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The Condemned – Scott Wiper

Inserendo gli elementi tipici dell’action movie di matrice statunitense all’interno di un contesto fortemente debitore nei confronti di Battle Royale di Kinji Fukasaku, Scott Wiper firma la regia di questo The Condemned (noto anche come L’Isola della Morte). Come nel film giapponese, un certo numero di individui si trovano intrappolati su un isola, costretti a lottare fra loro per la sopravvivenza. Ma sia il differente contesto sociale entro cui si svolge la cruenta competizione, sia il suo obiettivo, nonché la diversa tipologia di persone coinvolte nel gioco, fanno sì che si produca uno scarto tale da rendere la produzione americana autonoma rispetto a quella giapponese. Il fatto che in quest’ultima il gioco sia organizzato direttamente su indicazione delle autorità governative, e che si basi sull’estrazione casuale di un gruppo di studenti delle superiori da inviare sull’isola, finisce con il concentrarsi sulla violenza di un potere centrale che si esercita su un blocco individui che si configura allo stesso tempo come vittima delle circostanze e come rappresentante di una colpa collettiva. Gli studenti sorteggiati che dovranno lottare all’ultimo sangue per tre giorni affinché un vincitore possa salvarsi e tornare a casa, si trovano sull’isola in quanto di fronte ad un incremento vertiginoso della criminalità minorile viene varato un provvedimento che colpisce a caso un certo numero di individui: l’elemento randomico che porta gli sventurati ragazzi ad eliminarsi a vicenda sull’isola, proprio in virtù del suo carattere casuale, rappresenta una punizione volta a colpire simbolicamente un’intera collettività. La rappresentazione della crudeltà del provvedimento punta chiaramente il proprio indice nei confronti di chi ha varato l’atto, e quindi nei confronti del governo e della nazione che da questo è rappresentata. Ma allo stesso tempo, il fatto che un certo numero di studenti si trovino a subire una sorte che sarebbe potuta toccare ad altri equivalenti indica chiaramente come la condanna dei sorteggiati non sia altro che una punizione derivante dall’impossibilità di colpire tutti i responsabili. Nel caso del film americano, invece, non solo il governo statunitense non è coinvolto ma, anzi, si muove per contrastare lo spettacolo, frutto di un’iniziativa privata illegale. E i dieci concorrenti che si trovano coinvolti nel mortale gioco per la sopravvivenza non sono sorteggiati a caso, ma si tratta di delinquenti condannati a morte per crimini vari selezionati da istituti carcerari sparsi in ogni continente.

Breckel (Robert Mammone), un produttore televisivo cinico e senza scrupoli, decide di investire nella produzione di un nuovo reality show da trasmettere a pagamento via internet. L’idea di base è molto semplice: 10 condannati a morte provenienti da ogni parte del mondo vengono trasportati su un isola deserta della Papua Nuova Guinea dove dovranno affrontare una lotta mortale per la sopravvivenza. Ognuno di essi viene obbligato ad indossare una cavigliera con una bomba ad innesco collegata anche ad un timer: i partecipanti hanno a disposizione trenta ore di tempo per eliminarsi a vicenda fino a quando rimarrà in vita un solo vincitore che come premio potrà avere la libertà. Se allo scadere delle trenta ore ci sarà più di un sopravvissuto, non ci sarà alcun vincitore e tutti moriranno come da loro condanna. Seguendo un’ottica di marketing globale, Breckel fa selezionare criminali da ogni parte del mondo affinché ogni continente possa trovare un personaggio per il quale tifare, convinto che la presenza di un “rappresentante” per ogni importante gruppo etnico sia l’elemento necessario per raggiungere il suo obiettivo: un numero di registrazioni al sito a pagamento che trasmette l’evento paragonabile a quello degli spettatori del Superbowl. Tra i vari partecipanti, un ruolo di primo piano viene giocato da Jack Conrad (Steve Austin), un ex-appartenente all’esercito statunitense condannato in carcere di El Salvador per aver fatto saltare in aria un edificio controllato da trafficanti di droga, e da Ewan McStarley (Vinnie Jones), un ex-militare britannico condannato a morte per aver incendiato un villaggio in Rwanda durante una missione di pace, oltre che per aver torturato, mutilato e giustiziato 17 uomini e violentato 9 donne.

La parte di Jack Conrad sembra essere stata pensata appositamente per (“Stone Cold”) Steve Austin. Il suo personaggio è un classico american hero, una macchina da combattimento burbera e taciturna ma allo stesso tempo dotata di valori e principi. Ed allo stesso tempo la sua nemesi, Vinnie Jones, dimostra ancora una volta di trovarsi decisamente a suo agio nel ruolo di villain. Al di là del ruolo ricoperto dagli altri partecipanti – non ultimo il giapponese che affianca per buona parte del gioco McStarley – si tratta essenzialmente del consueto scontro a due, in cui il buono ed il cattivo lottano per la vittoria finale. E visto solamente sotto questa angolazione, del film sembrerebbe non rimanere altro che una versione edulcorata di Battle Royale, un riadattamento pensato per un pubblico (quello americano) che altrimenti forse avrebbe difficoltà ad accettare alcuni eccessi tipici del cinema giapponese. Ma in The Condemned c’è anche dell’altro, un tentativo di confronto con alcuni aspetti dell’intrattenimento televisivo, ed in particolare della tendenza a cercare format sempre più estremi. Ovviamente non si tratta di una riflessione esclusiva sul tema: alla base del film, la sua natura di action movie rimane inalterata. Ma allo stesso tempo è ciò che permette al film di non rimanere intrappolato all’interno dell’ordinario ambito dei film d’azione per la TV. Scott Wiper si guarda bene dal cercare di edulcorare le scene di violenza, ma contemporaneamente non dimentica mai la lotta per la sopravvivenza sull’isola è un evento spettacolare, e che questo aspetto non è solo una cornice messa a fornire un filo comune alle azioni degli attori, ma è il motore stesso della narrazione.

Lo svilupparsi della vicenda viene costantemente visto non solo attraverso gli occhi dei condannati coinvolti nel gioco ma anche attraverso quelli della regia che ne gestisce la messa in onda, nonché indirettamente attraverso le reazioni del pubblico che assiste allo spettacolo. Quando un concorrente muore, la regia non esita a riproporre ripetutamente e a lungo la sequenza al rallentatore, anche per riempire i momenti di calma in cui non succede nulla. Proprio come la regia dell’evento all’interno del film, anche la regia del film stesso sembra spesso essere più interessata a monitorare gli effetti dell’evento sull’isola presso il pubblico che non al contenuto dell’evento in sé. Uno dei fili conduttori del film è costituito dal progressivo incremento degli indici d’ascolto del programma, e di come il produttore non esiti ad interferire nel gioco – modificando le notizie biografiche dei condannati per renderli più interessanti, in negativo o in positivo, ad un particolare pubblico, o magari facendo recapitare armi al concorrente che gli sembra in grado di fornire il maggior spettacolo  – e tutto questo allo scopo di generare curiosità ed aumentare i contatti al sito che trasmette il tutto. Particolarmente indicativa dell’ottica adottata da Wiper nella narrazione della vicenda è la sequenza che vede McStarley ed il giapponese Go Saiga, con il quale è temporaneamente alleato, affrontare e brutalizzare la coppia messicana formata da Paco e Rosa Pacheco. Dopo averli resi inoffensivi con la violenza, Rosa viene picchiata, violentata ed uccisa sotto gli occhi del marito che, ferito ed immobilizzato, urla la sua rabbia disperata per l’impossibilità di fare qualcosa per salvarla, perlomeno fino a quando anche lui non sarà ucciso dal britannico insieme al suo socio. Se l’intenzione di Wiper fosse stata di colpire lo spettatore grazie a scene crude ed efferate, di fronte alla violenza compiuta da McStarley su Rosa Pacheco e consorte, non avrebbe dovuto fare altro che mantenere l’obiettivo su quanto stava accadendo, ottenendo facilmente un effetto assimilabile a quello di un torture porn. Ed invece, proprio quando la violenza sull’isola va a toccare uno dei suoi apici, decide di spostare la scena nella sala della regia, racchiudendo così le brutali azioni dei personaggi e la sofferenza delle loro vittime all’interno di uno degli schermi che la produzione tiene costantemente sotto controllo, allo scopo di sottolineare come anche di fronte ad una simile crudeltà, o piuttosto anche in virtù di questa, i contatti al sito non smettono di aumentare.

Quello a cui si assiste in The Condemned è un capovolgimento della diffusa idea secondo la quale i programmi televisivi sarebbero una fonte di inquinamento della società. Quando Breckel inizia a trasmettere il suo spettacolo all’ultimo sangue è sicuro che in giro per il mondo esiste già un pubblico pronto a riceverlo. Il suo progetto è guidato dall’idea che non sia la televisione a formare il pubblico, ma che piuttosto siano le richieste di questo a direzionare lo sviluppo degli spettacoli. Di fronte alla semplicistica rappresentazione di un pubblico innocente da difendere dagli orrori proposti dai programmi televisivi (qui impersonata dalla giornalista che intervista Brackel prima dell’inizio dell’evento e che, quando tutto è finito, di fronte al successo planetario del programma, riflette mestamente sull’errore della sua convinzione), il film esibisce un pubblico che non smette di confermare sempre più solidamente le aspettative del produttore, permettendogli di realizzare notevoli incassi. Perché un format possa avere successo è necessario che ci sia un pubblico disposto a vederlo, e quando le aspettative della produzione vengono ripagate dal consenso in termini di ascolto e guadagni non si tratta di altro che della conferma che le loro ipotesi riguardanti l’esistenza di un certo tipo di spettatori erano fondate. L’idea di base è che il pubblico di un qualsiasi prodotto mediatico preesiste rispetto alla realizzazione del prodotto stesso. E nello specifico, il pubblico disposto a pagare per vedere dei condannati a morte torturarsi ed uccidersi a vicenda preesiste rispetto alla realizzazione del programma televisivo stesso: il produttore è piuttosto un mezzo che permette agli spettatori di avere ciò che desidera. Un programma televisivo fornisce un’immagine della società che ne decreta il successo non tanto in rapporto alla situazione che rappresenta, alla vicenda che narra, ai personaggi che esibisce (o comunque, non solo), quanto piuttosto in relazione alle ragioni della sua popolarità.

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Prossima Fermata: l’Inferno – Ryuhei Kitamura

Questo è uno di quei casi in cui la scelta da parte della distribuzione italiana di rinominare ex-novo il film risulta pressoché incomprensibile. Ispirato da un racconto di Clive Barker – Macelleria Mobile di MezzanotteThe Midnight Meat Train si ritrova ad essere intitolato Prossima Fermata: l’Inferno, con il risultato di annullare quello sguardo rivolto al contenuto del film che il titolo originale conteneva. Un titolo non è solo un’etichetta posticcia appiccicata addosso ad un’opera per renderla riconoscibile nei botteghini o presso i rivenditori di DVD (o comunque, non sempre), ma solitamente costituisce anche un cenno da parte di chi l’ha realizzata verso un particolare considerato rilevante, quando non principale, nell’economia del film. Cambiare radicalmente il titolo, come in questo caso, significa modificare la messa a fuoco del film stesso. Ed infatti, un titolo generico come Prossima Fermata: l’Inferno, ammiccando in direzione di una discesa agli inferi, toglie il ruolo di protagonista a quello che è l’elemento principale del film: appunto, la Macelleria Mobile di Mezzanotte.

In questo primo film statunitense del regista giapponese Kitamura, si assiste alla vicenda del giovane fotografo Leon Kaufmann (Bradley Cooper) che, su incoraggiamento della proprietaria di una galleria d’arte (resa ottimamente da una cinica Brooke Shields) gira di notte per la città alla ricerca di foto in grado di catturarne con forza il cuore oscuro. Durante una di queste ricerche notturni, si ritrova a scattare foto sulle scale della metropolitana ad una modella molestata da una gang: in seguito alla sua irruzione, la gang si allontana e la donna sembra al sicuro, ma il giorno successivo il fotografo scoprirà che della donna si è persa ogni traccia. Intrigato dalla vicenda, nonché incitato dalla proprietaria della galleria che esprimerà grande apprezzamento per le foto, Leon tornerà in metropolitana per ripercorrere le tracce della donna scomparsa, ed è qui che il suo cammino incrocerà quello di Mahogany (Vinnie Jones), un misterioso personaggio che ogni notte sale sulla stessa linea della metropolitana, aspetta che i vagoni si svuotino ed aggredisce gli ultimi passeggeri rimasti a bordo con un martello da macellaio. La scoperta spinge il fotografo ad andare sempre più a fondo nella vicenda, anche grazie ad una polizia apparentemente ottusa e scettica nei confronti dei suoi racconti, finendo col trascinare con sé anche la sua ragazza Maya (Leslie Bibb), in un crescendo di carneficine che sfocierà in un primo scontro con Mahogany che vedrà Leon perdente ma risparmiato dal macellaio (infatti, l’indomani si risveglierà confuso ma illeso, se si esclude uno strano simbolo marchiato sul petto) e nello scontro finale che vedrà il fotografo avere la meglio sul macellaio notturno mentre orribili creature divorano i corpi appesi nei vagoni della metropolitana. A questo punto  appare il misterioso conduttore della metropolitana che strappa la lingua  a Leon ed uccide Maya davanti ai suoi occhi,  comunicandogli che ora lui dovrà prendere il posto di Mahogany e ricoprire il ruolo di macellaio incaricato di procurare la carne per sfamare le creature infernali che vivono sotto la città, con tanto di consegna degli orari del treno da parte di quello stesso ufficiale di polizia presso cui aveva denunciato le sparizioni.

Esportando in terra statunitense tecniche di ripresa e stili fotografici tipici del jhorror, Kitamura concentra tutta la sua attenzione sulle vicende che avvengono nella metropolitana in viaggio di notte; le scene a casa del fotografo, come quelle presso il locale dove lavora Maya, nella stazione di polizia, nella galleria d’arte, risultano smorte e confuse in confronto alla cura e limpidezza utilizzate nel ritrarre i vagoni della metropolitana, sia per quanto riguarda i dettagli splatter legati al massacro delle vittime, sia per a proposito dei loro corpi completamente ripuliti ed appesi in file ordinate all’interno di un vagone come fossero quarti di bue in attesa di essere venduti. Ed un discorso non dissimile può essere fatto per quanto riguarda la caretterizzazione psicologica dei personaggi, molto superficiale e poco dettagliata, ma proprio per questo funzionale alla vicenda narrata.

Il tema della visione del proibito e della conseguente discesa negli inferi è uno dei più antichi e sfruttati della storia, e gli esempi sono innumerevoli: a partire dalla tragedia greca fino a I Predatori dell’Arca Perduta (dove, al contrario, Indiana Jones e Marion riescono a salvarsi di fronte alla forza ancestrale sprigionata dall’apertura dell’Arca proprio chiudendo gli occhi per non vedere), l’arroganza del personaggio che decide di fissare il proprio sguardo in direzione del sovraumano sarà fonte di sventure per sé e per chi gli rimane vicino. Secondo tale impostazione, ciò che avviene nell’oscurità, ciò che è sottratto alla vista degli uomini, deve rimanere oscuro e nascosto, ed il portarlo in superficie non potrà essere altro che fonte di pericolo. In tal senso, un’esemplare variazione su questo tema è rappresentata dal memorabile La Finestra Sul Cortile di Hitchcock, in cui la determinazione da parte del fotografo bloccato sulla sedia a rotelle di portare alla luce ciò che crede sia avvenuto nell’oscurità dietro la finestra di fronte metterà in grave pericolo la sua incolumità e quella della sua compagna.

Nel film di Kitamura, l’ostinazione del fotografo nell’indagare su quello che accade di notte nei vagoni della metropolitana di notte, assieme alla volontà di catturare tali eventi su pellicola, mette presto in moto una catena di eventi da cui non gli risulterà più possibile scappare. Da cacciatore Leon diventa preda, e da osservatore esterno a sorvegliato. In termini nietzscheani, si potrebbe dire che la volontà di Leon di scrutare nell’abisso nero dei vagoni dove vengono consumati i massacri si rivela piuttosto essere nient’altro che il riflesso dello sguardo su di lui da parte dell’abisso stesso (la Macelleria Mobile). E qui entra in gioco la caratterizzazione minimale dei personaggi: il vero protagonista del film è l’abisso metropolitano, che con le sue creature infernali si pone come il centro gravitazionale della vicenda, e tutti i personaggi che in un modo o nell’altro entrano nella sua orbita, o rimangono relegati al ruolo di satelliti oppure vengono attirati e divorati.

Si tratta di un film in cui non ci sono personaggi forti o comunque volontà in grado di contrastare la forza dell’inferno sotto la città. A partire dalle vittime, destinate a rimanere sullo schermo il tempo sufficiente per essere macellate, al macellaio ed al conduttore della metropolitana, che si rivelano essere nient’altro che strumenti e servitori di una forza superiore; dalla polizia, la cui inazione non era dovuta ad ottusità o scetticismo (come sembra credere Leon) ma piuttosto alla chiara coscienza dell’impossibilità di contrastare le creature infernali, alle persone vicine a Leon i cui brevi passaggi sullo schermo sfociano nella loro trasformazione in carne da macello. E lo stesso protagonista del film non costituisce un’eccezione: si tratta di un personaggio semplice che, lungi dall’avere un quadro generale della situazione, si trova in balia della propria ignoranza e vive l’illusione di fare progressi nel portare alla luce un mistero quando in verità è il mistero stesso ad attirarlo sempre più intensamente nelle proprie profondità.

Come una sorta di inconscio del film che affiora alla vista dello spettatore solo nel finale, la fame delle misteriose creature infernali è il nucleo irrazionale (e non razionalizzato) della vicenda che permette di riposizionare all’interno di un sistema ordinato tutti gli incoerenti tasselli apparsi in precedenza. Non è un ennesimo film sulla lotta tra il Bene ed il Male, ma piuttosto la rappresentazione di una Fame oscura ed ancestrale. Ed anche lo scontro tra Leon e Mahogany non è altro che un movimento di superficie al di sopra di un nucleo oscuro che rimane pressoché intatto: anche qualora Mahogany fosse riuscito ad avere la meglio su Leon, l’unica sua conquista sarebbe stata il continuare a procurare la carne per le creature affamate. Le parole del conduttore della metropolitana che investe Leon del suo nuovo incarico suonano chiare: Mahogany cominciava a non essere più in grado di svolgere il suo ruolo efficientemente e serviva un ricambio. E per quanto Leon fosse convinto di lottare contro un nemico non ha mai affrontato altro che la sua ombra, mentre la Fame Abissale lo scrutava e valutava se potesse essere adatto a sostituire il servitore in carica.

Chi lotta contro i mostri deve fare attenzione a non diventare lui stesso un mostro. E se tu riguarderai a lungo in un abisso, anche l’abisso vorrà guardare dentro di te. (F. Nietzsche)

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