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Gossip – Davis Guggenheim

Tre coinquilini studenti di un college americano, impegnati in un progetto legato ad un corso di studi, decidono di mettere in giro un pettegolezzo per dimostrare la tesi secondo cui i gossip sono in grado di affermarsi e rendersi credibili grazie alla loro stessa diffusione. L’occasione si presenta davanti a Derrick (James Marsden) quando questo osserva di nascosto Naomi (Kate Hudson) e Beau (Joshua Jackson) appartarsi ed abbandonarsi a calorose effusioni durante una festa. Naomi perde i sensi e si addormenta, Beau si ferma e se ne va senza fare niente, e Derrick convince la coinquilina Cathy (Lena Headey) a diffondere la voce secondo cui i due avrebbero fatto sesso alla festa. In breve tempo, la voce comincia a circolare ovunque nel campus e, come in un telefono senza fili completamente fuori controllo, il pettegolezzo assume le forme più disparate: dal sesso spinto, a quello di gruppo, e così via. Ma la voce arriva presto anche alle orecchie della stessa Naomi che, non ricordando nulla dell’accaduto, comincia a credere che il suo accompagnatore Beau l’abbia violentata mentre era incosciente, lo denuncia e questo viene arrestato ed accusato di stupro. Le conseguenze del gossip si spingono ben oltre le aspettative di Cathy, ma non di quelle di Derrick che si scopre essere animato da un secondo fine.

La struttura generale del film è quella di un thriller, di cui vengono utilizzati i componenti basilari – un crimine, un protagonista che indaga sui fatti alla ricerca della verità, la rivelazione finale – ribaltandoli in una narrazione in cui non è la verità sull’accaduto a farsi luce durante il corso delle vicende, ma sono piuttosto le voci e le falsità a coprirla e a farla vacillare sulla base di ipotesi non direttamente verificabili. La struttura che il regista utilizza per dare una direzione alla sua narrazione potrebbe essere definita a “briciole di pane”: a partire da una verità iniziale (Beau non ha violentato Naomi), addentrarsi nelle voci generate dal gossip è come entrare in una foresta in cui si rischia di perdere la via d’uscita, e per questo il regista semina durante tutto il film tutta una serie di indizi che permettono allo spettatore di non smarrirsi tra le varie ipotesi (ad esempio: forse Beau ha veramente violentato Naomi mentre Derrick non guardava).

Concepito e strutturato come una sorta di esperimento sociale,  con il suo film Guggenheim sembra più interessato a rivolgersi alla mente dello spettatore che non al suo pathos. Il college dove si diffonde il pettegolezzo diventa il prototipo di qualsiasi realtà che si trova ad essere attraversata dai gossip: il loro diffondersi in questo microcosmo secondo dinamiche simili a quelle di un effetto farfalla è la narrazione di come sia possibile, ed in modo anche molto elementare, rendere credibile una menzogna sulla semplice base di insinuazioni e sentito dire. Infatti, il dramma di Cathy non si consuma in una ricerca di una verità – che in quanto fonte originaria del gossip già conosce – ma nell’impossibilità di negare quanto da lei stesso diffuso. Come l’Apprendista Stregone che non sa più come fermare le scope che continuano a rovesciare senza sosta acqua sul pavimento, la stessa origine della diceria non ha modo di invertire il processo che proprio lei ha avviato.

La verità di fondo è sempre presente nella narrazione, ma l’impossibilità di confutarla attraverso prove concrete, conduce alla necessità di spingere la finzione fino al limite, fino ad un punto di rottura nel quale solo la vera mente pianificatrice di questa azione (Derrick) può funzionare da agente risolutore, attraverso la confessione di un movente legato ad azioni e desideri di vendetta provenienti dal suo passato. La verità di una messa in scena può essere chiarita ed affermata solo all’interno di una messa in scena. Una finzione assume il proprio valore di verità all’interno del piano fittizio e si svincola da quello fattuale coprendolo con le proprie strutture. Di fronte all’affermarsi della finzione, il piano dei fatti rimane indifeso ed impossibilitato ad affermarsi in quanto il gossip non si basa necessariamente su dati concreti. La presenza di punti oscuri e non verificabili può non intralciare la diffusione della diceria: tutto si basa sulla sua credibilità, e soprattutto sul desiderio di crederci da parte di chi la sente e la diffonde a sua volta.

La diffusione del gossip non si basa su prove o testimonianze dirette  e dettagliate. Al contrario, queste costituirebbero la stessa fine del pettegolezzo in quanto costringerebbero la voce all’interno di un regime di verificabilità, ma sull’esistenza di buchi e carenze nella ricostruzione dei fatti che generano una indeterminazione del quadro generale. La diffusione di una diceria non racconta solo l’inganno di chi la diffonde, ma anche il desiderio di crederla vera da parte di chi contribuisce alla sua diffusione. E quanto più riesce a diffondersi anche in assenza di qualsiasi prova, tanto più cattura il desiderio della folla di crederci. Da tutto questo nasce la necessità finale di ottenere una confessione e catturarla su video: per offrire alla folla sparlante un altro sporco segreto e sottrarlo al flusso di voci e sentito dire. Il gossip è come un incantesimo che permette l’alterazione della realtà sfruttando la fame di dicerie della folla e la sua disposizione a crederle vere. Quindi solo l’azione di una videocamera che cattura la confessione e la mostra su video consente alle persone coinvolte di ristabilire il vero: una confessione, a patto che venga creduta vera in quanto tale, può mettere fine alla credenza nella diceria nonostante il piacere che una comunità può provare nel ritenerla vera. La rivelazione della verità si rivela essere non qualcosa di cui la folla ha fame, quanto piuttosto qualcosa che può dover essere imposta contro voglia.

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