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Julia, Bridgitte e le Altre – Le Ragazzine della Notte

Novembre aveva portato con sé il freddo nell’aria romana, ma Julia indossava solo mutandine bianche e un reggiseno dello stesso colore. Tremava sul marciapiede mentre le automobile sfilavano su una Salaria trafficata. Le chiesi se aveva freddo. Con stanchi occhi azzurri rispose: “Se mi copro, non lavoro”. Julia aveva diciassette anni ed era incinta. Era arrivata a Roma dalla Romania quando aveva quattordici anni. Di fianco a lei, Alyssia aveva la stessa età e arrivava dalla stessa città. Avevano viaggiato insieme grazie all’aiuto di un uomo che aveva promesso loro un lavoro in un ristorante. Invece avevano trascorso gli ultimi tre anni come prostitute di strada a Roma. Il loro “protettore” (lo sfruttatore) non era mai molto distante. Di giorno le teneva chiuse in un appartamento e le portava sulle strade di notte. Se le ragazze non gli assicuravano almeno venti clienti a notte, non dava loro da mangiare. Una simile “protezione” mi lasciava senza parole. Non si può dire da dove provenisse il termine, ma chiamare uno sfruttatore “protettore” è un po’ come chiamare “guardiano” un uomo che compra sesso da un’adolescente.

La notte in cui incontrai Julia, incontrai altre trenta prostitute di strada, di cui ventisette ammisero di non avere nemmeno diciotto anni, e che perciò lavoravano illegalmente come prostitute. Nessuna di loro proveniva dall’Italia; arrivavano da Romania, Russia, Moldavia, Albania, Polonia, Ucraina, Bielorussia, Lettonia e Bulgaria. Incontrare adolescenti che facevano sesso con venti uomini ogni notte non fu facile. Al di là della loro attività, avevano l’aspetto di normali giovani ragazze. Anche quando si trovavano davanti a me, ragazzine mezze nude costrette a indossare solo mutandine e reggiseno, la mia mente non poteva fare a meno di immaginarle a giocare e divertirsi innocentemente a un pigiama party. Incontrai queste prostitute grazie all’aiuto di una ONG chiamata Parsec, alla quale il Municipio di Roma consentiva di inviare unità di strada nelle aree dove c’è prostituzione per promuovere la salute e la sicurezza, inclusi preservativi gratis e aborti. Di solito i protettori consentivano l’interazione con queste unità di strada; incoraggiavano le ragazze ad avvalersi delle pratiche di aborto gratuite, evitando così di trovarsi a pagarle loro.

Morena, Nayla e Shpresa furono le mie guide nell’unità di strada. Guidammo su e giù lungo la Salaria per ore in un furgoncino pieno di libretti informativi, gel lubrificanti e preservativi. Lungo la strada, le ragazze si raccoglievano in gruppi di due o quattro. Le strade laterali erano alberate e non illuminate. Quando gli uomini compravano le ragazze, le portavano in questi vicoli, dove completavano la transazione in un’automobile o nei cespugli. Il ritmo delle transazioni era rapido. Più di una volta, mentre stavano parlando con un gruppo di giovani donne, diverse macchine si misero in coda a noi e suonarono il clacson, come se un qualsiasi ritardo nell’acquisto avesse potuto farli arrivare in ritardo per cena. Ai bordi delle strade, vidi uomini maturi portare delle adolescenti nei cespugli per venirne fuori dieci o quindici minuti dopo. Vecchi, giovani, uomini sporchi in moto, uomini puliti a bordo di BMW – tutti prendevano le ragazzine per mano e si defilavano con loro.

Gabriella, dalla Russia, mi disse che aveva lavorato sulla strada fin da quando era arrivata due mesi prima e che in pratica ogni uomo rifiutava di indossare il preservativo. Quando ci avvicinammo ad Angela, dalla Romania, lei si mise a strillare che l’avremmo fatta ammazzare. Anna, dalla Polonia, aveva venticinque anni e aveva studiato inglese a scuola fino a diciassette anni. Un uomo le aveva promesso un lavoro come modella, così l’aveva accompagnata a Roma. Quello stesso l’aveva venduta al protettore che la teneva sotto controllo da sette anni. Più tardi quella notte chiesi ai membri dell’unità di strada: “Non è illegale che le minori si prostituiscano, anche se dichiarano di aver scelto di farlo?” Mi risposero di sì. “Allora perché la polizia non le aiuta? Perché non arrestano i protettori per sfruttamento di minori?” Mi risposero che anche i poliziotti erano tra i clienti e che di tanto in tanto li vedevano da quelle parti.

In un rifugio nel Nord Italia, raccolsi parecchie testimonianze da parte di vittime della tratta a fini sessuali che furono anche obbligate a lavorare come prostitute per strada. L’odissea di una donna iniziò dopo l’indipendenza ucraina, quando l’ex-banca centrale sovietica trasferì tutti i depositi da Kiev alla sede centrale in Russia, spazzando via i risparmi di una vita di centinaia di migliaia di ucraini. Nel tentativo di trovare un’entrata per la sua famiglia in bancarotta accettò quello che pensava sarebbe stato un lavoro come cameriera in Italia. Un’altra donna era stata trafficata dalla Bulgaria in Italia attraverso la Turchia con la promessa di un lavoro come tata a Istanbul. Ma forse la storia più straziante che ho sentito era quella di una giovane ucraina di nome Bridgitte.

Bridgitte era istruita e con un diploma da infermiera, ma la sua “busta paga” di trentacinque dollari al mese non era nemmeno lontanamente abbastanza per arrivare a fine mese. Lei e le sue amiche videro degli annunci sul giornale per un lavoro in Italia che prometteva un salario mensile di quattromila dollari. “Eravamo stupide – mi ha detto Bridgitte – Sognavamo di trovare un marito bello e ricco che ci sposasse, e ci amasse, e ci ricoprisse di regali con diamanti. Eravamo stupide.” Bridgitte era una delle innumerevoli ragazze est-europee che sono state sedotte dalle illusioni romantiche di uno stile di vita ricco e dinamico nell’Europa Occidentale, in particolare dopo la caduta del comunismo. I mercanti di schiave avevano gioco facile nello sfruttare i sogni di una vita migliore e l’ingenuità della gioventù. Nel caso di Bridgitte, prima fu trafficata in Serbia, dove fu costretta a prostituirsi in un nightclub. Dopo alcuni mesi fu trafficata in Sud Italia, passando per l’Albania e attraverso l’Adriatico a bordo di un motoscafo. Sulla costa incontrò altri uomini che portarono lei e parecchie altre ragazze nel Nord Italia, dove fu venduta a un protettore. Proprio come quella sulla Salaria, la vita sulle strade nelle zone di Venezia e Mestre era una dura condanna.

“La strada è l’inferno,” mi disse Bridgitte. “La strada mi ha completamente distrutta. Ero sempre ubriaca, e mai abbastanza coperta in inverno. Il mio protettore mi picchiava in continuazione. Anche i clienti mi picchiavano. Sulla strada, odiavo me stessa.” Il protettore prendeva la maggior parte dei suoi soldi, ma spediva delle piccole cifre alla sua famiglia in Ucraina. In questo modo, Bridgitte trascorse diversi anni come schiava sessuale perché i suoi genitori insistevano affinché continuasse a inviare soldi. Lei fu quella che mi disse che si sentiva come una “slot machine” per la sua famiglia. Dopo molti anni di prostituzione per strada, i volontari di una ONG chiamata TAMPEP la trovarono svenuta in un vicolo, insanguinata e completamente nuda. Soffriva di numerose malattie a trasmissione sessuale e i suoi danni psicologici erano a livelli critici. Mesi dopo, mentre raccontava la sua storia, i suoi sogni erano chiari come quelli di una bambina.”L’unica cosa che desidero è di essere normale,” disse. “Sogno un marito, dei figli, e una piccola casa.”

(Tratto da Sex Trafficking – Inside the Business of Modern Slavery, di Siddharth Kara)

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