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Stephen King – Mr. Mercedes

E’ mattino presto, ma davanti all’entrata della Prima Fiera Annuale del Lavoro c’è già una folla di persone in coda. Alla ricerca di un impiego, molti dei presenti hanno trascorso la notte all’aperto per occupare i primi posti, nella speranza che questo possa contribuire a incrementare le loro opportunità. Ma quella che per molti avrebbe dovuto rappresentare un’occasione di miglioramento si trasforma in una tragedia mortale. La cittadina non si è ancora svegliata del tutto quando una Mercedes si lancia sulla folla intorpidita dai postumi di un riposo notturno umido e scomodo. Otto persone perdono la vita e molte altre rimangono ferite ad opera di un misterioso assassino alla guida del mezzo con indosso una maschera da clown. Partono subito le ricerche del colpevole, ma l’unica cosa che la polizia riesce a trovare è la macchina che è stata impiegata per compiere il crimine: una Mercedes SL500 di proprietà della vedova Olivia Trelawney. All’interno del mezzo c’è la maschera indossata dall’omicida, ma è stata ripulita con la candeggina e non presenta tracce che possano far risalire all’identità di quello che viene ribattezzato Mr. Mercedes. In assenza di elementi concreti, i detective responsabili del caso concentrano le proprie attenzioni proprio sulla proprietaria del mezzo. Dato che la macchina era stata trovata chiusa e senza segni di scasso, la polizia sostiene che la proprietaria l’avesse lasciata aperta e con le chiavi inserite. La donna nega con fermezza, non mostra alcun dubbio in merito ad una sua possibile dimenticanza. Ma quando arriva la notizia del suo suicidio, i detective pensano di aver trovato una conferma ai loro sospetti. E con la morte della donna, anche la loro indagine va a finire in un vicolo cieco.

Circa un anno dopo, Bill Hodges, uno dei due detective responsabili del caso, è in pensione e passa le giornate a ingrassare davanti al televisore. Il divorzio con la moglie risale a molti anni prima, e sebbene sia rimasto in contatto con la figlia, non la vede di persona da un paio d’anni. Ogni giorno, davanti ai suoi occhi si susseguono le immagini di programmi come Judge Judy e The Jerry Springer Show, mentre vicino a sé tiene la pistola appartenuta al padre e accarezza l’idea del suicidio. Questa triste routine viene interrotta solo nel momento in cui riceve una lettera dal responsabile della strage, che lo esorta a smetterla di esitare e a farla finita una volta per tutte. Tuttavia, non solo questo non ottiene il risultato desiderato, ma al contrario offre all’ex-detective un motivo per accantonare i suoi propositi suicidi. Inizia così una sfida a due in cui i partecipanti si danno la caccia a vicenda. Le premesse sono quelle di una classica crime story, ma nel giro di poche pagine l’identità dell’assassino viene svelata e l’attenzione dell’autore si focalizza sulla partita a scacchi giocata a distanza tra due personaggi che esibiscono più punti in comune di quanti sarebbero disposti ad ammettere. Brady Hartsfield, la nemesi dell’ex-detective ora sovrappeso, è un giovane che vive con la madre e lavora sia come tecnico in una catena di elettronica che come “omino dei gelati” in giro su un camper. Si tratta di due lavori diversi che però hanno un aspetto in comune: gli permettono di passare inosservato mentre va in giro e medita come mettere in atto le sue fantasie di morte. Su un piano astratto, quello tra i due uomini è uno scontro tra il Bene e il Male. Ma quando si scende nel concreto, appare chiaro che la forza che si erge contro un Male freddo e determinato è molto meno nobile di quanto ami pensare. A partire dal fatto che il suo rappresentante è in pensione, e come ex-poliziotto sa molto bene che non solo qualsiasi sua indagine è priva di autorizzazioni, ma è anche illegale.

Entrambi i personaggi si muovono in contesti familiari difficili che ne hanno minato l’equilibrio psicologico. Separato dalla moglie e distante dalla figlia, con un passato da alcolista e orfano di quella che è stata la sua unica occupazione per decenni, Bill divide la sua abitazione con un televisore e cibi precotti. Brady invece è orfano di padre e vive con la madre alcolizzata, alla quale è legato dal ricordo della complicità nella morte del fratellino e verso la quale nutre pulsioni incestuose alimentate dall’intimità fisica che la donna gli concede. Brady è un sociopatico da manuale con pulsioni omicide, mentre Bill è un sessantaduenne depresso alla disperata ricerca di qualcosa che dia un senso alle sue giornate. E nel momento in cui trova questo qualcosa, non solo l’ex-poliziotto non si fa scrupoli a nascondere i dati in suo possesso agli agenti che si occupano dell’indagine (uno dei quali è anche un amico, oltre che il suo ex-collega), ma non esita nemmeno a coinvolgere le persone che gli capitano attorno: il diciassettenne di colore che cura il prato di casa sua e che lo aiuta con l’uso del computer, la sorella della defunta proprietaria della Mercedes (con la quale va a letto a dispetto di qualsiasi distacco investigativo), e anche la cugina di questa con il suo bagaglio di disturbi psichici. Ripete a sé stesso che era bravo nel suo lavoro, ma allo stesso tempo si rende conto che se l’assassino è ancora in libertà è anche colpa dell’approssimazione con cui aveva condotto le indagini ufficiali insieme al suo collega. Guidati da pregiudizi e antipatie personali, avevano indirizzato tutti loro sforzi in direzione della proprietaria della Mercedes, tormentandola nella convinzione che non stesse collaborando alla ricerca del colpevole. E anche adesso, nonostante il contatto diretto da parte del maniaco, la sua azione investigativa si rivela essere non meno approssimativa. Dopo aver stilato un generico profilo psicologico della sua controparte, Bill decide di rispondere all’omicida provocandolo fino a farlo infuriare. In altre parole, la strategia investigativa che il detective in pensione mette in atto consiste nello stuzzicare lo psicopatico che l’ha contattato al fine di stanarlo. Incurante delle conseguenze, mette a rischio l’incolumità di molte persone che potrebbero diventare nuove vittime della furia omicida del maniaco. E che in qualche caso lo diventano.

Ancora una volta, nell’universo di King non c’è spazio per un bene solido e compatto come il male al quale si vorrebbe contrapporre. L’odio per il prossimo da parte di Brady è lucido e razionale, ma non lo è altrettanto la volontà dell’ex-detective di fermare il criminale. Guidati dal desiderio di chiudere al più presto il caso, Hodges e il suo collega si rivelano essere più legati alla loro idea di come debbano essere andate le cose, che non impegnati in una seria indagine. Nonostante l’accurata pianificazione, Brady stesso non credeva che sarebbe riuscita a farla franca. Infatti la maggior parte degli indizi che ne avrebbero permesso la cattura erano già presenti al momento della strage davanti alla fiera. E con il suicidio della proprietaria della Mercedes sarebbe stato possibile raccogliere gli elementi necessari a chiudere il cerchio. Invece proprio la scelta di seguire i loro pregiudizi e la storia che avevano costruito sulla base di questi ha consentito al maniaco di continuare ad agire indisturbato. E in fin dei conti, le provocazioni e le sfide che Hodges invia al suo avversario non hanno alcuna particolare utilità ai fini delle indagini, né sembrano essere guidate da un piano ben studiato: spingere un criminale ad agire non significa anche costringerlo a scoprirsi, o comunque a commettere più errori di quanti possa aver commesso in passato.

Con Mr. Mercedes Stephen King ripercorre le strade de La Lettera Rubata di Edgar Allan Poe. Come il prefetto G. che perquisisce la casa del ministro alla ricerca della lettera compromettente, Hodges ha avuto per molto tempo l’assassino davanti agli occhi. In qualche caso gli ha anche parlato e in qualche altro gli era stato indicato il suo comportamento anomalo. Ma privo di un Dupin a fianco, liquida gli avvertimenti come frutti di paranoia e persevera nei propri errori fino a quando le evidenze non lo costringono a rivedere le proprie posizioni. E’ la storia di una giustizia lontana dalle indagini razionali a base di prove e analisi in stile Bones o CSI. Piuttosto è il ritratto delle indagini compiute immaginando come avrebbero dovuto svolgersi gli eventi per poi cercare gli elementi che serviranno a confermare la costruzione. Motivo per cui il suicidio di Olivia Trelawney non racconta solo la storia di un omicida senza scrupoli che l’ha sfruttata per compiere un massacro, ma è anche e soprattutto la fotografia di indagini condotte con lo scopo di incriminare chi viene creduto in qualche modo colpevole, anche solo per pregiudizio o antipatia. Quindi la caccia a Mr. Mercedes non può perciò prescindere dal restituire un po’ di giustizia, per quanto tardiva, alla proprietaria della SL500. Perché ciò che separa l’assassino dai detective che gli danno la caccia non è solo il ruolo ricoperto nella storia, ma anche il diverso grado di consapevolezza: a differenza di Brady, che sa di essere crudele e trae piacere nell’agire di conseguenza, Hodges e il suo collega contribuiscono alla demolizione psichica della donna innocente raccontando a loro stessi di stare agendo a fin di bene.

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Stephen King – Ossessione

Pubblicato nella seconda metà degli anni ’70, Ossessione (Rage, 1977) è stato il primo lavoro che lo scrittore del Maine ha dato alle stampe sotto lo pseudonimo Richard Bachman. Si tratta di un romanzo dal quale lo stesso autore, col passare degli anni, ha progressivamente preso le distanze. Ad un punto tale che è lo stesso King ad affermare a chiare lettere, nella prefazione di Blaze, a due decenni di distanza dalla prima pubblicazione, come consideri un bene il fatto che sia andato fuori stampa. Certamente non si tratta di un lavoro centrale nell’ambito della sua vasta produzione, ma in ogni caso le motivazioni alla base di una tale presa di posizione sono da ricercare più nelle pagine della cronaca nera che non in quelle della critica letteraria. La storia non è altro che quella di un liceale che ad un certo punto irrompe nella sua stessa classe armato di pistola, uccide l’insegnante e tiene in ostaggio i suoi compagni per un’intera mattinata. Si tratta di un copione che periodicamente ha avuto modo di prendere forma anche nelle pagine della cronaca nera statunitense, tanto prima quanto dopo la pubblicazione del romanzo. E sebbene nessuno possa imputare ad un autore di best-seller una qualche responsabilità in fatti di cronaca più o meno efferati, appare comunque comprensibile il desiderio da parte dello stesso di non vedere il proprio nome associato ad eventi che non aveva intenzione di provocare, e ai quali non intende trovarsi collegato in alcun modo. Un desiderio tanto più comprensibile quanto più si considera che in qualche caso la polizia ha avuto modo di trovare copie del suo libro tra i possedimenti degli autori di sequestri e stragi in ambito scolastico. Non si tratta di una presa di distanza che in qualche modo intende dare ragione ai molteplici cori di accusa che di volta in volta cercano di individuare capri espiatori (nella letteratura, nel cinema, nella musica, etc.) ai quali addossare colpe e responsabilità anziché concentrarsi su cause e moventi. Piuttosto sembra essere l’espressione di un desiderio di distacco da qualcosa attorno alla quale si è addensata, anche solo per associazione di idee, una fitta coltre di dolore e di brutti ricordi.

La storia ha inizio con il protagonista, Charlie Decker, che viene chiamato nell’ufficio del preside a discutere del suo futuro all’interno della scuola. Charlie è uno studente di liceo all’ultimo anno che poco tempo prima era già stato sospeso per aver aggredito in classe il suo insegnante di chimica colpendolo con un serratubi. Il confronto è tutt’altro che pacifico, con lo studente che aggredisce verbalmente il preside, insultandolo e deridendolo, fino a costringerlo ad espellerlo dall’Istituto. Ma anziché lasciare l’edificio, Charlie si ferma a prendere una pistola che custodiva all’interno del suo armadietto ed irrompe in classe uccidendo sul colpo l’insegnante di algebra seduta dietro alla cattedra. Gli allarmi che indicano il pericolo scattano nell’arco di pochissimo tempo, ma nel frattempo il ragazzo ha già avuto modo di sedersi dietro la cattedra con l’arma saldamente stretta e di ordinare ai suoi compagni di classe a rimanere seduti ai loro posti. E il maldestro tentativo da parte di un altro insegnante di mettere subito fine all’azione di Charlie, lanciandosi contro di lui per disarmarlo, non ha altro esito che l’incremento di una seconda unità del conto dei decessi per omicidio tra gli appartenenti al corpo docente.

La scuola viene completamente evacuata, e con l’arrivo della polizia hanno inizio i maldestri tentativi di negoziazione con il giovane sequestratore. Tuttavia, nel frattempo, all’interno della classe le cose hanno iniziato a prendere una piega inaspettata. Dopo una fase iniziale di conflitto e smarrimento, gli ostaggi cominciano a solidarizzare con quel loro compagno che li tiene bloccati ai loro posti. Il giovane sequestratore ed i coetanei suoi ostaggi iniziano a confrontarsi tra loro come mai avevano avuto modo di fare in precedenza, arrivando a rivelare in pubblico aspetti delle loro esistenze che normalmente avevano sempre cercato di mantenere confinati nella solitudine. All’interno della classe si viene a formare una sorta di bolla artificiale che finisce con il separare ciò che racchiude al proprio interno da quanto rimane confinato all’esterno. Si tratta di una sorta di micro-mondo isolato dall’esterno, all’interno del quale la classe si trova coinvolta in qualcosa che assomiglia ad seduta terapeutica spontanea, un evento che paradossalmente riesce ad avere luogo proprio in ragione dell’assenza di uno psicoterapeuta di professione.

Non avendo richieste da fare o risultati da ottenere, Charlie si interfaccia con i tentativi di mediazione provenienti dall’esterno con l’unico apparente obiettivo di minare l’autorità delle figure con cui entra in contatto. Poco importa che si tratti del preside, del capo della polizia locale o dello psicologo della scuola: il suo è un gioco mentale e verbale prima ancora che fisico. Chi è all’esterno non ha alcun modo di esercitare all’interno delle mura della classe dove sono rinchiusi Charlie ed i suoi compagni anche solo una minima parte dell’autorità di cui normalmente dispone. Ad esempio, per tutta la durata del suo tentativo di “far ragionare” Charlie, lo psicologo si trova di fronte ad un interlocutore che non solo non risponde alle sue domande, ma al contempo gli vieta di porle, imponendogli di rispondere alle sue (sotto la minaccia di uccidere qualche ostaggio se la sua regola non dovesse essere rispettata). Per quanto breve e fine a sé stessa, l’inversione di ruoli tra chi normalmente può fare le domande e chi invece deve rispondere rappresenta una sovversione delle gerarchie sociali che non manca di intercettare i favori della maggioranza delle persone che gli stanno sedute di fronte.

Dopo alcune timide resistenze iniziali dettate dalla paura, i compagni di classe di Charlie non tentano nemmeno di fuggire o di fargli cambiare idea, accettando la situazione per quello che è. Agendo da filtro nei confronti del mondo esterno, Charlie ha permesso la formazione di una sorta di spazio all’interno del quale tutti i normali rapporti di forza che regolano la vita quotidiana sono stati aboliti, ed il velo dell’ipocrisia che questi impongono è stato squarciato. Fino ad arrivare alla presa di coscienza del fatto che in realtà solo uno studente è trattenuto all’interno della classe contro la sua volontà. Come una sorta di proverbiale eccezione il cui scopo è confermare la regola, si tratta di un ragazzo che a differenza dei suoi compagni di classe ha sempre dimostrato di sentirsi a proprio agio nel contesto dei rapporti di forza che regolano la quotidianità. Prestante, sportivo e popolare, è il classico individuo che riesce a mantenere una posizione dominante sui suoi coetanei, collocandosi in una posizione di forza paragonabile a quella degli adulti che occupano posizioni di autorità. Con le buone o con le cattive, minacciando punizioni o ritorsioni, può disporre di un potere in grado di mettere a tacere i suoi compagni a suo piacimento. Motivo per cui il suo disagio aumenta in misura direttamente proporzionale all’allentarsi di freni ed inibizioni da parte di coloro gli stanno attorno (e alla sua impossibilità di ristabilire il suo ordine).

Per tutta la durata degli eventi, le azioni di Charlie si rivelano essere il risultato di un misto di determinazione e fragilità, tutt’altro che animati da una volontà omicida fine a sé stessa. In tal senso risultano ben distanti dal panorama di distruzione, traumi e lutti, che si lascia alle spalle, ad esempio, una Carrie. Infatti, se si valutano solo le azioni e le loro conseguenze, gli eventi di cui si rende protagonista la liceale con poteri telecinetici si dimostrano decisamente più simili a quelli che hanno portato all’attenzione di tutto il mondo nei confronti, ad esempio, di una sconosciuta scuola superiore a Columbine nel Colorado. Quindi il primo interrogativo che sorge è: perché un Charlie Decker che utilizza la sua pistola per mettere in piedi qualcosa di simile ad seduta di terapia di gruppo sembra suscitare una maggiore fascinazione rispetto ad una potente telecineta protagonista di una vicenda di proporzioni apocalittiche? Certamente non è una questione di numero di vittime che i due lasciano sul terreno; una sfida, questa, che vedrebbe senza dubbio il macabro trionfo di Carrie. Piuttosto sembra di trattarsi di qualcosa che accomuna entrambi, ma alla quale i due reagiscono in modo diverso.

Ciò che accomuna Carrie White e Charlie Decker è il loro essere vittime, la loro vulnerabilità tanto nei confronti dei coetanei quanto degli adulti con cui sono sempre stati costretti ad interagire. Ma a differenza di Charlie, Carrie non riesce mai, neanche per un breve periodo, a sottrarsi al suo ruolo di vittima: del folle e violento fanatismo religioso della madre; degli insegnanti, la cui considerazione oscilla esclusivamente tra il fastidio e la commiserazione, tra l’irritazione e la condiscendenza; dei suoi coetanei che da anni la deridono, emarginandola nell’isolamento dello scherzo di natura da sfruttare per una forma di crudele divertimento collettivo. Lo stesso invito che la porterà ad essere incoronata Regina del Ballo nella serata in cui avrà luogo la sua ultima e definitiva umiliazione non è altro che il risultato del desiderio di una sua compagna di scuola di espiare i suoi sensi di colpa. E perfino il massacro che si consuma nulla di più che la sua consacrazione definitiva come vittima: completamente in balia dei suoi poteri e della sete di vendetta, Carrie finisce con l’aggirarsi per la cittadina come un burattino controllato dalla furia che la pervade. Mai, in nessun momento, Carrie riesce anche solo lontanamente ad ottenere il risultato che Charlie, anche se solo per un breve intervallo, riesce a raggiunge con un utilizzo della violenza incommensurabilmente minore: farsi ascoltare.

Si potrebbe dire che il vero atto sovversivo di cui Charlie Decker si rende protagonista (e che pertanto potrebbe costituire l’elemento all’origine di una maggiore fascinazione per coloro che sono – o che si sentono – emarginati) consiste proprio nel suo uscire dal ruolo da vittima obbligando coloro i quali considerava suoi carnefici ad ascoltare passivamente ciò che ha da dire. Charlie riesce a trasformare in ascoltatori passivi coloro i quali in passato avevano il potere di ridurlo al silenzio, mentre Carrie non riesce in alcun modo a far sì che chi l’ha mortificata per anni subisca, anche solo una volta, un’umiliazione paragonabile alla sua. In ogni caso, quello su cui entrambi i romanzi convergono consiste nell’individuazione di scenari che deragliano rispetto ai binari delle ricostruzioni standard che cercano forme di razionalizzazioni in grado di assolvere la collettività dai crimini di cui si sono macchiati i suoi figli. A fronte di un tragico evento (come può essere stato, appunto, il massacro della Columbine High School), reagendo come in seguito ad una specie di riflesso condizionato sociale, tendono ad alzarsi le voci di associazioni di genitori, opinionisti ed esperti di varia natura, che puntano l’indice in direzione di prodotti culturali giudicati “violenti”. Puntualmente tali accuse ignorano – o fingono di ignorare – che non c’è assolutamente alcuna logica nell’attribuire ad un libro letto da migliaia di persone (o ad un film, o ad un disco, etc.) il ruolo di causa responsabile di crimini compiuti da una singola persona. Anche ammettendo, in via del tutto ipotetica, che tali opere possano agire da detonatori, come fiammiferi che incendiano la miccia di un candelotto di dinamite, il problema non si risolve vietando la diffusione dei fiammiferi (e degli accendini, e del fuoco in generale) ma disinnescando gli esplosivi.

Senza cercare a sua volta scuse o alibi per i suoi personaggi, quello che invece fa King è concentrarsi sul contesto che genera l’esplosione di violenza. Le violenze di cui si rendono protagonisti i suoi personaggi non nascono dal nulla, ma si costruiscono piano piano, giorno dopo giorno, nei silenzi degli abusi e delle umiliazioni: nello sgabuzzino all’interno della casa di Carrie all’interno del quale la madre la rinchiude per fare penitenza; nella tenda durante il campeggio dove Charlie sente il padre ubriaco dire agli amici che mutilerebbe la moglie se scoprisse un suo tradimento; negli atti di bullismo e di prepotenza di cui entrambi sono stati vittime innumerevoli volte. Stephen King non giustifica la violenza di Charlie, ma allo stesso tempo la storia che narra non si accontenta di fermarsi al fatto che il ragazzo ha fatto quello che ha fatto perché possedeva un’arma da fuoco. La sua violenza non nasce dal possesso di una pistola, ma dalle molteplici, spesso invisibili e silenziose, violenze di cui lui stesso è stato a sua volta vittima. E se da un lato è moralmente comprensibile che un autore non voglia avere nemmeno il dubbio che un suo libro possa essere il fiammifero che innesca l’esplosione della dinamite, dall’altro non si può fare a meno di notare che concentrarsi sul fuoco che può accendere una miccia anziché sull’esplosivo in quanto tale non è affatto differente dal fissare lo sguardo sul dito quando questo indica la Luna.

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Stephen King – 22/11/’63

Secondo un famoso motto, le vie dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni. E proprio questo principio sembrerebbe aver guidato la mano di Stephen King nel dare vita ad una storia che, utilizzando ingredienti noir all’interno di un contesto fantascientifico, punta dritta al cuore di uno degli eventi che maggiormente hanno segnato la storia e l’immaginario statunitensi. I classici temi del viaggio nel tempo e degli universi possibili formano la cornice fantastica di 22/11/’63, un classico what if… che disegna una realtà all’interno della quale John F. Kennedy non è stato assassinato. Il tutto ha inizio quando Jake Epping, un anonimo professore di letteratura con alle spalle un matrimonio fallito, viene invitato dal suo amico Al Templeton a vedere una cosa che ha sul retro del locale di cui è proprietario: un varco temporale che conduce alle ore 11.58 del 9 Settembre 1958. Non importa quanto il viaggiatore potrà decidere di fermarsi dall’altra parte, la sua assenza nel presente sarà sempre e solo di due minuti. Che lui decida di rimanere nel passato poche ore, qualche mese, o addirittura anni, nel momento in cui farà ritorno nel presente saranno passati solo due minuti. Inoltre, ogni volta che la soglia viene attraversata, tutte le modifiche apportate al corso del tempo nei viaggi precedenti, anche quelle minime, vengono annullate e sostituite da ciò verrà fatto (o non fatto) nel corso del nuovo viaggio. Nessuna delle persone che vengono incontrate nel passato ha memoria di quanto accaduto in altri viaggi precedenti. L’unica eccezione è costituita da una figura che sembra avere una qualche cognizione di ciò che accade: un misterioso uomo con una carta verde che si trova poco lontano dall’uscita del varco.

Il motivo per cui Al fa vedere tutto questo a Jake è per chiedergli di realizzare il piano che lui non è riuscito a portare a termine a causa del suo ammalarsi di cancro dopo quattro anni di permanenza nel passato: impedire a Lee Harvey Oswald di assassinare il presidente John F. Kennedy il 22 Novembre 1963. Secondo Al, impedendo la morte di JFK, il mondo sarebbe un posto migliore: un luogo nel quale gli Stati Uniti non avrebbero partecipato alla guerra nel Vietnam e, forse, nemmeno Martin Luther King sarebbe morto a causa di un attentato. Si tratta di convinzioni che Jake condivide, tanto che dopo un viaggio di prova relativamente breve durante il quale si impegna per evitare lo sterminio della famiglia di Harry Dunning (il bidello della scuola al quale è molto affezionato) accantona le sue riserve ed accetta di assumere la falsa identità di George Amberson e di mettere in atto il piano di Al. Quest’ultimo gli fornisce documenti d’identità falsi e 9.000 dollari in contanti che gli serviranno per iniziare la sua vita nel passato. Come nel precedente viaggio, la prima cosa che si impegna a fare è cambiare il corso della vita del suo amico Harry, impedendo che la sua famiglia venga sterminata durante la notte di Halloween. E questo è solo il primo di una serie di interventi che Jake/George mette in atto al fine di cambiare il corso delle cose che secondo lui non sarebbero andate nel modo giusto. Tuttavia ben presto ha modo di rendersi conto del fatto che il passato non è una semplice materia inerte sulla quale lui può intervenire indisturbato a suo piacere. Non passa molto tempo prima che Jake realizzi che il passato oppone resistenza cercando di impedirgli di modificarlo, e che tale opposizione si rivela essere tanto più intensa quanto più rilevante è l’evento sul quale cerca di intervenire.

Jake si cala perfettamente nella parte di George, dividendosi tra il suo ruolo di insegnante presso una scuola di Dallas e la sua relazione con la collega Sadie da una parte, e l’attività di sorveglianza nei confronti di Lee Harvey Oswald dall’altra. Malgrado un’azione sempre più intensa e violenta da parte del passato al fine di impedirgli di portare a compimento la sua missione, il protagonista arriva al suo appuntamento con la storia nel Novembre del ’63 e crede di esser riuscito, non senza sacrifici, a correggere la storia. Ma quello che ha modo di vedere attraversando il varco temporale per tornare nel presente è un mondo di gran lunga peggiore rispetto a quello che si era lasciato alle spalle cinque anni prima. John F. Kennedy è arrivato alla fine del suo mandato e Lyndon B. Johnson non è mai diventato presidente. Ma nemmeno i movimenti per i diritti civili hanno avuto luogo. E la terra è costantemente sconvolta da terremoti che la stanno distruggendo lentamente. Jake torna nuovamente attraverso il varco e l’uomo con la carta verde, che si rivela essere una sorta di custode a guardia del tempo, gli spiega che i terremoti sono conseguenza proprio delle sue azioni. Queste avrebbero causato delle fratture nelle linee temporali talmente profonde da sconvolgere il piano fisico.

Ancora una volta è una forma di male a dominare la scena della narrazione di King. Ma a differenza di altre volte, il protagonista non è colui che lotta contro il male, è piuttosto la persona che lo compie. Jake porta avanti il progetto di Al armato delle migliori intenzioni e nella più completa buona fede. Ciò non toglie che la sua volontà di riplasmare la storia secondo le sue convinzioni rivela una superbia cieca e tirannica, ai confini del fanatismo. Fino a quando non lo vede con i suoi occhi, Jake non sembra venire in alcun modo sfiorato dall’idea che impedire l’uccisione di John Kennedy potrebbe far sì che la storia prenda una piega ben peggiore. Così come non prende mai in considerazione l’idea che i tentativi da parte del passato di impedire le modifiche possano essere una forma di autodifesa per cercare di proteggersi dalle sue aggressioni. Le azioni di Jake sono guidate dalla salda convinzione di sapere cosa è bene e cosa è male, cosa sarebbe giusto modificare e cosa può essere abbandonato al suo più o meno triste destino. Una convinzione, la sua, che affonda le radici in una fede quasi cieca nei confronti del mito di JFK. Il Kennedy che Jake vuole sottrarre al suo destino non è quello reale dei suoi due anni di mandato presidenziale. Non è quello che, per esempio, ha appoggiato lo sbarco nella Baia dei Porci in spregio a tutte le promesse elettorali a base di pace e libertà. E’ piuttosto il mito sopravvissuto nella forma di impegni e promesse: la convinzione che se non fosse stato fermato violentemente nella Dealey Plaza di Dallas avrebbe messo in pratica quanto affermato nei suoi famosi discorsi. Il Kennedy che Jake vuole salvare non è quello che ha governato il paese coerentemente con le linee politiche tracciate dalle amministrazioni precedenti – quello della crisi missilistica di Cuba e dell’incremento delle forze militari statunitensi in Vietnam – è piuttosto quello che ancora oggi è oggetto di ammirazione, quello che vive grazie alla convinzione che la mancata attuazione delle sue promesse di un mondo migliore sia da imputare solo alla tragica interruzione del suo mandato.

Se da un lato quella di John F. Kennedy è una storia di cui è stato scritto il finale, dall’altro Jake Epping si comporta come un fan sfegatato che non riesce ad accettarne la naturale conclusione. Le azioni di Jake sono guidate da un unico, granitico imperativo: Kennedy non deve morire. In tal senso, il rapporto tra il protagonista ed il passato che si oppone al suo intervento risulta a simile a quello che l’infermiera Annie Wilkes intreccia con lo scrittore Paul Sheldon in Misery. Pur con tutte le differenze a livello di obiettivi da raggiungere, di mezzi impiegati, nonché di profili psicologici e morali, Annie Wilkes e Jake Epping condividono il medesimo desiderio di sovvertire il finale di una storia. Convinti entrambi che le storie di Misery e di Kennedy si siano chiuse in un modo che non rendeva loro giustizia, Annie e Jake sfruttano le occasioni che si sono presentate loro per sovvertire un ordine delle cose che non vogliono accettare. Jake intende cancellare mezzo secolo di storia sostituendola con il futuro che lui crede avrebbe dovuto esserci. In un modo analogo a quello di Annie che costringe Paul a distruggere l’unica copia del suo nuovo romanzo, nella convinzione che il nuovo lavoro dello scrittore non faccia altro che occupare indegnamente il posto di ciò che avrebbe dovuto esserci davvero: un nuovo capitolo della saga di Misery. Sulla base di simili premesse ci si potrebbe chiedere se la figura di Annie Wilkes non sarebbe risultata meno negativa se le vicende di Misery fossero state narrate attraverso il suo punto di vista. Oppure, viceversa, ci si potrebbe chiedere se Jake sarebbe risultato ancora un personaggio positivo, qualora le sue vicende fossero state narrate attraverso lo sguardo di un guardiano delle linee temporali.

Jake Epping, anche grazie alla sua preparazione culturale, razionalizza costantemente il suo ruolo nel passato, giustificando le sue azioni in virtù di ciò che sa del futuro da cui proviene. E sulla base della sua idea di un bene più grande non esita nemmeno quando arriva il momento di indossare i panni dell’assassino. Ma quello di cui non sembra rendersi assolutamente conto è che il suo agire è speculare a quello di Lee Harvey Oswald, l’uomo che ha deciso di fermare con ogni mezzo possibile. Jake non ha affatto idea di come si svilupperà la storia uccidendo Oswald ed impedendogli di assassinare Kennedy, propria come Oswald non può sapere con sicurezza cosa succederà in seguito alla sua azione. Eppure l’uno come l’altro non esitano ad agire nella convinzione di stare facendo quanto necessario per arrivare ad avere un futuro migliore. Il primo convinto che il mondo sarebbe stato un posto migliore con Kennedy a capo della Casa Bianca fino alla fine del suo mandato, il secondo non meno convinto del contrario. Quella che prende forma è la fisionomia di un male che, al di là degli aspetti fantastici, affonda le proprie radici in un terreno tutt’altro che fantasioso. Nelle menzogne che Jake racconta a sé stesso si svelano le fondamenta di un immaginario che riscrive costantemente il proprio passato per non trovarsi costretto a fare i conti con le proprie azioni e, soprattutto, con i valori e le convinzioni che le guidano. Sono le menzogne che racconta a sé stesso per distogliere lo sguardo dallo specchio dove potrebbe intravedere i lineamenti del proprio volto sfumare in quelli della sua Nemesi.

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Stephen King – Notte Buia, Niente Stelle

Come qualsiasi scrittore che nel corso degli anni sia riuscito a costruire attorno a sé una solida base di ammiratori e consensi, in occasione di ogni sua nuova pubblicazione anche Stephen King non può evitare di confrontarsi con gli standard che egli stesso ha stabilito nel corso della sua pluridecennale carriera. E più precisamente, in occasione di Notte Buia, Niente Stelle torna a cimentarsi con la scrittura di racconti lunghi legati da un tema comune. Come già, ad esempio, in Stagioni Diverse, il maestro del brivido pubblica sotto uno stesso titolo quattro racconti che in comune non hanno solo la sua firma, ma anche i temi di fondo che animano l’agire dei personaggi che li popolano. In 1922, l’agricoltore Wilfred Leland James confessa il crimine di cui si è macchiato: l’assassinio della moglie e l’occultamento del suo cadavere nel pozzo per evitare che questa potesse vendere il terreno che aveva ricevuto in eredità, un’area di terra confinante con la fattoria di cui il marito si considera il vero proprietario; Maxicamionista è la storia di Tess, l’autrice di una serie di gialli aventi per protagoniste le vecchiette del Circolo della Maglia, che prima viene aggredita e stuprata da un enorme sconosciuto, ed in seguito si trova ad essere abbandonata, ferita e sotto choc, in un canale di scolo, erroneamente ritenuta morta dal suo aggressore; La Giusta Estensione ha come protagonista David Streeter, un bancario malato di cancro in fase terminale, che incontra il misterioso venditore George Elvid (evidente anagramma di “Devil”) il quale gli propone uno scambio, la sua guarigione in cambio della sorte di qualcun altro a sua scelta, qualcuno che odia profondamente, ed una percentuale del suo stipendio annuale; ed infine, in Un Bel Matrimonio si assiste alla scoperta da parte di Darcy di un terribile segreto che Bob, l’uomo con cui è sposata da ventisette anni, custodisce gelosamente: una seconda vita della quale non aveva mai sospettato nulla ed il cui emergere non può non cambiare in modo irreparabile gli equilibri che fino a quel giorno avevano regolato la quotidianità sua e di tutta la sua famiglia.

Uno stupratore, un uxoricida, un serial killer, ma anche un normale padre di famiglia sono i quattro volti che lo scrittore del Maine usa per declinare la malvagità che può agitarsi nell’animo umano. Ed in tutti e quattro i casi, seppur ogni volta con scopi e modalità differenti, si tratta di forme di crudeltà che in qualche modo, direttamente o meno, si abbattono sull’universo femminile. C’è l’agricoltore che non accetta che una donna, anche se sua moglie e legittima proprietaria del terreno che ha ereditato, possa decidere cosa fare del suo possedimento terriero contro la volontà dell’uomo di casa, e c’è lo stupratore per il quale le donne non sono altro che oggetti dei quali abusare per soddisfare la sua fame di piacere; c’è il serial killer che tortura ed uccide le donne, del tutto indifferente alla sofferenza che di cui è causa, ed infine c’è anche il padre di famiglia che, pur non sporcandosi di sangue le mani in prima persona, e pur essendosi costruito una sua famiglia ed una vita di affetti, non esita a sfruttare l’occasione che gli viene offerta per vendicarsi di un torto subito molti anni prima (da parte della ragazza di cui era stato innamorato molti anni prima e del suo migliore amico che con questa aveva intrecciato una relazione destinata a sfociare in un matrimonio e due figli).

In un modo o in un altro, quello che hanno in comune tutte le donne che attraversano le vicende raccolte in Notte Buia, Niente Stelle consiste nel doversi confrontare con un universo maschile che non è disposto ad accettare rifiuti da parte loro, che malgrado il passare degli anni ed il progresso sociale e culturale non ne riconosce l’autonomia e la volontà. Ancora un volta, Stephen King dimostra di un essere un raffinato esploratore della mente umana, capace di metterne a fuoco tanto la parte razionale quanto le pulsioni che la agitano e non raramente la muovono. Le donne dei suoi romanzi sono personaggi vivi e pulsanti, e una dopo l’altra si trovano a fronteggiare, anche quando non si trovano al centro della narrazione, dolore e sofferenza a causa delle loro scelte di non rispettare i confini che erano stati segnati attorno a loro. Animata da un desiderio di emancipazione, la moglie di Wilfred James paga il suo desiderio di lasciare la campagna, unica vera ragione di vita del marito, per andare a vivere in città, e Darcy scopre l’orrore che per tutta la durata del suo matrimonio si è nascosto nell’ombra dell’apparente, anonima ordinarietà delle loro esistenze nel momento in cui si avventura nel garage, in quello spazio sul quale il marito vigila in modo maniacale. Muovendosi su un piano quasi simbolico, Tess si trova ad affrontare una violenza mostruosa in seguito alla sua scelta di allontanarsi dalla sicurezza delle strade più frequentate: il desiderio di tornare al più presto a casa dal suo gatto Fritzy è ciò che la farà cadere nella trappola che ha allestito il maxicamionista. Ed allo stesso modo, il destino che attende la moglie del migliore amico di Streeter nasce da un rancore che quest’ultimo ha covato silenziosamente per anni, da quando quella che una volta era la sua ragazza scelse di lasciarlo preferendogli l’uomo che diventerà suo marito e padre dei suoi figli.

In tutti i casi si tratta nuovamente di forme di orrore che nascono dall’oscurità nell’animo umano. E come già in passato con le storie di Jessie (Il Gioco Di Gerald) e soprattutto di Dolores Claiborne, la forza e l’attualità che emanano le parole dello scrittore del Maine nascono dalle radici che queste affondano nel presente, nella quotidianità delle cronache che affollano i giornali ed i notiziari. Gli incubi che il lettore si trova a fronteggiare muovono i propri passi a partire da un’ordinaria routine nella quale irrompono violentemente i mostri, persone apparentemente normali nelle quali l’egoismo si sprigiona attraverso l’assoluta indifferenza nei confronti della sofferenza altrui. Wilfred Leland James considera i desideri della moglie nulla più che arroganti pretese che rischiano di privarlo di ciò che per lui conta veramente: la terra; per Bob, il marito di Darcy, le donne sono lo strumento del soddisfacimento di appetiti sessuali macabri e sadici; e per il maxicamionista le donne non sono nulla più che bambole di carne da usare e poi gettare nella sua personale discarica una volta danneggiate irreparabilmente. Ma sebbene apparentemente differente rispetto agli altri tre racconti, soprattutto in virtù della presenza al centro della storia di un elemento sovrannaturale, è proprio La Giusta Estensione a porsi come chiave di lettura dell’opera nella sua interezza. David Streeter non è uno stupratore e non è un assassino, perlomeno non direttamente: a differenza degli altri non si sporca le mani in prima persona. Ma non per questo suscita meno orrore. Anzi, l’indifferenza, quando non il compiacimento, con cui assiste al male che si abbatte sull’esistenza del suo migliore amico e della sua famiglia, come conseguenza di un rabbioso rancore che trova il proprio alibi nel desiderio di guarire, diventa un esemplare ritratto della malvagità umana. Il risentimento accumulatosi nel corso del tempo sulla base di un numero sempre crescente di fallimenti personali ed invidie nei confronti dei successi altrui cala spietato sul destino del suo amico senza che lui debba correre alcun tipo di rischio. La sua è una vendetta pulita: niente e nessuno possono collegarlo alla tragedia che colpisce Tom Goodhugh. E come il più macabro e spietato dei torturatori, David non esita a sederglisi accanto per godersi il piacere che gli deriva dalla visione del suo dolore altrui. Tom crede che David continui ad andare a trovarlo in nome della vecchia amicizia che li unisce, ma il vero motivo che spinge questo a continuare a frequentarlo non si riduce ad altro che al piacere derivante dal vedere cadere a pezzi quella vita che invidiava. La sua mostruosa capacità di sedere a fianco della sua vittima, facendo finta di essere mosso dal desiderio di offrirgli conforto nei confronti di quella stessa sofferenza di cui lui è la prima ed unica causa, e soprattutto senza provare alcun tipo di rimorso, rappresenta il volto di un male che può nascondersi dietro le espressioni educate e sorridenti di quello che viene considerato un buon vicino di casa o magari un caro amico di vecchia data. Perché alla fine questo è Notte Buia, Niente Stelle, un viaggio nell’orrore che si può annidare nei desideri di chi vive nella casa a fianco.

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Stephen King – La Bambina Che Amava Tom Gordon

Nella vasta produzione bibliografica di Stephen King, tra sconvolgimenti che irrompono con violenza nella quotidianità causando mutamenti profondi da una parte, ed esseri soprannaturali (o comunque pericolosi e malvagi) che minacciano l’incolumità dei protagonisti dall’altra, è possibile individuare una terza via all’interno della quale i protagonisti si trovano a fronteggiare una solitudine quasi insostenibile. E’ chiaro che non si tratta di una produzione a parte, perché i diversi temi tendono spesso a sconfinare l’uno nell’altro. Piuttosto si potrebbe dire che i suoi romanzi possono essere ricondotti all’uno piuttosto che all’altro tema a seconda di quale aspetto di volta in volta risulta in primo piano. Il tema dell’isolamento che conduce alla follia è uno degli elementi fondamentali di romanzi quali La Lunga Marcia (nel quale il protagonista partecipa ad una gara di resistenza e sopravvivenza; uno dopo l’altro tutti i partecipanti che non riescono a mantenere costantemente una certa velocità minima vengono fucilati dai soldati che li seguono, fino a che non rimane in vita solo il vincitore) o Shining (che vede Jack Torrance perdere progressivamente il lume della ragione tra le mura dell’Overlook Hotel durante il lungo soggiorno invernale assieme alla sua famiglia). Ma è con Il Gioco Di Gerald che lo scrittore del Maine si addentra più a fondo nel territorio dell’isolamento: una donna di nome Jessie, in seguito ad un gioco erotico che si conclude con il decesso del marito, si trova immobilizzata e senza possibilità di chiedere aiuto. Sola ed impaurita, ammanettata al letto della sua isolata residenza di villeggiatura nei pressi di un lago, la protagonista non potrà in alcun modo evitare di fronteggiare i fantasmi che affollano la sua mente, i ricordi di un passato doloroso così come le ombre che sommergono la sua stanza avvolgendola al calar del sole. E malgrado tutte le differenze che separano l’adulta Jessie dalla piccola Trisha, è qualcosa di simile quanto si troverà a fronteggiare La Bambina Che Amava Tom Gordon durante il suo viaggio alla ricerca di una via d’uscita dalla foresta dentro alla quale si è persa.

Patricia McFarland ha nove anni ma è alta per la sua età e sembra più grande. Durante una gita in montagna assieme alla madre Quilla e al fratello Pete si allontana dal sentiero per un bisogno fisiologico. Dopo aver ripetutamente cercato di attirare sulla sua urgenza l’attenzione dei suoi famigliari, i quali a loro volta non si accorgono di nulla in quanto impegnati in una serrata ed animata discussione, la bambina prende l’iniziativa e si allontana dal sentiero che stanno percorrendo alla ricerca di un posto al riparo da sguardi indiscreti, con la ferma intenzione di raggiungerli subito dopo. Ma una volta espletato il suo bisogno si rende conto di non essere più sicura di ricordarsi come abbia fatto ad arrivare nel luogo in cui si trova. E così, seguendo delle voci che le sembra di sentire provenire da dietro un muro di vegetazione, decide di prendere una strada differente, convinta che anche se in un punto differente riuscirà a tornare sul sentiero. Ma in poco tempo si accorge di essersi persa, inghiottita da un paesaggio sempre identico in ogni direzione. Con solo i vestiti che ha indosso (una maglia dei Red Sox ed un berrettino con visiera autografato dal suo idolo, il lanciatore Tom Gordon) ed uno zaino sulle spalle contenente le poche provviste che erano state previste per l’escursione, una mantellina per la pioggia, un walkman e poco altro, inizia la sua ricerca di una via d’uscita. Tra attacchi di panico, ondate di pioggia e sciami di moscerini e zanzare, Trisha cerca di comportarsi come secondo lei farebbe un adulto. Capisce subito la necessità di razionare i consumi e di nutrirsi solo con cibi che conosce per evitare intossicazioni ed avvelenamenti. Ma per quanto cerchi in ogni modo di gestire la situazione come farebbe una persona più grande, rimane pur sempre una bambina, con tutti i limiti derivanti dall’età e dall’inesperienza. Potendo fare affidamento solo sulle poche nozioni che aveva avuto modo di imparare in passato a proposito di orientamento e cibi commestibili, Trisha vaga attraverso la foresta con la sola compagnia di un walkman che le permette di seguire qualche notizia e le partite dei Red Sox, e di una vocina dentro di lei che le ricorda in continuazione gli scenari peggiori che potrebbe trovarsi a dover fronteggiare. E a coronamento di tutto, la frequente sensazione di essere osservata e seguita da una creatura misteriosa e terrificante. (Su quest’ultimo punto King riesce a mantenere una certa ambiguità di fondo, per quanto il fatto di ambientare la storia nelle stesse zone di Pet Sematary – e non solo – possa far propendere per una reale esistenza di quest’essere mostruoso.)

Anziché in capitoli, proprio come una partita di baseball, il libro è diviso in inning. E ognuna delle nove parti che compone la partita rappresenta una sorta di girone dantesco che Trisha dovrà attraversare per uscire dal suo inferno. Con la sola guida di un Tom Gordon immaginario a rivestire i panni del suo personale Virgilio, Trisha cerca di ritrovare quella diritta via che aveva smarrita nel momento in cui si è addentrata nella selva oscura, un modo per uscire a riveder le stelle dopo aver attraversato paludi, corsi d’acqua e fitte vegetazioni. Similmente a quello reale, specializzato in salvataggi, il suo Tom Gordon immaginario le appare e le parla nei momenti in cui stanca e scoraggiata sembra essere sul punto di cedere ed arrendersi ad un destino crudele. Perché prima di tutto, come spesso accade nei romanzi di King, un viaggio è un’esperienza psicologica prima ancora che fisica. Ed indipendentemente dalla reale consistenza della creatura che sembra seguirla, quello che la bambina si trova ad affrontare è un duello con sé stessa e la propria esistenza, con la propria voce interiore come con il suo presente e le sue speranze. Per quanto ci provi, per ovvie questioni anagrafiche Trisha non ha modo di raggiungere la profondità di elaborazione di una Jessie ammanettata al letto, ma allo stesso tempo, proprio in virtù del minor numero di ricordi e sovrastrutture mentali in generale, ha modo di entrare in contatto con quel “subudibile” del quale le aveva parlato il padre. Infatti, uno dei ricordi che riaffiora alla mente della bambina riguarda la volta in cui aveva chiesto al padre spiegazioni su Dio ed il genitore le aveva risposto confessando di non credere in un Dio come quello insegnato dalla religione, ma di credere in qualcosa che potrebbe essere definito come “subudibile”, cioè qualcosa che fa costantemente da sfondo alla vita di tutti i giorni ma che le persone non riescono a percepire perché sommerso da una miriade di altri rumori.

La Bambina Che Amava Tom Gordon non è quindi solo l’avventura di una bambina alla ricerca di una via per tornare a casa, ma è anche la cronaca di un viaggio alla scoperta del subudibile, dell’emergere di una sorta di radura luminosa nella quale il mondo si affaccia esibendo in primo piano tutto quello che normalmente rimane sullo sfondo. Sola e lontana dal divorzio dei genitori, dai problemi del fratello, dalla scuola e dagli insegnanti come dalla sua amica Pepsi Robichaud, con il suo addentrarsi nella foresta ed il progressivo allontanamento dalle sicurezze e dalle comodità della vita di tutti i giorni, Trisha ha modo di fare un’esperienza che, indipendentemente dall’esito o dalle conseguenze pratiche, modificherà radicalmente il suo sguardo sul mondo. E non solo in ragione della sofferenza estrema e della pericolosità mortale che la avvolgono in modo sempre più intenso man mano che si addentra nel paesaggio ostile che la circonda, ma anche e soprattutto perché l’esser riuscita a percepire il subudibile è qualcosa che le permetterà di vedere il mondo sotto una nuova veste. Al di là della fame e della sete, delle ferite e delle contusioni, dei malesseri e delle punture d’insetti, della paura, del panico e della solitudine disperata, è soprattutto la percezione del subudibile ad irrompere nel quadro delle sue certezze scardinandole e modificandole intimamente, trasformando prematuramente una semplice scampagnata in montagna come tante altre in un viaggio iniziatico verso l’età adulta.

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The Mist – Frank Darabont

L’elenco di film tratti da racconti o romanzi di Stephen King è tutt’altro che breve, si va da produzioni che ambiscono ad una rappresentazione “fedele” delle opere da cui traggono ispirazioni, a riletture più libere e meno necessariamente aderenti alla parola scritta. Nel primo insieme si possono trovare perlopiù le produzioni televisive, come le miniserie dedicate a It o a The Tommyknockers, lavori che ponendosi come poco più che trasposizioni in immagini dei relativi romanzi finiscono spesso per diventarne le sbiadite copie (anche se L’Ombra dello Scorpione firmato da Mick Garris meriterebbe un discorso a parte). Nel secondo insieme invece si trovano le opere di registi che partendo dai lavori dello scrittore del Maine hanno dato vita ad opere nelle quali la deviazione, a volte anche profonda, dalla storia originale ha permesso la realizzazione di lavori memorabili come Christine, La macchina infernale di John Carpenter, La Zona Morta firmato da David Cronenberg o la versione di Shining che può vantare Stanley Kubrick alla regia. Si tratta di  tutti quei casi in cui, anche se non interviene direttamente nel susseguirsi degli eventi narrati, la firma del regista appare immediatamente evidente. Ovviamente, in un campo come quello cinematografico, la suddivisione di qualcosa come l’insieme dei film tratti dai libri di un particolare scrittore utilizzando come spartiacque la maggiore o minore aderenza alla storia così come è stata scritta dal romanziere ha un valore meramente indicativo: molteplici sono i lavori che per qualche motivo non possono essere collocati in modo esclusivo all’interno dell’uno o dell’altro sottoinsieme, e si tratta di tutti quei lavori che pur scegliendo di non rinunciare alla specificità dell’immagine cinematografica cercano comunque di mantenere la massima fedeltà all’opera di cui offrono una versione. Ed è proprio in questa zona di confine che si colloca un lavoro come The Mist, diretto da un regista come Frank Darabont che nella sua filmografia poteva contare, al momento della realizzazione, già altri due notevoli adattamenti di storie create da Stephen King: Le ali della Libertà e Il Miglio Verde.

Come tutti i grandi autori della letteratura, anche King può vantare tutta una serie di temi e costanti che ricorrono nella sua produzione andando a formare una poetica ben definita. Nelle storie di King il Male è spesso tutt’altro che astratto, è qualcosa di tangibile e concreto, talvolta addirittura banale. Nell’universo dello scrittore del Maine a volte il male assume la forma di qualcosa di sovrannaturale che irrompe nella quotidianità ed è causa di terrore in prima persona (come nel caso di It, per quanto non vada comunque dimenticato il ruolo fondamentale giocato nella vicenda dal bullo e dai suoi sgherri che perseguitano i protagonisti). Ma non è sempre così, perché in molti altri casi l’irruzione di qualcosa di sovrannaturale o fantastico o inconsueto in generale non è la fonte del male in sé, ma si pone come una sorta di innesco per attivare ciò di malvagio si agita in persone normalmente semplici ed apparentemente inoffensive. E’ il caso, ad esempio, del recente The Dome, nel quale l’apparizione dal nulla di una barriera indistruttibile che separa Chester’s Mill dal resto del mondo è l’elemento fantastico che irrompe nella normale routine di una cittadina apparentemente tranquilla. Ma l’orrore che segue ha ben poco  a che vedere, perlomeno direttamente, con la barriera in quanto tale: il male, il dolore, gli orrori e la morte che si diffonderanno nella piccola cittadina hanno un’origine profondamente umana. Infatti, al di là dei pochi casi persone uccise direttamente dalla barriera al suo apparire, quanto di male accadrà in seguito sarà frutto della separazione della cittadina dal resto del paese e dalla conseguente sensazione di completa impunità che qualcuno non esiterà ad utilizzare per scopi meramente egoistici. O ancora si potrebbe fare l’esempio di Cose Preziose, la storia nella quale il misterioso Leland Gaunt apre un negozio nella cittadina di Castle Rock dove quasi ogni abitante  (in realtà, tutti escluso lo sceriffo) riesce a trovare ciò che desidera a condizione, qualora non fosse in condizione di pagare l’oggetto, di accettare di fare un “piccolo” favore al negoziante, un piccolo atto spesso presentato come uno scherzo. Richiesta dopo richiesta, la frequenza e l’intensità degli atti richiesti in cambio degli oggetti desiderati aumentano progressivamente: dalle (apparentemente) innocue azioni iniziali si passa ad atti vandalici, fino ad arrivare alla violenza vera e propria. Anche in questo caso c’è un elemento soprannaturale (il negoziante che riesce ad offrire nel suo negozio qualsiasi oggetto di desiderio, appunto) che irrompe nella vita della cittadina, ma la vera sorgente da cui trae origine il male per propagarsi e diffondersi si rivelano essere l’egoismo e l’avarizia delle persone che entrano nel suo negozio: la malvagità è già presente nelle persone che accettano di violare le regole (quelle non scritte di una normale e pacifica convivenza come quelle imposte dal rispetto della legge) pur di soddisfare i propri desideri, Leland Gaunt non fa altro che stimolarla e farla affiorare in superficie per poi nutrirla e liberarla.

Pur non rinunciando alla presenza di creature mostruose e sanguinarie che saranno causa della maggior parte delle morti, è comunque questo il tipo di male al quale è possibile ricondurre anche gli eventi narrati in The Mist. David (Thomas Jane) è un artista che vive in una casa vicino al lago con moglie e figlio. Quando una notte la sua abitazione viene danneggiata da una tempesta, al mattino lascia a casa la moglie e si dirige, assieme al figlio e al vicino di casa che gli aveva chiesto un passaggio, verso il supermercato del paese per fare acquisti. Durante il viaggio, i tre vedono un intenso movimento di mezzi militari, ma per il momento non hanno alcun motivo per preoccuparsi. A causa delle condizioni climatiche il supermercato è estremamente affollato e tutto sembra essere nella norma. Perlomeno fino a quando un abitante del paese non si precipita all’interno del negozio macchiato di sangue ed urlando che dentro la nebbia, quella stessa che al mattino David e la sua famiglia avevano visto muoversi sopra il lago, si nasconde qualcosa di pericoloso. Dall’interno del supermarket è possibile vedere la nebbia avanzare fitta attraverso il parcheggio fino ad avvolgere completamente la struttura isolandola, e sentire dal suo interno provenire atroci urla di dolore. Una donna chiede aiuto ai presenti affinché qualcuno la accompagni a casa dove si trovano da soli i suoi due figli, ma le sue preghiere rimarranno inascoltate, e silenziosamente si avventura da sola nella nebbia misteriosa. Comunque, per quanto fondata sulla paura, la prima reazione da parte degli assediati sarà di profonda incredulità, e nemmeno la testimonianza da parte di David e delle persone che assieme a lui hanno assistito sul retro alla morte di un ragazzo, dilaniato da misteriosi tentacoli che uscivano dalla nebbia, riuscirà a dissuadere altre persone dal tentare di avventurarsi all’esterno.  Solo dopo che alcuni clienti faranno un tentativo, tragicamente mortale, di avventurarsi all’esterno, la folla prenderà coscienza del pericolo; e quando durante la notte orribili creature sconosciute tenteranno di sfondare la vetrata del negozio, arrivando in qualche caso a riuscire a penetrare all’interno, la folla disperata non potrà fare a meno di fronteggiare le forme di alcune delle creature che si nascondono all’interno della nebbia. Ma mentre David, Amanda (Laurie Holden), e poche altre persone cercano di organizzarsi per resistere e sopravvivere all’orribile minaccia, una fanatica religiosa, la signora Carmody (Marcia Gay Harden), predica ed urla le sue invettive apocalittiche, convincendo progressivamente la maggior parte dei presenti che quanto accade è l’Armageddon inviato da Dio per punire i peccatori e chi disobbedisce alla sua parola, e purificare così il mondo. Il fanatismo religioso si propaga velocemente, tanto che nel giro di pochissimo tempo la fanatica riesce ad ottenere un livello di controllo tale da permetterle di scagliare i suoi “fedeli” contro David e le altre persone che le si oppongono, additandoli come peccatori non disposti a pentirsi (ed in quanto tali causa della loro situazione), e chiedendo che il figlio di David e Amanda siano presi e sacrificati per placare le creature. Sebbene David e gli altri schierati assieme a lui riescano a riprendere il controllo della situazione, evitando i sacrifici umani della donna e del bambino, l’azione della signora Carmody e della folla a lei fedele, proprio in virtù della propria impaziente irrazionalità, si rivelerà decisiva nell’esser causa del tragico finale.

Quella che Darabont porta sullo schermo è la narrazione di una vicenda in cui i tipici elementi dell’orrore firmato King incontrano Carpenter, Golding e Lovecraft. La nebbia che è fonte di orrore e morte era un tema che John Carpenter aveva già portato sullo schermo agli inizi degli anni ’80, e Darabont non manca di riconoscere nella primissima sequenza del film il proprio tributo al maestro inserendo tra i vari dipinti nella casa di David anche la locandina de La Cosa. Ma a differenza di quanto avviene nel suo predecessore, la nebbia di The Mist non è popolata da fantasmi, ma da orribili creature, esseri provenienti da un altra dimensione attraverso un portale aperto durante un esperimento effettuato nella vicina base militare. Si tratta di creature mostruose che non mancano di riportare alla mente particolari gli Antichi ed altri esseri spaventosi che popolavano l’universo lovecraftiano. Ma l’influenza del maestro di Providence non si fa sentire solo sul piano estetico (i tentacoli che fuoriescono dalla nebbia, per esempio); a causa dell’avventurarsi nella vicina farmacia alla ricerca di medicinali per curare i feriti, ed in seguito alla visione degli orrori ivi racchiusi, il meccanico Jim sarà uno di coloro che riusciranno a tornare al supermercato ma sarà scosso a tal punto da convertirsi immediatamente al credo improvvisato dalla signora Carmody.  Nella nebbia di King, come ad esempio nelle gallerie antartiche descritte da Lovecraft in Alle Montagne della Follia, le creature non sono solo ostili nei confronti degli esseri umani, ma sono anche in lotta tra loro, e la loro visione può portare alla pazzia. L’orrore di una simile situazione deriva dal fatto che quelle inizialmente vengono viste come minacce orribili e disgustose non rappresentano mai il limite ultimo del terrore, perché a loro volta queste sono prede di altre creature ancora più grosse ed orribili che si nascondono alla vista: la folla assediata non avrà mai modo di vedere nella sua interezza la creatura a cui appartengono i tentacoli, né David e gli altri fuggiaschi riusciranno a mettere a fuoco per intero l’essere gigantesco che incrociano sulla strada nel loro tentativo di uscire dalla nebbia.

Ma sopratutto, qui come in diverse altre opere del maestro dell’horror, al di là dei singoli personaggi e dei contesti entro cui si trovano collocati, fa ancora una volta sentire tutta la propria influenza Il Signore delle Mosche di William Golding. Come nell’isola dove i piccoli naufraghi finiscono con il creare un inferno in terra a causa del progressivo abbandono delle regole della convivenza civile, così in King il Male emerge quando per un motivo o per l’altro una comunità non si sente più in dovere di rispettare le norme della società da cui provengono. La distruzione delle istituzioni ne L’Ombra Dello Scorpione a causa dell’epidemia di influenza mortale che stermina l’umanità, così come l’impossibilità di far rispettare la propria autorità da parte dello Stato a causa della barriera in The Dome, sono esempi di come, una volta che l’equilibrio dello status quo viene alterato, le pulsioni più basse, egoistiche ed irrazionali dell’umanità tendano ad emergere inarrestabili. Similmente, il diabolico Leland Gaunt di Cose Preziose farà piombare nel caos Castle Rock abituandola lentamente e progressivamente a non rispettare le regole pur di assecondare i propri egoistici desideri: come fosse un veleno somministrato a piccole dosi, giorno dopo giorno il negoziante corrompe gli abitanti di Castle Rock abituandoli in modo graduale ad assecondare i propri desideri a discapito delle norme generali, vincendo la loro diffidenza iniziale attraverso la richiesta di fare piccoli scherzi (apparentemente) innocui, per quanto di dubbio gusto, per poi arrivare ad adatti di vandalismo e crimini veri e propri. Ed allo stesso modo, impossibilitata a comunicare con il resto del mondo, circondata da un muro di nebbia che non permette di vedere nulla, la piccola folla nel supermercato di The Mist si trova ben presto a costituire una comunità che, impossibilitata a trovare punti di riferimento all’esterno, non potrà fare altro che cercarli all’interno. La mancanza di notizie provenienti dall’esterno insieme all’incertezza sul loro futuro e alla profonda paura ispirata dalle creature all’esterno sono il terreno fertile nel quale i deliri della signora Carmody hanno modo di crescere e radicarsi a fondo in un intervallo di tempo brevissimo, vale a dire in meno di un paio di giorni.

Per quanto Darabont non esiti a mostrare le creature in tutta la loro spaventosa pericolosità, risulta ben presto chiaro che, in sintonia con la scrittura di King, più che sull’orrore all’esterno intende puntare l’obiettivo sulla psicologia della folla assediata, e su come questa possa diventare facilmente preda di pulsioni oscure una volta venuti meno gli elementi che possono fornire argini e freni. Quella che qui viene messa in scena ancora una volta è un’esibizione della debolezza del Bene nei confronti del Male, non solo dal punto di vista della capacità di fare proseliti, ma anche e soprattutto di comprendere ed adattarsi al mutarsi del contesto. Nella visione del mondo di King il Bene è sempre svantaggiato rispetto al Male, e anche nei casi in cui alla fine riesce a trionfare, ciò avviene sempre dopo aver pagato un prezzo molto alto in termini di vite e dolore. Privata di fondamenti all’esterno, la folla del supermarket si ritrova a riorganizzarsi come comunità chiusa isolata dalla pericolosa nebbia fuori. Ma quello che David insieme agli altri personaggi che cercano di mantenere un approccio razionale alla situazione non comprendono è che una qualsiasi spiegazione, per quanto farneticante, è sempre meglio di nessuna spiegazione, soprattutto se l’alternativa al monologo ininterrotto della fanatica è un minaccioso silenzio. Quello che la signora Carmody offre a chi decide di seguirla è una voce che rompe il silenzio non permettendo al suono ovattato della nebbia di penetrare all’interno: i suoi interminabili monologhi offrono una spiegazione del perché del loro presente e, cosa più importante, una  possibilità di salvezza per il futuro. Il suo comportamento è la lente che permette di osservare le ragioni del fallimento di David e di chi si schiera dalla sua parte: per quanto il suo gruppo di persone sia costantemente ritratto come quello positivo (sono loro quelli che cercano di organizzare la sopravvivenza del gruppo, di difenderlo e di curarlo) la loro incapacità di rapportarsi ad un contesto mutato sarà la ragione del loro fallimento. L’errore di David e di tutti quelli che si schierano dalla sua parte consiste nel non tenere adeguatamente in considerazione quanto le mutate condizioni possano essere fonte di profondi cambiamenti, nel cercare di rimanere conformi a quei principi e valori che prima del diffondersi della nebbia trovavano il proprio fondamento nella società nella sua interezza. Se da un lato appare irrazionale il comportamento della folla che si abbandona ai deliri salvifici della fanatica religiosa, dall’altro, malgrado le buone intenzioni, non appare più fondato l’attaccamento alla razionalità e a schemi di comportamento antecedenti alla apparizione della nebbia. Nessuno sa dove e soprattutto se possano ancora esserci un mondo ed una società così come lo conoscevano al di fuori della nebbia solo un paio di giorni prima. Tuttavia entrambe le fazioni agiscono come se possedessero una risposta: i fanatici religiosi si comportano come se effettivamente fosse l’Apocalisse e pertanto la fine del mondo e della civiltà così come l’hanno sempre conosciuti, ed allo stesso tempo David ed i suoi compagni di avventura si comportano come se avessero una qualche certezza sul fatto che la nebbia non abbia avvolto tutto il pianeta e che pertanto le vecchie regole siano ancora valide e da rispettare. In pratica, l’irrazionalità del protagonista e di tutti coloro che si schierano dalla sua parte consiste nel comportarsi come se sapessero che si tratta di una situazione provvisoria (quasi come se la loro situazione fosse paragonabile a quella di chi rimane chiuso in un ascensore ed è certo che prima poi qualcuno verrà a tirarlo fuori). E come nel caso de Il Signore Delle Mosche di Golding, di fronte ad una natura umana facilmente preda dell’egoismo e della cattiveria, nel propagarsi ed affermarsi del Male gioca un ruolo attivo anche la debolezza di chi si presenta come buono ma non lotta fino in fondo per offrire delle alternative alla sua seduzione. La nebbia è una rappresentazione di quel sonno della ragione che nel noto dipinto di Goya genera mostri. E la testimonianza di quanto l’irrazionalità sia penetrata a fondo in tutti i personaggi coinvolti nella vicenda si ha nel finale, quando David, in accordo con le altre persone in fuga assieme a lui, decide di utilizzare le ultime pallottole a disposizione per evitare che sia qualche mostro ad ucciderli, magari infliggendo loro atroci sofferenze. Si tratta di una decisione presa sulla base di una sorta di certezza dell’inevitabilità di un atroce destino, per quanto al momento non ci fosse motivo per temere un attacco nell’imminenza, e sebbene i vetri del mezzo dentro al quale viaggiavano prima di esaurire il carburante non offrissero uno scudo molto differente dalle vetrate del negozio. E così David, unico sopravvissuto dei cinque fuggiaschi, disperato oltre il limite del sopportabile assiste alla carovana di sopravvissuti portati in salvo dall’esercito impegnato nell’opera di bonifica rendendosi conto, insieme all’arretrare della nebbia, della follia del suo gesto. E davanti ai suoi occhi vede passare una donna con due bambini, quella stessa che all’inizio della vicenda aveva chiesto aiuto per raggiungere i figli e che nessuno aveva aiutato, l’unica figura ad essersi addentrata nella nebbia spinta non da una qualche forma di irrazionale certezza (come, ad esempio, la convinzione immotivata che nella nebbia non ci sia nulla di pericoloso) ma dal bisogno di raggiungere i figli malgrado il fondato timore (e la conseguente paura) che qualcosa di pericoloso possa agitarsi dove il suo sguardo non può arrivare.

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