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Vacancy – Nimrod Antal

Come nel più classico degli horror slasher, i protagonisti Amy e David, una coppia in crisi impersonata rispettivamente da Kate Beckinsale e Luke Wilson, viaggiano di notte lungo una strada di montagna quando, dopo essersi persi e a causa di un guasto al motore, si trovano a sostare nell’unico motel aperto nei dintorni. I due non fanno in tempo a sistemarsi per la notte che si trovano ad essere violentemente disturbati dal suono di uno o più persone che bussano alla porta ed ai muri. David va subito a lamentarsi dal direttore, il quale gli assicura che non ci sono altri ospiti e che comunque andrà a dare un’occhiata.  Una volta fatto ritorno nella stanza, David accende il televisore e, dato che nessun canale risulta visibile, prova a guardare qualcuna delle videocassette abbandonate vicino al televisore. L’inquietudine generata dai rumori precedenti si trasforma in terrore nel momento in cui si rende conto che quelli registrati nelle videocassette non sono semplici film horror, ma veri e propri snuff movie ambientati nella stanza che stanno occupando, filmati in cui sono riprese le torture, le sevizie ed infine le morti di precedenti avventori. Dopo un breve controllo alla stanza durante il quale ha modo di scoprire le telecamere piazzate ad osservarlo inizia il tentativo di fuga dei protagonisti dai sadici assassini che si protrarrà fino alla conclusione del film.

In sé, il film non presenta caratteristiche particolarmente innovative. Anzi, la formula “smarrimento dei protagonisti- sosta e prigionia nella tana dei carnefici – ricerca della salvezza da parte delle vittime” è una di quelle di cui il cinema horror, a partire da Non Aprite Quella Porta, ha maggiormente fatto uso. Tuttavia, questo non vuol dire che non sia possibile comunque ricavarne film interessanti, e La Casa del Diavolo di Rob Zombie ne costituisce una più che solida dimostrazione. Ed infatti, il regista di Kontroll riesce a ricavarne un film teso e tutt’altro che banale, un’opera in cui la padronanza del mezzo tecnico permette al film di narrare in modo completo la sua storia senza da un lato fare ricorso ad appesantimenti didascalici, e dall’altro senza fare ricorso a sangue e violenze esplicite per cercare di sopperire all’assenza di tensione (ad esempio i vari capitoli di Saw successivi al primo). Come in altri film horror che puntano sull’elemento dell’assedio per concretizzare la tensione della storia, i personaggi non verseranno sangue se non nella parte finale del film. Tuttavia, a differenza di quanto è accaduto in altri lavori, come ad esempio in The Strangers di Bryan Bertino, Nimrod Antal è riuscito a rendere il terrore e l’orrore della situazione attraverso un utilizzo particolarmente efficace dell’elemento snuff, lasciando invece che il rapporto tra i due coniugi fosse suggerito da battute sparse qua e là e  soprattutto dall’utilizzo delle inquadrature.

Prima ancora che dai cenni al figlio morto, la crisi del rapporto della coppia viene narrata dalla scelta del regista di iniziare il film con marito e moglie chiusi in macchina ed evitare di soffermarsi su inquadrature che li catturino frontalmente entrambi assieme; dal punto di vista puramente visivo, lo scambio di battute acide tra i due viene raccontato attraverso una sequenza in cui di volta in volta metà schermo è occupato da uno solo dei due protagonisti e l’altra metà dalla strada notturna. I due si parlano, ma non vengono ripresi assieme mentre lo fanno, e quando la telecamera si sofferma su entrambi, raramente questi si trovano su uno stesso piano. Senza dilungarsi su parentesi d’introspezione psicologica, Antal decide efficacemente di affidare la narrazione dell’evoluzione della crisi del rapporto ed il successivo riavvicinamento tra i due protagonisti alla loro raffigurazione sullo schermo: dall’utilizzo iniziale del montaggio alternato come se Amy e David si trovassero in sequenze separate e distanti, alla loro progressiva riunione  all’interno di piani ravvicinati, Antal decide di affidare la narrazione del tema di coppia attraverso suggestioni visive piuttosto che mediante dialoghi e confronti tra i due.

Questa scelta stilistica, di utilizzare cenni e suggestioni piuttosto che dialoghi e dettagli, è anche quella che, seppur in forma differente, guida la gestione della trama principale della pellicola: il confronto tra vittime e carnefici. Dalle non ancora precisamente inquadrabili urla fuori campo all’arrivo dei protagonisti nel motel di campagna, alle successive esibizioni di brevi sequenze degli snuff movie, Antal non sembra interessato colpire lo spettatore attraverso immagini forti o disturbarlo mediante l’esibizione di violenze esplicite: le brevi sequenze raffiguranti le vittime precedenti, unite ai rumori ed alle urla fuori campo, mirano a creare una sorta di parallelismo tra i protagonisti e gli spettatori ideali del film. Se la sfida che ogni regista di film horror deve affrontare consiste nel fronteggiare un pubblico smaliziato spesso in grado di intuire l’andamento della sceneggiatura, Antal la affronta mediante due mosse vincenti: la prima consiste nel limitare il campo delle conoscenze dello spettatore a quanto visibile e percepibile dagli stessi protagonisti (mediante, appunto, l’utilizzo del fuori campo di cui sopra), la seconda invece consiste nel modellare il comportamento delle vittime (in particolar modo quello di David) sulla base di quelle che potrebbero essere le scelte dello spettatore. David che decide di sfruttare parte del tempo a disposizione per guardare gli snuff movie anziché azzardare tanto rischiosi quanto incerti tentativi di fuga, di fatto diventa la raffigurazione sullo schermo dello spettatore che di fronte ad uno slasher movie giudica quali errori hanno condotto (o possono condurre) i personaggi ad una morte violenta. Limitando il campo di percezione dello spettatore a quello dei protagonisti e, viceversa, modellando il comportamento di questi sulla base di quello di un’ideale spettatore di film horror, Antal riesce a creare affinità tra i due lati dello schermo e pertanto tensione, vincendo così la sfida contenuta nel dar vita ad un lavoro dalla forma personale pur muovendosi all’interno dei confini di uno dei più classici temi del cinema horror. (Per quanto dotato di forme e contenuti simili, sarà proprio a causa della mancanza di questo secondo aspetto il motivo per cui The Strangers risulterà meno efficace di Vacancy: nel film di Bertino, infatti, viene ricercata ed ottenuta la limitazione delle conoscenze dello spettatore al campo delle percezioni dei protagonisti, ma questi risultano deboli e confusi, in pratica le consuete vittime di uno slasher movie standard soggette allo sguardo dello spettatore-giudice.)

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