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Joshua – George Ratcliff

Una normale famiglia americana. Un padre (Sam Rockwell), una madre (Vera Farmiga) ed il loro figlio Joshua (Jakob Kogan) accolgono in casa la neonata Lily. Tutto sembra procedere in modo ordinario, ma in breve l’equilibrio famigliare si troverà ad incrinarsi progressivamente. Il ragazzino appare fin da subito estremamente intelligente e riflessivo: molto ordinato nel vestire con giacca e cravatta, pianista estremamente dotato e talmente bravo a scuola da poter avanzare di due classi rispetto alla sua età. Ma dietro la sua apparenza calma e riflessiva si agita qualcosa di profondamente oscuro che non tarda a palesarsi: forse perché geloso della sorella appena nata, forse perché realmente messo in disparte dai genitori, o forse perché semplicemente malvagio, la sua azione causerà la fine del fragile equilibrio che la famiglia sembrava aver appena riconquistato. Infatti, guardando una vecchia videocassetta con riprese riguardanti il suo primo periodo di vita,  scopre che i suoi pianti quando era ancora in fasce avevano causato sofferenza alla madre (cioé quella che potrebbe essere definita una depressione post partum). Da quel momento, anche la piccola Lily, che fino a quel punto era stata molto tranquilla, inizierà a piangere senza sosta (e per quanto non sia direttamente visibile, si capisce piuttosto chiaramente che si tratta di una conseguenza delle azioni del fratello). Non è chiaro se Joshua agisca per punire i genitori o se per gelosia intenda mettere in cattiva luce la sorella, ma nella claustrofobica ambientazione casalinga i continui pianti della piccola Lily porteranno la madre, anche perché memore dell’esperienza avuta con il primogenito, di nuovo a vivere un sempre più profondo esaurimento nervoso. E sempre più padrone della situazione, Joshua tesse le sue oscure trame ai danni dei genitori.

Si tratta in pratica di un film che sembra collocarsi nella tradizione dei bambini terribili che all’interno di un contesto di apparente normalità diventano fonte di sconcerto e malvagità. Ma a differenza, ad esempio, del piccolo Damien protagonista di The Omen, qui non ci sono elementi soprannaturali: come da presentazione della produzione, il film si colloca nell’area dei thriller psicologici piuttosto che in quello orrorifico. Ed in tema di anticipazioni da parte della produzione, proprio una delle locandine utilizzate per pubblicizzare il film sembra offrire una valida chiave di lettura della vicenda narrata: Joshua è da solo, in una stanza vuota e buia, ed osserva una grande foto della sua famiglia. Osservando l’enorme ritratto, può vedere il padre che abbraccia la madre che a sua volta tiene in braccio la piccola Lily, mentre lui rimane isolato sullo sfondo, con i genitori che gli voltano la schiena, senza nemmeno  preoccuparsi che venga fotogafato per intero: è come se non solo lui rimanesse in secondo piano rispetto al nucleo compatto del resto della sua famiglia, ma addirittura fosse diventato un trascurabile elemento sullo sfondo, come un vaso, una tenda o una lampada, in pratica un qualsiasi oggetto di quelli che nessuno si cura di riprendere per intero quando viene scattato un ritratto.

La vicenda si svolge in larga parte all’interno dell’appartamento famigliare, un ambiente cupo e triste che in breve si trova ad essere riempito dal progressivo squilibrio mentale della madre e dal pianto costante della neonata. Ed in questo ambiente, Joshua trova un terreno fertile per tessere la sua gelida tela a base di crudeltà ed inganni. In pratica, gli elementi per rendere il film inquietante ed angosciante potrebbero esserci tutti, anche alla luce di un cast in cui, oltre ad un’ottima prova di Sam Rockwell, sia Vera Farmiga che il giovane Jakob Kogan riescono a caratterizzare molto bene i loro personaggi, la prima rendendo a pieno il progressivo smarrire della tranquillità e dell’equilibrio del suo personaggio, il secondo mantenendo costantemente un’inquietante espressione di innocente ed indecifrabile distacco. Ma nel complesso il film non riesce mai a decollare realmente, finendo col diventare un affresco piuttosto piatto di una vicenda che rimane comunque piuttosto confusa ed indeterminata: la scelta di non prendere una direzione precisa nella connotazione dell’origine del Male in Joshua assume i connotati della volontà di evitare rischi legati ad un maggiore approfondimento dei personaggi. Un particolare, questo, decisamente non trascurabile in una produzione che si definisce, e soprattutto si pone, come “thriller psicologico“. Nel corso del film vengono abbozzati diversi elementi che potrebbero spingere verso una caratterizzazione della vicenda piuttosto che un altra; ma la scelta di non trarre alcuna conclusione sembra essere una via di comodo finalizzata a mantenere un’indeterminazione che se da un lato non espone la narrazione a cadute di stile, dall’altro non permette alla storia di osare quel minimo necessario per andare oltre il cliché del “bambino sadico e malvagio” entro cui rimane intrappolata. Non addentrandosi nella natura Malvagia di Joshua, ma scegliendo di osservarne i comportamenti dall’esterno, Ratcliff evita il rischio di perdersi in luoghi comuni o banalità, ma allo stesso tempo finisce con l’azzardare nulla che permetta alla storia di scostarsi dalla superficie su cui rimane bloccata.

Ratcliff sembra non voler razionalizzare le ragioni dei comportamenti malvagi del ragazzo, ed infatti non ci sono parti discorsive esplicative in merito, un aspetto questo grazie al quale riesce a mantenersi ben distante da un facile didascalismo; gli atti di crudeltà compiuti da Joshua non vengono esibiti in scena, se non nel momento in cui la sua azione diventa funzionale al suo oscuro piano del bambino, cioé quando ritiene opportuno essere visto mentre fa qualcosa di cattivo. Ed è alla luce di questo aspetto che i segni che Joshua semina costantemente in giro – tra cui le sue richieste di rassicurazione rivolte al padre, l’esibizione concertistica in cui  anziché il brano previsto decide di suonare una ninna nanna distorta mirando volutamente ad ottenere un effetto sgradevole presso l’uditorio, la decisione di regalare tutti i giocattoli ai poveri, con macabri riferimenti  a tradizioni funebri dell’antico Egitto – non riescono a trovare collocazione all’interno di un quadro coerente. Dalla sequenza in cui il padre lo accompagna a scuola camminando davanti a lui e parlando al cellulare (richiamando, così, quella trascuratezza nei confronti del figlio suggerita dalla locandina), fino al dialogo con la psicologa infantile che sulla base di un disegno è convinta di aver trovato la prova inequivocabile ed inconfutabile della presenza di maltrattamenti subiti all’interno della famiglia, se da un lato Ratcliff evita di addentrarsi nell’interiorità del ragazzo, dall’altro cerca comunque di ancorarne il comportamento in una serie di richieste d’attenzione. Ma in assenza di un elemento in grado di unire l’interiorità oscura del ragazzo con i segni di cui è costantemente disseminata la narrazione, quello che rimane alla fine, più che un profilo psicologico, è una rappresentazione macchiettistica, in cui da un giorno all’altro un bambino apparentemente normale si trasforma in uno spietato ed implacabile maestro degli intrighi, anche grazie alla collaborazione di adulti facilmente ed opportunamente manipolabili.

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