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La Casa di Sabbia e Nebbia – Vadim Perelman

Kathy (Jennifer Connelly), una ragazza alcolizzata e con gravi problemi economici, vive sulla spiaggia nella casa che il padre le ha lasciato in eredità. Abbandonata dal marito, entra in uno stato fortemente depressivo che la porta ad ignorare gli avvisi di pignoramento della casa dovuto al mancato pagamento delle tasse che le vengono inviati. Si tratta di notifiche che le vengono inviate per errore e che lei trascura nella convinzione di aver chiarito la correttezza della sua posizione in passato. Non senza la complicità della bolla di apatia che la avvolge, Kathy si rende conto di quello che le sta accadendo solo nel momento in cui si trova costretta a non poterlo più ignorare. Ma ogni sua azione è ormai fuori tempo massimo: viene espropriata della sua abitazione che viene messa in vendita all’asta. L’ex colonnello dell’esercito iraniano Behrani (Ben Kingsley), anche lui afflitto da problemi economici, acquista l’immobile e ne diventa il nuovo proprietario. Sapendo che il prezzo al quale l’ha pagata corrisponde a circa un quarto del suo reale valore di mercato, pertanto decide di rimettere in vendita l’abitazione dopo aver fatto alcuni interventi finalizzati ad incrementarne ulteriormente il valore. Quando la verità sull’ingiusto esproprio viene ristabilita, la contea chiede a Behrani di restituire la casa alla sua legittima proprietaria in cambio di quanto ha pagato. Ma questo ricorre contro la decisione della contea, determinato a non accettare meno del nuovo e maggiore valore.

Subito appaiono evidenti sono i contorni drammatici della vicenda: da un lato l’isolamento di una ragazza sola impreparata a fronteggiare gli ingranaggi burocratici che la esproprieranno del suo bene, dall’altro le difficoltà di una famiglia di immigrati iraniani che, malgrado la conquista della cittadinanza americana e un’apparenza di benessere, faticano a sentirsi parte di una comunità. Seppure con motivazioni e modalità differenti, si tratta di due vittime di un medesimo errore che entrano in conflitto tra loro. Entrambi i soggetti sono vittime di un errore burocratico: Kathy perché espropriata di un un bene di cui si considera legittima proprietaria, e Benhari in quanto possessore di una casa che ha acquistato in modo legittimo e nel rispetto delle norme vigenti. Ma allo stesso tempo entrambi sono mossi da moventi che trascendono la semplice richiesta di rispetto delle leggi: la ragazza è tormentata dal pensiero che possano essere vanificati i trent’anni di sacrifici fatti dal padre defunto per entrare in possesso della casa, mentre l’iraniano pensa al bene della moglie e dei figli e ai vantaggi che l’immobile può portare a tutti loro.

Ma è proprio la sceneggiatura nel suo complesso ad essere drammaticamente lacunosa. Infatti, il film si inceppa su una struttura tipica della tragedia greca che fa cortocircuito con dinamiche solitamente tipiche del cinema comico. Quasi come in una tragedia sofoclea, il motore che guida lo svolgersi degli eventi è generato da un conflitto tra due tipi di codici: quello etico e morale, rappresentato dalla ragazza che cerca di far sì che non siano vanificati i trent’anni di sacrifici fatti dal padre defunto per pagare la casa, e quello legale, rappresentato da Benhari che non capisce perché debba rinunciare ad un occasione che rappresenta un punto di svolta cruciale per le condizioni economiche della sua famiglia, quando lui non ha fatto altro che rispettare le leggi dello Stato di cui è diventato cittadino. Come nell’Antigone sofoclea la protagonista sfida l’autorità legale di Creonte per onorare il fratello morto con i riti funebri, in un conflitto che riuscirà a placersi solo con il decesso delle parti coinvolte, così Kathy intraprende la sua azione personale finalizzata al recupero del possesso della casa come gesto eticamente necessario per onorare il ricordo del padre morto, ed in Behrani si incarna la voce del diritto, di quell’insieme di norme che, indipendentemente da emozioni e ricordi, non tengono conto del dolore e del vissuto del privato. Si tratta, in pratica di due posizioni ben distinte, ed infatti, finché il film si regge su queste basi si mostra solido e abbastanza coerente; ma il problema sorge nel momento in cui si inserisce nello scontro  tra i due il vicesceriffo, un personaggio poco più che abbozzato e che, quasi come se obbedisse alle dinamiche tipiche delle comiche, riesce, di fronte ad uno spettro di opzioni, a fare sempre la cosa evidentemente più stupida e sbagliata.

Finché è la sola Kathy ad interagire con Behrani e la sua famiglia, la vicenda oscilla tra teneri avvicinamenti e duri scontri. Seppur su fronti contrapposti, i due soggetti condividono la medesima posizione di vittime incomprese. Ma quando decide di intervenire in prima persona il vicesceriffo, un uomo che ha abbandonato moglie e figli per intrecciare una relazione con quella stessa donna alla quale ha sequestrato la casa, le cose precipitano. Incapace di relazionarsi con Behrani se non dietro la protezione di una divisa o di una pistola, il vicesceriffo fa naufragare il tutto in una delle possibilità più drammatiche, in larga parte a all’insensatezza delle sue azioni. Esponente di un apparato burocratico sordo alle proteste ed alle obiezioni, cerca di riparare all’errore di cui si è reso complice in prima persona forzando l’iraniano a prendere decisioni che, se libero, mai avrebbe fatto sue.

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