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Paranormal Activity 2 – Tod Williams

A poco più di un anno di distanza da quando il suo predecessore si è imposto come caso mediatico incassando centinaia di migliaia di dollari in tutto il mondo a fronte di una spesa di poco superiore ai diecimila, anche questo nuovo capitolo del franchise Paranormal Activity si rivela più interessante per gli aspetti di marketing che ne hanno fatto un blockbuster che non per il contenuto filmico in sé stesso. Paradossalmente, pur avendo potuto fare affidamento su un budget decisamente superiore, il film si rivela essere, sia sul piano dell’ideazione del soggetto che della successiva realizzazione, ancora più datato, prevedibile e convenzionale del primo capitolo. Infatti, se una delle caratteristiche peculiari del cinema horror (a partire dagli anni ’70 e dalle molteplici varianti dell’exploitation) consiste nell’essere fonte di inquietudini, di stimolare reazioni, Paranormal Activity 2 risulta essere convenzionale in modo totale, ad un livello quasi reazionario, nella sua scelta di affrontare un soggetto come quello delle presenze sovrannaturali nel modo più ortodosso possibile, cioè in maniera ancora più rassicurante di quanto avesse già fatto il primo capitolo. Se quello ideato e diretto da Oren Peli (qua presente in veste di produttore) si è rivelato essere nulla più che una variante di Poltergeist ed Entity camuffata attraverso l’utilizzo esclusivo della camera a mano, il secondo capitolo si concretizza in null’altro che un remake del primo capitolo, giustificato da null’altro che alcune variazioni sul piano formale. Il tema è lo stesso, dato che la storia ruota attorno alla stessa inquietante presenza che infestava la casa di Katie e Micah, ed anche la struttura della trama è la stessa: la routine quotidiana di un normale nucleo famigliare viene turbata da fatti inspiegabili che, in un crescendo di intensità ed invadenza, gettano nello scompiglio la loro vita di tutti i giorni. Dan Rey (Brian Boland) insieme alla figlia Ali (Molly Ephraim) ed alla moglie Kristi (Sprague Grayden) – quest’ultima sorella della Katie (Katie Featherston) protagonista del primo capitolo – accolgono nella loro casa il nuovo nato, il piccolo Hunter. Oggetti che cadono, porte che si aprono e si chiudono, la macchina utilizzata per pulire la piscina che ogni giorno viene ritrovata fuori dalla piscina stessa, l’automobile giocattolo che va rumorosamente in giro per casa e tanti altri piccoli eventi, insieme all’avvertimento da parte della bambinaia ispanica della presenza di uno spirito maligno, spaventano Ali e Kristi che cercano di convincere uno scettico Dan della realtà della minaccia che sembra incombere su di loro.

In seguito al ritrovamento della casa completamente sottosopra per quella che credono essere stata un’irruzione da parte di una banda di teppisti, Dan fa piazzare numerose videocamere a circuito chiuso per avere un sistema di sorveglianza che monitori costantemente cosa accade all’interno del loro recinto domestico. Attraverso questo espediente Tod Williams si allontana dall’impostazione registica che ha contraddistinto il primo capitolo, dominato in modo esclusivo dall’uso della camera a mano, alternando le riprese con la videocamera effettuate a turno dagli abitanti della casa con i piani fissi che riprendono senza interruzione gli spazi antistanti. Attraverso questo espediente il film viene ricondotto su binari formali tradizionali: se si escludono i piani sequenza realizzati con la videocamera, il film è montato ora utilizzando normali stacchi che seguono i movimenti dei protagonisti da una stanza all’altra, ed ora rimanendo fisso su un personaggio nonostante si sentano rumori in fuori campo, privilegiando la centralità dei personaggi a danno delle potenzialità narrative senza filtri che il posizionamento sparso delle delle videocamere a circuito chiuso invece permetterebbe. In altri termini, malgrado sia la stessa sceneggiatura a chiarire che buona parte della casa è sotto il controllo dello sguardo ininterrottamente vigile del sistema di sorveglianza, la regia tradisce questa impostazione scegliendo di volta in volta di occultare deliberatamente ciò che si sente accadere al fine di far crescere la tensione. Al contrario, nelle parti del film in cui accade poco o nulla, la regia propone a rotazione immagini delle stanze silenziose di notte mentre tutti dormono. Da un lato viene dispiegato tutto il potere visivo del sistema di sorveglianza per dilatare i tempi della narrazione inquadrando stanze vuote all’interno delle quali è possibile vedere accadere poco o nulla, in modo tale che siano le attese dello spettatore a far cresca l’attesa nei confronti di qualche evento improvviso, e dall’altro, al contrario, quando improvvisi rumori fuori campo annunciano che sta accadendo qualcosa, la regia restringe drasticamente il proprio sguardo sulle azioni e le reazioni dei personaggi, a discapito dell’esibizione di ciò che sta accadendo.

Questa impostazione classica della narrazione dal punto di vista formale va inoltre a catturare una serie di eventi che quando non sono derivati in modo pressoché identico dal primo capitolo della serie (come nel caso dell’interrogazione della tavola ouija o la scoperta della natura dell’infestazione attraverso una ricerca su internet) sono conseguenza di un’impostazione stereotipizzata dei personaggi: ci sono la moglie impressionabile con alle spalle un passato che sembra aver rimosso, la ragazzina sveglia e curiosa, la bambinaia ispanica in grado di percepire le presenze oscure, ed infine lo scettico che non crede ai fantasmi. Proprio quest’ultimo è l’elemento che eredita l’irrazionalità del comportamento che era propria di Micah in Paranormal Activity, sebbene sotto diverse spoglie: prima fa installare videocamere ovunque per tenere sotto controllo la casa e poi si oppone con forza agli inviti della figlia a controllare cosa possono aver registrato, caccia la bambinaia ispanica perché la sorprende a fare un rituale contro gli spiriti malvagi salvo poi richiamarla in tutta fretta nel momento in cui si rende conto che le cose sono sfuggite al suo controllo come la donna se fosse un’autorità nel campo del paranormale, o ancora esce di casa per andare al lavoro lasciando la figlia evidentemente sconvolta per i fatti accaduti mentre la moglie è in stato quasi catatonico. Unendo all’interno di un unico quadro tutti questi elementi, quello che ne esce fuori è il più classico degli allestimenti a sfondo paranormale in cui lo scettico nega l’evidenza della situazione lasciandola precipitare mentre mentre l’unico obiettivo della regia si concretizza nella ricerca di una suspense che possa inquietare lo spettatore, e magari ogni tanto farlo sobbalzare con qualche rumore improvviso, ma senza mai rischiare di disturbarlo realmente.

Ripetendo quanto già fatto dal suo predecessore, Paranormal Activity 2 si rivela essere un prodotto che utilizza la forma horror edulcorandola e rendendola innocua, cioè facendo sì che possa essere venduto anche ad un pubblico non abituato ad immagini forti ma comunque disposto a tollerare, in modo molto misurato, qualche brivido. L’evidenza dell’arbitrarietà delle scelte in fase di realizzazione e montaggio, la ricerca esasperata della tensione indirizzata verso un climax finale, costituiscono un apparato formale che paradossalmente non smette mai di ricordare, nonostante le riprese in stile mockumentary, l’artificiosità della sua realizzazione. E se sul piano formale l’orrore viene circoscritto attraverso una regia che fa sentire pesantemente le sue scelte, occultando in fase di montaggio ciò che le videocamere sparse in tutta la casa avrebbero dovuto filmare, non da meno è una sceneggiatura che non smette di imprigionare quello stesso male al quale cerca di alludere in continuazione. La presenza del demone in casa viene razionalizzata all’interno di uno schema che riconduce l’azione dello spirito all’interno dell’area delimitata da una colpa originaria: la presenza paranormale non sta facendo altro che rivendicare il pagamento del tributo che un antenato di Katie e Kristi gli aveva promesso in cambio di ricchezza. E sotto i colpi della più tradizionale delle impostazioni economiche (la serenità della famiglia era stata barattata in cambio della ricchezza) finiscono per crollare anche quei pochi elementi di indeterminazione che il primo capitolo lasciava aperto. Tutto viene spiegato e contestualizzato, ed il finale che ripercorre il sentiero tracciato dal suo predecessore fa sì che Paranormal Activity 2 possa chiudersi con un rimando ad un ulteriore capitolo. Gli eventi accadono in un luogo ben preciso, a delle persone ben determinate, ed in ragione di una causa razionale. Non c’è nulla di casuale in ciò a cui si assiste: il demone si comporta semplicemente come un creditore venuto a rivendicare ciò che gli è dovuto. Il male rimane circoscritto a coloro che sono marchiati dal segno della colpa, l’ordine generale è salvo ed intatto.

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Paranormal Activity – Oren Peli

Quando un film viene distribuito  e presentato al grande pubblico, con tanto di trailer ed articoli sui maggiori giornali, come una produzione che stabilisce un primato, ormai sorge quasi spontaneo provare diffidenza, soprattutto se si tratta di una produzione in ambito horror. Certamente ci sono state eccezioni, ma le vicende legate a film come The Blair Witch Project o Hostel vanno a formare un’eredità che risulta difficile non tenere in considerazione. Quando, come nel caso di questo Paranormal Activity, il film viene pubblicizzato sui vari media mediante slogan come “il film che ha terrorizzato l’America” e simili, e quando la sua distribuzione viene accompagnata da servizi allarmistici su giornali e notiziari a proposito di spettatori del film che si sarebbero sentiti male durante la visione a causa della tensione o della crudeltà delle immagini, quello che preventivamente si presenta come un sospetto tende ad assumere una forma sempre più concreta. E al termine della visione, il sospetto si trasforma in certezza, facendo sì che il film vada ad ingrossare le fila delle produzioni memorabili quasi esclusivamente per l’hype che le ha accompagnate e che ha giocato un ruolo decisivo nel decretarne il successo. Infatti, davanti ad una produzione come questa, risulta più interessante il rumore che ne circonda la diffusione piuttosto che il contenuto della stessa.

Avendo goduto di una notevole spinta mediatica sulla scia del successo oltreoceano, il film sembra essere riuscito ad entrare in quella zona in cui diventa possibile intercettare anche la curiosità del pubblico cinematografico non avezzo alle produzioni horror. Infatti, l’appassionato medio di questo genere difficilmente troverà qualcosa per la quale scoprirsi turbato: inciampando e zoppicando costantemente in tempi morti e dialoghi dilatati al fine di far crescere artificialmente la tensione, Paranormal Activity sembrerebbe piuttosto essere una produzione pensata e commercializzata ad uso e consumo di un target di spettatori non appassionato, e tantomeno abituato, alla dimensione horror. Sembrerebbe trattarsi, cioè, di un prodotto che è riuscito a far notizia anche sulla base delle notizie riguardanti i malesseri degli spettatori proprio in virtù della sua capacità di attirare un pubblico che normalmente sembrerebbe prediligere altri temi e situazioni. Il film, giocando su una trascinata tensione e sul trucco di non mostrare nulla allo spettatore per lasciare che sia eventualmente la sua immaginazione a fare la maggior parte del lavoro (se non qualche rumore o immagine improvvisa per farlo sobbalzare sulla sedia) cerca di guardarsi sempre bene dall’oltrepassare l’ideale linea della sostenibilità per un pubblico non horror, al fine di evitare che questo possa lasciare la sala o comunque interrompere la visione prima dei titoli di coda. In pratica il circolo vizioso che sembra innescarsi avrebbe questa struttura: il film gode di una massiccia esposizione mediatica per intercettare un pubblico più ampio di quello di genere; persone non abituate alla visione di horror decidono di vedere il film perché incuriosite dalla sua fama; tra queste persone, per qualche motivo qualcuna non si sente bene e le notizie dei malori vanno ad amplificare la già massiccia campagna pubblicitaria; stimolate ed incuriosite dalla fama del prodotto, altre persone non avezze al consumo di horror si recano al cinema per vedere il film di cui si parla tanto, e qualcun altro ingrossa le fila di coloro che si sono sentiti male, e così via.

Ma una volta usciti dalla dimensione promozionale, quello che rimane del film è poco o nulla, a partire dalla scelta di riprendere tutto con camera a mano. Per quanto una simile scelta si giustifichi con l’idea di mostrare al pubblico quello che i due protagonisti avrebbero registrato in casa, il risultato è una serie di sequenze cinematograficamente sgrammaticate che tendono a far sì che il tutto assomigli ad un impacciato filmino amatoriale delle vacanze. Prima ancora che per aumentare il realismo di quanto rappresentato, l’uso della camera a mano concretizza l’obiettivo di rendere incerta la visione dello spettatore confondendo quel poco che viene mostrato: in pratica, sembrerebbe essere una scelta opportunistica prima ancora che stilistica, un comodo modo per non rendere immediatamente esplicito il fatto che Paranormal Activity non è altro che un’incerta variante del Poltergeist di Tobe Hooper rivisto alla luce di Entity.

Come nel film del 1982, anche qui i protagonisti devono affrontare la presenza di fenomeni paranormali dentro casa; in entrambi i film interviene puntuale la figura del medium che avverte la forza di presenze soprannaturali; e sempre in tutti e due questo confessa la sua inadeguatezza ed inviata gli abitanti della casa a rivolgersi ad una persona specializzata. Ma a differenza di quanto avviene nell’illustre predecessore, i protagonisti di Paranormal Activity decidono di non avvalersi della consulenza del demonologo e di fare da soli. Pertanto, di fronte ad una infestazione che passa la maggior parte del film a fare rumori fuori campo, ad aprire o chiudere porte o a spegnere ed accendere le luci di casa, l’uso della camera a mano diventa una comoda soluzione per coprire dietro il velo di una finta  amatorialità i tempi morti delle discussioni sulla cena da preparare ed amenità simili, oltre che consentire di trovare una giustificazione al fatto che ciò che accade non viene mostrato o comunque è ripreso in modo poco chiaro. Un fattore, l’indefinitezza generalizzata, che viene sfruttato per presentare allo spettatore una gestione della storia e dei personaggi più simile a quella di un telefilm che non di un film vero e proprio: all’interno di un’impalcatura formale nella quale risulta problematico mostrare allo spettatore ciò che accade, il regista si affida alla narrazione ed agli scambi verbali per raccontargli cosa sta accadendo, o cosa è accaduto in passato.

La rappresentazione della natura e delle motivazioni dell’infestazione non oltrepassano lo stadio embrionale, e quel poco che viene comunicato allo spettatore si avvale di notizie fornite dalla protagonista al suo ragazzo, nonchè di qualche ricerca su internet che quest’ultimo effettua nel vano ed incoerente tentivo di prendere il controllo di una situazione evidentemente al di là delle sue singole possibilità. In pratica viene spiegato che c’è un’infestazione, che questa perseguita Katie (Katie Featherston) fin da quando era bambina, che la sua presenza nella casa si fa sempre più aggressiva e rabbiosa, e che su internet c’è la notizia di un caso simile avvenuto in passato. Per quanto riguarda il resto, il regista si guarda bene da anche solo avvicinarsi al rischio di aggiungere elementi in più: il rischio di scadere nella banalità viene preventivamente evitato attraverso l’espediente di ridurre al minimo le informazioni a disposizione dello spettatore. E per adattarli ad una simile esigenza, il regista rende incomprensibilmente incoerenti i comportamenti e le azioni dei personaggi. L’interpretazione fornita dai due attori è quantomeno amatoriale, ma questo è un aspetto che può essere considerato accettabile se si tiene conto della natura low budget della produzione. Il vero problema è rappresentato piuttosto dal comportamento che i loro personaggi seguono per tutta la durata del film.

Partendo da presupposti fantasiosi ed immaginari, per risultare “credibile” un film horror necessita di mantenere un equilibrio tra gli elementi di cui dispone: primi fra tutti la minaccia che incombe e le possibili vittime che a questa si oppongono. Ad esempio, un primo ed imprescindibile elemento che lega l’elemento malvagio di turno e le sue potenziali vittime si configura in un seppur precario equilibrio di forze, o comunque nella possibilità che le vittime possano lottare e sopravvivere in virtù delle forze di cui dispongono. Non a caso, perfino in una serie come Saw, nella quale l’Enigmista è totalmente padrone della situazione, avendo già intrappolato le sue vittime in partenza in un ambiente a lui favorevole, il malvagio rapitore offre sempre alle sue vittime una possibilità di salvezza in base alle regole del gioco che ha lui stesso definito. In assenza di una possibile via di fuga, per quanto magari flebile ed accessibile solo a qualche personaggio, una produzione horror tende a trasformarsi in una noiosa mattanza. Il che significa che nel corso della narrazione i personaggi tendono ad utilizzare qualsiasi strumento a loro disposizione per prendere il controllo della situazione e cercare la salvezza (infatti, negli slasher movie, i personaggi che non rispettano questa regola solitamente sono anche i primi a finire male). Paranormal Activity invece trasgredisce completamente questa regola: i personaggi, in particolare Micah (Micah Sloat), davanti allo spettro di scelte a loro disposizione, incomprensibilmente decidono di compiere sempre quella palesemente peggiore, aggravando il tutto con l’illogica decisione di non avvalersi di possibili strumenti a loro disposizione ma di seguire la linea di una sconclusionata improvvisazione.

Agilmente superato lo scetticismo iniziale nei confronti di presenze sovrannaturali dentro casa grazie alle riprese effettuate con la telecamere, Katie riesce a convincere Micah ad incontrare il medium che ha invitato a casa per avere aiuto. Incomprensibilmente Micah, pur essendo coinvolto in una vicenda paranormale, decide di affrontare l’esperto con malcelato scherno. Pur essendo convinto della presenza di un’entità soprannaturale, senza alcuna apparente ragione (se non una presunzione in grado di sottomettere qualsiasi istinto di sopravvivenza) Micah decide di seguire una linea di comportamento sprezzante nei confronti dei possibili strumenti di salvezza a sua disposizione. Ad esempio, una volta valutata la propria inadeguatezza a gestire la situazione, il medium offre ai giovani una serie di sommarie indicazioni per affrontare quanto sta accadendo: non cercare di irritare la presenza, non cercare di comunicare con essa e rivolgersi ad un esperto in demonologia. Pur non essendo un esperto, e pur non essendo  scettico (in quanto ormai convinto della realtà della presenza), Micah farà l’esatto opposto rispetto a quanto gli è stato consigliato: si opporrà fermamente alla possibilità di incontrare il demonologo, cercherà di comunicare con la presenza attraverso l’uso di una tavoletta ouija e continuerà ad invocare e sfidare la misteriosa creatura. Tutto questo fino al tanto inevitabile quanto prevedibile finale, in cui ciò che accade assume più le caratteristiche di una giusta punizione nei confronti di una arrogante stupidità che non di un tragico destino. Ed il sospiro di sollievo che si può tirare non deriva dall’allentarsi dalla tensione in seguito al tentativo finale di sobbalzare lo spettatore mediante forti rumori ed immagini improvvise, ma solo dalla soddisfazione per il destino dei personaggi e per l’affacciarsi dei titoli coda.

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