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Mick Foley – Countdown To Lockdown

Per la quarta volta, Mick Foley mette mano a carta e penna per raccontare la sua vita da wrestler. In questo caso, però, si tratta degli eventi della vita di un lottatore non più a tempo pieno. Con il crescere dell’età aumenta anche la consapevolezza che i momenti memorabili della sua carriera si trovano alle sue spalle, e non potranno essere uguagliati. Perciò, con lucidità e serenità, già da diversi anni ha provveduto a rendere meno intensa la sua attività sul ring, alternandola con altre attività. A poco più di quarant’anni Mick Foley è un uomo con un fisico pesantemente danneggiato. I problemi alla schiena e alle ginocchia si sommano ad una configurazione corporea che ha smesso di essere longilinea quando ancora non aveva nemmeno trent’anni. In passato, nel pieno di quella che è passata alla storia del wrestling come Attitude Era, Mick Foley ha avuto modo di giocare un ruolo di primo piano nel panorama della WWE a fianco di nomi del calibro di The Rock e Undertaker, di Stone Cold Steve Austin e Edge. Ma già da quasi un decennio è in uno stato di semi-ritiro: le sue apparizioni all’interno del ring in veste di lottatore sono sempre più rare, e certamente non tali da permettergli di mantenere un ruolo di primo piano all’interno della federazione che l’ha visto diventare una star di livello internazionale. Gli spazi che ha cercato di ricavarsi – come commentatore e come promo man – appaiono ben lontani dall’essere fonte di gratificazione personale, o anche solo professionale. E quando gli viene proposto per l’ennesima volta di cambiare federazione, l’ex-Cactus Jack decide di cedere alle lusinghe ed accetta. Ma a differenza di altri suoi colleghi che non sembrano accettare il trascorrere del tempo, Mick Foley non è alla ricerca di una seconda giovinezza. Un’avventura nemmeno immaginabile, alla luce delle sue condizioni fisiche. Piuttosto si tratta del desiderio di aggiungere un ulteriore capitolo nella storia della sua carriera prima di scrivere la parola “Fine”.

Già in Have A Nice Day!, Mick Foley aveva scritto più volte di quanto fosse consapevole di come il suo approccio al wrestling avrebbe potuto portarlo ad una carriera tutt’altro che duratura. Molteplici sono le volte in cui aveva sottolineato le obiezioni che muoveva a chi cercava di contrattare l’importo del suo ingaggio. Al momento di trovare un accordo sul compenso per le sue prestazioni, ogni volta che qualcuno cercava di contrattare al ribasso promettendo incrementi futuri, Mick Foley evidenziava come le possibilità che potesse non esserci un rinnovo fossero tutt’altro che trascurabili. Anno dopo anno ha conquistato l’apprezzamento e l’affetto del pubblico, il titolo di Hardcore Legend, ed in futuro otterrà anche un posto nella Hall Of Fame della WWE. Ma si tratta di risultati che ha ottenuto sacrificando l’integrità del suo stesso fisico, un pezzo dopo l’altro. Motivo per cui il wrestling non potrebbe più essere un elemento totalizzante nella sua vita nemmeno se lo desiderasse. E capitolo dopo capitolo appare in modo sempre più chiaro anche al lettore. Non solo perché l’autore avverte fin dall’inizio che non tutti i capitoli saranno strettamente dedicati al mondo che ruota attorno al ring. Ma anche e soprattutto perché dall’incontro con Tori Amos alla morte di Chris Benoit, dal doping nel wrestling e nello sport in generale ai viaggi con ChildFund in Sierra Leone, innumerevoli sono gli argomenti affrontati. Molti e più vari che in passato. Il tutto scandito dal conto alla rovescia che lo porterà ad entrare ancora una volta in una gabbia per confrontarsi con una sua vecchia conoscenza, un lottatore con cui si era confrontato quasi vent’anni prima nel corso della sua militanza sotto la bandiera della WCW: Sting.

Prima dei cambiamenti apportati negli ultimi anni, Lockdown era l’evento pay-per-view della TNA la cui caratteristica distintiva consisteva nel proporre solo incontri all’interno di una gabbia d’acciaio esagonale (come il ring che allora era elemento distintivo della Federazione). E l’obiettivo di Mick Foley era di far sì che grazie alla sua presenza nel main event la federazione potesse incrementare la vendita di spettacoli. Ma il racconto dell’incontro in sé e della sua costruzione assumono, all’interno della narrazione, un ruolo decisamente marginale. Il diradarsi dei paragrafi dedicati alla vita sul ring non sono altro che uno specchio di una personalità che, pur potendo contare su una riserva di storie accumulate in vent’anni e tutt’altro che esaurite nei tre libri precedenti, decide di dedicarsi anche ad altre attività. Al di là dell’incontro vero e proprio, che comunque viene raccontato nella sua interezza, Mick Foley si dimostra ben più interessato a raccontare la costruzione dell’evento, il processo che l’ha portato alla ricerca di qualcosa che potesse far la differenza e spingere gli spettatori ad acquistare la visione dell’evento.

I non appassionati tendono a considerare il wrestling come una completa messinscena, una sorta di rappresentazione teatrale in cui tutto è predeterminato, come in un balletto o in uno spettacolo circense. Ma questo approccio non ne cattura l’essenza competitiva. Quella che si ha nel wrestling è una forma di competizione che non si basa sulla mera sopraffazione fisica come negli sport di lotta, quanto piuttosto sulla capacità di catturare e direzionare il consenso del pubblico. Motivo per cui un wrestler deve possedere grandi doti da intrattenitore, oltre che fisiche ed atletiche, per riuscire ad affermarsi e conservare il successo conquistato. Un aspetto, questo, che in modo molto sottile Darren Aronofsky mette bene a fuoco nel suo film The Wrestler. Quando Randy “The Ram” Robinson si trova al bar e parte Round And Round dei Ratt , lui si lamenta con Cassidy del grunge che ha messo fine a qualcosa che lui continua ad amare. Ma quello di cui non si rende conto è che in realtà non sta facendo altro che ammettere la propria obsolescenza. Randy “The Ram” Robinson è come un vecchio che si ostina a parlare di temi e problemi che alla maggior parte delle persone non interessano più. O peggio, come un intrattenitore che ripete un copione vecchio e stantio, con battute trite e ritrite, perché incapace di adeguarsi ai cambiamenti nei gusti del pubblico.

Invece per Mick Foley, cambiare e rinnovarsi non sembrano rappresentare affatto un problema. Attività come la scrittura e l’impegno umanitario, che rappresentavano attività secondarie quando era un lottatore a tempo pieno, assumono un peso sempre maggiore. I tour in viaggio per il mondo con le federazioni per cui lavorava vengono sostituiti da quelli con ChildFund in favore dei bambini del Terzo Mondo. E dopo essere finalmente riuscito ad incontrare Tori Amos, l’autrice di quella Winter che in più di un’occasione aveva rappresentato una fonte di forza e rassicurazioni negli attimi di tensione che precedono un incontro, Mick Foley decide di impegnarsi anche in favore delle vittime di crimini sessuali con il RAINN (Rape, Abuse and Incest National Network). Si tratta di eventi ed attività che l’autore racconta senza alcuna forma di vanto, ma che mostrano una certa continuità con il suo passato da lottatore. Cactus Jack e Mankind erano due personaggi disturbati sul piano psicologico, e sembrano non avere nulla in comune con il Mick Foley che si impegna per i bambini in Sierra Leone. Tuttavia, alla base di tutto si trova un fondamento comune: il desiderio di lottare contro le avversità. I titoli che Mick Foley ha accumulato nel corso degli anni nonostante un fisico tutt’altro che scultoreo e doti atletiche limitate, mostrano una determinazione volta al conseguimento di risultati contro ogni pronostico. E quando tutto ciò non è più possibile come in passato, la voglia di lottare contro gli avversari sfuma nell’impegno contro le avversità che affliggono altre, meno fortunate, persone.

Ed in tema di soggetti contro cui lottare, non mancano i riferimenti ai media sempre pronti a strumentalizzare fatti di cronaca e tragedie private per crociate pubbliche. Come nel caso della morte di Chris Benoit. Il cui ricordo non è privo di emozioni per l’autore, avendo lui stesso condiviso la militanza sotto la stessa federazione per diversi anni. Il tragico omicidio-suicidio che ha segnato la fine dell’esistenza del wrestler canadese e della sua famiglia aveva scatenato il consueto coro di polemiche alla ricerca di colpevoli responsabili dei mali che affliggono la società. Come nel caso di gruppi musicali, film, videogames e affini, anche il wrestling è uno di quei campi in cui basta una notizia ad effetto per scatenare crociate pubbliche degne dei due minuti d’odio d’orwelliana memoria. E a nulla valgono i controesempi: i momenti buffi e divertenti sul ring come quelli dedicati al bene del prossimo al di fuori. I cadaveri ancora caldi di un ex-campione e della sua famiglia diventano il banchetto su cui si lanciano opinionisti ed “esperti” vari per fantasticare di una società diversa e migliore, una società in cui basta cancellare la violenza dai media per eliminarla dalla realtà. Ma mentre questi “esperti” se ne stanno comodamente seduti in uno studio televisivo a lanciare anatemi contro il Colpevole del Giorno, Mick Foley va in giro a parlare della realtà che lo ha reso famoso. Della durezza e delle difficoltà dentro e fuori dal ring. Poi prende carta e penna e scrive. E racconta una realtà di gran lunga più ampia e profonda di un trafiletto su un quotidiano o di uno spazio in un talk show televisivo. Perché il wrestling è un po’ lotta e un po’ commedia dell’arte. E raccontarlo significa confrontarsi anche con quel nucleo di realtà dura e cruda che ribolle sotto la superficie della finzione. Perché è vero che lo spettacolo prevede che un lottatore faccia finta di essersi fatto male anche quando non si è fatto niente, ma altrettanto di frequente richiede che nasconda il proprio dolore quando infortunato.

When you gonna make up your mind
Cause things are gonna change so fast
All the white horses are still in bed
I tell you that I’ll always want you near
You say that things change my dear
(Tori Amos, Winter)

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Mick Foley – Have A Nice Day!

Il 28 Giugno 1998, presso la Civic Arena di Pittsburgh in Pennsylvania, si tenne la sesta edizione del pay-per-view della WWE intitolato King Of The Ring. Uno dei main event previsti per la serata era un tipo di incontro noto come Hell In A Cell. In pratica si tratta di un evento nel quale il ring si trova racchiuso all’interno di una enorme gabbia e i wrestler possono vincere solo per schienamento o per sottomissione. Non c’è conteggio fuori dal ring, né tantomeno squalifica. In questa occasione i protagonisti dell’evento sono Mick Foley (nei panni di Mankind) e The Undertaker, che l’anno precedente era stato protagonista, insieme a Shawn Michaels, di un altro memorabile incontro dello stesso tipo. Il primo a fare il suo ingresso nell’arena è Mankind, che si dirige verso il ring con la consueta maschera a coprire parte del volto ed una sedia in mano. Ma anziché entrare all’interno, si arrampica all’esterno e va ad aspettare il suo avversario sulla rete che chiude la gabbia dall’alto. E questo non si fa attendere. Partono i rintocchi delle campane, le luci si abbassano, e The Undertaker si dirige verso il centro dell’arena nel suo classico stile lento e minaccioso. Si ferma qualche secondo per togliersi il soprabito ed osservare il suo avversario che lo aspetta in alto e poi senza esitare si arrampica a sua volta per raggiungerlo. I due cominciano a colpirsi quando ancora The Undertaker non è nemmeno arrivato in cima. E quando non è trascorso nemmeno un minuto dall’inizio, la rete comincia a mostrare di avere qualche difficoltà nel reggere il peso dei due colossi. Ma il primo vero colpo di scena arriva poco dopo: The Undertaker agguanta da dietro Mankind e lo spinge oltre il bordo, facendolo cadere dalla cima della gabbia. Mick Foley fa un volo di circa 5 metri andando a schiantarsi sul tavolo dei commentatori spagnoli. Dopo essere rimasto immobile a lungo, Mick Foley ricomincia a muoversi lentamente ma non è chiaro se sia in grado di continuare ad esibirsi. Il primo ad accorrere per valutare le sue condizioni è Terry Funk, vecchio amico di Mick Foley nonché suo avversario in alcuni dei suoi match più intensi e brutali. Immediatamente lo seguono diversi arbitri e altro personale di sicurezza della WWE. Mick Foley si toglie la maschera di Mankind e la gabbia viene sollevata con The Undertaker ancora in cima ad essa per permettere al personale della federazione di soccorrere il wrestler. Mick Foley viene caricato su una barella che subito dopo si avvia verso l’esterno dell’arena. L’incontro sembra finito dopo nemmeno cinque minuti di effettivo spettacolo. Ma mentre la gabbia viene calata per permettere a The Undertaker di scendere, Mick Foley fa fermare la barella a metà della rampa che porta all’esterno, si rimette in piedi e con un sorriso storto sulla faccia che diventerà una delle immagini più famose della sua carriera si dirige nuovamente verso la gabbia. Esattamente come prima, si arrampica all’esterno anziché entrare nel ring, e una volta in cima il match può ricominciare.

Passano pochi istanti e The Undertaker agguanta alla gola Mick Foley per effettuare una chokeslam. Data la situazione precaria in cui si trovano, la mossa viene effettuata debolmente. Ma tanto basta a sfondare la parte della rete su cui cade Mick Foley, facendolo piombare a peso morto sul ring, dove impatta duramente sulla schiena, seguito a ruota dalla sedia che lo colpisce al volto. Ancora una volta il personale della WWE va a circondare il wrestler senza sensi sul ring per accertarsi delle sue condizioni. The Undertaker si cala lentamente all’interno del ring dove affronta Terry Funk che gli va incontro per far guadagnare tempo ad un Foley che inizia a dar segni di ripresa. The Undertaker combatte lentamente per far sì che un Mankind malfermo sulle gambe possa riprendere fiato. Piano piano l’incontro riprende: il ritmo è estremamente basso, ma il pubblico può vedere chiaramente come i due uomini dentro la gabbia stiano già dando molto di più di quanto potesse essere lecito chiedere. Tra impatti contro la gabbia, botte con la sedia e altri colpi vari, l’incontro sembra procedere normalmente verso la fine, con Mick Foley che continua ad esibire il suo sorriso folle con la bocca piena di sangue e The Undertaker che a sua volta può esibire una una ferita alla fronte. Ma il Mrs. Foley’s Baby Boy ha in serbo ancora una sorpresa: da sotto il ring tira fuori un sacco con dentro migliaia di puntine che rovescia direttamente sul ring. L’incontro arriva così velocemente alla fine, con The Undertaker che schiena Mick Foley dopo la sua consueta Tombstone Piledriver, ma non prima di aver schiacciato due volte il suo avversario sul tappeto di puntine.

Anche se sconfitto, Mick Foley può uscire di scena tra gli applausi del pubblico. Tra gli infortuni che si è procurato nel corso di quell’esibizione è possibile elencare: una commozione cerebrale, una spalla e la mascella slogate, due costole rotte, la perdita di un dente e mezzo, una dozzina di punti per il taglio sotto il labbro, un ematoma ad un rene. Ma queste sono cose che più o meno conoscono tutti coloro che hanno avuto modo di vedere l’incontro e leggere articoli a proposito. Quello che invece il pubblico non conosce nei dettagli è il percorso che ha portato i due wrestler ad esibirsi in uno spettacolo simile. E si tratta soltanto di uno dei tanti episodi che costellano l’intensa carriera di Mick Foley e che lui stesso in prima persona racconta in questo suo primo volume autobiografico. Have A Nice Day! è un lungo viaggio nella memoria nel quale, partendo dalla scoperta del mondo del wrestling ed arrivando in pratica fino alla sua conquista della cintura di campione WWE, Mick Foley offre al lettore non solo una lunga galleria di aneddoti che raccontano storie e retroscena, ma anche e soprattutto la possibilità di gettare uno sguardo dietro le quinte, anche grazie ad una narrazione tanto lucida quanto autoironica.

Ad esempio, nel caso dell’incontro menzionato sopra, Mick Foley non esita a raccontare candidamente di come il tutto sia stato il risultato di una sua idea. Sapendo di dover affrontare The Undertaker in un Hell In A Cell, si mise a studiare con attenzione l’incontro precedente tra il suo avversario e Shawn Micheals. La conclusione a cui arrivò facilmente era impietosa: i due erano stati protagonisti di un match talmente straordinario che sarebbe stato praticamente impossibile da replicare. Non solo lui non poteva in alcun modo competere con l’agile ed esplosiva abilità atletica di Shawn Michaels, ma nemmeno il suo avversario avrebbe potuto replicare quanto fatto da lui stesso un anno prima: a causa di un infortunio, The Undertaker sarebbe dovuto salire sul ring con una frattura ad un piede ancora in via di guarigione. Da qui l’idea di stupire subito il pubblico con un volo da cinque metri d’altezza.

Quando presentò la sua idea al suo avversario, questo si mostrò ben più che esitante a causa della sua evidente pericolosità. E The Undertaker continuò ad essere dubbioso in merito fino a pochi giorni prima dell’incontro, cioè fino a quando la valutazione delle loro condizioni fisiche e l’insistente convinzione del suo avversario sulla fattibilità del tutto non ebbero la meglio sulle sue resistenze. Ma la sicurezza che ostentava non era incoscienza del pericolo: Mick Foley sapeva bene che sbagliare la caduta avrebbe potuto causargli danni gravissimi. Così, quando si rimise in piedi dopo la prima caduta, pensava che il peggio fosse passato. Invece la seconda – non pianificata – caduta dalla rete della gabbia fu paradossalmente peggiore della prima. Per quanto avvenuta da un’altezza leggermente inferiore e su un piano più elastico rispetto al tavolo dei commentatori, la caduta di schiena sul ring gli fece perdere completamente i sensi per un paio di minuti, tanto che quando cominciò a riprendersi dovette orientarsi senza avere ben chiaro cosa fosse accaduto nel frattempo. E senza riuscire a riguadagnare un buon livello di lucidità mentale per tutta la durata dell’esibizione. Non a caso fu solo nei giorni successivi che riuscì a rimettere insieme tutti i pezzi di quella ventina di minuti vissuti in stato di semi-coscienza, rivedendo la registrazione dell’incontro e parlando con le altre persone coinvolte.

Quello che risulta chiaro, da questo come dai tanti altri episodi che Mick Foley condivide con il lettore, è che il wrestling è una disciplina molto meno finta di quanto tendano a pensare i non appassionati. Ovviamente i risultati degli incontri sono sempre prestabiliti. E la violenza che viene esibita è frutto di scelte coreografiche. Ma gli effetti di quella violenza spesso sono reali, a volte più di quanto gli atleti facciano vedere al pubblico. A proposito degli scontri fisici che è possibile vedere durante un incontro di wrestling è pertanto possibile individuare due diversi tipi di finzione: una per eccesso e una per difetto. Infatti, come ci sono momenti in cui i wrestler fanno finta di provare dolore in seguito a colpi che non arrivano nemmeno a sfiorare il loro bersaglio, così ce ne sono altri in cui lasciano trasparire molto meno dolore di quanto ne stiano effettivamente provando. In pratica il wrestling è una di quelle attività in cui i soggetti coinvolti non possono evitare di fare realmente ciò che fingono di fare. Non trattandosi di uno sport competitivo, il fare male all’avversario è qualcosa che appartiene alla finzione scenica e non alle reali intenzioni dell’atleta, ma allo stesso tempo è qualcosa che l’atleta non può evitare di fare. Quindi l’abilità degli atleti non consiste semplicemente nell’evitare di danneggiare fisicamente sé o gli altri, quanto piuttosto nell’evitare che i danni possano essere gravi o permanenti. Paradossalmente, la finzione si trova così a diventare più realistica della realtà stessa: il dolore è reale come chiede la finzione, indipendentemente da quali siano le “reali” intenzioni degli atleti coinvolti. La finzione scenica si appropria della realtà piegandola alle proprie necessità, ed il pubblico vi partecipa attivamente ben sapendo quale sia la natura dello spettacolo al quale sta assistendo: una forma d’intrattenimento prima di tutto, ma anche un’esibizione sportiva nel quale il risultato non ha alcun valore se non all’interno della finzione stessa.

Proprio in quanto forma di spettacolo, il wrestling riesce ad essere uno sport nel quale il risultato assume un valore secondario rispetto all’esibizione stessa. Ed essendo svincolate dall’indeterminazione di risultati da raggiungere attraverso la competizione, le performance atletiche degli atleti arrivano ad incarnare lo spirito olimpico in una forma incompromissoria. Se nelle discipline sportive classiche la nota affermazione di uno dei padri delle Olimpiadi moderne, secondo cui la cosa importante non è vincere ma partecipare e battersi al meglio delle proprie possibilità, spesso suona come una forma di consolazione rivolta ai perdenti, nel wrestling si tratta di una regola di base. Criticare il wrestling concentrandosi su quanto vi è di predefinito significa rapportarsi alla realtà di una finzione al di fuori dei limiti che essa stessa definisce. Anche se i wrestler non lottano realmente tra loro, all’interno della finzione la lotta che prende forma grazie alla loro messinscena è reale. E spesso molto pericolosa.

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Beyond The Mat – Barry W. Blaustein

Che cosa spinge una persona ad indossare i panni di un wrestler, a mettere in gioco la propria incolumità per uno spettacolo sportivo? Questa è la domanda che spinge il regista Barry W. Blaustein a girare il documentario Beyond The Mat. E la consapevolezza dell’impossibilità di arrivare a formulare una risposta univoca non solo non costituisce un problema, ma anzi fa sì che il racconto delle vicende non sia influenzato da preconcetti. Lo spettatore ha così la possibilità di gettare uno sguardo dietro le quinte di un mondo, quello del wrestling professionale e non solo, guidato dal punto di vista di un appassionato curioso. E coerentemente con l’argomento in questione, il regista procede inserendo l’oggetto della sua indagine all’interno di una cornice narrativa che ne dipinga la genesi. Offrendo una narrazione che intreccia realtà e finzione proprio come avviene nel wrestling. Si parte così da una breve ricostruzione dei primi anni della passione dell’autore per questo sport-spettacolo. L’episodio ricordato dall’autore riguarda una sera in cui da bambino venne accompagnato dal padre a vedere uno spettacolo di wrestling e, all’uscita, vide uno dei protagonisti salire nella propria automobile e andare via tranquillamente con la propria famiglia. E l’autore si chiede: che tipo di persona sarà mai una che per anni entra ed esce dal ring convivendo con la violenza e col dolore? Come fanno a coesistere una normale quotidianità con l’immedesimazione in personaggi a volte estremi e con il dolore che può diventarne parte integrante? Per rispondere, Blaustein decide di offrire un rapido sguardo d’insieme sul mondo del wrestling in generale per poi mettere a fuoco tre grandi figure della storia di questo spettacolo: Terry Funk, Mick Foley e Jake “The Snake” Roberts. Si tratta di tre personaggi che in virtù della forza – quando non della drammaticità – della loro esperienza, mostrano chiaramente allo spettatore quanta realtà ci sia dietro la finzione. Perché è vero che gli incontri sono coreografati ed i risultati predefiniti, ma è altrettanto vero che il concreto rischio di subire gravi danni fisici è qualcosa che gli atleti devono affrontare ogni volta che si esibiscono. E il dolore fisico è qualcosa con cui non possono non imparare a convivere.

Si parte da quella che, allora come oggi, è la major assoluta ed indiscussa del wrestling professionale, la WWE di Vince McMahon (precedentemente nota come WWF), nel pieno di uno dei suoi periodi di maggiore popolarità e creatività, quello che passerà alla storia come l'”Attitude Era”. Si passa quindi ad una scuola indipendente di wrestling, per gettare uno sguardo sulle ambizioni di chi le frequenta e sull’appassionata fatica di chi sale su un ring con il rischio di farsi male e la certezza di uscirne comunque con botte e lividi per pochi soldi, nella speranza di riuscire un giorno a raggiungere le grandi folle. E per completare il quadro d’insieme, le telecamere vanno anche a documentare cosa quanto accadeva nel mondo della ECW, la federazione indipendente che non solo era nel pieno dell’incremento della sua popolarità, ma stava ridefinendo in modo radicale i canoni ed i confini del wrestling più estremo. Ed in mezzo a tutto questo, non manca anche una parentesi su Darren Drozdov, il wrestler diventato famoso come “Puke”, in virtù della sua capacità di vomitare a comando (oggi su una sedia rotelle a causa di un incidente al collo durante un incontro), come un breve passaggio su Chyna, di cui qui cerca di catturare il suo lato femminile, un aspetto quasi completamente inedito per chi ha sempre avuto modo di vederla in veste professionale.

Ma il tono cambia facendosi più partecipe ed emotivo non appena l’obiettivo della telecamera comincia a seguire in modo più ravvicinato la vita lontano dal ring dei tre wrestler sopra citati. Con oltre 30 anni di carriera alle spalle, Terry Funk viene ritratto nella sua realtà di ultracinquantenne dal fisico distrutto che dovrebbe, per il suo bene e per quello della famiglia, smettere di praticare wrestling. Oltre che grazie alle parole del dottore che parla del suo ginocchio profondamente danneggiato, tutta la drammaticità degli incontri di Terry Funk si può leggere nelle espressioni della moglie e delle figlie che assistono ai suoi incontri: gli sguardi fissi, le bocche tirate, le espressioni di paura, sono gli elementi che narrano, più di quanto qualsiasi parola potrebbe mai fare, quanto sia palpabile il rischio di danni permanenti, di oltrepassare una sorta di punto di non ritorno. Quasi come fosse una dipendenza, Terry Funk viene seguito mentre organizza quella che dovrebbe essere la serata del suo ritiro, ma che col passare del tempo si rivelerà essere più un arrivederci che un addio. Il main event previsto per la serata è un incontro con Bret “The Hitman” Hart, in quel periodo campione della WWE e star indiscussa del wrestling mondiale. Oltre ai partecipanti ci sono amici, colleghi passati e recenti; tutto farebbe pensare ad una vera e propria uscita di scena, ma malgrado i buoni propositi di quei giorni Terry Funk continuerà per anni ad entrare ed uscire dal ring, sebbene con sempre minore frequanza, e non raramente in azioni che lo vedranno affiancare quella che è la seconda figura cardine del documentario, il suo amico Mick Foley.

Ai tempi delle riprese del documentario, Mick Foley era all’apice del suo successo nella WWE. Mankind, uno dei suoi personaggi e comunque quello di maggiore successo, indossava la cintura di campione ed aveva raggiunto un altissimo livello di popolarità in virtù delle sue esibizioni estreme. Sposato con una bella moglie e padre di due figli piccoli, Mick Foley si dimostra essere una persona estremamente gentile ed intelligente. Dotato di un fisico che, per quanto imponente, è ben distante dal poter essere definito come “atletico”, diventa una leggenda del wrestling in virtù delle sue esibizioni estreme. Il racconto di Blaustein cattura alcune istantanee della vita di Foley nell’arco di tempo che ruota attorno a due dei suoi incontri più estremi: l’Hell In A Cell contro The Undertaker nel 1998 e l'”I Quit” match contro The Rock nel quale difendeva la sua cintura di campione. Fuori dallo schema delle storyline del wrestling professionale, l’incontro di Mankind contro The Undertaker viene qui accompagnato dai ricordi della moglie e dalla sua paura che fosse morto. In quell’incontro Foley vola prima dalla cima della gabbia (cioé da quasi 5 metri d’altezza) sul tavolo dei commentatori e dopo, sempre dalla cima della gabbia, all’interno del ring in seguito ad una caduta che, pare, non fosse prevista. L’incontro viene rallentato due volte dall’ingresso di altre persone della federazione che permettono a Foley, soprattutto in seguito al secondo impatto, di riprendere conoscenza e continuare l’esibizione. Foley uscirà da quell’incontro in stato confusionale con un paio di costole rotte, una commozione cerebrale, e vari altri danni, incluse parecchie puntine piantate nel corpo. Sua moglie racconta, con tutte le sensazioni spiacevoli che un simile ricordo sembra rievocare, della preoccupazione derivante dal vedere la parte superiore della gabbia cedere ed il marito cadere a peso morto nel mezzo del ring (con anche una sedia piegata che lo segue e lo colpisce in faccia), e per quanto Mick Foley si preoccupi di dire di non avere più intenzione di fare una cosa del genere, in lei è possibile cogliere un misto di preoccupazione e rassegnazione di fronte alla possibilità che il marito venga meno a questo intento.

Foley viene seguito mentre va in giro e gioca con i figli che lo adorano, e questo fino ad arrivare ad uno dei punti più intensi di tutto il documentario: l’incontro con The Rock per il titolo. La telecamera di Blaustein segue la famiglia di Foley mentre lo va a trovare nel backstage già nei panni di Mankind e dove questo parla tranquillamente con The Rock preoccupandosi di far capire ai figli che si tratta di uno spettacolo e che quell’uomo è un amico. Ma lo spettacolo è estremamente intenso, tanto che nelle fasi finali, quando tutta l’area attorno al ring risuona della sedia che The Rock usa per colpire la testa di Mankind, la moglie disperata abbandona il suo posto tra il pubblico portandosi via i figli in lacrime. Nel backstage, un Foley coperto di sangue e con un enorme ematoma in testa, scherza con la famiglia tranquillizzandola sulle sue condizioni. Sarà solo dopo qualche mese, quando lo stesso Blaustein andrà a trovarlo a casa per mostrargli il girato, che si scoprirà visibilmente scosso nel vedere le immagini della sua famiglia che piange. Nell’espressione di Foley di fronte alle immagini dei figli spaventati è possibile cogliere un turbamento che nessuna forma di dolore fisico sembra essere mai riuscita a provocare.

Ma se da un lato i primi due protagonisti si rivelano essere persone che fuori dal ring sono completamente diverse da quelle che agiscono durante gli spettacoli, dall’altro la terza figura su cui si concentra il regista sembra l’esatto opposto: Jake “The Snake” Roberts è una figura sola e tormentata, sul ring e fuori. Osservandolo muoversi, parlare, incontrare la figlia che non vede da quattro anni e poi naufragare nell’alcool, nella droga e negli antidolorifici, riesce quasi impossibile non vedere in lui una delle figure che possono aver ispirato Darren Aronofsky nella caratterizzazione del wrestler Randy “The Ram” Robinson. Anche lui dotato di un fisico tutt’altro che impressionante per muscolatura e capacità atletiche, Jake “The Snake” Roberts è stata una stella di primo piano del wrestling professionistico degli anni ’80 fino ai primi anni degli anni ’90. Oggi, con un fisico provato dai colpi (tra tutti, anche se non ricordato dal regista, vale la pena di ricordare il promo in cui Honky Tonk Man, nel 1987, lo colpisce in testa con una chitarra vera e non con una di quelle leggere da rompere negli spettacoli, infortunandolo in modo irreveresibile al collo, a tal punto da essere una delle cause della sua dipendenza da antidolorifici), Jake Roberts si svela essere un uomo tormentato, in preda della solitudine, dei rimpianti, ed in generale dei fantasmi di una vita tutt’altro che facile che lo accompagnano fin da quando era bambino. Jake Roberts è un individuo che paradossalmente sembra riuscire a mantenere un contatto con il mondo proprio attraverso le comparsate che ogni tanto fa in qualche spettacolo.

In generale, è proprio in virtù di materiale come questo che il documentario di Blaustein riesce a mantenere viva l’attenzione dello spettatore di fronte alle storie di personaggi che, in accordo con quanto richiesto dalla loro professione, si muovono costantemente al confine tra realtà e finzione. Non si tratta di un lavoro particolarmente interessante dal punto di vista registico, anzi, quando si avventura nel montaggio di sequenze che provano a fuoriuscire dalla mera narrazione dei fatti, i risultati sono tutt’altro che esaltanti. (Ad esempio, nella sequenza in cui si vede la famiglia di Mick Foley quasi in panico a causa dei colpi in testa che il wrestler continua a prendere sul ring, la scelta di inframezzare i pianti di moglie e figli con delle serene scena di vita domestica non solo diminuisce l’impatto della sequenza, ma addirittura le fa assumere un tono quasi stucchevole.) Ma al termine della visione, rimane l’intensità del vissuto e dell’esperienza dei wrestler protagonisti, di una forza che in larga parte (se non esclusivamente) è riconducibile al valore del materiale che il regista si trova tra le mani. Se l’obiettivo del documentario era offrire una risposta all’interrogativo di quali motivazioni possano spingere una persona a fare quello che fa un wrestler professionista, il regista è ben lontano dall’aver centrato il bersaglio. Ma ben presto appare chiaro che la domanda era solo un pretesto per andare a guardare in zone solitamente distanti dagli occhi delle telecamere. Mostrando come quelle stesse persone che nella vita di tutti i giorni si rivelano essere educate e gentili poi si esibiscano in spettacoli violenti in cui si trovano non raramente ad uscire di scena coperti di tagli, sangue ed ematomi, ne aumenta la loro enigmaticità. Quasi fosse una sorta di lungo servizio televisivo o di un “making of” da inserire come extra in qualche DVD, il lavoro di Bleustein assume i connotati di una produzione evidentemente pensata e realizzata da un appassionato di wrestling per altri appassionati. Chiunque non conosca perlomeno un minimo di storia di tale disciplina probabilmente potrebbe trovare ben più di una difficoltà ad orientarsi tra volti, nomi e situazioni, o a contestualizzare quanto di volta in volta viene mostrato. Ma pur ignorando la maggior parte dei riferimenti da e per appassionati, rimane quasi impossibile non assistere alla demolizione del preconcetto secondo cui i wrestler farebbero finta di farsi male. Perché è vero che il contesto è quello di una finzione, ma è anche vero che molti colpi sono reali, come reali sono i punti di sutura applicati sui tagli, le cure da applicare sugli ematomi, ed in generale tutto il dolore che accettano di subire in funzione dello spettacolo.

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