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The Mist – Frank Darabont

L’elenco di film tratti da racconti o romanzi di Stephen King è tutt’altro che breve, si va da produzioni che ambiscono ad una rappresentazione “fedele” delle opere da cui traggono ispirazioni, a riletture più libere e meno necessariamente aderenti alla parola scritta. Nel primo insieme si possono trovare perlopiù le produzioni televisive, come le miniserie dedicate a It o a The Tommyknockers, lavori che ponendosi come poco più che trasposizioni in immagini dei relativi romanzi finiscono spesso per diventarne le sbiadite copie (anche se L’Ombra dello Scorpione firmato da Mick Garris meriterebbe un discorso a parte). Nel secondo insieme invece si trovano le opere di registi che partendo dai lavori dello scrittore del Maine hanno dato vita ad opere nelle quali la deviazione, a volte anche profonda, dalla storia originale ha permesso la realizzazione di lavori memorabili come Christine, La macchina infernale di John Carpenter, La Zona Morta firmato da David Cronenberg o la versione di Shining che può vantare Stanley Kubrick alla regia. Si tratta di  tutti quei casi in cui, anche se non interviene direttamente nel susseguirsi degli eventi narrati, la firma del regista appare immediatamente evidente. Ovviamente, in un campo come quello cinematografico, la suddivisione di qualcosa come l’insieme dei film tratti dai libri di un particolare scrittore utilizzando come spartiacque la maggiore o minore aderenza alla storia così come è stata scritta dal romanziere ha un valore meramente indicativo: molteplici sono i lavori che per qualche motivo non possono essere collocati in modo esclusivo all’interno dell’uno o dell’altro sottoinsieme, e si tratta di tutti quei lavori che pur scegliendo di non rinunciare alla specificità dell’immagine cinematografica cercano comunque di mantenere la massima fedeltà all’opera di cui offrono una versione. Ed è proprio in questa zona di confine che si colloca un lavoro come The Mist, diretto da un regista come Frank Darabont che nella sua filmografia poteva contare, al momento della realizzazione, già altri due notevoli adattamenti di storie create da Stephen King: Le ali della Libertà e Il Miglio Verde.

Come tutti i grandi autori della letteratura, anche King può vantare tutta una serie di temi e costanti che ricorrono nella sua produzione andando a formare una poetica ben definita. Nelle storie di King il Male è spesso tutt’altro che astratto, è qualcosa di tangibile e concreto, talvolta addirittura banale. Nell’universo dello scrittore del Maine a volte il male assume la forma di qualcosa di sovrannaturale che irrompe nella quotidianità ed è causa di terrore in prima persona (come nel caso di It, per quanto non vada comunque dimenticato il ruolo fondamentale giocato nella vicenda dal bullo e dai suoi sgherri che perseguitano i protagonisti). Ma non è sempre così, perché in molti altri casi l’irruzione di qualcosa di sovrannaturale o fantastico o inconsueto in generale non è la fonte del male in sé, ma si pone come una sorta di innesco per attivare ciò di malvagio si agita in persone normalmente semplici ed apparentemente inoffensive. E’ il caso, ad esempio, del recente The Dome, nel quale l’apparizione dal nulla di una barriera indistruttibile che separa Chester’s Mill dal resto del mondo è l’elemento fantastico che irrompe nella normale routine di una cittadina apparentemente tranquilla. Ma l’orrore che segue ha ben poco  a che vedere, perlomeno direttamente, con la barriera in quanto tale: il male, il dolore, gli orrori e la morte che si diffonderanno nella piccola cittadina hanno un’origine profondamente umana. Infatti, al di là dei pochi casi persone uccise direttamente dalla barriera al suo apparire, quanto di male accadrà in seguito sarà frutto della separazione della cittadina dal resto del paese e dalla conseguente sensazione di completa impunità che qualcuno non esiterà ad utilizzare per scopi meramente egoistici. O ancora si potrebbe fare l’esempio di Cose Preziose, la storia nella quale il misterioso Leland Gaunt apre un negozio nella cittadina di Castle Rock dove quasi ogni abitante  (in realtà, tutti escluso lo sceriffo) riesce a trovare ciò che desidera a condizione, qualora non fosse in condizione di pagare l’oggetto, di accettare di fare un “piccolo” favore al negoziante, un piccolo atto spesso presentato come uno scherzo. Richiesta dopo richiesta, la frequenza e l’intensità degli atti richiesti in cambio degli oggetti desiderati aumentano progressivamente: dalle (apparentemente) innocue azioni iniziali si passa ad atti vandalici, fino ad arrivare alla violenza vera e propria. Anche in questo caso c’è un elemento soprannaturale (il negoziante che riesce ad offrire nel suo negozio qualsiasi oggetto di desiderio, appunto) che irrompe nella vita della cittadina, ma la vera sorgente da cui trae origine il male per propagarsi e diffondersi si rivelano essere l’egoismo e l’avarizia delle persone che entrano nel suo negozio: la malvagità è già presente nelle persone che accettano di violare le regole (quelle non scritte di una normale e pacifica convivenza come quelle imposte dal rispetto della legge) pur di soddisfare i propri desideri, Leland Gaunt non fa altro che stimolarla e farla affiorare in superficie per poi nutrirla e liberarla.

Pur non rinunciando alla presenza di creature mostruose e sanguinarie che saranno causa della maggior parte delle morti, è comunque questo il tipo di male al quale è possibile ricondurre anche gli eventi narrati in The Mist. David (Thomas Jane) è un artista che vive in una casa vicino al lago con moglie e figlio. Quando una notte la sua abitazione viene danneggiata da una tempesta, al mattino lascia a casa la moglie e si dirige, assieme al figlio e al vicino di casa che gli aveva chiesto un passaggio, verso il supermercato del paese per fare acquisti. Durante il viaggio, i tre vedono un intenso movimento di mezzi militari, ma per il momento non hanno alcun motivo per preoccuparsi. A causa delle condizioni climatiche il supermercato è estremamente affollato e tutto sembra essere nella norma. Perlomeno fino a quando un abitante del paese non si precipita all’interno del negozio macchiato di sangue ed urlando che dentro la nebbia, quella stessa che al mattino David e la sua famiglia avevano visto muoversi sopra il lago, si nasconde qualcosa di pericoloso. Dall’interno del supermarket è possibile vedere la nebbia avanzare fitta attraverso il parcheggio fino ad avvolgere completamente la struttura isolandola, e sentire dal suo interno provenire atroci urla di dolore. Una donna chiede aiuto ai presenti affinché qualcuno la accompagni a casa dove si trovano da soli i suoi due figli, ma le sue preghiere rimarranno inascoltate, e silenziosamente si avventura da sola nella nebbia misteriosa. Comunque, per quanto fondata sulla paura, la prima reazione da parte degli assediati sarà di profonda incredulità, e nemmeno la testimonianza da parte di David e delle persone che assieme a lui hanno assistito sul retro alla morte di un ragazzo, dilaniato da misteriosi tentacoli che uscivano dalla nebbia, riuscirà a dissuadere altre persone dal tentare di avventurarsi all’esterno.  Solo dopo che alcuni clienti faranno un tentativo, tragicamente mortale, di avventurarsi all’esterno, la folla prenderà coscienza del pericolo; e quando durante la notte orribili creature sconosciute tenteranno di sfondare la vetrata del negozio, arrivando in qualche caso a riuscire a penetrare all’interno, la folla disperata non potrà fare a meno di fronteggiare le forme di alcune delle creature che si nascondono all’interno della nebbia. Ma mentre David, Amanda (Laurie Holden), e poche altre persone cercano di organizzarsi per resistere e sopravvivere all’orribile minaccia, una fanatica religiosa, la signora Carmody (Marcia Gay Harden), predica ed urla le sue invettive apocalittiche, convincendo progressivamente la maggior parte dei presenti che quanto accade è l’Armageddon inviato da Dio per punire i peccatori e chi disobbedisce alla sua parola, e purificare così il mondo. Il fanatismo religioso si propaga velocemente, tanto che nel giro di pochissimo tempo la fanatica riesce ad ottenere un livello di controllo tale da permetterle di scagliare i suoi “fedeli” contro David e le altre persone che le si oppongono, additandoli come peccatori non disposti a pentirsi (ed in quanto tali causa della loro situazione), e chiedendo che il figlio di David e Amanda siano presi e sacrificati per placare le creature. Sebbene David e gli altri schierati assieme a lui riescano a riprendere il controllo della situazione, evitando i sacrifici umani della donna e del bambino, l’azione della signora Carmody e della folla a lei fedele, proprio in virtù della propria impaziente irrazionalità, si rivelerà decisiva nell’esser causa del tragico finale.

Quella che Darabont porta sullo schermo è la narrazione di una vicenda in cui i tipici elementi dell’orrore firmato King incontrano Carpenter, Golding e Lovecraft. La nebbia che è fonte di orrore e morte era un tema che John Carpenter aveva già portato sullo schermo agli inizi degli anni ’80, e Darabont non manca di riconoscere nella primissima sequenza del film il proprio tributo al maestro inserendo tra i vari dipinti nella casa di David anche la locandina de La Cosa. Ma a differenza di quanto avviene nel suo predecessore, la nebbia di The Mist non è popolata da fantasmi, ma da orribili creature, esseri provenienti da un altra dimensione attraverso un portale aperto durante un esperimento effettuato nella vicina base militare. Si tratta di creature mostruose che non mancano di riportare alla mente particolari gli Antichi ed altri esseri spaventosi che popolavano l’universo lovecraftiano. Ma l’influenza del maestro di Providence non si fa sentire solo sul piano estetico (i tentacoli che fuoriescono dalla nebbia, per esempio); a causa dell’avventurarsi nella vicina farmacia alla ricerca di medicinali per curare i feriti, ed in seguito alla visione degli orrori ivi racchiusi, il meccanico Jim sarà uno di coloro che riusciranno a tornare al supermercato ma sarà scosso a tal punto da convertirsi immediatamente al credo improvvisato dalla signora Carmody.  Nella nebbia di King, come ad esempio nelle gallerie antartiche descritte da Lovecraft in Alle Montagne della Follia, le creature non sono solo ostili nei confronti degli esseri umani, ma sono anche in lotta tra loro, e la loro visione può portare alla pazzia. L’orrore di una simile situazione deriva dal fatto che quelle inizialmente vengono viste come minacce orribili e disgustose non rappresentano mai il limite ultimo del terrore, perché a loro volta queste sono prede di altre creature ancora più grosse ed orribili che si nascondono alla vista: la folla assediata non avrà mai modo di vedere nella sua interezza la creatura a cui appartengono i tentacoli, né David e gli altri fuggiaschi riusciranno a mettere a fuoco per intero l’essere gigantesco che incrociano sulla strada nel loro tentativo di uscire dalla nebbia.

Ma sopratutto, qui come in diverse altre opere del maestro dell’horror, al di là dei singoli personaggi e dei contesti entro cui si trovano collocati, fa ancora una volta sentire tutta la propria influenza Il Signore delle Mosche di William Golding. Come nell’isola dove i piccoli naufraghi finiscono con il creare un inferno in terra a causa del progressivo abbandono delle regole della convivenza civile, così in King il Male emerge quando per un motivo o per l’altro una comunità non si sente più in dovere di rispettare le norme della società da cui provengono. La distruzione delle istituzioni ne L’Ombra Dello Scorpione a causa dell’epidemia di influenza mortale che stermina l’umanità, così come l’impossibilità di far rispettare la propria autorità da parte dello Stato a causa della barriera in The Dome, sono esempi di come, una volta che l’equilibrio dello status quo viene alterato, le pulsioni più basse, egoistiche ed irrazionali dell’umanità tendano ad emergere inarrestabili. Similmente, il diabolico Leland Gaunt di Cose Preziose farà piombare nel caos Castle Rock abituandola lentamente e progressivamente a non rispettare le regole pur di assecondare i propri egoistici desideri: come fosse un veleno somministrato a piccole dosi, giorno dopo giorno il negoziante corrompe gli abitanti di Castle Rock abituandoli in modo graduale ad assecondare i propri desideri a discapito delle norme generali, vincendo la loro diffidenza iniziale attraverso la richiesta di fare piccoli scherzi (apparentemente) innocui, per quanto di dubbio gusto, per poi arrivare ad adatti di vandalismo e crimini veri e propri. Ed allo stesso modo, impossibilitata a comunicare con il resto del mondo, circondata da un muro di nebbia che non permette di vedere nulla, la piccola folla nel supermercato di The Mist si trova ben presto a costituire una comunità che, impossibilitata a trovare punti di riferimento all’esterno, non potrà fare altro che cercarli all’interno. La mancanza di notizie provenienti dall’esterno insieme all’incertezza sul loro futuro e alla profonda paura ispirata dalle creature all’esterno sono il terreno fertile nel quale i deliri della signora Carmody hanno modo di crescere e radicarsi a fondo in un intervallo di tempo brevissimo, vale a dire in meno di un paio di giorni.

Per quanto Darabont non esiti a mostrare le creature in tutta la loro spaventosa pericolosità, risulta ben presto chiaro che, in sintonia con la scrittura di King, più che sull’orrore all’esterno intende puntare l’obiettivo sulla psicologia della folla assediata, e su come questa possa diventare facilmente preda di pulsioni oscure una volta venuti meno gli elementi che possono fornire argini e freni. Quella che qui viene messa in scena ancora una volta è un’esibizione della debolezza del Bene nei confronti del Male, non solo dal punto di vista della capacità di fare proseliti, ma anche e soprattutto di comprendere ed adattarsi al mutarsi del contesto. Nella visione del mondo di King il Bene è sempre svantaggiato rispetto al Male, e anche nei casi in cui alla fine riesce a trionfare, ciò avviene sempre dopo aver pagato un prezzo molto alto in termini di vite e dolore. Privata di fondamenti all’esterno, la folla del supermarket si ritrova a riorganizzarsi come comunità chiusa isolata dalla pericolosa nebbia fuori. Ma quello che David insieme agli altri personaggi che cercano di mantenere un approccio razionale alla situazione non comprendono è che una qualsiasi spiegazione, per quanto farneticante, è sempre meglio di nessuna spiegazione, soprattutto se l’alternativa al monologo ininterrotto della fanatica è un minaccioso silenzio. Quello che la signora Carmody offre a chi decide di seguirla è una voce che rompe il silenzio non permettendo al suono ovattato della nebbia di penetrare all’interno: i suoi interminabili monologhi offrono una spiegazione del perché del loro presente e, cosa più importante, una  possibilità di salvezza per il futuro. Il suo comportamento è la lente che permette di osservare le ragioni del fallimento di David e di chi si schiera dalla sua parte: per quanto il suo gruppo di persone sia costantemente ritratto come quello positivo (sono loro quelli che cercano di organizzare la sopravvivenza del gruppo, di difenderlo e di curarlo) la loro incapacità di rapportarsi ad un contesto mutato sarà la ragione del loro fallimento. L’errore di David e di tutti quelli che si schierano dalla sua parte consiste nel non tenere adeguatamente in considerazione quanto le mutate condizioni possano essere fonte di profondi cambiamenti, nel cercare di rimanere conformi a quei principi e valori che prima del diffondersi della nebbia trovavano il proprio fondamento nella società nella sua interezza. Se da un lato appare irrazionale il comportamento della folla che si abbandona ai deliri salvifici della fanatica religiosa, dall’altro, malgrado le buone intenzioni, non appare più fondato l’attaccamento alla razionalità e a schemi di comportamento antecedenti alla apparizione della nebbia. Nessuno sa dove e soprattutto se possano ancora esserci un mondo ed una società così come lo conoscevano al di fuori della nebbia solo un paio di giorni prima. Tuttavia entrambe le fazioni agiscono come se possedessero una risposta: i fanatici religiosi si comportano come se effettivamente fosse l’Apocalisse e pertanto la fine del mondo e della civiltà così come l’hanno sempre conosciuti, ed allo stesso tempo David ed i suoi compagni di avventura si comportano come se avessero una qualche certezza sul fatto che la nebbia non abbia avvolto tutto il pianeta e che pertanto le vecchie regole siano ancora valide e da rispettare. In pratica, l’irrazionalità del protagonista e di tutti coloro che si schierano dalla sua parte consiste nel comportarsi come se sapessero che si tratta di una situazione provvisoria (quasi come se la loro situazione fosse paragonabile a quella di chi rimane chiuso in un ascensore ed è certo che prima poi qualcuno verrà a tirarlo fuori). E come nel caso de Il Signore Delle Mosche di Golding, di fronte ad una natura umana facilmente preda dell’egoismo e della cattiveria, nel propagarsi ed affermarsi del Male gioca un ruolo attivo anche la debolezza di chi si presenta come buono ma non lotta fino in fondo per offrire delle alternative alla sua seduzione. La nebbia è una rappresentazione di quel sonno della ragione che nel noto dipinto di Goya genera mostri. E la testimonianza di quanto l’irrazionalità sia penetrata a fondo in tutti i personaggi coinvolti nella vicenda si ha nel finale, quando David, in accordo con le altre persone in fuga assieme a lui, decide di utilizzare le ultime pallottole a disposizione per evitare che sia qualche mostro ad ucciderli, magari infliggendo loro atroci sofferenze. Si tratta di una decisione presa sulla base di una sorta di certezza dell’inevitabilità di un atroce destino, per quanto al momento non ci fosse motivo per temere un attacco nell’imminenza, e sebbene i vetri del mezzo dentro al quale viaggiavano prima di esaurire il carburante non offrissero uno scudo molto differente dalle vetrate del negozio. E così David, unico sopravvissuto dei cinque fuggiaschi, disperato oltre il limite del sopportabile assiste alla carovana di sopravvissuti portati in salvo dall’esercito impegnato nell’opera di bonifica rendendosi conto, insieme all’arretrare della nebbia, della follia del suo gesto. E davanti ai suoi occhi vede passare una donna con due bambini, quella stessa che all’inizio della vicenda aveva chiesto aiuto per raggiungere i figli e che nessuno aveva aiutato, l’unica figura ad essersi addentrata nella nebbia spinta non da una qualche forma di irrazionale certezza (come, ad esempio, la convinzione immotivata che nella nebbia non ci sia nulla di pericoloso) ma dal bisogno di raggiungere i figli malgrado il fondato timore (e la conseguente paura) che qualcosa di pericoloso possa agitarsi dove il suo sguardo non può arrivare.

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