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La Patata Bollente – Steno

Una delle caratteristiche della commedia all’italiana fino agli inizi degli anni ’80 è stata la rappresentazione della società, anche in modo molto schietto, attraverso il filtro di un tono divertito e scanzonato. Una simile, apparente, leggerezza non era affatto rappresentativa di un’analoga superficialità sul piano dei contenuti. Anzi, la scelta di utilizzare personaggi altamente stilizzati, spesso tendenti al macchiettismo quando non alla parodia, presupponeva una definizione del contesto fortemente ancorato alla realtà, perlomeno nei casi in cui l’obiettivo non era dare vita ad una narrazione comica pura. E in alcune produzioni, come appunto La Patata Bollente, un simile approccio alla rappresentazione della società italiana arrivava a toccare aspetti talmente radicati in profondità da risultare attuali ancora oggi. E così, ad oltre trent’anni dalla sua realizzazione, rivedere questo lavoro di Steno significa non solo gettare uno sguardo su quello che la società era negli anni ’70, attraverso la lente di tutto ciò da cui si sono prese le distanze, ma anche prendere atto di ciò che non è mutato se non ad un livello superficiale. Si tratta di istanze che non riguardano solo la sceneggiatura, l’ambientazione o semplicemente il tema affrontato in quanto tale, ma anche il modo di portare sulla scena e mettere insieme tutti questi elementi all’interno di un corpo narrativo unitario. Nello specifico, in questo caso il tema è chiaramente l’omosessualità. E in modo del tutto coerente con quello che è sempre stato l’approccio della commedia, viene affrontato con un sorriso spietato, quello tipico del comico che fa ridere il pubblico mentre lancia accuse durissime. La regia e la sceneggiatura lasciano poco spazio ad un rapporto con lo spettatore basato sull’idea che il pubblico debba essere educato o imboccato con moralismi preconfezionati. A differenza delle tendenze che diventeranno dominanti nei decenni successivi, si limita a mettere in scena il suo soggetto lasciando che sia questo a parlare da solo. E come nei vari Fantozzi Paolo Villaggio e Luciano Salce utilizzavano i registri della comicità per raccontare una società rigidamente divisa in classi sociali, analogamente qui il regista romano usa una modalità simile per puntare il suo obiettivo su un’omofobia diffusa.

E’ la storia di Bernardo Mambelli (Renato Pozzetto), detto “il Gandi”, un carismatico operaio di una fabbrica di vernici milanese. Fidanzato con la bella Maria (Edwige Fenech), coltiva una passione per il pugilato che lo rende, grazie anche alle sue radicate convinzioni comuniste, molto rispettato tra amici e colleghi. Ma la sua vita cambia quando salva Claudio (Massimo Ranieri) da un pestaggio fascista. Il Gandi lo porta a casa sua e gli offre cure ed un rifugio, ignorando che il suo ospite è omosessuale, e che proprio la sua tendenza era all’origine dell’aggressione subita. Non appena Claudio dichiara le proprie preferenze sessuali, da un lato il Gandi cerca di aiutarlo, ma dall’altro, preoccupato per i giudizi che potrebbero derivarne, cerca di tenerlo nascosto a tutti: ai colleghi di lavoro, alla portinaia, e perfino alla sua fidanzata. All’inizio tutto funziona come pianificato dall’operaio ed ognuno sembra tornare senza problemi alla propria quotidianità. Ma una seconda aggressione ai danni del ragazzo, questa volta nella forma di un incendio appiccato alla libreria dove lavora, farà sì che il Gandi si senta in dovere di offrigli di nuovo un posto dove alloggiare. Tuttavia, questa volta è solo una questione di tempo prima che tutti coloro ai quali cercava di tenerlo nascosto, scoprano il suo segreto. Così, pensando che possa trattarsi di una sorta di malattia contagiosa, gli amici gli organizzano un viaggio nella sua adorata Russia nella speranza di una sua “guarigione”. Ma al suo ritorno, il rapporto del Gandi con Claudio non sembra in alcun modo essersi incrinato, e per questo l’operaio viene messo sotto processo da un tribunale morale del partito. A sua volta il Gandi non si mostra incline ad accettare il diktat ma anzi rispedisce ai mittenti le accuse, provocandoli fino ad arrivare ad una spaccatura che appare insanabile. Ma Claudio se ne accorge e insulta furiosamente il Gandi con l’evidente scopo di offenderlo ed allontanarlo: insulta lui e la sua ideologia, affermando che i comunisti sono razzisti come i fascisti, solo in modo più sottile. Il Gandi, infuriato per le offese, prende a pugni l’amico, mentre da distante gli amici osservano contenti quella che considerano una forma di guarigione.

Per tutto il tempo, il tema della discriminazione a sfondo sessuale è molto di più di uno spettro che si agita sullo sfondo. La coscienza da parte del Gandi della necessità di tenere nascosta la sua amicizia con un omosessuale per non vedere incrinata la sua immagine sociale è il segno più evidente di una forma di discriminazione che non si spinge fino alle aggressioni ed ai pestaggi, ma che si limita ad escludere ed emarginare. E il tribunale che viene messo in piedi per giudicare chi non ha rispettato la legge non scritta che impone di tenere a distanza chiunque non abbia una condotta sessuale ritenuta ‘rispettabile’ mostra l’invadenza di un modo di pensare che si arroga il diritto di guardare sotto le lenzuola altrui e poi esprimere sentenze in merito. A tal proposito, la regia di Steno è molto sottile nel far procedere di pari passo i tentativi di scoprire la verità sul rapporto tra il Gandi ed il suo misterioso amico messi in atto tanto dalla portinaia e quanto dai colleghi. Nessuno lo dice apertamente, ma appare chiaro che non c’è nessuna differenza tra la morale del partito e quella della portinaia ficcanaso. Come comari bigotte di paese, i membri del partito utilizzano i loro pregiudizi e pettegolezzi raccattati a destra e a manca per formulare giudizi e sentenze. Al di là di quelle che possono essere altisonanti dichiarazioni di emancipazione e progressismo, il comportamento che mettono in atto si rivela visceralmente reazionario. E gli sguardi di approvazione mentre il Gandi picchia l’amico che l’ha fatto infuriare volontariamente ne sono una solida rappresentazione. Sebbene il Gandi alzi le mani solo perché provocato ed offeso a livello personale, gli amici che osservano la scena da lontano non solo non intervengono, ma anzi mostrano sollievo e soddisfazione. Infatti, Claudio è l’unico ad avere ben chiaro in mente che per far sì che l’amico possa ottenere nuovamente il rispetto di amici e colleghi deve fare in modo che si comporti esattamente come ciò da cui l’aveva salvato al loro primo incontro: un picchiatore di omosessuali.

Quello portato sulla scena da Steno è un altro volto della discriminazione. Quello di chi non utilizza la violenza, ma è comunque disposto a venire a compromessi se viene esercitata su minoranze oggetto di emarginazione. E’ una forma di discriminazione che con il passare degli anni ha imparato a disprezzare la violenza nei confronti della diversità, ma che ancora non riesce ad accettarla fino in fondo. Si tratta di quel fastidio che prende forma quando, ad esempio, di fronte a manifestazioni come il gay pride, qualcuno non può fare a meno di esprimere il proprio disappunto per il fatto che delle persone vogliano “ostentare” la propria diversità. E’ una discriminazione che ha imparato a tollerare la diversità a condizione che questa si mostri in pubblico il meno possibile. Ma la tolleranza non implica l’accettazione, né comporta necessariamente il rispetto, soprattutto se legata ad una concezione della sessualità come sporco segretuccio da tenere lontano dalla vita “rispettabile”. Che è un po’ quello che accade in un film come Le Fate Ignoranti, dove non solo la protagonista scopre, dopo la morte del marito, che questo da sette anni aveva una relazione con un altro uomo, ma lei stessa a sua volta, una volta intrecciati rapporti umani con quel mondo che ignorava, lo tiene ben distinto dal resto della sua esistenza. Infatti, sebbene non si faccia troppi scrupoli a dire a chi le sta vicino di aver scoperto che il marito la tradiva, si trova a frenare di fronte alla possibilità di specificare che l’amante in questione era un uomo.

La considerazione delle diversità sessuali nei termini di sporchi segretucci da tollerare civilmente – a condizione che rimangano custoditi nell’ombra – è la premessa di una dialettica che accetta la discriminazione giustificandola come mera divergenza di opinione. Ad esempio, se in un partito (che magari si dichiara progressista) si aprisse un dibattito sull’opportunità che le persone di colore possano godere degli stessi diritti civili dei bianchi, giustamente si leverebbero immediate le accuse di razzismo. Invece, il fatto che si possa ancora discutere se sia giusto o meno che coppie formate da persone dello stesso sesso possano avere accesso agli stessi identici diritti civili di cui possono godere gli eterosessuali, senza che si alzino le stesse accuse di discriminazione, è la cifra che svela la base di un razzismo su fondamenti morali ben più ampia rispetto al numero di persone che lo manifestano apertamente. Le discriminazioni hanno svestito i panni dei picchiatori per indossare quelli più eleganti di dialettiche che, in modo condiscendente, ascoltano da posizione sopraelevata le richieste di parità, decidendo di volta in volta quali concessioni fare, ed eventualmente secondo quali modalità. Ad esempio, il fatto che ci sia chi è favorevole alle “unioni civili” ma non ai “matrimoni” tra persone dello stesso sesso non riguarda solo una mera questione terminologica, è il segno di un discrimine al quale non si vuole rinunciare. E si tratta di una forma di discriminazione tanto più profonda tanto più chi la mette in atto non è disposto a riconoscerla come tale in virtù di una sua parziale disponibilità a fare delle concessioni. Come se un riconoscimento parziale potesse valere a compensazione di ciò che invece non c’è disponibilità a concedere.

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