Articoli con tag Valerio Mastandrea

Cose Dell’Altro Mondo – Francesco Patierno

In seguito agli sconvolgimenti politici e sociali che hanno attraversato i paesi nordafricani nel corso della cosiddetta primavera araba, nonché al conseguente intensificarsi del fenomeno dell’immigrazione clandestina, ancora una volta il cinema italiano ha individuato nel razzismo un tema caldo. E l’interesse è tale da far sì che arrivino ad essere presentati tre diversi film dedicati a questo stesso tema nel corso dell’edizione del 2011 del Festival del Cinema di Venezia. Tra questi è Cose Dell’Altro Mondo, del regista napoletano Francesco Patierno, quello che più di tutti potrebbe essere ricordato come il lavoro che sembra aver incarnato il desiderio di cavalcare i temi del razzismo e dell’immigrazione. Non solo per l’approccio del tutto esplicito utilizzato per affrontare l’argomento, ma anche in virtù delle polemiche che hanno accompagnato le prime proiezioni. In particolare a causa della collocazione geografica scelta per fare da cornice ad un’idea già portata sul grande schermo in una produzione americana. Infatti, trasportando all’interno di un contesto tutto italiano l’idea che fu di Sergio Arau in occasione della realizzazione del suo A Day Without A Mexican, il film prova a lanciare il suo j’accuse nei confronti di una società che da un lato manifesta il suo fastidio nei confronti di blocchi di popolazione individuati come estranei, ma che dall’altro ricoprono importanti ruoli ai fini della sua stessa sopravvivenza. L’idea originale era molto semplice: il regista messicano aveva provato a disegnare lo scenario di una California che un giorno si sveglia priva della popolazione d’origine messicana, con tutto ciò che ne consegue sul piano economico e lavorativo come su quello sociale in generale. Pertanto, sulla base di presupposti analoghi, il regista italiano decide di utilizzare l’idea di un’improvvisa sparizione della popolazione di origine straniera e la trasferisce all’interno di una cornice tutta italiana, immaginando quali problemi potrebbe provocare un simile evento anche per quelle stesse persone che ne invocano l’allontanamento. In pratica si tratterebbe di valutare quali conseguenze potrebbero esserci per la società in generale se per qualche motivo le retoriche populistiche che cavalcano il razzismo dovessero diventare improvvisamente realtà.

Nella cornice del nord-ovest italiano, Libero Golfetto (Diego Abatantuono) è un imprenditore veneto che non fa alcun mistero del suo razzismo nei confronti degli immigrati. Ma mentre da un lato appare in una televisione locale a lanciare anatemi contro gli stranieri che affollano le città italiane, dall’altra non esita ad avvalersi di manodopera straniera sia all’interno della sua fabbrica che a casa sua. Con una disinvoltura disarmante, l’imprenditore non si fa scrupoli ad impiegare come operai in fabbrica o nel ruolo di inservienti e collaboratori domestici quegli stessi immigrati contro i quali inveisce pubblicamente. Inoltre, sebbene non perda occasione per lanciare insulti ed anatemi contro gli stranieri, in privato si intrattiene in una relazione extraconiugale proprio con una prostituta di colore. Ma Libero non è l’unico protagonista del film. Infatti, parallelamente alla sua storia scorrono le vicende di Laura (Valentina Lodovini), la figlia con cui lo stesso Libero non ha rapporti da tempo, e Ariele (Valerio Mastandrea), l’ex-fidanzato della ragazza. Lei è una maestra elementare che aspetta un figlio frutto di una relazione proprio con un dipendente di colore dell’azienda paterna, mentre lui è un poliziotto che non sembra accettare la fine della loro relazione e si trova costantemente preso tra il lavoro ed una madre malata di Alzheimer .

Per tutti e tre i personaggi, come per tutti coloro che li circondano, le cose cambiano radicalmente quando, in quella che sembrerebbe essere una sera come tante altre, va in onda in televisione l’ennesimo monologo razzista di Libero. Dallo schermo dedicato solo a lui, l’uomo invoca uno “tsunami purificatore” che ripulisca le città dalla presenza degli immigrati. Ma questa volta, non si sa se per caso o meno, la sua richiesta viene esaudita. L’indomani, al risveglio, la popolazione scopre che tutti gli immigrati sono spariti senza lasciare tracce. E come tutti anche i tre protagonisti si trovano costretti ad affrontare numerose difficoltà. Svanita nel nulla la badante, Ariele non riesce a trovare nessuno che si prenda cura della madre malata durante le sue assenze. Laura è preoccupata per il padre del bambino che porta in grembo, tanto da chiedere allo stesso Ariele di fare qualcosa per ritrovarlo. E non ultimo Libero, la voce dell’intolleranza che ha lanciato l’anatema via etere, si ritrova ad avere un’azienda paralizzata dalla mancanza di operai e una casa sporca e in disordine per l’assenza di collaboratori domestici. Tuttavia, pur con tutti i problemi che si trova a dover affrontare, la cosa che sembra maggiormente segnare quest’ultimo a livello personale è la sparizione della prostituta con la quale aveva sviluppato un rapporto che per lui non si fermava solo al piano sessuale. Ma i disagi che devono fronteggiare i tre protagonisti sono tutt’altro che isolati. Come loro, tutta la città si ritrova in difficoltà: si accavallano le notizie di fabbriche chiuse per la mancanza di operai, di bar e ristoranti che non riescono a lavorare per l’assenza di camerieri, di raccolti che vanno a male per l’insufficienza di braccianti, di merci ferme per la sparizione di numerosi camionisti e cosi via.

Il messaggio che il film vorrebbe lanciare al pubblico, esattamente come l’originale statunitense, non lascia spazio a dubbi: che piaccia o meno, la questione dell’immigrazione non può essere affrontata semplicemente a suon di slogan più o meno razzisti e di prese di posizione preconcette. E proprio in ragione di questo, la questione che ha sollevato il maggior numero di polemiche riguarda prima di tutto la collocazione geografica scelta come ambientazione. L’abbinamento tra il tema del razzismo ed un imprenditore veneto è stata utilizzata come pretesto da più di un soggetto, politico e non, per rinfacciare alla produzione una presunta equazione tra nord ovest italiano e discriminazione. Quello che non è stato considerato all’interno di simili polemiche, e che invece il film utilizza come proprio presupposto, è il riconoscimento implicito dell’importanza della presenza dei soggetti che poi spariscono nella società in cui vivono e lavorano. Infatti, viene da sé che, affinché possa esserne percepita la mancanza, è necessario che la loro funzione sociale sia riconosciuta, anche solo implicitamente. Chi si è trovato a rivendicare polemicamente il livello di integrazione raggiunto da diversi blocchi di popolazione immigrata nelle città del nord ovest non faceva altro che esplicitare l’ovvio che costituisce la premessa della narrazione: se gli immigrati non fossero parte integrante della società da cui spariscono, il loro svanire nel nulla non sarebbe causa di mancanze, carenze o disagi. E la stessa collocazione della vicenda nell’area del nord ovest industriale, per quanto non una scelta obbligata né l’unica possibile, risulta decisamente aderente alla volontà di far viaggiare in modo parallelo, quasi in modo schizofrenico, integrazione e discriminazione, rapporti umani in privato e slogan razzisti in pubblico.

Tuttavia, al di là delle premesse, o meglio proprio in virtù di queste, il film non solo non riesce a raggiungere il suo obiettivo, ma anzi finisce con l’assumere un profilo estremamente simile a quello che dovrebbe essere l’oggetto della sua denuncia. Proprio come nei monologhi di Libero, anche nel film nel suo complesso gli stranieri risultano pressoché privi di voce, strumenti inerti di forme di propaganda. Nella sua foga di voler denunciare una certa ipocrisia che unisce politiche di sfruttamento sul lavoro a retoriche razziste, il film finisce con il ridurre lo straniero a mero strumento, sia esso di lavoro o di soddisfacimento sessuale. Non solo il film non mette in alcun modo in discussione lo sfruttamento dell’immigrazione, ma anzi la utilizza a sua volta per portare avanti la propria tesi. Le condizioni di vita o di lavoro degli operai, delle badanti e di tutti gli altri non vengono prese in alcuna considerazione, ma anzi si trovano eclissate dai disagi che sorgono al resto della popolazione che si trova a non avere persone disposte a lavorare per compensi bassi o in condizioni prive di determinati requisiti. In linea di massima, l’immigrato viene identificato con l’operaio o con la badante, con la prostituta di colore o con il domestico filippino.

Il film non mette in alcun modo in discussione le condizioni di vita e di lavoro degli immigrati, semplicemente si limita a denunciare il fatto che c’è chi fa propaganda razzista pur in presenza di sfruttamento. Ma l’accusa non si muove mai in direzione dello sfruttamento vero e proprio, ma solo contro il razzismo, sia esso solo di facciata o meno. E così, l’unica differenza che sembra rimanere tra Libero ed il film nel suo complesso è l’adesione a posizioni ideologiche che, per quanto lontane tra loro, comunque non vanno in alcun modo a mettere in discussione una realtà data per scontata. Libero Golfetto nei suoi monologhi utilizza una retorica grevemente razzista, il film di Patierno prende le distanze dal suo personaggio denunciandone l’evidente ipocrisia, ma alla fine nessuno dei due mette in discussione la condizione sociale ed il vissuto delle persone di cui discutono. E il film finisce così per smarrirsi in quella dimensione tipica del politicamente corretto nella quale sembra essere più importante come si definisce una cosa rispetto al trattamento che le si riserva in realtà.

, , ,

Nessun commento

Tutta la Vita Davanti – Paolo Virzì

Se c’è un aspetto per il quale un film come Tutta la Vita Davanti può risultare degno di nota, questo si concretizza nella sua capacità di esibire nel corso delle due ore scarse di durata, con leggera e disinvolta naturalezza, tutti i difetti del cinema italiano contemporaneo: modaiolo, provinciale e banalmente retorico. Incapace di dar vita ad un proprio immaginario, come frequentemente accade nelle recenti produzioni italiane, il film si muove a partire da uno di quei temi che, con grande sfoggio di retorica fine a sé stessa, viene spesso chiamato in causa in televisione o sui giornali: i giovani precari ed i lavori nei call center. La voce narrante fuori campo di Laura Morante accompagna il pubblico al seguito di Marta (Isabella Ragonese), una giovane laureata in filosofia alla ricerca del suo primo impiego. Il suo fidanzato, che in Italia si trovava a fare il dog sitter per integrare la ridotta paga ricevuta come ricercatore, si trasferisce negli Stati Uniti dove gli è stato offerto un cospicuo assegno di ricerca di diverse decine di migliaia di dollari, e cerca di mantenere in piedi una relazione a distanza. Ma per lei una simile situazione non risulta soddisfacente, tanto più che viene a mancarle un punto d’appoggio proprio mentre lei si trova a rimbalzare da una parte all’altra alla ricerca di un lavoro che le permetta di mantenersi. Dopo svariati colloqui infruttuosi in campi da lei ritenuti affini alla sua preparazione, viene assunta da Sonia (Micaela Ramazzotti) come baby sitter per sua figlia Lara. La ragazza madre le offre anche una stanza del suo appartamento come alloggio e le consiglia di provare ad andare a lavorare nel call center dove lavora lei stessa. Marta diventa così una telefonista dell’azienda che commercia un costoso elettrodomestico: il suo compito consiste nel fissare appuntamenti per i venditori che poi si recheranno a casa del cliente a chiudere la vendita. Scopre così una realtà formata da giovani colleghe in competizione tra loro e che  passano i viaggi in autobus a parlare di reality show (argomento del quali inizialmente lei non sa nulla) e di venditori costantemente sotto pressione al fine di raggiungere i risultati e gli obiettivi prefissati. Il suo orizzonte di conoscenze si arricchisce così delle figure di Claudio (Massimo Ghini), il titolare dell’azienda, di Luciano  detto Lucio2 (Elio Germano), uno dei venditori dell’azienda, e soprattutto di Daniela (Sabrina Ferilli), la capo telefonista che tiene costantemente le ragazze sotto controllo, le guida durante le canzoni motivazionali quotidiane e mensilmente premia le più meritevoli e punisce i risultati peggiori. Un’orizzonte di conoscenze dominato in modo pressoché esclusivo dal ristretto ambiente lavorativo all’interno del quale si inserisce Giorgio Conforti (Valerio Mastandrea), un sindacalista impegnato nella lotta in favore dei diritti dei precari. In un incalzare continuo di eventi, Marta continua a lavorare e fissare in modo spietato appuntamenti per la vendita di quel costoso elettrodomestico che lei sa essere una truffa. Gli unici suoi momenti di esitazione sono riconducibili ai dialoghi con la gentile nonna di una ragazza che lei aveva detto inizialmente di conoscere e che subito dopo scoprirà essersi suicidata a causa dello sconforto derivante dal non riuscire a trovare lavoro. Per quanto riguarda gli altri personaggi, da esempio di successo Lucio2 si trova ad essere oggetto del mortificante dileggio aziendale in ragione dei suoi scarsi risultati; il sindacalista Giorgio, del quale si era infatuata Marta (che non sapeva essere sposato con figlio), intreccia una relazione clandestina con Sonia ed utilizza le notizie fornitele dalle ragazze per ottenere quell’accesso all’interno del call center che finora gli era sempre stato negato dai vertici aziendali; Sonia, colta dai sorveglianti della struttura a parlare ingenuamente col sindacalista del suo rapporto con Marta, viene immediatamente allontanata dal suo posto di lavoro e decide di lanciarsi nel mercato delle escort; ed infine Daniela, innamorata di Claudio ed incinta, uccide il titolare che non ricambiava i suoi sentimenti e viene arrestata sotto lo sguardo dei giornalisti davanti all’ingresso dell’azienda. Alla fine, senza titolare e con la capotelefonista arrestata, i dipendenti dell’azienda si ritrovano disoccupati, ma Marta riesce ad ottenere una soddisfazione personale: il Journal of Philosophy dell’Università di Oxford pubblica un suo saggio.

La regia ordinaria, quasi televisiva, di Virzì è così la cornice di una storia costantemente infarcita di banalità e luoghi comuni. E a nulla servono le buone interpretazioni di Isabella Ragonese e di Elio Germano a raddrizzare, anche solo in minima parte, le sorti del film. Intrappolati rispettivamente all’interno delle figure della telefonista filosofa con languidi occhioni da cerbiatta e del venditore invasato, i due sembrano provare in ogni modo, a tratti anche riuscendovi, a dare credibilità a due ruoli talmente stereotipati da sembrare maschere della commedia dell’arte. Si tratta di un compito, quello di tenere in piedi il film perlomeno dal punto di vista interpretativo, che i due svolgono bene ma che non trova collaborazione nel resto del cast: Ghini gigioneggia nel ruolo del capo azienda spietato che però si vuole mostrare affabile con i dipendenti, la Ferilli cerca di muoversi all’interno di un ruolo da “cattiva” rivelandosi però una figura più petulante che temibile, Mastandrea fa la sua solita parte da personaggio confuso e stralunato facendo sembrare un mero accidente il fatto che qua ricopra il ruolo di un sindacalista, e la sciacquetta ignorante affidata alla Ramazzotti si risolve in un’unica maschera di inespressività variamente indossata in ogni situazione. A cornice di tutto questo, la voce fuori campo della narratrice super partes Laura Morante spiega al pubblico, con parole semplici ed un tono estremamente didascalico come se il suo uditorio fosse formato da poveri imbecilli, quello che succede, o meglio quello che accade nell’arco della vicenda e che Virzì non sembra assolutamente sicuro di riuscire a mostrare senza il supporto di una voce narrante.

Alla ricerca di un facile aggancio con il pubblico, Virzì infarcisce il film di riferimenti ad elementi tipici della cultura italiana del momento: il precariato e la “cultura” dei reality show e del culto dell’immagine. O più precisamente, una particolare lettura di questi come manifestazioni di una “decadenza” culturale. Il tutto annaffiato con un’abbondante dose di vittimismo che imputa ad entità astratte i fallimenti dei singoli: è colpa del paese in cui vive se Marta non viene apprezzata (cosa che invece Oxford fa immediatamente senza esitazione) o se non riesce a farsi assumere dove si presenta come candidata; stessa cosa per il suo fidanzato dog sitter, che invece negli Stati Uniti viene pagato con migliaia di dollari. E così di seguito fino ad arrivare alla povera ragazza madre che rincoglionita dalla società dell’immagine si mette a fare la puttana perché altrimenti non saprebbe come mantenere sé e la figlia. Il contrasto è urlato fin dall’inizio in chiave quasi manichea: da un lato Marta, giovane e bella laureata col massimo dei voti e con grandi sogni (presentati al pubblico con sequenze sganciate dal contesto del film a metà strada tra le visioni di Ally McBeal e i balletti per strada di Saranno Famosi, e chiaramente spiegati dalla voce narrante per evitare che qualcuno possa pensare che non si tratta di sogni ad occhi aperti), e dall’altro le colleghe rozze ed ignoranti del call center il cui argomento principale è il Grande Fratello in televisione. Alfa ed Omega dei mali che affliggono la cultura italiana, il reality show in questione appare puntualmente, oltre che nei discorsi, anche in vari schermi televisivi (quello della piccola Lara a casa, come nella nuova abitazione di Daniela…), e riesce a fare la sua comparsa perfino in una riunione tra ex colleghi d’Università grazie alla presenza di due ragazzi che lavorando come autori del programma non perdono occasione per ostentare l’immancabile disprezzo nei confronti dei concorrenti (“cerebrolesi”) e del pubblico che lo segue (“abbrutiti”). Ma nel momento in cui Marta fa notare loro di aver trovato dei risvolti heideggeriani nel programma, stupiti di fronte all’idea che possano esserci simili aspetti filosofici, i presenti prendono in considerazione l’idea che sia possibile cambiare giudizio in merito. Come fosse una forma di branding, “Heidegger” è il logo che permette di far sì che uno stesso oggetto possa assumere un valore differente da un momento all’altro. In particolare, la scena di Marta assieme agli ex-colleghi di filosofia è un esempio di infodump da manuale: la verità che Marta rivela gli altri si concentra in una battuta usando uno slogan heideggeriano che costituisce la base di quelle che dovrebbero essere le conoscenze di base di un laureato in un campo simile, un po’ come se ad una riunione tra ex-studenti di una scuola di cucina un cuoco illuminasse i suoi colleghi facendo notare loro che dentro un uovo solitamente c’è una parte chiamata “tuorlo” ed un’altra “albume”. (Slogan elementare per chiunque conosca anche solo minimamente Heidegger, ha comunque lo scopo di sbandierare la frase strana e difficile che il pubblico non-filosofico potrà percepire come segno della preparazione della giovane.)

Ancorato ad un livello quasi cronachistico al qui ed ora italiano, il film si condanna al ruolo di esposizione aneddotica di una certa concezione della società. A titolo d’esempio, basti pensare che una scena marginale di un film come il reboot di Nightmare avrebbe dovuto mostrare alcuni personaggi impegnati a giocare a Guitar Hero, ma data la specificità del riferimento, Bayer decise di tagliarla in quanto avrebbe ancorato la storia ad un determinato periodo storico, rendendo il film datato molto velocemente. Virzì non usa nemmeno una simile accortezza: deciso a far capire  senza alcun dubbio che si tratta proprio di quel Grande Fratello che viene trasmesso in televisione, fa esplicitamente riferimento alla settima edizione e ad alcuni concorrenti che vi hanno partecipato. Ed all’interno di un simile panorama, nel quale una bella laureata si trova a lavorare come telefonista per la vendita di un elettrodomestico che si rivela essere una mezza truffa, non può non mancare il riferimento ad una società che premia l’immagine, qui variamente rappresentata: da Daniela che accusa una telefonista di aver ottenuto scarsi risultati perché si presenta al lavoro in tuta alla via intitolata a “Franco Lechner in arte Bombolo”. L’accusa nei confronti della cultura dell’immagine arriva a manifestarsi anche attraverso l’uso del nudo, quando le grazie di Sonia vengono esibite integralmente ad un Giorgio che, confuso ed imbarazzato, reagisce balbettando confusamente. Ovviamente l’accusa non si manifesta attraverso l’esibizione della pelle scoperta in sé, ma nel contesto entro il quale avviene e soprattutto nel personaggio al quale è affidato un simile compito. Seppur in modo sfuggevole, anche Marta appare completamente vestita, ma solo perché sessualmente travolta dalla passione per il suo fidanzato che sta per trasferirsi negli Stati Uniti. Invece il nudo di Sonia, ben esposto allo sguardo di Giorgio e degli spettatori in generale, è assolutamente gratuito, quando non rasenta addirittura l’inconsapevolezza: appena uscita dalla doccia, si trova davanti Giorgio che non sapeva essere in casa e, limitandosi a coprire maldestramente solo il seno, espone allo sguardo di questo tutto il resto del suo corpo. Il confronto tra le due scene, e soprattutto tra i due personaggi, sorge spontaneo: Marta, colta ed istruita, che partecipa ad una truffa organizzata ma prova dei sensi di colpa, mostra il suo corpo solo quando la passione lo richiede, Sonia invece, rozza ed ignorante tanto da arrivare a prostituirsi, è inconsapevole della sua femminilità e mostra il suo corpo senza avere ben chiaro gli effetti o i giudizi che può suscitare.

Ma è nella serata sindacale, nella quale il lavoro della telefonista così come è stato raccontato da Marta a Giorgio viene trasformato in uno spettacolo comico, che si rivela l’anima stessa del film: Tutta la Vita Davanti spettacolarizza in modo autoreferenziale la vicenda di una laureata che lavora in un call center proprio come nello spettacolo di sensibilizzazione sul tema del precariato le comiche ingaggiate dal sindacato fanno ridere il pubblico che affolla la sala. E con la sua educata comicità che ambisce a toccare temi sociali stando molto attenta a non fare qualcosa che possa turbare il pubblico e le sue credenze, uno stereotipo dopo l’altro, il film si dirige verso i rassicuranti lidi di un lieto finale nel quale la protagonista riesce perfino ad ottenere quella soddisfazione editoriale che cercava da tempo. Dopo tanti rifiuti in campo accademico ed editoriale in Italia, Marta riesce a farsi pubblicare dal prestigioso Journal of Philosophy dell’Università di Oxford un suo saggio in cui espone i parallelismi tra la filosofia di Heidegger, le dinamiche all’interno di un call center e quelle che regolano i comportamenti all’interno della casa del Grande Fratello. Un risultato notevole, se non fosse che nella realtà le aree di interesse della prestigiosa Università inglese non sono storicamente molto vicine ad Heidegger e all’ontologia in generale, preferendo aree quali la logica, la filosofia del linguaggio, della mente, della scienza e l’epistemologia in generale. Nel pressapochismo generale che come un’enorme ombra avvolge tutto il film, anche il riferimento all’Università inglese assume i connotati di un marchio da sbandierare senza curarsi di quanto un simile riferimento possa lasciare perplesso chi conosce le differenze storiche tra le aree d’interesse della filosofia analitica e quelle del pensiero continentale. Sarebbe bastato raccontare, rimanendo fedeli alla storia del libro che ha ispirato la vicenda, come il racconto delle vicende all’interno dell’azienda siano diventate un successo editoriale nel Bel Paese. Ma forse una simile scelta, cioè il mostrare come sia possibile raggiungere il successo in Italia scrivendo libri, avrebbe finito con l’entrare in collisione con l’impianto generale del film secondo cui bisogna rivolgersi all’estero perché le uniche cose che contano in Italia sono la fama televisiva e il culto dell’immagine in generale. Allora ecco la scelta di invocare il prestigio di Oxford per decorare con un segno facilmente riconoscibile un piccolo successo, senza curarsi di cosa implica l’uso di un simile segno. Certamente non è possibile affermare con sicurezza che l’Università di Oxford non pubblicherebbe mai un saggio come quello di Marta, ma pensare che una scuola filosofica che, solo negli ultimi decenni, ha visto tra i suoi nomi di spicco personaggi quali A.J.Ayer e John Austin possa essere entusiasta di pubblicare un saggio che tratta della vita all’interno di un call center e dell’edizione italiana di format internazionale viste alla luce di una qualche forma di heideggerismo, scritto da un’ignota autrice italiana, è qualcosa che strappa ben più di un sorriso in virtù della sua presuntuosa ingenuità.

, , , , , , ,

Nessun commento