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Orphan – Jaume Collet-Serra

Quando un film viene preceduto da ampie polemiche da parte di qualche associazione, c’è spesso motivo di presupporre che tutte le discussioni e le controversie che ne accompagnano l’uscita abbiano lo scopo di spostare l’attenzione del pubblico dall’effettiva qualità del prodotto in questione. Ed Orphan non va a collocarsi nell’elenco delle eccezioni a questa regola. Anzi, se proprio si vuole cercare un elenco a cui aggiungerlo, bisogna fare riferimento agli esempi della crisi del cinema horror hollywoodiano, un settore che tra reboot e remake vari non sembra riuscire a svincolarsi da formule e codici sempre più legati al passato. Tra remake di classici del passato ed adattamenti  per il mercato americano di buone produzioni provenienti dall’estero (specialmente da Giappone e Corea), l’horror con sede ad Hollywood non sembra essere in alcun modo intenzionato a rimettere in discussione le sue formule narrative. Ed infatti, Orphan non fa altro che fornire un’ennesima variazione del tema dei “bambini malvagi” le cui azioni irrompono nel tranquillo vissuto di una normale famiglia americana seminando terrore e morte mentre gli adulti che stanno attorno a loro non riescono ad accorgersi di niente fino a quando non è troppo tardi. Ma essendo un’orfana la fonte di tutti i problemi, diverse associazioni pro-adozione negli U.S.A. si sono mobilitate ed hanno protestato contro un contenuto che, a loro dire, avrebbe potuto propagare un messaggio negativo a proposito dell’adozione. Alla luce di quello che poi è effettivamente il contenuto del film, rimane solo da chiedersi quante di queste polemiche siano frutto di un’effettiva valutazione del film, e quante invece appositamente sollecitate attraverso strategie di marketing finalizzate a sollevare un polverone a proposito di qualcosa che altrimenti sarebbe destinato a finire praticamente inosservato.

Trattandosi di una storia in cui una piccola orfana è il motore che porta al disfacimento di un precario equilibrio famigliare, sorge immediato con Joshua, uscito circa due anni prima. E non solo perché anche qui i panni della madre protagonista sono indossati da un’ottima Vera Farmiga, ma perché entrambi fondano la narrazione su una caratterizzazione degli adulti del film come incapaci di comprendere ciò che accade attorno a loro (oltre ad una serie di caratterizzazioni, come ad esempio la presenza del pianoforte in casa). Ma se a causa di buchi ed incoerenze varie Joshua alla fine mancava il centro del bersaglio, Orphan non riesce nemmeno ad avvicinarsi ai confini dell’obiettivo: una serie di personaggi stereotipati animano la scena per oltre due ore, all’interno di una realtà in cui la piccola Esther (Isabelle Fuhrman) si muove indisturbata, anche grazie alla complicità del padre adottivo John (Peter Sarsgaard) che,  in virtù di una caratterizzazione psicologica a dir poco grossolana, si rivela completamente incapace di comprendere quello che gli accade attorno. Sua moglie Kate (Vera Farmiga) invece, a causa di un aborto traumatico, è un personaggio decisamente più sfaccettato, e decisamente centrale nell’incarnare la reazione di rigetto che il corpo famigliare si trova a vivere a causa della penetrazione dall’esterno della nuova figlia. Ma la sua ottima prestazione non basta a risollevare una produzione in cui il panorama psicologico dei personaggi risulta pressoché piatto. Quello che sempre più sembra configurarsi come una sorta di nuovo topos delle produzioni horror con bambini protagonisti: il confronto con psicologi infantili che vengono facilmente ingannati da bambini che si rivelano abilissimi manipolatori.

Il confronto con la psicologa è un ottimo indicatore del livello della narrazione: dopo esser stata completamente ingannata da Esther, l’analista individua le responsabilità del disagio famigliare nei problemi della madre. E come se questo non fosse già sufficiente, il regista decide di alternare la ricostruzione del profilo psicologico della bambina offerto dalla psicologa con sequenze che mostrano Esther in preda ad una furiosa crisi di rabbia. Inoltre, ad incrementare ulteriormente le incoerenze del film, interviene la caratterizzazione della sorellina sordomuta Maxine (Aryana Engineer) che, malgrado il suo profondo handicap associato alla tenera età, si rivela essere l’unico personaggio in grado di porre un debole freno alle azioni di Esther in mezzo ad una galleria di personaggi adulti simili a macchiette da striscia comica a fumetti. Il film comunque può contare su ambientazioni e riprese curate, nonché su una fotografia capace di adattarsi alle diverse situazioni rappresentate sulla scena. Inoltre, se da un lato Vera Farmiga non fa altro che confermare la propria abilità alternando felicità e disperazione con una disinvoltura disarmante, dall’altro la giovane Isabelle Fuhrman si dimostra essere un’autentica rivelazione, riuscendo a dare inquietante profondità (specialmente attraverso lo sguardo) ad un personaggio bidimensionale e stereotipato come Esther: al di là del risultato complessivo del film, la ragazzina meriterebbe un posto nell’elenco dei bambini malvagi della storia del cinema horror proprio per essere riuscita ad umanizzare un personaggio talmente mal definito da assomigliare più ad un giocattolo che non ad una persona.

Come il piccolo Andy Barclay che desiderava un pupazzo Bimbo Bello, i coniugi Coleman si recano nell’orfanotrofio per trovare un surrogato con cui sostituire la nata morta Jessica. Portano a casa Esther e la dualità che si sviluppa tra questa ed il nucleo famigliare ricorda a più tratti quella tra Andy e la bambola assassina Chucky. Va comunque notato che nel corso del film ci sono un paio di momenti che riescono a risvegliare l’attenzione dello spettatore disturbandolo (come, ad esempio, nel caso della sequenza a base di seduzione lolitesche), ma si tratta di ennesime prove di un impianto filmico talmente rispettoso dei codici standard del genere da apparire a tratti quasi come un prodotto didattico. Le finte sovversioni delle norme morali portate sulla scena sono il classico esempio di trasgressioni finalizzate a rafforzare la Legge. E come già notato, l’incapacità degli adulti di comprendere anche solo minimamente quello che accade attorno a loro, li trasforma in vittime sacrificali fin dall’arrivo dell’orfana nella casa, tanto che non c’è da chiedersi se morirà qualcuno ma piuttosto chi e quando. In pratica, alla fine, si tratta si un film che cade inesorabilmente vittima degli stessi stereotipi che forse aveva l’ambizione di denunciare, e soprattutto della propria incapacità di dare profondità ai componenti della famiglia Coleman: a partire da una famiglia stereotipata non poteva altro che uscire un “cattivo” da manuale all’interno di un film che avrebbe essere la trasposizione su pellicola di una tesi da scuola del cinema intitolata “trucchi ed espedienti del cinema horror classico”.

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