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V for Vendetta – James McTeigue

Fin da quando ha fatto la sua prima apparizione sugli schermi cinematografici, V for Vendetta ha diviso una parte consistente del suo pubblico in due blocchi. Da un lato i fan dell’opera a fumetti firmata da Alan Moore, i quali non hanno mai nascosto la propria delusione nei confronti della trasposizione cinematografica. Dall’altro chi ha visto nel misterioso V una moderna icona della lotta contro un regime oppressivo, eleggendolo a simbolo della contestazione in generale. In entrambi i casi si tratta di giudizi stilati sulla base di letture che tendono a legarsi all’immagine che il protagonista comunica di sé: ciò che V fa viene giudicato sulla base di ciò che egli stesso dichiara, senza considerarne le premesse e le implicazioni, le cause e gli effetti. V oscilla in continuazione tra verità e menzogna, tra ideali eroici e sete di vendetta. E ogni volta che viene fatta l’affermazione secondo cui “gli artisti usano le menzogne per dire la verità“, i personaggi non sembrano parlare solo delle vicende che li vedono coinvolti, ma anche dello stesso film di cui sono protagonisti. Infatti, già a livello di scrittura della sceneggiatura i Fratelli Wachowski mettono in atto la loro prima e fondamentale menzogna, quella che permette loro di costruire tutte le altre all’interno del film: il loro V for Vendetta non è quello del fumetto scritto da Alan Moore. E questo è il motivo per cui lo scrittore inglese ha chiesto ed ottenuto di essere rimosso dai crediti – una scelta giustificata da parte di un autore che ha visto la sua opera modificata in più di qualche aspetto e che non ha condiviso i cambiamenti apportati. Ma allo stesso tempo, il tradimento effettuato dai Wachowski  rappresenta un passaggio quasi inevitabile per chi, come loro, ha scelto di portare sullo schermo lo spirito dell’opera piuttosto che realizzare uno specchio fedele della parola scritta. In primo luogo in ragione del mezzo impiegato: l’immagine in movimento piuttosto che le parole e i disegni; e poi in virtù della scelta di interfacciarsi con il periodo storico in loro stavano vivendo, piuttosto che limitarsi a raccontare quello di un passato altrui.

Al di là dei tagli di diverse linee narrative contenute nell’opera a fumetti – dovuti anche a possibili questioni di questioni minutaggio – il film diretto da James McTigue apporta notevoli modifiche anche alla storia stessa. Quando Alan Moore e David Lloyd diedero alle stampe per la prima volta le vicende del misterioso vendicatore con la maschera di Guy Fawkes, ciò di cui parlavano era il periodo a loro contemporaneo: l’Inghilterra tatcheriana. Se i fratelli Wachowski avessero optato per un adattamento fedele alla storia così come ideata in principio, non avrebbero potuto evitare il consumarsi di un altro tipo di tradimento: la rinuncia alla contemporaneità. La rielaborazione della società in cui si svolge la vicenda, al fine di far sì che questa rievochi gli Stati Uniti della presidenza Bush jr., era un passaggio necessario per poter rielaborare l’attualità dell’opera. Il fumetto era stato concepito e realizzato nell’Inghilterra degli anni ’80, in un paese governato dalla Lady di Ferro ed ancora immerso nel clima della Guerra Fredda. I Wachowski hanno invece scritto la loro sceneggiatura negli Stati Uniti governati dal presidente Bush, in un panorama internazionale in cui la Cortina di Ferro ha lasciato il posto alla Guerra al Terrore e nel quale i media tradizionali (TV, Radio, Giornali) hanno assistito ad un ridimensionamento della loro importanza in ragione della diffusione di Internet. Trasportare sul grande schermo l’opera di Moore così come lui l’aveva raccontata nella sua forma originale avrebbe significato tradire lo spirito polemico che questa aveva con la società all’interno della quale era stata concepita. Al fine di portare sullo schermo un V che potesse sortire un effetto analogo a quello pensato in origine, e non imprigionarlo all’interno dell’epica di un’era passata, il tradimento della lettera originale era un passaggio quasi obbligato. L’utopia romantica di una rivoluzione anarchica finisce con il lasciare il posto ad un concatenarsi di pulsioni autoritarie.

In un Regno Unito immaginario governato da un partito di stampo fascista noto come Fuoco Norreno, un vendicatore mascherato cerca di rovesciare il regime al potere ricorrendo ad attentati ed altre azioni più o meno violente. Il misterioso giustiziere si fa chiamare V (Hugo Weaving) e la sua storia si intreccia con quella di Evey Hammond (Natalie Portman), una giovane donna che lavora per la televisione britannica, come con le vicende dell’ispettore Finch (Stephen Rea), l’uomo incaricato di dargli la caccia e porre fine alle sue azioni. Le sue gesta sono un susseguirsi di attentati contro i simboli del regime instaurato dallo spietato Alto Cancelliere Adam Sutler (John Hurt), nonché contro esponenti di primo piano del partito. V ha progettato nei dettagli un piano che dovrebbe portare alla disintegrazione del sistema di potere al governo ed è determinato a portarlo a compimento a qualsiasi costo, umano e non. Attentati a simboli del potere e spettacolari azioni dimostrative costituiscono il centro nevralgico della sua azione. Non potendo affrontare il nemico sul piano dello scontro fisico vero e proprio, conduce le sue battaglie sul piano simbolico ed ideologico. Ed è grazie a queste azioni che riesce nell’impresa di presentare sé stesso come il mero portatore di ideali per i quali combattere e morire.

Con i suoi modi eleganti ed affettati, V costruisce e rende credibile un’immagine di sé come quella di un uomo che ha dedicato la sua vita alla giustizia e alla lotta contro i soprusi, ad un punto tale da sacrificare la sua stessa identità. Decorando le sue azioni con citazioni shakespeariane ed una raffinata retorica letteraria, V allontana da sé l’immagine di pericoloso sociopatico assetato di vendetta. Grazie alle sue affascinanti doti oratorie, V presenta sé stesso nei termini di un eroe solitario in lotta contro un regime oppressivo in ragione di una società più equa e giusta. E così facendo, V riesce a farsi strada nelle convinzioni di una parte del pubblico che ne ammira le imprese. Ma alla luce delle azioni che compie, la maschera che indossa assume i contorni di una bandiera ideologica che utilizza per fornire alibi e giustificazioni alle sue stesse azioni, di una menzogna artistica che nasconde una verità differente. Il fascino che esercita su quelle stesse masse che incita alla rivolta contro il regime in vigore non è dissimile da quello di un aspirante leader autoritario alla ricerca di un vasto consenso.

Sebbene si dilunghi a parlare di giustizia e libertà, i suoi metodi non sono dissimili da quelli del nemico che intende rovesciare. Prima ancora che in ragione di qualche calcolo di natura strategica, V seleziona le sue vittime in base ai ruoli che queste avevano avuto in una vicenda del suo passato. La “Voce di Londra” Lewis Prothero, il vescovo James Lilliman e il medico legale Delia Surridge sono tutte figure che avevano ricoperto ruoli di primo piano nel campo di concentramento di Larkhill, dove era stato imprigionato e sottoposto ad esperimenti scientifici. Le rose rosse che lascia sui corpi delle sue vittime, così come il diario della dottoressa che abbandona sul luogo del delitto dopo essersi limitato a strappare qualche pagina, non sono altro che pezzi del puzzle che racconta la storia della sua vita. Prima ancora che pezzi di un ideale futuro da attualizzare, sono tutti parte di una resa dei conti di V con il suo passato.

Proprio come quel potere che afferma di voler combattere, V non mostra alcun interesse nei confronti del dialogo o del confronto. Ad un punto tale da non arretrare nemmeno di fronte alla possibilità di imprigionare la stessa Evey per sottoporla ad un processo di rieducazione. Facendo un uso del linguaggio affine a quello del Socing orwelliano, V capovolge il significato dei termini che utilizza e parla della detenzione e dei condizionamenti a cui ha sottoposto Evey nei termini di un processo di liberazione. E di fronte alla ragazza che lo accusa di averla torturata ed umiliata, lui non si difende e non si giustifica; al contrario, rinfaccia alla sua vittima i sacrifici che lui stesso avrebbe affrontato per indossare i panni del torturatore ed aiutarla a superare le sue paure. V si comporta con Evey come i suoi carcerieri si erano comportati con lui a Larkhill. Proprio come questi lo avevano imprigionato e sottoposto ad esperimenti per il bene della società di cui loro erano parte, così V imprigiona Evey e la tortura in funzione del suo personale progetto. A sua volta Evey, dopo un periodo di smarrimento iniziale, abbraccia la visione del mondo e gli ideali di chi l’ha torturata. Si tratta di una catena che vede le vittime prendere il posto dei loro carnefici, un processo che i Wachowski evidenziano anche sul piano metafilmico affidando a John Hurt il ruolo del dittatore al potere: è il volto del Winston Smith di Orwell 1984 – il dissindente torturato e rieducato da O’Brien nelle stanze del Ministero dell’Amore – riappare qui nelle vesti dello spietato Adam Sutler. V, che uccide i responsabili delle sue sofferenze e che mette in atto attentati contro i simboli del regime, a sua volta accusa il Fuoco Norreno di essere arrivato al potere compiendo attentati contro i suoi concittadini, e trova terreno fertile nell’ispettore Finch, giocando sul desiderio consolatorio di essere vittima di un complotto, piuttosto che complice di un regime spietato.

All’interno del film, la specularità tra V e Sutler viene portata in scena nell’ambito della scena comica che condurrà alla morte di Gordon Deitrich (Stephen Fry), l’amico presso il quale si era rifugiata Evey dopo essere riuscita ad allontanarsi da V. Nel corso di una puntata del suo programma televisivo, Deitrich si rende protagonista di uno sketch comico nel corso del quale vengono portati in scena V ed il Cancelliere Sutler, in un confronto che si conclude con V catturato e smascherato. Una volta tolta la maschera di Guy Fawkes, quello che appare non è altro che il volto di Sutler stesso. Una simile associazione tra i due soggetti afferma che Sutler non è molto diverso dal terrorista al quale i suoi uomini danno la caccia, motivo per cui Deitrich verrà ucciso dalla polizia segreta del regime, ma allo stesso tempo indica in V un nuovo Sutler. Proprio come la sua nemesi, V è il portatore di un’ideologia totalitaria che prevede l’identificazione assoluta della folla con il leader e con le sue istanze. La ribellione della folla che marcia con indosso mantelli neri e maschere di Guy Fawkes sul volto rappresenta il trionfo dell’ideologia del vendicatore mascherato: i cittadini hanno rinunciato ai loro volti e alle loro identità per dissolversi in V e moltiplicarne all’infinito l’effige. E anche dopo essersi scoperta il volto di fronte allo spettacolo pirotecnico del parlamento che esplode, la folla che emerge è quella generata dall’azione di V: una moltitudine nella quale le differenze passate sono state dissolte in una nuova totalità. Ma è pur sempre anche la stessa che accompagnava Sutler nella sua conquista del potere agitando le bandierine col simbolo rosso e nero del Fuoco Norreno.

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