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The Horseman – Steven Kastrissios

Potrebbe essere facile liquidare The Horseman del regista australiano Steven Kastrissios come un ennesimo esempio di revenge movie, come un film concepito e realizzato per il mercato degli ammiratori di produzioni quali Il Giustiziere Della Notte o Hardcore. E date le molteplici affinità con questi titoli, si potrebbe anche essere tentati di archiviare la visione alla voce dei film che cercano di cavalcare un tema consolidato. Ma questo significherebbe non tenere conto del fatto che ciò che può caratterizzare l’originalità o meno di un film di genere non riguarda esclusivamente la novità del soggetto, dell’idea di base in quanto tale, bensì piuttosto la capacità di produrre uno scarto, una deviazione che si contraddistingua come impronta peculiare rispetto ad un insieme di codici e di schemi già dati. Ad esempio, la sfida che offre ogni nuovo slasher movie non consiste nel proporre qualcosa di nuovo in assoluto, quanto piuttosto di offrire delle variazioni che, pur muovendosi all’interno di una cornice generale fondata sulla presenza di almeno un maniaco omicida, riescano a rendere peculiare la produzione. Lo stesso vale per i film con vampiri, quelli con morti viventi, quelli che ruotano attorno ad una catastrofe (accaduta o imminente), i western, e così via. E i revenge movie non costituiscono in alcun modo un’eccezione a questo approccio. Una qualche crudele violenza irrompe all’interno di un vissuto nella norma sconvolgendolo in modo radicale; a causa di ciò, la vittima o qualcuno ad essa vicino si trasforma in uno spietato vendicatore il cui unico obiettivo è punire i responsabili del suo dolore e della sua sofferenza. E rispetto a questo quadro generale, The Horseman non rappresenta in alcun modo un’eccezione: c’è la violenza, c’è la sofferenza e c’è un cavaliere che cerca la vendetta. Ma c’è anche uno scarto più che evidente rispetto ai suoi ben più noti predecessori, qualcosa che permette di inserirlo nell’insieme dei proverbiali discepoli che prendono le distanze dai maestri per seguire una propria strada, anziché in quello degli eredi puri e semplici.

In modo estremamente secco ed asciutto, The Horseman si scava una propria nicchia non aggiungendo qualcosa di nuovo, ma lavorando per sottrazione. Il tema del dolore e della vendetta viene scarnificato fino all’essenziale, tanto che non raramente il film sembra aprire delle parentesi in cui prende le distanze da sé stesso per scivolare in una torrida rappresentazione dell’elaborazione di un lutto, di un vuoto apparentemente incolmabile. E tutta l’ambiguità morale del tema del giustiziere solitario, dell’uomo che viola la legge in ragione di una sua idea di giustizia che ritiene a sua volta violata (almeno due volte: dal crimine di cui è vittima, anche indirettamente, e dalle istituzioni che sembrano non essere in grado di offrirgli nemmeno una consolazione postuma), qui appare in modo diretto e non mediato, senza condanne né apologie. A differenza dei protagonisti dei già citati Il Giustiziere Della Notte e Hardcore, si sa poco o nulla dei fatti che precedono la furia omicida del protagonista: dopo una brevissima sequenza che lega le immagini di una ragazza da sola per strada con quelle di un furgoncino bianco in viaggio, lo spettatore viene catapultato direttamente all’interno di un violento pestaggio, il primo dei tanti che si avvicenderanno nel corso del film. Christian (Peter Marshall) è un padre che ha perso la propria figlia, trovata morta in un vicolo, e che successivamente ha scoperto essere stata drogata e violentata per essere utilizzata all’interno di un film porno. Poco si sa della storia della famiglia di Christian, della sua come di quella della figlia, o di quali siano i motivi per cui la ragazza si è trovata coinvolta in una situazione che per lei si è rivelata mortale. Kastrissios tralascia volontariamente qualsiasi riferimento a storie o vicende che potrebbero spiegare sulla base di quali premesse sia stato possibile arrivare ad una simile situazione. Ed anche i flashback che vedono Christian ricordare i momenti passati a giocare con la figlia ancora bambina non hanno una funzione esplicativa nei confronti della storia, ma solo di sottolineare, in virtù del contrasto con il presente tetro e violento, la tragica perdita del genitore.

Malgrado la crudezza e la violenza delle scene di tortura e punizione, non è la vendetta fine a sé stessa ad essere la vera protagonista della vicenda. Si tratta piuttosto di una ricerca della pace, dell’elaborazione di un lutto e di un postumo ed irreparabilmente tardivo tentativo di redenzione nei confronti di un viscerale senso di colpa. In tal senso assume ben presto un ruolo centrale la figura di Alice (Caroline Marohasy), una giovane autostoppista nella quale Christian vede un’immagine della figlia; infatti, mettendosi a disposizione di questa sembra cercare una via per compensare ciò che probabilmente ritiene di non aver fatto per la figlia. Dilaniato dal ricordo di quest’ultima, Christian si è trasformato in una specie di automa che il suo dolore ha programmato per rintracciare, scovare ed infine eliminare uno dopo l’altro coloro che ritiene responsabili della morte della figlia. L’incontro fortuito con Alice è ciò che potrebbe permettergli di lasciarsi alle spalle il suo passato e ricominciare a vivere, attraverso una minima forma di espiazione. Ma allo stesso tempo, il marciume e la corruzione con cui è entrato in contatto nell’istante in cui ha messo per la prima volta gli occhi su Young City Sluts 2, la videocassetta porno con le immagini della figlia che qualcuno anonimamente gli ha spedito a casa, non smettono di attirarlo sempre più a fondo in un vortice di orrori senza fine, anche quando lui pensa che possa essere finalmente giunto il momento in cui potrebbe essere possibile mettere la parola “fine” a tutta la vicenda. Infatti, proprio come era successo alla figlia, anche Christian ha modo di scoprire che non basta opporre un rifiuto per potersi lasciare le spalle un mondo che ha fatto della violenza e dell’umiliazione del prossimo un modo di vita. Come accade a qualsiasi sprovveduto che si avventura con troppa leggerezza all’interno delle gallerie di una caverna inesplorata, una volta smarrita la via del ritorno diventa sempre più difficile ritrovare la strada che conduce alla superficie.

Inizialmente i criminali cercheranno di rapportarsi nei confronti di quest’estraneo come se fosse scontata la sua fedeltà alle leggi della società. Infatti, come fosse una versione concordata da ripetere di fronte ad eventuali organi inquirenti, i criminali che si trovano a fronteggiare la violenza vendicatrice del padre ferito non fanno altro che ripetergli che non è colpa loro, che è stata la ragazza a cercarli, e che loro non hanno fatto altro che offrirle un’occasione per fare un po’ di soldi; in pratica non fanno altro che difendersi come farebbe un branco di violentatori accusati di stupro davanti ad una giuria, e cioè ripetendo tutti la versione secondo cui è stata lei a volerlo. Ma quello di cui non tengono conto è che Christian ha smesso di obbedire alle leggi della società civile nel momento stesso in cui si è tolto gli abiti da privato cittadino per indossare quelli del vendicatore. Ed è proprio questa la radice dell’ambiguità morale di cui Christian diventa portatore agli occhi dello spettatore: per quanto possa essere possibile comprenderne le ragioni, l’arbitrarietà unilaterale del suo agire fa sì che non sia possibile approvare fino in fondo le sue azioni. Tanto più che la violenza omicida dell’uomo impegnato nella sua personale crociata vendicatrice, come spesso accade nel genere, non muove a partire da un alto desiderio di giustizia, quanto piuttosto dal tardivo sentimento d’impotenza instillato, come fosse un veleno, dai sensi di colpa per non essere riuscito a proteggere la persona amata. Con una narrazione essenziale ad un livello pari a quello dei movimenti della macchina da presa, Kastrissios evita completamente di mettere in relazione l’agire di Christian, di sua figlia prima di lui e del loro rapporto, con le vicende che hanno fatto sì che la ragazza finisse con il trovarsi dove si è scontrata con il suo triste destino. Sapere come o perché la ragazza fosse finita tra criminali dediti allo spaccio di droga e pornografia è un dato che lo spettatore potrebbe utilizzare per comprendere e valutare le azioni del giustiziere. La scelta invece di mostrare le radici del dolore paterno (i ricordi della figlia bambina) senza fornire appigli in relazione al suo comportamento di padre di fronte alla figlia già grande ed in grado di abbandonare il tetto famigliare, abbandona lo spettatore davanti alla vendetta nella sua forma più nuda e cruda. Perché, in fondo, il conoscere il contesto all’interno del quale si è sviluppata e determinata una certa situazione può solo offrire delle spiegazioni, ma non delle giustificazioni. Profondamente ed intimamente solo di fronte al suo dolore, Christian non solo non si avvicina neanche da lontano alla figura dell’eroe, ma a partire dai primi fotogrammi fino ad arrivare ai titoli di coda non smette nemmeno per un istante di essere una figura tragica. E tutta la violenza mortale che fa grandinare addosso ai criminali che considera responsabili della morte della figlia non serve in alcun modo a placare il viscerale senso d’impotenza derivante dal non riuscire a proteggere le persone a cui vogliono bene, il loro giungere costantemente in ritardo, quando la tragedia si è ormai già consumata.

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