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The Loved Ones – Sean Byrne

Che i balli scolastici siano eventi che occupano un ruolo particolare nella cinematografia anglofona è un dato di fatto testimoniato dalla mole di esempi che si potrebbero fare. Si può partire dalle atmosfere leggere di commedie come American Pie, Mean Girls e Mai Stata Baciata, fino ad arrivare a quelle scure e macabre di horror quali Non Entrate in Quella Casa e Carrie – Lo Sguardo Di Satana. Ma in questa immensa galleria, dove tra balli e musica si consumano ora coronamenti di amori, ora vendette ed umiliazioni, un posto particolare è occupato da Bella In Rosa, una moderna rivisitazione della fiaba di Cenerentola nella quale una normale ragazza, che riesce a frequentare una scuola prestigiosa solo grazie ad una borsa di studio, corona il suo sogno d’amore con il ragazzo più popolare della scuola. Ed è proprio a partire da una simile ambientazione che Sean Byrne prende esplicitamente le mosse per costruire un horror violento all’interno del quale l’elemento della tortura non viene utilizzato per shockare lo spettatore, ma per dipingere un quadro famigliare malato e perverso. Questo è l’elemento tutt’altro che secondario che, nonostante le tutt’altro che sporadiche affinità a livello visivo, distingue The Loved Ones da un ordinario torture-porn: qui la tortura non è altro che uno strumento narrativo. Molteplici sono le sequenze segnate da un violento sadismo, ma questo è un mezzo e non il fine ultimo della narrazione. Ciò che qui viene mostrato è un capovolgimento della commedia a sfondo più o meno adolescenziale, una sua rilettura in chiave horror. Qualcosa di simile, sebbene di segno opposto, a quanto fatto dalla serie Scary Movie nella sua opera di conversione degli horror di successo in commedie. Qui, al contrario, sono i luoghi comuni tipici delle commedie ad offrirsi come base per la costruzione di una storia horror. Il principio che sta alla base delle storie simili a Cenerentola ruota attorno all’idea che la protagonista sia una persona semplice ed incantevole, ma che allo stesso tempo le condizioni sociali in cui si trova fanno sì che solo superando le avversità che intralciano il suo cammino potrà arrivare al coronamento del suo sogno. L’interrogativo che invece pone The Loved Ones è: cosa succederebbe se ci fossero dei validi motivi perché la Cenerentola di turno non possa, o magari non debba, raggiungere il suo principe azzurro? Cosa succederebbe se la Cenerentola di turno, di fronte ad un rifiuto, rivelasse una natura da psicopatica sadica e perversa?

Il principe azzurro della storia è Brent (Xavier Samuel), un ragazzo che pensa di essere la causa della morte del padre: per evitare un adolescente che ferito e sanguinante appare dal nulla in mezzo alla strada, Brent sterza improvvisamente andando a finire contro un albero fuori strada e suo padre, il quale era seduto al suo fianco e muore sul colpo. Da quel momento diventa cupo ed introverso, si taglia le braccia con una lametta che tiene appesa al collo, e passa le giornate girovagando da solo con il suo cane e arrampicandosi su per una parete rocciosa mentre ascolta musica heavy metal a volume altissimo. La sua scarna vita sociale si divide tra Holly (Victoria Thaine), una ragazza molto carina con cui ha una relazione e che dimostra di tenere molto a lui, e il suo amico Jamie (Richard Wilson), un ragazzo spensierato che ama bere, fumare e festeggiare. All’avvicinarsi della sera del ballo, Holly ha ovviamente in programma di andarci con Brent, mentre Jamie insperabilmente vede Mia (Jessica McNamee), un’affascinate ragazza dal look gotico, accettare il suo invito. E’ all’interno di questo quadro che tenta di insinuarsi Lola (Robin McLeavy): timida, goffa ed impacciata, è la Cenerentola che chiede a Brent di essere il suo accompagnatore la sera del ballo. Già impegnato con Holly, Brent rifiuta l’invito in modo tanto cortese quanto deciso. Ma quella che era apparsa come una variante della timida Andie Walsh di Bella In Rosa si rivela essere piuttosto una sorta di giovane Annie Wilkes (Misery Non Deve Morire). Il giorno del ballo, il padre di Lola (John Brumpton) narcotizza e rapisce Brent e lo porta a casa dove lo aspetta una festa completamente differente. Legato ad una sedia, Brent si risveglia per scoprire di essere sprofondato in un incubo spaventoso a base di torture e sevizie. Mentre Jamie e Mia temporeggiano drogandosi fuori dal ballo, una Holly sempre più preoccupata per la misteriosa sparizione di Brent attende con la madre di questo di avere notizie del suo ragazzo.

Intanto, con il suo vestito rosa confetto ed una coroncina da regina del ballo in testa, Lola si rivela essere una sadica psicopatica che condivide la sua follia con il padre, al quale è legata da un rapporto malato e perverso. Ed è all’interno della casa di questa che si consuma il capovolgimento dei luoghi comuni della commedia adolescenziale, a partire dalla colonna sonora. Infatti, solitamente all’interno delle produzioni horror le sonorità metal vengono utilizzate per sottolineare scene d’azione o violente, o magari per dare una caratterizzazione minacciosa o maniacale a personaggi o situazioni. Invece in questo caso si tratta di musica che Brent ascolta da solo in cuffia, in camera sua come mentre temerario oltre i limiti dell’incoscienza si arrampica su una parete rocciosa poco distante da casa. A fronte di un comportamento apparentemente tranquillo, la violenza della musica diventa il suono dei tumulti interiori del protagonista, la colonna sonora che sembra offrire un blando sollievo a quelle pulsioni autodistruttive che lo spingono ad autoinfliggersi ferite. Al contrario, la musica che va a caratterizzare il personaggio di Lola è il morbido country pop della cantautrice australiana Kasey Chambers: la sua Not Pretty Enough è la malinconica canzone di una ragazza che si sente inadeguata nei confronti del ragazzo che ama, fino ad interrogarsi sulla sua invisibilità, sul suo sentirsi attraversata dallo sguardo dell’amato come fosse trasparente, nonostante i suo sforzi per farsi notare ed apprezzare. Mostrando con una disinvoltura disarmante come il significato di una canzone sia tutt’altro che fisso, con le sue immagini Sean Byrne trasforma quella che nasce come una canzone adolescenziale dedicata ad un amore non corrisposto in uno dei segni che contraddistinguono la psicosi maniacale di Lola.

Sean Byrne accentua il carattere ossessivo dell’infatuazione di Lola fino ad arrivare a metterne in mostra l’aspetto più folle e contorto. E il Male che porta sullo schermo è tanto più concreto e minaccioso quanto più ammantato di rassicurante ordinarietà. Attraverso il personaggio di Lola, Byrne prende una Andie Walsh con il suo vestito rosa e la trasforma in una versione femminile di Jeffrey Dahmer (derivando dalla storia di quest’ultimo sia l’idea di praticare un foro con un trapano nel cranio delle vittime ancora in vita per poi lobotomizzarle versandoci dentro acqua bollente, sia la documentazione delle vittime attraverso scatti fotografici per poter poi inserirli all’interno di un album dei ricordi.). The Loved Ones non è il racconto di un pericolo proveniente da una misteriosa società segreta che per il proprio piacere rapisce e tortura gli ignari turisti che soggiornano in uno sperduto ostello nei pressi di Bratislava, né di uno spaventoso pericolo che abita una sperduta villetta nel Texas ed indossa una maschera di pelle umana, né che propone mortali sfide alle persone che a suo giudizio non hanno rispetto per sé e per gli altri, e così via. Qui il male si nasconde dietro l’insospettabile aspetto di una timida ed anonima ragazza, una compagna di scuola che nessuno sembra considerare degna di nota, in pratica quella che nelle commedie assume spesso le sembianze di una Josie Geller in attesa di liberarsi del suo aspetto da brutto anatroccolo. Dietro quel volto rassicurante si nasconde la radice di una malvagità così profonda da segnare in modo indelebile le vite di chi, anche solo indirettamente, si trova a fronteggiare le conseguenze delle sue azioni. Byrne non si sofferma a dettagliare le ragioni del suo agire, né tantomeno ne racconta i trascorsi. La sofferenza di cui è causa insieme al padre viene esibita attraverso il dolore che silenziosamente aleggia sulle esistenze dei personaggi le cui vicende costruiscono la cornice all’interno della quale si sviluppa la trama principale. Ed è proprio in tal senso che le parentesi dedicate a Jamie e Mia si rivelano ben distanti dall’essere un mero riempitivo o un contorno, da utilizzare per alleggerire la tensione sul soggetto principale. Nello sguardo e nel comportamento di Mia si inscrivono gli effetti di una malvagità in grado di segnare in modo indelebile la vita di una persona e della sua famiglia, quando non di un’intera comunità. Le torture e le violenze, così spesso al centro della scena, finiscono con il scivolare in secondo piano rispetto alla cappa soffocante di dolore che in un modo o nell’altro opprime i diversi personaggi che ruotano attorno alla vittima. Quella che rimane alla fine è la coscienza del fatto che non può bastare nemmeno il rendere inoffensiva la fonte del pericolo, né il porre fine alla sua follia, per lenire anche solo blandamente il dolore di cui questa è stata causa, e più in generale perché la comunità della quale la vittima è parte possa riavere indietro la sua innocenza perduta.

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