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Stieg Larsson – La Regina Dei Castelli Di Carta

Terzo ed ultimo capitolo di una saga che si chiude in forma di trilogia a causa della scomparsa dell’autore, il romanzo inizia esattamente da dove si era concluso il suo predecessore. Lisbeth Salander è stata scagionata da alcuni capi d’accusa, ma altri, seppur meno pesanti, pendono ancora sulla sua testa. Gravemente ferita al termine del romanzo precedente, si trova rinchiusa in ospedale, sotto stretta sorveglianza, in attesa di essere trasferita nel carcere che la ospiterà fino a quando non dovrà affrontare il processo che la vede vestire i panni da imputata. La drammatica catena di eventi che in passato avevano condotto Lisbeth all’internamento prima, e alla dichiarazione di incapacità mentale dopo, ha preso forma in modo definitivo ed è il vero e proprio motore della vicenda. Si tratta di un complotto che vede il coinvolgimento di una sezione speciale dei servizi segreti svedesi il cui obiettivo era coprire e proteggere un’importante spia russa in cerca di asilo. Lisbeth, che ai tempi era solo una ragazzina,  è entrata nel mirino dei servizi segreti nel momento in cui è entrata in conflitto con la spia russa, alla quale era unita da uno stretto legame di sangue. Di fronte alla necessità di mantenere nell’ombra l’identità della spia russa, anche a costo di insabbiarne eventuali azioni criminali, i servizi segreti non esitano a considerare i diritti civili della giovane come secondari rispetto a quelle che loro valutano essere le priorità del paese.  A sua volta, non ascoltata dalle autorità a cui aveva provato sistematicamente a rivolgersi, quando non ridotta al silenzio da queste stesse, Lisbeth non nutre alcuna fiducia nelle istituzioni e rimane saldamente legata alla promessa che fece a sé stessa tanti anni prima: la scelta di non parlare in alcun modo con chiunque ricopra un qualsiasi ruolo nelle forze dell’ordine.

La ragnatela criminale intrecciata dai servizi segreti si fa sempre più fitta nel tentativo di far sì che Lisbeth sia di nuovo accusata di infermità mentale ed internata di conseguenza, nonché di evitare che Mikael Blomkvist ed il Millennium diffondano notizie compromettenti per l’esistenza stessa della sezione responsabile del caso. Sul versante opposto, sebbene immobilizzata in una stanza di ospedale, la giovane può contare su un’ampia schiera di persone che non esitano a mettersi in gioco per il suo bene. Oltre al solito Blomkvist e alla redazione del suo giornale, Lisbeth può contare sull’appoggio legale della sorella di questo, Annika Giannini, noto avvocato specializzato in violenza sulle donne, su Dragan Armansky, che come suo amico prima ancora che come suo ex-datore di lavoro mette a disposizione della causa molteplici risorse della sua società specializzata in sicurezza, e su molte altre persone che direttamente o indirettamente ruotano attorno a lei. Tuttavia, anche in questo volume, la violenza di cui è oggetto Lisbeth non è la sola ad essere affrontata da Larsson. Ad Erika Berger, vecchia amica di Mikael nonché direttrice di Millennium, viene offerto il posto di caporedattore presso lo Svenska Morgon-Posten, un importante quotidiano svedese che da tempo si trova a fronteggiare un costante calo delle vendite. Allettata dalla proposta, Erika accetta. Ma ben presto la scelta si rivelerà un errore: immersa in mezzo da un ambiente largamente dominato da uomini, sia sul piano delle cariche redazionali che a livello dirigenziale, Erika si trova a fronteggiarne la scarsa disponibilità ad accettare di buon grado che sia una donna a ricoprire il ruolo di comando della redazione. E come se questo non fosse già sufficiente a minacciare gli equilibri della sua vita, uno stalker comincerà a perseguitarla, insultandola, minacciandola e tormentandola in vari modi. In pratica, costringendola a limitare le sue libertà e ad avvalersi di costosi sistemi di sorveglianza per tutelarsi dalla minaccia che pende su di lei.

Ed è proprio questo, il filo rosso che lega la vicenda di Erika Berger a quella di Lisbeth Salander: la necessità di disporre di mezzi economici (e non solo) per fronteggiare ciò che minaccia la libertà, quando non l’incolumità, della sua persona. La disponibilità di risorse, economiche ed umane, è la condizione necessaria per far sì che una Lisbeth Salander qualsiasi possa difendersi dalle accuse che le vengono rivolte. Infatti, di fronte ad un intenso fuoco di sbarramento formato da campagne mediatiche denigratorie e da indagini che in alcuni casi volontariamente, in altri per pregiudizio o magari per semplice inettitudine, mirano a fare di lei una colpevole ancora prima di qualsiasi condanna in sede processuale, il semplice ricorso alle sue tutt’altro che esigue risorse risulterebbe di gran lunga insufficiente a garantirle un’adeguata tutela. Per quanto in modo differente, sia Erika Berger che Lisbeth Salander hanno bisogno dei servizi della Milton Security di Dragan Armansky per tutelare quei diritti che le forze dell’ordine non sembrano assolutamente in grado di garantire. Ed allo stesso tempo, entrambe si trovano a dover fronteggiare una serie di attacchi alla loro immagine pubblica che fanno leva proprio su aspetti della loro femminilità. Ad una Lisbeth dipinta sui media come sociopatica, anche e soprattutto in virtù di una serie di presunte abitudini sessuali tutt’altro che dimostrate (dal prostituirsi con uomini molto più vecchi di lei al frequentare un improbabile gruppo di sataniste lesbiche) corrisponde una Erika che, tra le varie molestie che si trova a subire, deve fronteggiare una serie di email mandate a suo nome che mirano a denigrarla di fronte alla sua redazione.

Diventa quindi chiaro come per Larsson sia tutt’altro che secondario il ruolo giocato dai mass media nell’influenzare l’andamento dei casi di cronaca divenuti popolari agli occhi del grande pubblico. Come tutt’altro che secondario è il ruolo che l’autore attribuisce all’utilizzo della psicologia durante la fase di indagine, soprattutto sulla carta stampata e negli studi televisivi. Sia in questo romanzo che in quello che l’ha preceduto, Larsson non manca di mostrare come l’utilizzo di professori ed esperti in tema di malattie mentali non venga utilizzato per contestualizzare un atto una volta accertate le responsabilità, ma anzi, al contrario, sia impiegato per inchiodare preventivamente il presunto colpevole. La radicale violenza nei confronti di un soggetto sottoposto ad analisi psichiatrica – quando questa viene effettuata ancora prima che ne venga dimostrata l’effettiva responsabilità rispetto agli atti di cui viene accusato – appare evidente nel momento in cui viene apertamente violato, non senza la tacita complicità del sistema giudiziario, il suo diritto ad avvalersi della facoltà di non rispondere. Anche di fronte ad un coerente e sistematico silenzio come quello di Lisbeth, l’esperto di turno può sempre decidere di utilizzare tutto ciò che gli capita a tiro (aspetto fisico, abbigliamento, testimonianze, preferenze sessuali e non solo, etc.), e che ritiene di volta in volta opportuno, per costruire un profilo psicologico all’interno del quale diventa possibile rinvenire un movente non rintracciabile altrove. L’intreccio tra aule di tribunale e salotti televisivi si concretizza in pratiche simil-lombrosiane in base alle quali, di fronte ad un ipotetico spettro di indiziati che non è possibile sfoltire sulla base di prove concrete, il giudizio dell’esperto di turno sul profilo psicologico viene utilizzato come elemento incriminante ai danni di chi è giudicato come maggiormente propenso nei confronti di certi atti. Tutto questo come se ci potesse essere una relazione tale tra profilo psicologico ed atto oggetto d’indagine tale da costituire un elemento probatorio. Lo psicologo sostituisce la propria voce a quella dell’indagata per farle dire quello che con il suo ostinato silenzio rifiuta di confessare in prima persona. E qualora l’imputato dovesse decidere di parlare in prima persona, similmente lo psicologo cerca di sostituire la propria voce a quella dell’accusato per fargli ammettere ciò che potrebbe, disattendendo le attese, non confessare.

Indipendentemente da quali possano essere gli esiti delle singole vicende, di quella di Lisbeth come di quella di Erika, quello che appare chiaro è come la possibilità di lottare, di opporsi ad una violenta violazione dei propri diritti, dipenda più dai mezzi che è possibile dispiegare sul terreno di battaglia, che non dalle effettive tutele garantite dalla legge e dalla società. La legge può anche essere uguale per tutti, ma la possibilità di avvalersi a pieno dei diritti che garantisce rimane una questione di livello economico e sociale. Man mano che le due donne lottano assieme a chi le appoggia e le sostiene per difendere i propri diritti, l’amarezza che rimane sullo sfondo è il pensiero di tutte le Erika Berger che, a differenza di questa, non possono permettersi costosi sistemi di sicurezza e sorveglianza per proteggersi da chi le perseguita e le minaccia. E’ il pensiero di tutte le Lisbeth Salander che finiscono con l’essere vittime di ingiustizie e violenze perché non hanno la fortuna di poter contare sull’aiuto di una schiera di persone come Mikael Blomkvist o Dragan Armansky. E se i primi due capitoli della trilogia narravano le storie di violenze che si consumavano nel silenzio della solitudine e dell’isolamento (di un’isola collegata alla terraferma soltanto da un ponte, cimitero di vittime condannate all’anonimato, come di luoghi sperduti dove giovani spaesate venivano ridotte in schiavitù), il terzo chiude i conti mostrando la fatica e la durezza della lotta anche da parte di chi ha a disposizione mezzi e risorse.  E ad aleggiare cupo sullo sfondo rimane il silenzio di tutte le donne condannate a sparire nel nulla, nell’anonimato dell’umiliazione e della schiavitù perché impossibilitate ad avvalersi degli strumenti di difesa di cui avrebbero bisogno. Un silenzio che assume i contorni della sporcizia che, anziché essere spazzata via, viene nascosta sotto il tappeto quel tanto che basta per evitare che vada a rovinare il decoro dell’ambiente.

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Stieg Larsson – La Ragazza Che Giocava Con Il Fuoco

Una volta messa la parola fine sull’affaire Wennerstrom, Mikael Blomkvist è tornato a dedicarsi a Millennium a tempo pieno. Per mesi il giornalista ha potuto godere della popolarità che è seguita allo scoop grazie al quale ha scosso i vertici della finanza svedese, riabilitando la sua immagine e allo stesso tempo quella del giornale. Ma proprio quando tutto sembra essere tornato alla normalità, una nuova inchiesta gli prospetta la possibilità di sconvolgere un’altra volta una società che sembra ammirarsi nello specchio delle proprie conquiste sociali mentre sceglie di ignorare i drammi che si consumano silenziose nelle sue zone d’ombra. All’inizio della storia, Lisbeth Salander si trova in giro per il mondo, lontana da Mikael e da quella che era stata la sua vita a Stoccolma, e il giornalista viene contattato da Dag Svennson, un reporter free-lance impegnato in un’inchiesta sul trafficking. Pur non essendo materiale da Millennium in senso stretto, l’indagine sul mercato di ragazze provenienti dall’Europa Orientale, ridotte in schiavitù e costrette a prostituirsi, non lascia indifferente Blomkvist. Condotta in prima persona dallo stesso Dag Svennson, con la collaborazione di Mia Bergman, sua compagna di vita nonché dottoranda anch’essa impegnata a scavare negli stessi torbidi terreni, l’inchiesta vede il coinvolgimento, soprattutto nella veste di clienti, di numerosi cittadini “rispettabili”. I nomi di professionisti, di funzionari dello stato, di criminali e di altro ancora, rappresentano la garanzia di un’altra uscita pubblica destinata a fare sensazione, e Mikael non esita a mettere Millennium a disposizione dei due, anche per offrire ai due tutta l’esposizione mediatica di cui dispone il giornale e di cui avranno bisogno nel momento in cui esploderà lo scandalo. Ma per quanto accurata ed approfondita, l’inchiesta sul trafficking si spinge molto oltre gli orizzonti intravisti dai suoi stessi autori: il polverone che potrebbe sollevare la pubblicazione di ciò che Dag e Mia hanno scoperto non è solo una minaccia per i soggetti direttamente coinvolti, ma anche e soprattutto per quelli che rischiano di esserlo in futuro qualora altri occhi, ancora più indiscreti, decidessero di puntare i loro sguardi su quell’ambiente. E tra i nomi che finiscono con il trovarsi indirettamente collegati all’inchiesta sul trafficking appare anche quello di Nils Bjurman, il tutore di Lisbeth che aveva abusato di questa poco dopo aver preso in carico la sua pratica.

Si innesca pertanto una reazione a catena che a partire dal suo presente (per via del suo collegamento con Bjurman, appunto) finisce con lo sprofondare in modo sempre più stringente nell’oscuro passato di Lisbeth, in quell’evento che la ragazza evoca in modo criptico con l’espressione “Tutto il Male”. E nel momento in cui la situazione degenera drammaticamente, lasciando più di un corpo senza vita alla mercé delle pagine dedicate alla cronaca nera, sarà proprio lei ad entrare nel mirino delle forze inquirenti che le daranno la caccia addossandole vari e gravi capi d’imputazione. Ancora una volta Stieg Larsson utilizza la figura di Lisbeth Salander per addentrarsi all’interno di territori popolati da uomini che fanno del male alle donne. Come nel primo capitolo della trilogia, l’autore elabora una narrazione a più livelli nella quale l’intreccio trova la sua unità, prima ancora che nella coerenza narrativa, nell’unità tematica che domina il romanzo. Il personaggio di Lisbeth è segnato prima di tutto dal suo essere vittima: dall’aver subito dei traumi in un passato lontano, fino agli abusi del suo tutore più di recente. Pur godendo di un’intelligenza fuori dalla norma, la ragazza vive in balia dell’arbitrio altrui a causa di uno stato sociale che le ha imposto un tutore al raggiungimento della maggiore età. E ora, in seguito agli eventi drammatici che riconducono alla sua mano, si ritrova ad essere vittima di una caccia all’uomo da parte della polizia, nonché di una serie di campagne stampa che diffondono un’immagine sempre più grottesca e mostruosa della sua persona: da psicopatica assassina fino a satanista lesbica.

Tuttavia Lisbeth non è l’unica vittima di violenze ad affollare le pagine del libro: a fare da sfondo alla vicenda ci sono sempre le ragazze, pressoché senza nome, che criminali senza scrupoli costringono a prostituirsi per soddisfare un mercato disumano di uomini che odiano le donne. Perché alla base della crudeltà dei criminali che sfruttano le schiave moderne per arricchirsi ci sono sempre i grossi guadagni garantiti da una larga massa di clienti che costituiscono il vero motore del trafficking: il mercato del sesso al quale gli schiavisti si rivolgono per presentare le proprie offerte. Non a caso, Dag Svennson e Mia Bergman non concentrano la loro attenzione solo sui criminali che gestiscono il mercato, ma anche su chi usufruisce dei “servizi” che questo fornisce. Dato che l’azione criminale degli schiavisti non può essere in alcun modo liquidata come fine a sé stessa, ma è ovviamente volta ad alimentare un mercato formato di personaggi insospettabili ed apparentemente rispettabili, di individui che antepongono il loro piccolo e vigliacco soddisfacimento sessuale alle sofferenze altrui, viene da sé che fuori dagli alibi con cui i vari “clienti” cercano di giustificare la loro mancanza di elementare compassione, la loro immagine differisce ben poco da quella dello stupratore incarnato da Bjurman. Ma più che per via del reato in sé, l’abuso di cui è vittima Lisbeth si confonde con le violenze subite dalle ragazze schiave provenienti dall’Europa Orientale per via di come gli uomini arrivano a godere dei loro corpi. Non attraverso la forza bruta, ma attraverso l’ipocrisia formale di uno scambio effettuato tra soggetti ben distanti dal trovarsi in condizione di parità.

Il cliente che abusa di una schiava non ammetterà mai di essere uno stupratore che sfrutta l’impossibilità della prostituta di ribellarsi alla sua condizione: l’esborso della cifra pattuita è per lui il pagamento di una prestazione, e non intende minimamente interessarsi sul come tale prestazione sia arrivata sul mercato. Allo stesso modo Bjurman si muove a partire da uno “scambio” imposto da una posizione di forza: se Lisbeth si dimostra “carina” con lui, a sua volta lui in cambio le firma l’assegno che le serve per le sue spese e non scrive una relazione che la condannerà all’internamento all’interno di una struttura psichiatrica. Dietro al docile sottomettersi delle ragazze di fronte agli uomini che le molestano, che ne abusano e le violentano, si erge l’ombra minacciosa di una forza che esercita un potere di vita e di morte: l’arbitrio dello schiavista che minaccia terribili punizioni e vendette, come anche l’autorità di istituzioni che possono condannare una persona all’internamento a partire da un semplice atto di volontà di un tutore. Il molestatore può così godere della vile irresponsabilità che gli proviene dal fatto che ad impedire qualsiasi reazione da parte della donna è una forza ben superiore alla sua: sono le botte degli schiavisti come l’autorità di uno Stato trasformato in complice inconsapevole a paralizzare la vittima ed impedirne qualsiasi reazione.

Quella che si consuma nel silenzio e nell’ombra è una violenza invisibile che edifica le fondamenta della sottomissione delle vittime, della loro impossibilità di dire di no. E la reazione violenta da parte dei criminali coinvolti nella vicenda è dettata dalla loro volontà di evitare che possano accendersi delle luci, mediatiche o addirittura investigative, su quelle loro attività che invece necessitano di silenzio ed oscurità per poter prosperare. Larsson scavalca il tema della mercificazione del corpo femminile, così come spesso viene affrontato in campagne che cavalcano fatti di cronaca ed eventi mediatici che già godono di ampia esposizione, per puntare dritto verso le questioni che animano il cuore della vicenda: la libertà del consenso e l’autodeterminazione. La questione della violenza maschilista che va a colpire le donne viene pertanto vista secondo un’ottica che può essere considerata affine a quella di movimenti femministi come Femen o Ni Putes Ni Soumises. Non viene concesso nessuno spazio a quei temi (come l’esibizione dei corpi femminili nei media o l’utilizzo della sessualità all’interno di campagne pubblicitarie) che spesso vanno ad occupare le pagine dei giornali e le discussioni nei talk show televisivi. Si tratta di eventi che già godono dell’attenzione dei media e che vedono coinvolte nella loro produzione persone adulte, consenzienti e non di rado retribuite in modo invidiabile. La vera sofferenza invece si trova all’interno di stanze chiuse dove i riflettori delle telecamere non hanno modo di penetrare, negli ambienti dominati da violenza e razzismo, come in quelle organizzazioni di estrema destra alla denuncia delle quali Larsson aveva dedicato gran parte della sua attività di giornalista. In pratica, il problema che l’autore non smette mai di indicare sullo sfondo della sua storia è quello del silenzio e dell’indifferenza, il muro di solitudine, vergogna e debolezza che soffoca le vittime. Perché quando la violenza è talmente diffusa da poter costituire la base di un mercato in grado di prosperare nonostante il suo status esplicitamente criminale, la società all’interno della quale si è ricavata uno spazio non può non fare i conti con la propria ipocrisia, o quantomeno con la propria omertà.

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Stieg Larsson – Uomini Che Odiano Le Donne

Sulla base di una struttura che unisce la tensione del thriller con i meccanismi del giallo classico, Stieg Larsson – giornalista ancora prima che romanziere – costruisce questo primo capitolo della trilogia Millennium come un gioco ad incastri nel quale la trama principale, il mistero che i protagonisti sono chiamati a risolvere, si rispecchia costantemente nello sfondo sociale ed economico della società in cui è ambientata. Mikael Blomkvist e Lisbeth Salander sono i due personaggi attraverso i cui occhi è possibile gettare uno sguardo in modo trasversale sul paese di provenienza dell’autore. Mikael Blomkvist è uno dei proprietari del giornale economico Millennium, un giornalista che in seguito ad una condanna per diffamazione a mezzo stampa ai danni del finanziere Hans-Erik Wennerstrom, decide di lasciare il suo posto in redazione per proteggere il giornale da vendette, danni e ripercussioni di vario tipo. Un vecchio magnate dell’industria svedese, Henrik Vanger, decide di approfittare della situazione e di contattarlo per indagare sulla misteriosa sparizione di sua nipote Harriet, scomparsa nel nulla quasi quaranta anni prima. La riluttanza del giornalista ad accettare il caso è molta, ma l’industriale gli fa un’offerta che pensa non potrà essere rifiutata: una lauta ricompensa oltre ad una serie di informazioni in grado di inchiodare il finanziere contro cui ha perso in tribunale. Si tratta di due fattori che combinati risulteranno determinanti nello spingere il giornalista ad accettare l’incarico e a trasferirsi a nord, nell’isolotto dove risiede la famiglia Vanger – anche perché trovandosi in attesa di scontare i tre mesi di carcere a cui è stato condannato, la sua carriera sembra essersi impantanata. E coerentemente con la sua tutt’altro che celata riluttanza, anche dopo aver accettato il caso Mikael sembra lavorare più per il suo senso del dovere nei confronti dell’impegno assunto che non per l’effettiva convinzione di poter giungere ad un qualche risultato. Perlomeno fino a quando un’improvvisa intuizione non gli permetterà di imprimere una svolta alle indagini, il cui risultato finale sarà determinato in modo decisivo dalla collaborazione da parte dell’altra protagonista della storia, Lisbeth Salander.

Dotata di una memoria fotografica e di capacità informatiche fuori del comune, la ragazza si presenta come un’esile venticinquenne con le fattezze di una minorenne anoressica e con un carattere tutt’altro che facile. Tratti comportamentali riconducibili ad una forma di Sindrome di Asperger si innestano su solide difficoltà relazionali con chi le sta intorno che sembrano affondare le loro radici in un vissuto personale tanto misterioso quanto problematico. Quella della ragazza è una storia che continua a condizionarne la vita non solo sul piano psicologico, ma anche su quello pratico: infatti su di lei grava una sentenza in base alla quale è stata giudicata incapace di autogestirsi e pertanto bisognosa di tutela legale. Dovendo vivere costantemente sotto controllo, Lisbeth si trova quindi nella condizione di non poter gestire in autonomia la sua vita, a tal punto da non poter disporre nemmeno dei soldi che guadagna con il suo lavoro e dei suoi risparmi senza il consenso del tutore che le è stato assegnato. Un fatto, questo, che la ragazza si trova costretta a fronteggiare in tutta la sua crudezza nel momento in cui muore l’avvocato che da anni aveva in carico la sua pratica (e che le aveva garantito ampi margini di autonomia) e lei si trova ad essere affidata ad un altro legale che, sotto un’inattaccabile apparenza di rispettabilità, si rivela essere un maniaco.

La storia si svolge su tre livelli che scivolano parallelamente l’uno sull’altro. Il piano delle rispettive vicende personali di Mikael e Lisbeth, il piano del caso relativo alla scomparsa di Harriet Vanger, e quello delle indagini sul finanziere Wennerstrom. Sebbene l’architettura del romanzo utilizzi i pilastri del giallo classico, in una sorta di enigma della camera chiusa i cui confini si allargano a quelli dell’isolotto dove molto tempo prima è avvenuta la scomparsa della ragazza, la narrazione di Larsson risente della sua formazione professionale e di un giornalismo inteso come tendenza a grattare in superficie per aprire delle scalfitture nelle apparenze e per far affiorare l’oscurità che si agitava al di sotto di esse. Inizialmente Mikael e Lisbeth vengono presentati come personaggi quasi monolitici: solido moralmente ed integerrimo sul piano professionale l’uno, dura ed apparentemente imperturbabile l’altra. Tuttavia, anche se per motivi differenti, entrambi usciranno dalla vicenda con meno certezze di quante ne avessero all’inizio. Le debolezze, la corruzione ed il marcio che i due si troveranno a fronteggiare lasceranno dei segni indelebili nelle loro vite. Alla fine Mikael mostrerà un volto meno irreprensibile di quello che aveva all’inizio (arrivando a tradire i suoi stessi principi), così come Lisbeth si troverà a dover gestire nuove crepe nella corazza della sua durezza solitaria. Ma è soprattutto scavando nel passato e nel presente della famiglia Vanger che i due si trovano a dover fronteggiare quanto di torbido si agiti sotto uno strato di rispettabilità. Ed un discorso analogo vale anche per Wennerstrom, il mondo della finanza e la società in generale all’interno della quale agiscono.

I tre livelli su cui si muove la narrazione sono anche le tre principali prospettive attraverso cui Larsson cerca di mettere a fuoco uno stesso modello di violenza che si esercita in ambienti diversi e con modalità di volta in volta differenti. La scelta dell’autore di intervallare la narrazione con l’inserimento di brevi statistiche relative alla realtà della violenza sulle donne in Svezia ha l’esplicito e preciso compito di ricordare al lettore che per quanto la storia sia un frutto dell’immaginazione, il problema cui fa riferimento è reale e molto più diffuso rispetto a quanto venga pubblicizzato. Non a caso, sono proprio il silenzio e l’isolamento che circondano le vittime a rivestire un ruolo fondamentale nel proliferare della violenza narrata nel romanzo. Tanto sul piano personale dei singoli protagonisti, quanto su quello famigliare o su quello sociale in senso lato, la violenza sulle donne è l’archetipo di una forma di sopraffazione che si nutre di prepotenza brutale come della muta complicità di chi fa finta di non vedere o di chi decide di non guardare. Un solido filo rosso lega il mondo della finanza nel quale quello che da molti viene considerato un criminale può agire indisturbato, e quello di una famiglia come i Vanger all’interno della quale si è consumata la sparizione di Harriet. E non si tratta della sola appartenenza di entrambi i nomi ai vertici più alti dell’economia svedese. Il silenzio dei giornalisti che, per ipocrisia o per tornaconto personale, si guardano bene dal ficcare il naso nell’universo industriale targato Wennerstrom trova il suo analogo nell’ostilità che un nutrito numero di esponenti della famiglia Vanger non lesina al giornalista di fronte alla sua sempre più cocciuta ostinazione nel voler portare avanti l’incarico che gli è stato affidato.

Inizialmente Mikael si scontra frontalmente con l’establishment del suo paese nel tentativo di portare alla luce il malaffare che si agita dietro la facciata di una rispettabile legalità, ed in modo simile dovrà fronteggiare aggressività e risentimento nel momento in cui comincerà a spingersi oltre l’immagine pubblica della famiglia Vanger, scoprendo la storia piena di cattiverie, meschinità, invidia, quando non anche crudeltà e malvagità, che si colloca alle spalle dell’altisonante cognome. E non priva di ulteriori analogie si muove la vicenda di Lisbeth, che si trova ad aver a che fare con un tutore legale maniaco senza poter contare sull’appoggio di alcuna istituzione (dai tribunali che l’hanno privata dell’autonomia alla polizia nei confronti della quale non nutre alcuna fiducia). Tra uomini che odiano i propri famigliari (e non solo) in virtù di adesioni ad ideologie violente e razziste, tutori legali che sfruttano la posizione che occupano per abusare delle persone di cui invece si dovrebbero prendere cura, giornalisti che si trasformano in cassa di risonanza al servizio di quegli stessi organi su cui dovrebbero indagare e che dovrebbero denunciare pubblicamente, Larsson non mira a criticare le istituzioni in quanto tali, ma sembra piuttosto deciso nel voler mostrare come queste possano essere utilizzate per nascondere i problemi anziché risolverli – come se l’esistenza stessa di istituzioni che dovrebbero garantire e tutelare i più deboli fosse sufficiente ad assicurarne l’effettivo buon funzionamento. Ma il potere di assolvere un determinato compito non implica in modo necessario che tale compito venga effettivamente assolto, o che al contrario non possa essere utilizzato per fare l’esatto opposto.

Con Uomini Che Odiano Le Donne, Larsson alza il sipario su una forma di ipocrisia che sembra attraversare in modo sotterraneo la società svedese ad ogni livello. Ed il successo editoriale che è riuscito ad ottenere in tutto il mondo testimonia di come non si tratti di una malattia che riguarda solo questo paese. Infatti anche in questo caso ci troviamo di fronte ad una scatola cinese che rimanda a quella che la contiene: la società svedese non è altro che una scatola all’interno di quella occidentale in generale. Non si tratta di un atto di accusa nei confronti della società svedese in quanto tale, né di riflesso nei confronti di quelle occidentali in generale, quanto piuttosto di un tentativo di presa di coscienza della loro permeabilità. Perché non basta creare leggi ed apparati istituzionali per garantirne il funzionamento, e soprattutto per impedirne l’abuso e la loro corruzione. Soprattutto se si considera che il potere di nuocere impunemente da parte di un soggetto che si muove sulla base del riconoscimento ufficiale della sua autorità sulla vittima è tanto più terribile quanto maggiore è il potere di cui dispone (come, per esempio, di privarla della sua libertà). La vicenda di una Lisbeth in balia di un maniaco che a sua volta può contare sulla forza che gli deriva dalla sua posizione sociale, dalle leggi che regolamentano la sua autorità sulla vittima, e perfino dalla maggiore credibilità della sua parola in qualità di stimato avvocato rispetto a quello di una ragazza problematica giudicata incapace di autogestirsi, è l’ennesima riproposizione dell’antica questione sintetizzata da Giovenale con l’interrogativo a proposito di chi sorveglia i sorveglianti stessi. Perché non basta offrire diritti e garanzie ai cittadini per tutelarli, se prima di tutto non li si mette in condizione di proteggersi dai possibili abusi compiuti da chi può amministrarli godendo di un’autonomia che sconfina nell’arbitrarietà.

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