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Chloe – Atom Egoyan

Come spesso accade nei film di Egoyan, tutto parte da una storia semplice: può essere una ragazza incinta che sperduta viaggia alla ricerca del padre del bambino che porta in grembo per poi trovarsi invece a fare la conoscenza di un serial killer; oppure può essere un uomo distrutto a causa dalla perdita della figlia, uccisa da un assassino, che cerca di lenire il proprio dolore frequentando uno strip club nel quale intreccia una relazione platonica con una spogliarellista; oppure può trattarsi di un avvocato, padre di una ragazza tossicodipendente, che si reca in un piccolo paese colpito duramente dal dramma di uno scuolabus che, affondando in un lago ghiacciato, ha lasciato quasi tutte le famiglie del luogo orfane dei propri bambini, e che propone loro di fare causa ai responsabili per ottenere giustizia e rimborsi. Si tratta di storie apparentemente semplici che vanno a formare le cornici entro le quali, con estrema cura e pazienza, il regista canadese va ad intrecciare raffinate trame dove il presente si intreccia con la memoria del passato, e i personaggi piano piano accumulano sempre maggiore spessore grazie ad una regia che li osserva e gli accompagna con occhio tanto attento quanto discreto. E da questo punto di vista, Chloe, pur in tutta la sua specificità, non costituisce un’eccezione. Si tratta infatti ancora una volta di un film dove la dimensione famigliare diventa in qualche modo fonte di disagio, se non di dolore, per i protagonisti coinvolti nella vicenda. E come nel caso di opere quali False Verità, Il Viaggio di Felicia o Il Dolce Domani, anche in questo caso si tratta di un film che prende spunto da una storia scritta da altri. Ma a differenza delle opere citate, Chloe non porta sullo schermo un racconto, quanto piuttosto un altro film, Nathalie…, firmato della regista francese Anna Fontaine, che per l’occasione poteva contare su un cast composto da Fanny Ardant Gerard Depardieu e Emmanuelle Beart. Chloe è infatti è un remake di Nathalie…, ma il cambio del titolo (come dei nomi di tutti i protagonisti e, ovviamente, dell’ambientazione) non sembra essere dovuto solo ad esigenze derivanti dal luogo nel quale il film è stato girato (America piuttosto che Francia) o dal rendere i personaggi in qualche modo più familiari al pubblico di riferimento (americano piuttosto che francese). Già a partire da quel cambio di nome, Egoyan inizia ad indicare come il suo film, per quanto sia un remake, non è una fedele riproduzione, né intende esserlo. Come nell’originale francese, l’opera viene individuata attraverso un nome di ragazza che indica la sua centralità nella vicenda. Ma per quanto le vicissitudini narrate si muovano su binari paralleli, Chloe non è Nathalie. Piuttosto è la sua ombra, intendendo questo termine non in senso negativo, ma come qualcosa che è inseparabile dal corpo al quale è legata e che con questo si muove all’unisono, ma che allo stesso cambia forma a seconda dei luoghi, delle luci e delle circostanze in generale. E già a partire dai nomi scelti per comporre il cast, se da un lato Liam Neeson porta sulla scena un personaggio molto simile a quello incarnato da Gerard Depardieu, dall’altro il tormento nevrotico di Julianne Moore risulta ben differente dalla dolorosa compostezza di Fanny Ardant, come l’enigmatica seduttività di Amanda Seyfried si scosta in modo netto e deciso dalla marcata sensualità di Emmanuelle Beart. Chloe è lo strumento attraverso il quale ancora una volta Egoyan porta in scena un soggetto in cui un presente ferito e sofferente cerca di affrontare e superare il ricordo di un passato tanto felice quanto irrecuperabilmente perduto. E al di là della provenienza della storia, il suo sviluppo (come anche la caratterizzazione dei personaggi) esibisce la firma del regista armeno-canadese. (Anche a livello tecnico, con l’obiettivo spesso impegnato a raccontare la storia attraverso primi piani o comunque sequenze nelle quali i volti degli attori riempono gran parte dello schermo; in particolar modo attraverso una Amanda Seyfried che, malgrado la giovane età, riesce a non sfigurare di fronte all’interpretazione di una Julianne Moore pienamente calata nella parte).

Catherine Stewart (Julianne Moore) e suo marito David (Liam Neeson) sono una coppia affermata. Lei è uno stimato medico mentre lui è un professore di musica spesso in viaggio per lavoro. Abitano in una grande casa, moderna ed arredata con cura, e sono genitori di un adolescente, Michael, anche lui interessato alla musica. Tutto sembrerebbe andare alla perfezione. Visti dall’esterno gli Stewart potrebbero ricordare una di quelle famiglie ideali utilizzate dagli spot televisivi per associare ad un prodotto un’idea di felicità e serenità. Ma quella che si agita alle spalle di un simile quadro è una situazione di disagio e mancanza di comunicazione. Catherine e David sono una coppia in crisi. In qualche modo, senza che nemmeno sappiano spiegare come o perché, hanno smesso di cercarsi e parlare tra loro. Inoltre lei ha un rapporto difficile anche con il figlio, dalla vita del quale si sente esclusa, e con il quale, analogamente a quanto accade con David, non riesce più a comunicare. Una situazione, questa, ulteriormente aggravata dal fatto che  invece tra di loro padre e figlio sembrano comunicare senza grossi problemi, aumentando così la sensazione della donna di estraniazione dal nucleo famigliare. Inoltre, a mettere profondamente in crisi il mondo di Catherine intervengono i suoi sospetti sulla fedeltà del marito: lei gli organizza una festa di compleanno a sorpresa e lui perde l’aereo e non arriva in tempo; lei lo vede divertirsi mentre chatta via internet con quella che dice essere una sua studentessa, ma quando lei si avvicina a vedere lui chiude la finestra come se avesse qualcosa da nascondere, o che comunque non sembra voler condividere con lei; e ancora, si trova a leggere di nascosto un messaggio inviato da una donna sul cellulare del marito dal contenuto ambiguo. Sebbene lui neghi senza alcuna esitazione qualsiasi relazione extraconiugale, in preda ad una profonda sensazione di insicurezza ed inadeguatezza, Catherine cerca di fare in modo di recuperare le attenzioni del marito, anche attraverso piccoli gesti. Come, ad esempio, lo sciogliere i capelli nel bagno del ristorante, in una sorta di competizione nei confronti della cameriera che li serve al tavolo, nei confronti della quale il marito si comporta in modo gentile, mentre lei crede che dietro le sue affabili buone maniere si nasconda un tentativo di approccio.

E’ a questo punto che entra in gioco Chloe (Amanda Seyfried), una ragazza che Catherine vede spesso nel quartiere in cui lavora e che capisce essere una prostituta. Si tratta di un personaggio che Egoyan ha voluto rendere estremamente sfuggente, quasi etereo: praticamente non si sa nulla del suo passato, del suo presente o dei suoi progetti per il futuro. Quasi fosse una sorta di incarnazione della soddisfazione dei desideri altrui, Chloe si prostituisce indossando di volta in volta quello che il suo cliente le fa capire di volere. Dopo un primo approccio amichevole da parte della ragazza, è Catherine ad avvicinarla per chiederle un servizio: cercare di sedurre suo marito per mettere alla prova la sua fedeltà, tenendolo assolutamente all’oscuro del fatto che lei è una prostituta. La ragazza accetta il lavoro e le due donne cominciano a vedersi sempre più assiduamente. Ed ogni volta Chloe racconta come il suo rapporto con David si faccia sempre più intimo ed intenso. Ma ben presto quella che sembrava essere la ricerca della prova di un adulterio, si trasforma in qualcos’altro. Infatti, sebbene Catherine abbia trovato una conferma ai propri sospetti nelle parole di Chloe, praticamente subito dopo il primo incontro, non solo non chiede alla ragazza di interrompere la sua opera di seduzione, ma anzi la invita a proseguire. Finendo così con il scoprire di provare eccitazione nei confronti di quella ragazza misteriosa e di ciò che le racconta, al punto di provare attrazione fisica per Chloe. Un’attrazione che la ragazza non solo non respinge, ma che confesserà essere presente in lei fin dalla prima volta che aveva visto la donna.

Alla fine Catherine scopre che tutto quello che Chloe le ha raccontato del suo rapporto con il marito era falso. Il suo tentativo di seduzione era naufragato già durante l’approccio iniziale. Gli incontri, i sotterfugi, il sesso nelle camere d’albergo, tutto era un’invenzione della ragazza. Ma quello che ben presto risulta chiaro è che dietro le azioni della ragazza non si celava semplicemente un modo per truffare del denaro ad una donna che si sentiva tradita, magari approfittando della sua vulnerabilità. Piuttosto che si tratta di una messa in pratica di esattamente quanto aveva detto a Catherine quando questa le aveva chiesto del suo lavoro: offrire al suo cliente ciò che questo le fa capire di desiderare. E quello che Chloe intuisce fin da subito è che per quanto Catherine dica di essere interessata a scoprire la verità, in realtà ciò che la muove è la mancanza del rapporto con il marito ed la passione che ancora forte nutre nei suoi confronti. Attraverso i suoi racconti, Chloe offre alla donna sposata un mezzo per soddisfare i suoi desideri. Ed infatti in più di un’occasione l’eccitazione di questa diventa incontenibile, al punto tale da spingerla nelle braccia della ragazza stessa. Attraverso i racconti di Chloe, di come David la desideri, la tocchi, la accarezzi, la possieda e si faccia possedere, Catherine scopre nel presente sensazioni e parole che credeva destinate a rimanere archiviate nel passato, o comunque nell’ambito di un presente dal quale lei era completamente esclusa. Il ruolo di Chloe non consiste semplicemente nell’indagare come potrebbe fare un qualsiasi investigatore privato, quanto piuttosto nel permettere a Catherine di riaccendere una passione spenta, sebbene per interposta persona. Ma non si tratta di una questione meramente fisica o sessuale, quanto piuttosto del colmare le lacune derivanti da un’assenza di comunicazione. E Chloe, con i suoi racconti, fornisce proprio quel mondo di parole attraverso le quali può tornare a provare sensazioni che la coinvolgono, cioè una realtà opposta rispetto al quotidiano silenzio famigliare.

Nel momento in cui Catherine scopre che la ragazza che pagava per sedurre il marito in realtà aveva inventato tutto, la sua reazione non è solo di rabbia, ma anche di delusione. Non tanto (o comunque non solo) per il fatto che la ragazza aveva preso dei soldi da lei ingannandola, quanto piuttosto per la scoperta che tutto ciò che aveva vissuto e provato era frutto di fantasia. Ancora prima del sollievo per aver scoperto che il marito si era dimostrato gentilmente ma fermamente disinteressato nei confronti della ragazza, si trova a dover fronteggiare la presa di coscienza di come non solo il dolore ma anche il piacere derivassero dall’immaginazione della ragazza. Ma quello che Chloe offre a Catherine non è solo la soddisfazione di una necessità momentanea, ma la possibilità di ritrovare un dialogo con il marito. Quella che il film nel suo insieme mostra è la fase negativa del rapporto coniugale, quella in cui il passato sereno si trova archiviato tra ricordi che risalgono ad un tempo antecedente all’inizio delle vicende narrate, e nel quale la relazione tra i due coniugi (ma anche tra la madre ed il figlio) raggiunge il massimo distacco; ma non si tratta di un mero dissolversi del loro  rapporto, quanto piuttosto di una fase che permette (con un movimento quasi hegeliano) un successivo riavvicinamento, che porta ad un nuovo inizio che non è il semplice recupero di un’era felice così com’era stata nel passato, quanto piuttosto l’affermazione di una dimensione positiva (il passato remoto) arricchita dal superamento di uno stadio critico (il passato recente).

In tutta questa vicenda, ciò che alla fine rimane realmente oscuro riguarda le motivazioni che spingono Chloe ad agire come agisce. Per quanto sia lei stessa a dichiarare che ciò che ha fatto è stato frutto di una sua non meglio definita attrazione nei confronti di Catherine, la natura di questa pulsione come le motivazioni che la agitano rimangono un mistero. Proprio come rimane misterioso tutto ciò che riguarda la ragazza e che non rientra nell’ambito del suo dar corpo ai desideri altrui. Ed è all’interno di questo giochi di specchi che si insinua il suo rapporto con il figlio di Catherine: come lei è un mezzo attraverso il quale Catherine cerca di arrivare a David, così Michael diventa lo strumento attraverso il quale Chloe cerca di raggiungere quella donna verso la quale prova attrazione (in ragione del fatto che ai suoi occhi lui è una sorta di emanazione di Catherine, nonché oggetto del suo amore) . Chloe cerca di avvicinarsi a Catherine attraverso il figlio di questa, in modo analogo a come la donna usa lei per cercare un contatto con il marito. Ma Chloe è un corpo estraneo rispetto alla famiglia, è  l’incarnazione della negatività che questa deve affrontare per poter trovare una nuova unità. E per quanto da un punto di vista globale Chloe non possa non essere vista come essenziale alla ritrovata unità della famiglia Stewart, il suo destino è già scritto nel suo ruolo: lei deve diventare parte del passato della famiglia affinché questa possa vivere il proprio futuro. Ed è proprio in ragione di questo motivo che Chloe diventa una figura tragica: pur rappresentando un passaggio necessario al superamento della crisi famigliare, lei ricopre questo ruolo solo in ragione della sua negatività e non c’è nulla che possa fare per evitare di essere superata ed infine messa da parte.

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