello espresso dal comico italiano potrebbe essere considerato “fascistoide”: essendo i gay vittime di discriminazioni da parte dell’esercito, lo scherzare sulla loro condizione potrebbe essere considerato umorismo “fascistoide”. Ma il punto è che ad Hicks non interessa minimamente che qui possano essere in gioco i diritti di una minoranza: il fatto stesso che chiedano di poter entrare nell’esercito è per lui indice inequivocabile di idiozia. Hicks non contesta la legittimità di una richiesta in quanto espressione di una discriminazione, piuttosto contesta implicitamente l’idea che debba essere rispettata in quanto proveniente da una minoranza. L’apparente violenza di Hicks, che non raramente si concretizzava in forme di provocazione rivolte al suo stesso pubblico, derivava da un’idea della comicità come mezzo per cancellare tutti i confini, per mettere in discussione il conformismo generale nella sua forma più profonda. Ed è quello che ha fatto fino a quando ne ha avuto la forza. Tolte le violazioni della legalità, per le quali ci sono le sedi apposite, accettare che possa esserci un limite che non debba essere oltrepassato dagli altri, significa legittimare anche le limitazioni che non si condividono, perché al di là delle singole diverse posizioni personali, tutte si appoggiano su una stessa idea: che qualcosa non debba essere detto in pubblico perché potrebbe essere offensivo nei confronti di qualcun altro. E in tal senso si potrebbe dire che non solo la gag sulla vasca da bagno non rappresenta un plagio dell’originale del comico americano, ma ne rappresenta piuttosto un intimo e profondo tradimento. Modificandola al fine di ricondurla all’interno di limiti “giustificabili”, epurandola dei suoi eccessi, Luttazzi ha portato la gag  proprio dove probabilmente il suo autore originale non avrebbe voluto: all’interno di un confine. Non a caso, quando un paio di intervistatori della BBC provarono a mettere Hicks di fronte all’esigenza di tracciare dei confini, la sua laconica risposta fu: “Posso raccomandarvi dei giocolieri che potrebbero piacervi?”

Come si diceva in passato, per essere efficace la propaganda non deve essere percepita come tale, e il suo scopo primario non è convertire a un’idea chi la pensa diversamente, quanto piuttosto radicare o rafforzare un determinato concetto in chi si muove a partire da una base comune (in qualsiasi regime, il dissenso non viene combattuto con la propaganda, ma con la reificazione). E un articolo come quello di Luttazzi centra entrambi gli obiettivi: non viene percepito come propaganda e offre degli strumenti atti a rafforzare, perlomeno in chi condivide la sua scala di valori, che il suo è il metodo univocamente corretto di affrontare la materia. Inoltre allo stesso tempo riesce a mettersi preventivamente al riparo da eventuali critiche al suo conformismo dipingendo il dissenso, sia esso diretto o meno, come pratica “fascistoide”. E’ l’emergere e l’affermarsi di una legislazione morale articolata in principi e divieti: se trovi i divertenti i Griffin e ti fanno ridere le loro gag, sei un cazzaro “fascistoide”; se ti fanno ridere gli eccessi di Bill Hicks o il monologo originale su Rush Limbaugh, sei un ammiratore di satira fascistoide; e così via. L’efficacia di una simile propaganda si vede nel momento in cui le persone alle quali è indirizzata (i suoi fan) interiorizzano simili precetti mettendo in discussione il proprio apprezzamento, ad esempio, per il cartone animato americano di MacFarlane sulla base della scala di valori di un comico che non ammette il dissenso. E che sia indirizzata solo ai suoi fan risulta evidente dal fatto che non può che risultarne immune chiunque non conceda al comico in questione il diritto (e quindi il potere) di stabilire unilateralmente cosa sia fascista e cosa no. In fondo, le patenti di fascismo attribuite con disinvoltura a chi rifiuta una qualche forma di conformismo dicono molto di più su chi le elargisce, tali patenti, che non su chi le riceve.

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ReBlogging Lemmings

Fin dal suo esordio all’inizio degli anni ’90, Lemmings ha attraversato molteplici cambi di piattaforme di gioco, riuscendo ad arrivare a conquistare un proprio spazio nella cultura popolare. Al di là delle innovazioni introdotte nel corso degli anni, la struttura di base del gioco è rimasta pressoché invariata. Si tratta di un rompicapo nel quale il giocatore deve guidare i lemmini da un punto iniziale verso un punto finale, salvandone il maggior numero possibile (o perlomeno quanti ne richiede il livello per poter essere superato). La caratteristica principale delle creature con i capelli verdi è di essere spensieratamente inarrestabili. Una volta ricevuto un comando, lo eseguiranno fino a quando sarà loro possibile: a volte arrivando all’uscita, a volte entrando in un loop che potrebbe durare fino allo scadere del tempo, altre volte arrivando infine al suicidio. Un lemming non si ferma se non quando il giocatore glielo ordina. E senza l’intervento di questo, incoscienti i lemming continuano ad avanzare, del tutto incuranti della possibilità che davanti a loro possano esserci trappole, fuoco, il vuoto, pozze acide o altro ancora. All’interno della finzione ludica, due sono le peculiarità che caratterizzano i lemming: la completa inconsapevolezza dello spazio all’interno del quale si muovono e l’incapacità di eseguire più di un compito alla volta. Catapultati all’interno di scenari di volta in volta sempre più ricchi di insidie e pericoli, i lemming iniziano subito a camminare senza esitare e senza guardarsi attorno. Senza l’intervento del giocatore, e in assenza di qualcosa che possa arrestare la loro marcia, non esiteranno a lanciarsi nel vuoto o in altri pericoli mortali, in fila uno dopo l’altro.

Tuttavia la loro inarrestabile incoscienza non è l’unico fattore del quale dovrà tenere conto il giocatore: è possibile far compiere ai lemming determinate azioni (scavare, bloccare, arrampicarsi, costruire scale, etc.), ma è necessario fare attenzione perché, una volta assegnati certi compiti, li eseguiranno fino a quando sarà loro possibile, o quantomeno fino a quando non riceveranno un contrordine. In assenza di ulteriori interventi da parte del giocatore, il lemming al quale è stato ordinato di scavare lo farà finché non troverà una superficie più dura che non gli permetterà di procedere, o anche fino a quando non arriverà ad avere il vuoto sotto di sé, precipitandovi e aprendo la strada a tutti i suoi simili che lo seguono. Allo stesso modo, il lemming al quale viene data l’abilità di scalare si arrampicherà su qualsiasi parete che glielo consenta, anche qualora questo dovesse portarlo a rovinose cadute nel vuoto. Quello che in pratica caratterizza i lemming dalla maggior parte dei protagonisti di altri videogame è il loro rapporto con il movimento. Prendendo ad esempio un gioco altrettanto longevo come può essere Prince of Persia (ma potrebbe trattarsi di Bubble Bobble come di Darksiders, di Tomb Raider come di un qualsiasi simulatore sportivo, etc.), qui il protagonista necessita di costanti input da parte del giocatore per agire e muoversi attraverso gli scenari. Tra il giocatore ed il suo personaggio c’è continuità: il protagonista è di volta in volta la rappresentazione delle abilità apprese dal giocatore. In Lemmings, invece, tutto questo viene capovolto. I lemming agiscono indipendentemente dalla volontà del giocatore: non appena fatto il loro ingresso nello scenario, cominciano a camminare avanti ed indietro senza attendere valutazioni.

In pratica, il compito del giocatore, ancora prima del dare ordini finalizzati alla realizzazione di un percorso che possa permettere ai lemming di uscire sani e salvi dallo scenario, consiste nel vigilare e intervenire affinché il loro agire in automatico non li conduca verso qualche pericolo. Quella dei lemming è la rappresentazione di un comportamento completamente avulso dalla riflessione: alla base vige l’impossibilità di stare fermi (tranne che in caso di specifico ordine che può essere impartito singolarmente, e spesso in numero limitato, dal giocatore). I lemming vanno sempre avanti senza guardarsi mai indietro, e il loro orizzonte non si spinge oltre quello che compiono al momento: non esiste alcuna valutazione delle conseguenze delle azioni. Se l’ordine è di scavare, il lemming scaverà fino ad aprire un buco che si apre sul vuoto e gettarvisi dentro, prontamente seguito da tutti i suoi simili. Quello del lemming è il comportamento di un soggetto che non agisce sulla base di input esterni che vengono di volta in volta valutati, ma che si regola in base a schemi prefissati in base ai quali una determinata azione comporta una non meno determinata reazione. In tal senso il comportamento dei lemming diventa una valida rappresentazione del soggetto che agisce coerentemente con un’ideologia che lo sovrasta senza che lui riesca tuttavia a riconoscerla come tale, in accordo con un regime culturale fondato su una propaganda che, occultandosi, si pone come regola di scelte e di valori.

Spesso la propaganda viene associata alla partigianeria, ma si tratta di un errore poiché, a differenza di quest’ultima, non deve essere percepita come tale. Quando ad esempio il direttore di un telegiornale o un conduttore televisivo prendono esplicitamente posizione in favore e contro qualcosa nell’ambito di una controversia, quello che si ha di fronte è un esempio di partigianeria, non di propaganda. Un editoriale apertamente schierato è riconducibile al proverbiale predicare ai convertiti: chi ne condivide il contenuto approverà, chi invece è contrario ne sarà infastidito. Un contenuto schierato in maniera esplicita non è propaganda in quanto non assolve al suo compito primario: trasmettere ai soggetti ai quali si rivolge input che, se esposti altrimenti, potrebbero sollevare dubbi ed obiezioni. Per poter essere efficace, una propaganda non deve essere percepita come tale e, viceversa, se viene denunciata e messa in discussione in pubblico, o non lo è realmente, o lo è in modo fallimentare. In altre parole deve essere in grado di condizionare, ed eventualmente guidare, il comportamento altrui senza che questo si renda conto di essere stato influenzato, ma anzi convincendolo che le sue scelte sono di volta in volta volontarie, e non viziate da un inquadramento iniziale. La persuasione può essere un mezzo che la propaganda dispiega per raggiungere il suo fine, ma i suoi obiettivi sono l’adesione incondizionata e la neutralizzazione del dubbio. E nel momento in cui cambiano i contesti, necessariamente si modificano anche gli strumenti che bisogna utilizzare per raggiungere l’obiettivo desiderato.

Sarebbe ingenuo pensare che nell’epoca dei social network una qualsiasi forma di propaganda possa essere efficace utilizzando strumenti del secolo scorso come, ad esempio, i cinegiornali. All’interno di un contesto nel quale i mezzi d’informazione erano poco diffusi e, allo stesso tempo, rappresentavano una novità per il pubblico, l’opinione pubblica poteva essere genericamente indirizzata attraverso il controllo dei pochi mass media popolari. Ma nel momento in cui i mezzi si moltiplicano e aumenta la velocità con cui le notizie si diffondono, un simile approccio è votato all’inefficacia. Pensare di poter modificare i convincimenti del pubblico attraverso dei cinegiornali in stile Istituto Luce è un’idea condannata al ridicolo ancora prima che al fallimento. Utilizzando una terminologia riconducibile a McLuhan, la propaganda agisce a livello del mezzo più che del messaggio, ed è proprio ponendosi a monte dei contenuti che oggi riesce ad agire indisturbata, arrivando a convincere il proprio target anche di cose palesemente illogiche, infondate o semplicemente false. Come, ad esempio, che delle plateali prese di posizioni possano essere  considerate forme di propaganda.

Partendo da un esempio preso dall’attualità, l’accusa che viene rivolta al direttore del telegiornale dalla principale rete pubblica italiana ogni volta che appare con un editoriale è di utilizzare un mezzo pubblico per fare propaganda in favore del governo. Ma se si trattasse di propaganda,  non dovrebbe essere percepita come tale, dimostrando di essere in grado  perlomeno di interagire con le convinzioni degli spettatori senza esternare esplicitamente i propri intenti. Se osservati sulla base di una prospettiva propagandistica, simili editoriali sono fallimentari: lo schieramento di chi utilizza la sua posizione per esprimere il suo parere è palese. Un editoriale in favore di un provvedimento non è che un altro esempio di predica ai convertiti: chi già condivide le tesi espresse lo considererà corretto, chi non le condivideva prima lo considererà errato o ingannevole.  Più che essere votata al tentativo di influenzare il pubblico, si tratta di un operazione che ne ricerca il consenso. La propaganda, piuttosto, si ha a monte, al livello delle accuse che vengono rivolte all’editoriale, cioè dove si pone un discorso che nasconde sé stesso accusando un altro oggetto. E’ un po’ come l’assassino che cerca di nascondere le proprie colpe depistando le indagini, magari seminando prove false per minare la credibilità dell’accusa. E’ impensabile che un editoriale isolato che difende (o attacca) un provvedimento, da solo nell’oceano informativo contemporaneo, possa avere una forza tale da alterare radicate e consolidate convinzioni, eppure le accuse che vengono rivolte sono ben precise e, per quanto infondate, riescono a incontrare ampi consensi. E’ la propaganda nella sua forma ideale: mentre si adopera per convincere il proprio target del messaggio che sta veicolando (cioè quello secondo cui sarebbe l’editoriale avversario a essere un messaggio propagandistico) nasconde la propria natura attraverso le sembianze dell’accusa o della denuncia. Trasformando unilateralmente una presa di posizione in qualcosa di molto simile a un messaggio pubblicitario, l’apparato ideologico avversario le nega la dignità del confronto. E’ il trionfo dell’argomentazione ad hominem: schivare qualsiasi confronto relativo ai contenuti espressi spostando l’attenzione sul soggetto che le ha esposte.

Si tratta di una pratica altamente diffusa. E facendo un esempio di segno opposto ci si può trovare di fronte a ulteriori conferme, a episodi che nella loro infondatezza dimostrano come oggi la propaganda preferisca muoversi sul piano delle denunce e delle accuse, piuttosto che su quello dei messaggi in senso stretto, cercando di diffondere un’immagine negativa degli avversari anziché lavorare per affermare positivamente la propria. Guardando i palinsesti televisivi è facile notare come la maggior parte dei programmi di approfondimento e talk show in generale non siano vicini all’attuale maggioranza di destra al governo. I vari Ballarò, Annozero, L’Infedele, etc. sono spesso evidentemente schierati contro il centrodestra, e questa è una cosa che da anni viene denunciata durante le trasmissioni, nelle code polemiche che seguono, e non raramente anche in quelle che ne precedono le messe in onda. Il coro di denunce è sempre lo stesso: la trasmissione schierata starebbe facendo disinformazione, la sua mancanza di equilibrio danneggerebbe unilateralmente una parte politica, e così via. Che da anni simili trasmissioni siano schierate e manchino di equilibrio è palese, ma che la loro messa in onda possa danneggiare una certa parte politica è un dato tutt’altro che scontato o dimostrato. Anzi, se si osservano i risultati elettorali degli ultimi anni, sorge più di qualche dubbio a proposito della veridicità di simili affermazioni, e questo per il semplice ed evidente fatto che proprio chi da anni denuncia questo “monopolio” poi si è trovato comunque a vincere una parte delle competizioni elettorali. Diventa chiaro che lo scopo di simili accuse non è protestare in sé contro uno stato di cose che effettivamente danneggerebbe chi denuncia e protesta, quanto piuttosto convincere i suoi sostenitori che si tratterebbe di una forma di propaganda.  L’efficacia di simili azioni può essere rilevata nel momento in cui numerose persone schierate contro il governo protestano contro gli editoriali del direttore del TG1, come se questo potesse realmente spostare dei voti. E altrettanto, se non di più, si vede osservando il calore che anima le proteste contro i talk show schierati a sinistra da parte di chi è realmente convinto che si tratti di propaganda contro una destra guidata da un proprietario di mass media, quando invece è la storia di questi ultimi anni a dimostrare che una competizione elettorale può essere vinta a prescindere dall’ostilità delle trasmissioni avversarie.

Se nella prima metà del secolo scorso, in linea con quanto descritto da Orwell nel suo 1984, la propaganda agiva attraverso la diffusione di notizie selezionate (quando non contraffatte), oggi a causa del mutamento di contesto non può far altro che modificare sé stessa. In passato agiva controllando le informazioni, pubblicandole in modo tale da consolidare l’adesione ai principi che intendeva veicolare, nonché cercando di prevenire il sorgere di dubbi mediante l’impedimento della diffusione di voci e opinioni alternative. Invece oggi ha radicalmente cambiato le proprie modalità comunicative, utilizzando la velocità della circolazione delle notizie e la moltiplicazione dei dati. Per affermarsi oggi, un qualsiasi apparato ideologico non utilizza una forma di persuasione unilaterale e monolitica, esponendosi così a innumerevoli attacchi provenienti dall’esterno. Piuttosto si manifesta attraverso una moltitudine di notizie e informazioni che, nel loro veloce avvicendarsi le une alle altre, tengono il soggetto che vi aderisce costantemente impegnato, cercando quanto più possibile di allontanarlo dall’ambito del dubbio e della critica. Ed è proprio per questo motivo che un mezzo come internet, in virtù della sua modernità, diventa terreno fertile per l’affermarsi di regimi culturali, anche ben più dei mass media classici. La possibilità di coinvolgere attivamente molteplici soggetti, di trasformarli in punti di propagazione, permette all’apparato ideologico di diffondersi travestito da “condivisione spontanea”. E’ il ReBlogging come attività dedita alla trasmissione di contenuti propagandistici travestita da adesione volontaria.

La questione non riguarda la propagazione delle notizie in sé, la loro verità o falsità, ma i messaggi che attraverso esse vengono veicolati. Non riguarda tanto ciò che viene espresso all’interno di un articolo in sé, quanto piuttosto la visione del mondo che si trova alle sue spalle, l’ottica che lo genera e che meriterebbe una riflessione, e che invece si trova ad essere assorbita dal veloce susseguirsi e avvicendarsi di notizie, sovrastata dall’indignazione a comando e dalla entusiastica adesione allo scandalo del momento. Il reblogging, inteso come il condividere su uno spazio virtuale (blog, facebook, twitter, etc.) qualcosa con la quale si è entrati in contatto al solo ed unico scopo di diffonderlo non è altro che il trionfo di una propaganda che non ha più bisogno di agire in prima persona perché è già stata completamente interiorizzata da chi la propaga: è l’apparato ideologico che delega a terzi il compito di sostenerlo ed alimentarlo. Il reblogging è una militanza travestita da contestazione, da diffusione di messaggi che, nell’opinione di chi aderisce con entusiasmo alla campagna del momento, dovrebbero rappresentare una presa di posizione. E’ il trionfo di una presa di posizione, di un apparato ideologico, sullo stesso soggetto che vi aderisce. Con questo, sia chiaro, non si vuole demonizzare la condivisione o la segnalazione in quanto azione singola o come insieme di gesti di volta in volta motivati, ma come prassi sistematiche finalizzate alla diffusione di un’ideologia. Sono i contenuti che si susseguono a prescindere da appositi controlli e valutazioni a manifestare l’adesione a uno schema di valori predeterminato, si tratti della denuncia sociale in outsourcing come del franchising dell’indignazione.

Proprio come lemming, impossibilitati a stare fermi e allo stesso tempo costretti a subire lo scenario e i percorsi presenti in esso, attraverso un reblogging che si limita a diffondere e condividere senza aggiungere nemmeno un’ombra di riflessione personale, i soggetti che vi aderiscono vengono trasformati in meri diffusori, in casse di risonanza per un pensiero che li sovrasta. E’ l’apparato ideologico di riferimento a stabilire cosa sia giusto fare o meno, cosa condividere come positivo e cosa segnalare come negativo. E’ l’apparato a stabilire di volta in volta quale atteggiamento tenere di fronte ai diversi oggetti, quale musica ascoltare e quale disprezzare, quali film vedere e quali scartare sdegnati, quali programmi televisivi dichiarare interessanti e quali invece oggetto di scherno e ludibrio collettivo, e così via. Soggetti militarizzati che considerano scelte volontarie le regole d’ingaggio alle quali si conformano. Il reblogging è la voce tirannica di un apparato ideologico che definisce e propaganda le proprie gerarchie e i propri valori per poi convincere i soggetti che ne diventano ingranaggi che la loro adesione alle varie campagne è frutto di una libera scelta. E’ la falsa scelta divenuta regola di comportamento: di fronte ad uno spettro di alternative, il soggetto si considera libero di scegliere, ma quali siano le scelte giuste e quali le sbagliate è già stato stabilito a monte. Sono le regole d’ingaggio dell’apparato culturale di riferimento a stabilire cosa contestare e cosa condividere, cosa diffondere ed in quali termini.

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Porno: il Sesso del Diavolo

Alla fine degli anni ’60, quando l’affermarsi di temi legati all’emancipazione sessuale nella società italiana comincia a entrare in contrasto con i costumi della tradizione, uno dei grandi maestri del cinema italiano realizza un film nel quale cattura in modo esemplare questa tensione. In Brucia Ragazzo, Brucia, Fernando Di Leo racconta la storia di Clara, una signora borghese che, durante una villeggiatura estiva al mare in compagnia della figlia e della zia, viene sedotta da uno studente bagnino e per la prima volta nella sua vita prova un orgasmo. Clara confessa l’accaduto al marito e gli chiede per quale motivo con lui non fosse mai accaduto. Il marito va su tutte le furie e la tratta da puttana, affermando la propria volontà di lasciarla e portare la figlia con sé negli Stati Uniti. Non appena lui esce di casa, in preda alla più nera disperazione la donna decide di suicidarsi ingoiando una dose letale di psicofarmaci. Tornato in casa, l’uomo trova la moglie priva di sensi e capisce subito cosa ha tentato di fare. Potrebbe chiamare un’ambulanza e salvarla. Invece decide di uscire nuovamente e abbandonarla a morte certa, facendo finta di non essere tornato e di non avere scoperto l’accaduto. In questo piccolo dramma borghese il risveglio sessuale femminile soccombe di fronte alle resistenze che incontra all’interno di una cultura e una tradizione nella quale il maschio continua a occupare una posizione di dominio, e non sembra avere alcuna intenzione di rinunciarvi.

Al di là della questione del tradimento, è soprattutto la richiesta di spiegazioni da parte della donna sul perché non abbia mai provato un orgasmo all’interno della vita sessuale coniugale a provocare nel marito due immediate conseguenze che si intrecciano tra loro: un’involontaria accusa di inadeguatezza (il marito non ha mai fatto provare un orgasmo alla moglie) va a sfumare in un quadro all’interno del quale anche la donna rivendica il diritto di godere, di provare piacere e di non essere costretta a rimanere al servizio dell’egoistica soddisfazione della sessualità del marito. Allo stesso tempo, sebbene non immune dall’onta dal tradimento, la rabbia del marito nasce soprattutto dal trovarsi di fronte una donna che, rivendicando il proprio diritto al piacere, sovverte la sua visione del mondo, la sua concezione dei rapporti tra uomo e donna, e dei confini che ne dovrebbero limitare il comportamento in modo esclusivo. Non solo liquida ciò che ha fatto il bagnino per farle provare piacere come “tecniche”, ma rilancia dichiarando che l’assenza di orgasmi nella vita sessuale della moglie era frutto del suo controllo. In pratica, non solo afferma che la donna non ha alcun diritto di provare piacere, ma anche che un simile desiderio è vizioso ed innaturale: “Hai conosciuto una parte di te che non m’interessa, dove hai trovato delle voglie innaturali… Essere donna ha dei limiti… oltre i quali esiste solo il vizio“.

Il film di Di Leo non è in alcun modo pornografico in senso stretto, ma proprio nel suo evidenziare il contrasto tra una sessualità alla ricerca di un’affermazione di sé e un’ideologia dominante che cerca di controllarla reificandola, il tema che affronta è tutt’altro che distante da uno degli elementi che dividono coloro che si occupano di porno (nel mondo del cinema, come dello spettacolo in generale). Si tratta della questione secondo cui qualsiasi donna, nel momento stesso in cui esibisce pubblicamente la propria sessualità, contribuirebbe a consolidare una certa concezione maschilista della donna come oggetto. In altre parole, chi critica il porno sulla base di una presunta sottomissione della donna a una visione maschilista della sessualità, sostiene che la pornografia non sarebbe altro che una manifestazione di un’ideologia maschilista imperante. E a nulla varrebbe indagare su quali possano essere di volta in volta le scelte e il livello di consapevolezza delle attrici coinvolte.

In tutto ciò è presente una contraddizione di base che fa sì che simili posizioni finiscano con l’assumere i connotati di ciò che criticano. Essendo l’oggettificazione un processo di interpretazione, la letteratura anti-porno oggettifica la donna proprio attraverso l’atto di non tenerne in considerazione la volontà della donna stesssa (l’attrice), le sue scelte e la sua ricerca di soddisfazione. Come il marito di Clara che si infuria di fronte alla moglie che chiede spiegazioni sul perché non abbia mai provato un orgasmo, quasi come se il suo desiderio di provare piacere fosse non solo inopportuno ma addirittura pericoloso per il mantenimento degli equilibri famigliari (da qui la minaccia di portarle via la figlia), così la letteratura anti-porno non tiene in considerazione la volontà dell’attrice di praticare il sesso davanti ad una telecamera. Allo stesso modo ne mortifica l’autodeteterminazione, il diritto di utilizzare il proprio corpo per arrivare a una qualche forma di soddisfazione. Si tratta di quella che Michel Foucault definiva come l’abiezione di parlare per gli altri, la pratica di parlare per conto di altre persone senza interpellarle (di parlare per conto degli omosessuali senza tenere conto delle loro opinioni, degli abitanti di un ghetto senza che sia presente nessuno di loro, della sessualità di un’attrice porno senza che questa possa esprimersi in prima persona e così via).

Vale la pena di notare che comunque le osservazioni di chi sostiene che durante la visione di un film pornografico la donna può essere vista come un oggetto sessuale non sono completamente infondate. Essendo questa un’operazione che viene compiuta da chi guarda, risultare assai difficile anche solo immaginare che i milioni di uomini che osservano donne nude dedicarsi alle più diverse pratiche sessuali siano dediti alla contemplazione delle attrici nell’affermazione dei loro diritti all’autodeterminazione. L’eventuale giudizio dello spettatore secondo il quale un’attrice che si spoglia o che fa sesso davanti a una telecamera sia da considerare, proprio in virtù di questo suo agire, un oggetto sessuale e in quanto tale sia dominabile e dominato rimane una responsabilità di chi esprime il giudizio stesso, cioè di chi guarda. Non è la produzione in sé (il film) a oggettificare la donna, ma lo sguardo di chi guarda. Attribuire responsabilità riguardanti l’oggettificazione delle donne a una Jenna Haze o a una Sasha Grey, a partire dal loro diritto ad utilizzare il proprio corpo come meglio credono, significa avallare la mentalità maschilista per cui una donna che vive liberamente la propria sessualità può essere condannata in pubblico a una gogna morale. Si tratta proprio di quella mentalità maschilista secondo la quale, ancora oggi, un uomo che va a letto con molte donne è un playboy o un rubacuori, mentre la donna che fa altrettanto con molti uomini è una puttana.

Il risultato di una simile prassi conduce a una deresponsabilizzazione (parziale o totale) del soggetto rispetto alle sue opinioni o azioni attraverso l’attribuzione di colpe a certi tipi di produzioni culturali (musica, film, fumetti, videogiochi, etc.). E l’ovvia conseguenza di un simile approccio consisterebbe nel poter affermare che non è tutta colpa sua, se un uomo considera le donne alla stregua di oggetti sessuali: sono le attrici che elargiscono le loro grazie allo sguardo indiscreto di una telecamera a indurlo a pensare una cosa simile. Si tratta di un processo analogo a quello in base al quale alcune persone hanno cercato di attribuire a un Marilyn Manson una parte di responsabilità per quanto avvenuto alla Columbine, oppure che ha portato altri a sostenere che la violenza giovanile sia una conseguenza anche del diffondersi di un certo tipo di videogiochi, di film, e così via. Sono forme di caccia alle streghe che cercano le manifestazioni del maligno e tentano di scacciarlo ed eliminarlo; è un aspetto della radice cristiana della morale occidentale, per cui se accade qualcosa di male è perché un diavolo ha indotto qualcuno in tentazione.

Posta la questione relativa all’assoggettamento della femminilità a una mentalità maschilista, un’ipotetica soppressione dell’industria porno non andrebbe a modificare le sue condizioni concrete. E’ solo un modo per nascondere la proverbiale sporcizia sotto il tappeto. Non è occultando la pornografia e confinando la sessualità femminile nell’ambito del privato (come avviene nell’esempio di Clara e di suo marito nel film di Di Leo) che il predominio maschile viene messo in discussione. Nel momento stesso in cui si sostiene che le scelte della pornostar che si afferma attraverso la spettacolarizzazione della propria sessualità sono inconsapevoli e vittime del predominio maschile, si finisce con l’avallare i pregiudizi di chi, di fronte a un film porno, crede di aver trovato una conferma delle proprie opinioni secondo cui se una donna non è una santa del focolare allora non può essere altro che una puttana. Come se dal giudizio sull’attrice fosse naturale ricavare un giudizio sulla persona fuori dal set, e viceversa. Senza considerare che si tratta pur sempre di cinema, e che nessuno si sognerebbe mai di esprimere dei giudizi, ad esempio, su Anthony Hopkins, sulla base dei crimini compiuti da Hannibal Lecter.

Che gli attori impegnati sul set stiano facendo realmente sesso, è evidente. Ma per quanto possano essere reali gli atti sessuali compiuti davanti alle telecamere, una volta finito di girare e montato, il film porno non costituisce una rappresentazione della realtà. Si tratta di un tentativo di rappresentarla, e in tal senso potrebbero essere trovati dei punti di contatto con quanto teorizzato dai registi neorealisti italiani. Ma proprio come nel caso del Neorealismo, la verosimiglianza (nonché l’efficacia delle immagini) non viene ottenuta attraverso una sorta di ingenuo filmare qualcosa che accade davanti all’obiettivo. E non si tratta solo dell’interpretazione degli attori, del loro dedicarsi a un’attività sessuale sacrificando il proprio piacere e la propria comodità in favore dell’occhio della videocamera. La narrazione dell’atto sessuale non avviene solo attraverso l’interpretazione degli attori sul set ma anche, quando non soprattutto, attraverso il posizionamento della videocamera e il successivo montaggio delle sequenze. Trattandosi di cinema, la scelta delle inquadrature, la distanza della videocamera dai corpi che vengono ripresi, la scelta dei piani di ripresa (interi piuttosto che primissimi), i movimenti di macchina, nonché, in fase successiva, la presenza o meno di una colonna sonora (ed eventualmente quale), la scelta di quale ordine dare alle riprese, il ritmo con cui avvengono gli stacchi, l’uso dell’alternanza di campo e controcampo, l’eventuale utilizzo di espedienti quali la dissolvenza incrociata o la sovrimpressione, e molto altro ancora, sono tutti elementi che vanno a costruire una grammatica filmica in base alla quale non è possibile liquidare ciò cui lo spettatore finale assiste come generica ripresa di un atto sessuale.

Una sequenza di un film pornografico non cattura l’atto sessuale, piuttosto ne fornisce un racconto, la narrazione vista da una o più prospettive. E si tratta di una narrazione nella quale, proprio in funzione del suo obiettivo mirante a un coinvolgimento del pubblico, il corpo femminile deve essere fatto risaltare, attraverso luci, inquadrature, abbigliamento sexy e quanto altro. Tutti elementi inaccettabili all’interno di una cultura nella quale l’uomo voglia mantenere il controllo sulla donna, nella quale il successo al di fuori delle mura domestiche deve essere scoraggiato perché rappresenterebbe una minaccia al suo potere e alla sua autorità. A tal proposito vale la pena di ricordare come, da un punto di vista cronologico, in Italia l’avvento della pornografia precede l’abrogazione delle disposizioni sul delitto d’onore, e non viceversa.

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L’isola di Lost

Alla fine, dopo sei stagioni di programmazione, anche per Lost, una delle serie televisive di maggiore successo di sempre, è arrivato il momento di calare il sipario e spegnere i riflettori. E ora che la narrazione è finita, rimangono i commenti, le valutazioni e le discussioni tra fan e appassionati vari sul finale e, di conseguenza, sulla storia nella sua interezza. Molti sono infatti i misteri che non sono stati svelati, gli interrogativi rimasti senza risposta, e questa è una valutazione indiscutibile. Quella che invece diventa oggetto di confronto e di discussione è, di volta in volta, la reazione del pubblico di fronte alle scelte della produzione. Ed è inevitabile che lo spettro delle possibili reazioni sia quantomai ampio e variegato: si parte dall’apprezzamento per un finale che chiude la storia mantenendo in buona parte il mistero che ha avvolto la vicenda senza rischiare di banalizzarlo attraverso spiegazioni che sarebbero potute apparire semplicistiche, alla dichiarazione di delusione per gli stessi motivi per cui altri hanno espresso apprezzamento (le domande rimaste senza risposta), passando attraverso la semplice commozione di coloro che hanno visto nelle ultime puntate l’occasione per dire addio a dei personaggi ai quali si erano affezionati.

L’elenco delle domande che sono rimaste senza risposte è lunghissimo: che cos’era la luce nell’isola? Perché l’isola si poteva spostare nello spazio? La realtà alternativa mostrata nell’ultima serie era reale, immaginaria o una specie di Purgatorio? Qual’era il nome del fratello di Jacob e chi era la loro madre? Perché alcuni personaggi potevano apparire sull’isola anche dopo morti sotto forma di fantasmi? Da chi proteggerrano l’isola i nuovi custodi? Perché Desmond era resistente all’elettromagnetismo? E molte, molte altre ancora. E’ possibile che non sia un caso se nella puntata dedicata a Jacob gli sceneggiatori fanno dire alla madre di questo che ogni risposta porta sempre ad un’altra domanda: se nella prima serie l’attesa era rivolta alla scoperta di cosa ci fosse dentro la botola, una volta saputo la domanda si sposta in direzione della necessità o meno di digitare i numeri; una volta scoperto cosa succede se si smette di digitare la sequenza numerica sul terminale, sorgono altre e nuove domande, e così via. Ciò che muta da una valutazione ad un’altra, quindi, non è la valutazione delle risposte offerte, quanto piuttosto la reazione nei confronti degli interrogativi rimasti senza risposta. Ma questo è un aspetto che più che offrire informazioni sulla serie, parla del commentatore, delle sue idee e delle sue aspettative.

Ecco quindi il pubblico dividersi tra coloro che, come in un normale giallo o in un poliziesco, dichiarano che avrebbero voluto un finale in cui venissero offerte le risposte che il pubblico cercava da tempo, e quelli che invece sono ben contenti che la produzione abbia scelto di non compromettere con risposte o spiegazioni quel mistero che ha permeato la serie fin dal suo prima episodio. In pratica, da un lato c’è chi avrebbe voluto che i produttori rispondessero ai loro interrogativi come se la storia non fosse altro che una sorta di giallo fantascientifico in cui ad un certo punto un deus ex machina sarebbe dovuto calare dall’alto per rispondere a tutti i “perché?” del pubblico, e dall’altro un pubblico che invece ha scelto di accettare il mistero per godere dei protagonisti e delle loro storie. Riproducendo nella realtà quel confronto/conflitto tra fede e ragione sul quale la serie ha basato una parte non trascurabile della propria narrazione.

E’ ovvio come un ruolo non secondario nel generare attese ed aspettativi nei confronti di una Rivelazione finale sia stato giocato dalla produzione stessa, che fin dall’inizio ha seminato spunti e riferimenti di ogni tipo, donando alla serie la forma di un puzzle da risolvere. Dai nomi di alcuni personaggi contenenti espliciti riferimenti alla filosofia (Hume, Locke, Rousseau, Ricardo) ad altri di provenienza biblica (Jacob, Aaron), dai rimandi alla letteratura (Sawyer) a quelli all’induismo (Dharma), nulla sembrava essere stato lasciato al caso. E proprio per questo motivo, innumerevoli persone hanno cercato, con differenti mezzi e scopi, di mettere in ordine la moltitudine di indizi raccolti e collezionati al fine di trovare una spiegazione in grado di rendere il tutto chiaro e coerente. Quasi come se si trattasse di una sorta di Settimana Enigmistica, in molti hanno seguito la vicenda aspettando le puntate successive per scoprire se le loro personali risposte alle domande aperte dagli episodi passati potessero essere corrette o meno. E ora che la serie si è conclusa senza offrire tutte le risposte che quella parte di pubblico si aspettava, la delusione per una simile mancanza è qualcosa che riguarda le aspettative di un pubblico simile e del suo approccio alla storia. Ma se si tiene conto dell’importanza crescente che la storia ha dato all’aspetto della fede rispetto a quello della ragione, si può comprendere come la serie si muovesse in direzione di una conclusione ben differente da quella che attendeva chi sperava in un chiarimento esplicito e razionale di tutta la vicenda. Allo stesso tempo, chi ha seguito ed apprezzato la serie in quanto tale (e non esclusivamente in ragione di pur legittime e naturali attese personali) potrà continuare a porsi delle domande e a cercare delle risposte, nella coscienza che non esiste nessun elenco con le soluzioni corrette, e che pertanto ogni tentativo di arrivare ad una spiegazione esauriente è appunto destinato a rimanere tale, un tentativo. Tuttavia, oggi il pubblico ha a disposizione un insieme di elementi in più: perché se fino a prima della fine non aveva modo di sapere su cosa sarebbe stato messo un punto fermo e su cosa no, oggi invece è un fatto noto. E proprio l’indeterminazione che circonda molteplici elementi della storia diventa un elemento positivo, e non una mancanza. Il fatto, ad esempio, che non si sappia il nome del fratello di Jacob o come fossero possibili i viaggi nel tempo e perché avvenissero, non sono mancanze, ma elementi di un quadro generale che non cede alle pressioni di un pubblico che ambisce a vedere tutto e che chiede che tutto gli venga spiegato come nel finale di un giallo qualsiasi. Fino a prima della fine, ad esempio, oltre a non sapere quale fosse la natura dell’energia dell’isola, il pubblico non aveva modo di sapere se sarebbe stato mai spiegato ed eventualmente quale avrebbe potuto essere questa spiegazione; dopo il finale, risulta chiaro che la natura dell’energia dell’isola rimarrà nell’insieme degli elementi misteriosi e non degli interrogativi che hanno trovato una risposta.

Tra tutte queste domande, una delle principali riguarda la natura stessa dell’isola. Molto semplicemente: che cos’era l’isola? Parlando in termini generali, sperduta nell’oceano un’isola è un luogo completamente separato dal mondo continentale e al quale è difficile accedere, uno spazio che in ragione della sua collocazione geografica si è sottratto alla contaminazione delle regole umane. E’ uno spazio difficile da raggiungere e dal quale, come in questo caso, può essere difficile allontanarsi. E proprio per questo motivo, per il suo essere chiusa in sé stessa, l’isola si presenta prima di tutto come occasione di un nuovo inizio, di un distacco dal passato e di un ricominciamento. Precipitati sull’isola deserta, i naufraghi si trovano a fronteggiare una condizione completamente nuova, uno stato in cui non è detto che le regole che hanno osservato durante tutta la loro vita abbiano ancora valore. Ognuno di loro arriva con un carico di problemi e di sofferenze: c’è chi si trova su una sedia a rotelle in seguito ad una dolorosa vicenda familiare, chi è orfano dei genitori e vive di truffe in attesa di poter consumare la propria vendetta contro chi considera il responsabile della sua condizione, chi ha appena vissuto il lutto di un padre con il quale viveva un rapporto altamente conflittuale, chi è ricercato per omicidio, chi convive con il senso di colpa derivante dall’aver esercitato la funzione di torturatore, chi è perseguitato da una sfortuna implacabile che colpisce tutti coloro che lo circondano, chi è una rockstar tossicodipendente, e così via. Tutti avrebbero dei validi motivi per lasciarsi le loro vite alle spalle ed approfittare della possibilità di immaginare un nuovo inizio. Invece, malgrado l’Isola li accolga nel suo seno e li protegga dal resto del mondo (sia non permettendo a loro di andarsene, sia impedendo che altri possano penetrare dall’esterno), costituendosi come la possibilità di un nuovo inizio, i naufraghi non solo non riescono a staccarsi dalle loro vite precedente, ma tentano anche di creare un mondo che assomigli a quello da cui provenivano. Ed infatti, ogni episodio vede i naufraghi impegnati nello ristabilire delle gerarchie sociali e dei rapporti di proprietà, come se la vita sull’isola non dovesse essere altro che una prosecuzione di quanto vissuto in passato. E a testimonianza del legame dei personaggi con il passato intervengono puntuali in ogni episodio delle prime serie i flashback che mostrano come il lodo agire nel presente affondi le proprie radici nel vissuto trascorso.

Come moderni Robinson Crusoe, o anche come versioni adulte dei ragazzini de Il Signore Delle Mosche, all’inizio i naufraghi cercano di ristabilire le leggi del mondo da cui provenivano. Proprio come tanti Robinson che affermano il valore del mondo da cui provenivano, dandosi da fare per colonizzare l’isola, per insegnare a Venerdì a parlare e leggere l’inglese, per convertirlo alla fede cristiana insegnandoli quanto sia spregevole la pratica del cannibalismo, i naufraghi di Lost esplorano gli spazi a loro disposizione, colonizzano una spiaggia spartendosi zone e proprietà, instaurano rapporti e gerarchie di potere, e così via. Ma nel caso di questi ultimi, c’è qualcosa che impedirà loro di assumere un controllo dell’isola come nella vicenda di Robinson: i misteri dell’isola ed il loro sottrarsi alla comprensione. Il fumo nero, la botola, l’orso polare, la Roccia Nera, gli Altri, e tutto il resto, formano un quadro indeterminato che fa sì che i naufraghi non possano mai istituire sull’isola una struttura sociale come quella da cui provenivano. E’ proprio quell’insieme di misteri che sfuggono alla razionalizzazione a far sì che il nuovo inizio dei naufraghi sia protetto dall’esterno: non solo da chi potrebbe arrivare da fuori, ma anche da quanto di questo “fuori” è ancora presente in ognuno dei naufraghi. Molti dei misteri iniziali trovano presto una spiegazione (si scopre chi erano gli Altri, cosa c’era dentro la botola, cosa è il fumo nero, come è arrivata la Roccia Nera, etc.), ma solo per essere sostituiti da altri che rimarranno senza risposta: i viaggi nel tempo, l’elettromagnetismo, e via via fino alla fonte di luce, il cuore dell’isola.

E’ proprio grazie al rimanere tali dei misteri dell’isola che si rende possibile per i personaggi fare esperienza di un nuovo inizio, di qualcosa che modificherà per sempre le loro vite. L’impossibilità di assumere il controllo dell’isola, la sua sfuggevolezza, è l’elemento che fa sì che i personaggi si trovino quasi costretti a dare una svolta alle loro esistenze, offrendo loro l’esperienza più importante della loro vita. Tanto che anche i 6 che lasceranno l’isola in seguito sentiranno la necessità di tornarvi. Hugo finisce in un istituto per malati di mente, Sun vive il dolore della mancanza di Jin, e così via fino ad un Jack alcolizzato che finisce col compiere voli transoceanici ogni fine settimana nella speranza di precipitare nuovamente sull’isola. Ed un discorso analogo vale per i flash sideways dell’ultima serie. Poco importa che cosa essi siano (un universo parallelo, una specie di Limbo o Purgatorio, etc.), la cosa importante è ciò che mostrano. Indipendentemente da cosa sia o da dove provenga, quello rappresentato dai flash sideways è un mondo dove i desideri dei protagonisti, o meglio quelli che ritenevano tali in base ai loro ricordi nelle prime serie, si sono in qualche modo realizzati: John è su una sedia a rotelle ma non per colpa del padre, che invece ama, ed ha imparato ad accettare la sua condizione; Kate è stata arrestata ma riesce a scappare; Jack ha un figlio con il quale riesce ad instaurare un buon rapporto; Sawyer non è un truffatore ma un poliziotto; Sun e Jin sono in fuga insieme; Claire non è sola e scopre di avere un fratello in Jack; Desmond non è disprezzato da Widmore, che invece lo rispetta e lo considera il suo braccio destro; Eloise non uccide suo figlio ma anzi lo protegge amorevolmente; e così via. Sembrerebbe quasi che, chi più e chi meno, tutti abbiano ottenuto ciò che erano convinti di desiderare, se non fosse che l’affiorare dei ricordi dell’isola mostra a tutti loro, uno dopo l’altro, come quell’esperienza sia stata la più importante delle loro esistenze.

Alla fine, proprio grazie al concludersi della serie lasciando molte domande senza risposta, al richiudersi dell’isola su sé stessa senza denudare la propria natura, fa sì che questa diventi l’incarnazione di un immaginario, di una sorta di nuova mitologia in grado di opporsi e sottrarsi alle regole del razionalismo. Lo scontro tra fede e scienza che a più riprese vedrà confrontarsi John e Jack non riguarda una qualche particolare forma di religione, quanto piuttosto la “fede nell’isola” e quindi, per lo spettatore, nell’immaginario che essa rappresenta. Se da un lato Jack rappresenta il soggetto che un po’ per carattere ed un po’ per formazione professionale cerca continuamente di avere un approccio razionale al mondo che lo circonda, dall’altro l’invito che John Locke gli ripeterà a più riprese ad avere “fede nell’isola” è sintomatico del diverso atteggiamento che almeno in principio i due avranno nei confronti dell’isola. John vede nell’isola la possibilità di un nuovo inizio, ricomincerà a camminare e cercherà di lasciarsi tutto alle spalle. Viceversa Jack, fedele al mondo da cui proviene, passerà la maggior parte del suo tempo schiacciato tra i ricordi del passato e i desideri di un futuro via dall’isola. Si tratta, in fondo, di una rappresentazione speculare di due possibili atteggiamenti degli spettatori nei confronti della serie stessa: chi ha rifiuta il mistero ed il suo persistere anche sul piano immaginario in nome del razionalismo quotidiano, e chi invece accetta il persistere degli interrogativi come parte attiva ed integrante della narrazione e dell’immaginario qui rappresentato. Tenendo presente che con “immaginario” non si intende solo l’insieme degli aspetti fantastici o irrealistici dell’opera, ma la sua capacità di esibire un’alterità, l’isola è uno spazio dove non solo il mistero non è un dato negativo da svelare ma è parte attiva e fondante della stessa realtà narrata. L’isola di Lost è quel luogo dove il vissuto dei protagonisti viene stravolto dagli eventi in funzione di un nuovo inizio irriducibile al loro passato e le regole sono altre rispetto a quelle di una solida quotidianità, e dove una domanda senza risposta diventa una risposta proprio nel suo rimaner domanda.

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