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Carnage – Roman Polanski

All’inizio degli anni ’90 fu prodotta una serie televisiva intitolata Herman’s Head. A livello di impostazione generale, si trattava della tipica serie comica nella quale un protagonista, Herman, si trovava ad affrontare le consuete situazioni di vita quotidiana tipiche delle sit-com statunitensi. Tuttavia questa serie aveva una particolarità: ogni volta che il protagonista si trovava di fronte alla necessità di prendere una decisione, o più in generale ogni volta che si voleva mostrare al pubblico cosa Herman stesse realmente pensando, l’azione si trasferiva all’interno della sua mente. Questa veniva rappresentata come una grande stanza all’interno della quale si trovavano quattro diversi personaggi che interagivano tra loro, ognuno incarnazione di un diverso aspetto della personalità del protagonista. C’era una donna che rappresentava l’emotività e gli aspetti più sensibili del suo carattere, un uomo che ne incarnava le pulsioni e gli appetiti in generale, un ipocondriaco che dava un volto alle sue paure e alle sue ansie, ed infine un uomo posato e ben vestito che invece dava voce alla logica ed al pensiero razionale. Ognuno di loro cercava di imporsi sugli altri tre nella guida di Herman, ma non si trattava di una semplice lotta di tutti contro tutti, infatti non raramente si creavano fazioni ed alleanze per dare forma ad una piccola ed estemporanea maggioranza in grado di mettere in minoranza la voce dissidente. Ed è quello che spesso accade anche in Carnage, pur con tutte le differenze tematiche e narrative.

Lo scopo di una simile premessa non consiste nell’affermare che Roman Polanski (o Yasmina Reza, l’autrice dell’opera da cui è tratto il film) sia partito da Herman’s Head per realizzare Carnage. Quanto piuttosto individuare, attraverso l’evidenziazione dell’analogia, una serie di punti in comune che aprono il film ad una lettura di matrice psicologica. L’azione del film di Polanski si svolge interamente all’interno di un appartamento di Brooklyn, e come nella sit-com sopra citata, anche qui ci sono quattro personaggi che si trovano a discutere tra loro. Si tratta di due coppie, i Cowan ed i Longstreet, che si sono date appuntamento a casa di questi ultimi per discutere di uno spiacevole fatto che ha messo i loro figli uno contro l’altro. Michael Longstreet (John C. Reilly) è un rappresentante di articoli per la casa, mentre sua moglie Penelope (Jodie Foster) è una scrittrice appassionata di arte e fotografia impegnata nella scrittura di un libro sul Darfur. Il loro figlio undicenne Ethan è stato vittima di un’aggressione da parte del coetaneo Zachary Cowan, che nel corso di una discussione nel parco l’ha colpito in faccia con un bastone rompendogli due incisivi. I genitori di quest’ultimo sono Nancy (Kate Winslet), un’operatrice finanziaria, e suo marito Alan Cowan (Cristoph Waltz), un avvocato che passa larga parte del suo tempo al telefono a discutere di questioni professionali.

Inizialmente l’incontro sembra essere animato dall’intenzione da parte di tutti di risolvere la questione in modo educato e civile. Ma ben presto le cose degenerano, con le due coppie che in modo più o meno palese si rinfacciano colpe e responsabilità. Periodicamente l’incontro sembra giungere a termine, con i Cowan che si congedano e si apprestano a lasciare la casa dei Longstreet per andare a dedicarsi ai loro impegni. Tuttavia ogni volta interviene uno scambio, una frase, o anche solo una semplice battuta, che riaccende la discussione in modo sempre più violento, sgretolando la facciata di educazione e di civiltà all’insegna della quale era stato programmato l’incontro. Tutte le formalità buoniste e politicamente corrette svaniscono lasciando spazio a forme di ostilità e di risentimento che non si limitano a mettere le due coppie una contro l’altra, ma che investono anche i singoli coniugi, andando a creare una serie di alleanze mobili che cambiano velocemente di minuto in minuto. Complice l’alcol, le formalità vengono progressivamente abbandonate, facendo sì che ogni personaggio esibisca un particolare carattere dominante. Come in Herman’s Head, ogni personaggio può essere assimilato ad un particolare aspetto psicologico: il comportamento di Alan appare dominato soprattutto da una lucida razionalità, quello di Nancy da un’ansia conciliante, quello di Penelope dall’emotività ed infine quello di Michael dalla pulsionalità. Ma nel loro insieme non costituiscono il profilo psicologico di un singolo soggetto in particolare. Piuttosto, al di sotto delle differenze, tracciano il profilo di un soggetto generico nel quale trovano spazio comportamenti tipici dell’individuo moderno.

Una volta accantonate le formalità ed esaurito il desiderio di fare una buona impressione agli occhi del prossimo, ciò che affiora sono gli egoismi ed i risentimenti, i desideri di affermazione che spesso sfumano nella sopraffazione e nell’indifferenza di fronte alle ragioni dell’altro. I temi dei litigi tra le due coppie, quando non quelli dei singoli coniugi tra loro, cambiano in continuazione, in un’interminabile giostra di accuse reciproche. Polanski non risparmia nessuna tipologia. Se da un lato dietro la distaccata razionalità di Alan Cowan si nascondono disinteresse e cinismo, dall’altro alle spalle dell’apparentemente coinvolta emotività di Penelope si erge la prepotente convinzione di chi pretende di essere ascoltata senza dover ascoltare (non a caso, considera sufficiente lo scambio di qualche convenevole per sentirsi autorizzata a riprendere i suoi ospiti sul loro modo di svolgere il compito di genitori, esattamente come non trova nulla di strano nello scrivere un libro sui problemi di un paese, distante a livello sociale e culturale più ancora che a livello geografico, nel quale non ha mai messo piede). Inizialmente più moderati, presto anche Michael e Nancy gettano le loro rispettabili maschere, lei abbandonandosi a crisi di nervi e lui affermando fieramente di non essere la persona posata e ragionevole che aveva fatto finta di essere solo per andare incontro alle richieste della moglie.

Il dramma che si consuma nell’appartamento di Brooklyn, e che spingerà Nancy ad affermare che si tratta del “giorno più infelice della mia vita“, si inserisce in quel filone riconducibile ad A Porte Chiuse di Sartre, a L’Angelo Sterminatore di Bunuel, nonché a diverse opere di Stephen King e molti altri: una serie di individui che cercano di farsi del male a vicenda all’interno di uno spazio chiuso. Ma in Carnage il tutto assume un’impronta marcatamente bellica. Quella a cui si assiste è una vera e propria escalation militare: dalla diplomazia iniziale si passa velocemente ad una serie di piccole scaramucce, in un crescendo di intensità sempre maggiore fino ad arrivare allo scontro esplicito in campo aperto. Non mancano gli attacchi né gli arretramenti più o meno tattici, come non mancano i capovolgimenti di fronte e i cambi di alleanze. Ed il fatto che il film si apra con le due coppie già d’accordo sull’episodio che ha visto coinvolti i figli è la dimostrazione di come nessuno dei personaggi in gioco sia mai stato realmente interessato a trovare un punto in comune. L’accordo raggiunto all’inizio dalle coppie non è un punto d’arrivo, ma la base a partire dalla quale ognuno cercherà di muoversi per ottenere sempre di più. Non si tratta di un’ammissione di responsabilità, quanto piuttosto dell’individuazione degli elementi a partire dei quali sarà possibile partire all’attacco degli altri con un fuoco di fila di accuse che si allargheranno a macchia d’olio, travalicando i confini tracciati dal singolo episodio in questione e che ha dato vita all’incontro. Non mancheranno nemmeno i colpi bassi, in un vortice di discussioni in cui ognuno sembra avere come unico desiderio colpire l’interlocutore del momento, anche nell’ambito di quella sfera personale che nulla ha a che vedere con lo scontro tra i loro figli.

Nessuno ascolta gli altri, e ancora meno sembra essere interessato ad impiegare le proprie energie in qualcosa che non consista nel sovrastare gli altri con le proprie parole. Ad un punto tale che l’episodio di Nancy che incidentalmente vomita sui libri di Penelope – lasciati a far bella mostra di sé sul tavolino nel centro della stanza come fossero stendardi dell’ego della padrona di casa – assume un valore che va oltre il mero fatto in sé. Man mano che vengono meno i freni inibitori delle formalità e della buona educazione, tutti si fanno sempre meno scrupoli nel vomitare addosso agli altri la propria rabbia e il proprio livore: un flusso continuo di rancori e risentimenti che ognuno coltiva dentro di sé e che sembra non attendere altro che un pretesto qualsiasi per rovesciarsi all’esterno. E’ così che il film si trasforma nella rappresentazione della civiltà degli indici accusatori puntati costantemente verso la faccia di chi si trova davanti, da parte di individui che come bambini ripetono in continuazione “Non è colpa mia! E’ colpa tua!” E’ la società dei contrasti continui, nella quale i confini di ciò che è legale non stabiliscono un terreno comune nel quale risiedere, quanto piuttosto il campo di battaglia dove le diverse fazioni cercano di affermare le proprie idee e i propri valori schiacciando quelli altrui, incuranti delle loro ragioni e della loro liceità. Carnage è la rappresentazione dell’infernale banalità degli individui che si torturano gratuitamente, nella quale basta la cornice silenziosa di una lite tra ragazzini a smascherare l’ipocrisia di un politicamente corretto che crolla miseramente di fronte all’incapacità di tollerare una semplice divergenza di opinione da parte dei propri simili.

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