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Thank you for smoking – Jason Reitman

Nick Naylor (Aaron Eckhart) è un lobbista il cui lavoro consiste nel mettere a disposizione la sua abilità oratoria al servizio delle multinazionali del tabacco, per difendere la loro immagine ed i loro interessi dai danni causati dal moltiplicarsi delle campagne anti-fumo. Il film segue una parte della vita del protagonista, mescolando la sua dimensione personale  con quella professionale, in quella zona nella quale si intrecciano pubblico e privato (una dimensione, questa, che Reitman riprenderà anche in futuro quando affiderà a George Clooney il compito di vestire i panni di un tagliatore di teste in Tra Le Nuvole). Divorziato dalla moglie che ora vive con un nuovo compagno, Nick cerca comunque di mantenere vivo il rapporto con il figlio Joey (Cameron Bright), tanto da portarlo con sé nei suoi viaggi di lavoro. Veloce e ritmata, Thank You For Smoking è una commedia nella quale il regista, pur senza perdere di vista il suo filo conduttore, offre uno spaccato della vita del protagonista alle prese con varie situazioni e tipologie sociali. Fin dalla prima sequenza, nella quale si trova ad essere invitato in un talk show televisivo e dove rovescia le accuse rivolte ai produttori di sigarette di sfruttare la salute delle persone per il loro profitto (sostenendo che le multinazionali del tabacco non hanno interesse ad uccidere i propri clienti) ad una delle ultime sequenze, nella quale pur dichiarando di non negare gli effetti nocivi del fumo difende la responsabilità derivante dalle scelte che si compiono, il film si connota esplicitamente come un campo di battaglia nel quale si scontrano istanze sociali contrapposte. Ma non si tratta di una semplice presa di posizione a favore o contro il tabacco, quanto piuttosto della rappresentazione di una partita che vede interessi in contrasto tra loro lottare per affermarsi. Da questo punto di vista, pur radicalmente differente nei toni e nei contenuti, la commedia si trova ad esibire più di un punto in comune con un film come Larry Flynt di Milos Forman. Come nel caso del film del regista ceco, che pur trattando il film di pornografia non mostra scene pornografiche in quanto maggiormente interessato al tema della libertà di espressione, così nella commedia di Reitman, pur trattando di fumo e fumatori, non ci sono scene in cui si vede qualche personaggio fumare. Il che è un fattore tutt’altro che secondario, soprattutto se si considera che una parte del film riguarda il progetto di realizzare un film in favore del fumo, una produzione ambientata nello spazio nella quale Brad Pitt e Catherine Zeta-Jones, nudi e sudati, avrebbero dovuto fumare alla fine di un travolgente amplesso. Si tratterebbe di un progetto finanziato dalle industrie del tabacco del quale Nick discute con il produttore hollywoodiano Jeff Megall (Rob Lowe), al fine di permettere al fumo ed ai fumatori di tornare davanti alla macchina da presa, e quindi di offrire pubblicità positiva al fumo.

La scelta di non mostrare personaggi che fumano per tutta la durata del film ha l’evidente scopo di evitare che il film possa essere considerato come un semplice esempio di campagna pro-fumo. Non a caso, lo spettatore viene a conoscenza del fatto che Nick è un fumatore incallito nel momento in cui in casa, con il figlio vicino, apre un pacchetto di sigarette che però si rivela vuoto; un fatto, questo, definitivamente confermato da quanto accade al suo risveglio in ospedale dopo il rapimento da parte di un gruppo di attivisti anti-fumo: una delle prime cose che gli fa sapere il medico che lo cura è che, per quanto il suo fisico sia stato danneggiato a fondo dai cerotti antifumo che i rapitori gli avevano applicato ovunque addosso, solo l’essere stato un fumatore incallito ha permesso al suo fisico di sopportare la grande quantità di nicotina che era stata rilasciata nel suo corpo (un episodio che il protagonista utilizzerà con divertito cinismo per affermare che il fumo gli ha salvato la vita). E che non si tratti di un film il cui obiettivo è prendere posizione in favore o contro il fumo, è dimostrato ulteriormente dalla scelta di non mostrare quanto invece avrebbe dovuto essere esibito in “Settore 6″, il film di fantascienza con Pitt e la Zeta-Jones. Nick Naylor viene sedotto dalla giornalista Heather Holloway (Katie Holmes) che lo inganna facendogli credere di essere attratta da lui quando in realtà il suo unico obiettivo è ottenere notizie confidenziali per l’articolo che sta scrivendo: non solo Reitman si guarda bene dal soffermarsi sui corpi nudi e sudati di Aaron Eckhart e Katie Holmes (anzi, mostrandoli mentre fanno sesso senza utilizzare scene di nudo), ma non fa nemmeno allusioni ad eventuali sigarette post-coito dei personaggi. E come proverbiale ciliegia sulla torta, vale la sequenza nella quale Nick viene mandato dal suo capo Budd ‘BR’ Rohrabacher (J.K. Simmons) con una valigetta piena di soldi in un ranch sperduto per dissuadere un malato di cancro dal partecipare ad azioni legali contro le industrie del tabacco: con un tocco di amara ironia, si scopre che il malato altri non è che il Marlboro Man (Sam Elliott), l’uomo simbolo di decenni di campagne pubblicitarie di sigarette.

Thank You For Smoking quindi non è un film sociale nel senso che è si schiera a favore o contro qualche cosa in particolare. E’ un film sociale nel senso che si lascia attraversare da diverse istanze che nella società trovano spazio e non raramente si scontrano. La sua scelta è di porre la problematicità delle questioni che affronta, di sollevare delle domande, e non di aderire in modo monolitico ad una posizione. Anzi, si potrebbe dire che l’obiettivo critico del film è l’intransigenza delle posizioni assolute e l’ipocrisia oscillante tra ignoranza e malafede su cui spesso si fondano. Nick Naylor è un moderno sofista che difende il diritto di esercitare delle libere scelte. Come spiega al figlio, in una discussione con un avversario che sostiene tesi radicalmente opposte alle proprie avere ragione non significa tanto dimostrare che la propria posizione è giusta in modo assoluto, quanto piuttosto far vedere come non possa esserla quella dell’avversario. Reitman ha scelto il campo del fumo, ma i frequenti intermezzi nei quali il protagonista si trova a cenare con altri due M.D.M. (Mercanti di Morte), fa capire come quanto detto a proposito del fumo potrebbe valere, con gli opportuni cambiamenti, anche per il mercato delle armi di cui si occupa il suo amico Bobby J. Bliss (David Koechner) o per il consumo di alcool difeso da Polly Bailey (Maria Bello) – ai quali, nel finale, si aggiungono i rappresentanti di altri mercati: industrie petrolifere, biorischi, e perfino fast-food. In pratica, quello che piano piano emerge nel film, grazie in particolar modo al tema dello scontro con il senatore del Vermont Ortolan Finisterre (William Macy), è come le campagne anti-fumo, travestendosi da lotte per la tutela dei cittadini, in realtà siano un modo per tutelare altri interessi (ed eventualmente altre lobby) o per trovare un capro espiatorio cui addossare la responsabilità del diffondersi di un problema, allontanando contemporaneamente l’attenzione dell’opinione pubblica da altri temi che potrebbero godere di una simile attenzione.

La scelta di applicare un simbolo ben evidente e facilmente comprensibile anche da qualcuno che non capisce la lingua nella quale sono scritti gli avvertimenti contro i pericoli derivanti dal fumo stampati sui pacchetti di sigarette è veramente un modo per tutelare la salute dei cittadini? Nel suo confronto con la commissione in Senato, Nick pone l’interrogativo riguardante la necessità di porre un avvertimento a riguardo di qualcosa che sanno tutti (fumare può far male). E nel momento in cui la commissione gli fa presente che si tratta di un promemoria con scopo di avvertimento, Nick si rivolge a diversi senatori chiedendo loro per quale motivo il teschio non venga messo anche sui Boeing o sulle automobili Ford (evidentemente alludendo in modo molto tutt’altro che velato a legami di natura lobbistica tra i senatori cui si rivolge e le industrie citate), e soprattutto, considerando che il colesterolo è il primo responsabile di mortalità in America, sul formaggio prodotto nello Stato governato dal senatore promotore della campagna. Nick Naylor non nega, anzi conferma la pericolosità del fumo, ed è proprio a partire da questa ammissione che non ha problemi ad andare a colpire altri settori e mercati mostrando come le aziende a nome delle quali sta parlando possano essere considerate tra i responsabili di mortalità, ma non le uniche, e quindi come l’accanimento unilaterale nei loro confronti sia tutto sommato iniquo. Di fronte al dipingersi di uno scenario nel quale anche interessi di altri settori economici potrebbero trovarsi toccati e danneggiati (soprattutto se si tratta di interessi ai quali i diversi senatori possono trovarsi collegati), la commissione blocca il monologo di Nick e gli fa notare come non si tratta di ricordare qualcosa a chi già sa, ma di farlo sapere a chi eventualmente non sa, come ad esempio i bambini. Ed è proprio a questo punto che il film va a toccare il tema nevralgico della questione: la tutela di una o più fasce sociali come strumento di propaganda per veicolare messaggi finalizzati a limitare le libertà altrui.

Il teschio, a differenza delle sole parole, ha lo scopo di essere comprensibile come messaggio di pericolo da tutti, anche da chi non comprende  la lingua nella quale può essere scritto il messaggio di avvertimento. Ma dato che i pericoli del fumo sono noti, lo scopo non è avvertire il consumatore, quanto piuttosto porlo nella condizione per cui non può (affermare di) non sapere. Le abitudini, le scelte, e perfino lo stesso corpo dell’individuo sono gli spazi nei quali si scontrano interessi differenti che cercano di tutelare sé stessi. Ed il corpo di un fumatore è lo spazio nel quale entrano in conflitto gli interessi delle industrie del tabacco e quelli delle assicurazioni sanitarie, e nel quale l’unico arbitro sarebbe l’individuo con le sue scelte. Per chi fuma, il fumo è un piacere, pericoloso e dannoso quanto si vuole, ma pur sempre un piacere. Tra fumo e cancro non esiste alcuna prova di una correlazione diretta che dimostri la consequenzialità tra abitudine e malattia: non tutti i fumatori si ammalano mortalmente di patologie riconducibili al fumo, e non tutti coloro che si ammalano di simili patologie sono o erano fumatori. Al di là degli apparenti buoni propositi di simili campagne, il loro obiettivo è tutelare e difendere blocchi di interessi economici attraverso la reificazione di un insieme di libere scelte, senza che sia necessario dimostrare un dolo da parte di le compie. Per esempio, una compagnia assicuratrice che ha stipulato con un individuo una polizza vita non pagherà nulla ai beneficiari qualora questo si suicidi o qualora dovesse perdere la vita in seguito ad attività pericolose: se un soggetto dovesse essere un appassionato di paracadutismo e perdere la vita durante l’esercizio di una simile attività, i beneficiari non riceveranno alcun indennizzo (salvo, ovviamente, il caso nel quale a fronte di una maggiorazione del premio riesca ad ottenere anche una copertura specifica). Ma il dedicarsi ad attività pericolose non annulla la copertura assicurativa in toto, ma solo qualora il sinistro avvenga durante l’esercizio di una di queste attività: i beneficiari di un appassionato di parapendio che dovesse venire a mancare in seguito ad un’intervento chirurgico o ad una malattia non verrebbero privati del loro indennizzo in quanto le attività pericolose a cui si dedicava l’assicurato non sono state causa della sua morte.

Un caso diverso invece è quello del fumo. Sebbene, come si accennava sopra, non esista alcun modo per dimostrare che l’eventuale insorgere di alcune patologie sia riconducibile al fumo, attraverso le campagne anti-fumo le compagnie assicuratrici sono riuscite a trasformare un’abitudine discutibile in uno strumento per tutelare loro stesse. L’obiettivo, peraltro ormai raggiunto, di tali campagne era far sì che le compagnie che vendono coperture assicurative sanitarie potessero avere uno strumento per rifiutare le coperture a soggetti a rischio e, allo stesso tempo, avere un mezzo per rifiutare il pagamento delle spese sanitarie a chi fosse fumatore, malgrado non fosse in alcun modo certo che la causa del male potesse essere (o essere solo) il fumo. In pratica, attraverso la reificazione del fumo e dei fumatori, è come se le compagnie assicurative sanitarie fossero riuscite ad ottenere la possibilità di negare coperture ed, eventualmente, indennizzi a chi si dedica a sport estremi… indipendentemente dal fatto che la loro necessità di cure possa dipendere dall’esercizio di simili attività o meno. Dietro uno Stato che si muove per tutelare i suoi cittadini (ed i loro bambini, cioè lo strumento principe delle propagande proibizioniste) si agita lo spettro di blocchi di interessi che dalle libere scelte dei cittadini potrebbero essere danneggiati. E se il fumo, come l’alcool o altro, potevano godere dell’alibi della necessità di tutelare non solo l’individuo che compie le sue scelte, ma anche chi gli sta attorno (dal fumo passivo come dalla perdita del controllo dovuto all’abuso di alcoolici), il successo di simili campagne ha permesso a chi ne ha beneficiato di spingersi oltre, fino ad arrivare alla reificazione di comportamenti che non possono danneggiare la salute di altri che del soggetto stesso in questione. L’inclusione nella parte finale del film di chi cerca di difendere gli interessi delle catene di Fast Food tra i nuovi Mercanti di Morte, indica non solo come le campagne di reificazione dei comportamenti siano destinate ad aumentare di numero, ma anche a diventare sempre più aggressive ed invasive. Come dimostrano i sempre più diffusi inviti alla tutela della forma fisica, dopo i fumatori ed i consumatori d’alcool, è ora giunto il turno di chi si porta addosso dei chili di troppo, di chi liberamente sacrifica la propria forma fisica in cambio del piacere del cibo.

Il filo conduttore di queste battaglie è andare a reificare e colpire i piaceri dell’individuo: di fronte ad un vastissimo spettro di scelte ed attività pericolose, le campagne più feroci e violente vanno a colpire alcuni piaceri, quasi come se il crimine non consistesse nell’assumere dei comportamenti rischiosi, quanto piuttosto farlo per un godimento personale. Il rischio di patologie di vario tipo cui si espongono le modelle che affollano le passerelle delle sfilate di moda non solo non è oggetto di disprezzo e reificazione sociale, ma anzi ottiene ammirata attenzione da parte di vaste aree dei media: il corpo che rischia di ammalarsi per trasformarsi in un mero supporto dei vestiti che sfilano, dell’industria della moda, è accettato quando non addirittura presentato come ideale di bellezza. Viceversa, il corpo florido, talvolta abbondante o addirittura obeso, che è a rischio di altre patologie perché magari insegue e soddisfa un proprio piacere, è oggetto di disprezzo e di reificazione. Il problema non riguarda lo stile di vita rischioso o le scelte che il soggetto compie in sé, ma piuttosto a vantaggio di chi vanno: nei confronti del rischio anoressia che va a vantaggio dell’industria della moda ci sono solo periodici avvertimenti che si intrecciano con interi settori mediatici che presentano le ragazze ultra magre come esempi di bellezza, al contrario nei confronti del rischio obesità che spesso va a nutrire i desideri ed il personale piacere di un individuo ci sono autentiche campagne denigratorie. Allo stesso modo in cui chi fuma sigarette per il proprio piacere è oggetto di disprezzo e reificazione (funzionale anche a giustificare i frequenti incrementi fiscali che vanno ad aumentare il prezzo delle sigarette), mentre chi utilizza mezzi grossi, pesanti ed inquinanti per muoversi in città, non solo non è oggetto di critica, ma può anche godere dello status symbol proveniente dal costoso (ed inquinante) mezzo di trasporto. Nick Naylor non è un eroe e non è un idealista, anzi non esita a paragonare la propria attività a quella di un avvocato che accetta di difendere in tribunale un presunto criminale, ma al di là del suo spiegare la sua scelta professionale come derivante dalla necessità di “pagare un mutuo”, la sua attività non riguarda altro che il difendere i diritti di una parte di cittadini contro un’azione collettiva che, attraverso un uso parziale ed unilaterale di principi quali la tutela dei minori, si afferma attraverso una volontà tirannica di limitazione delle libertà e dei diritti altrui.

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Jennifer’s Body – Karyn Kusama

Quando su una locandina lo slogan di richiamo si condensa nel sottolineare come alla realizzazione abbia partecipato ad un altro successo, l’impressione che se ne ricava è che più che puntare sul contenuto del film in sè, il marketing utilizzato per promuovere il lavoro in questione cerchi di sfruttare nomi e popolarità provenienti dall’esterno a causa della scarsità di mezzi messi a disposizione dalla produzione stessa. Jennifer’s Body incarna alla perfezione questa situazione: sulla locandina campeggia in bella posta il messaggio che sottolinea come la scrittura del film sia frutto dell’autrice di Juno. A questo si aggiunge poi la scelta di esibire il corpo di Megan Fox, uno dei sex symbol del momento, in tenuta da sexy studentessa: il tentativo di sfruttare l’appeal personale del più noto nome del cast al fine per richiamare al cinema una parte di quel pubblico che ha fatto sì che il nome dell’attrice statunitense potesse essere inserito nell’elenco delle star più cliccate sul web nel 2009. In tutto ciò in sè non ci sarebbe nulla di male, se queste fossero solo le premesse per un film in grado di presentare almeno uno spunto interessante: il problema in questo caso è invece che oltre simili premesse non c’è altro. Il film si riduce ad un esempio di regia scolastica che ammicca confusamente all’horror fumettoso di Sam Raimi a supportare una sceneggiatura in cui tutti gli elementi messi in campo stridono tra loro, nel maldestro tentativo di esportare all’interno di un altro genere le idee messe in campo nella realizzazione di Juno, cioé proprio gli aspetti che la produzione, per motivi non meglio identificabili in base alla visione, credeva potessero rappresentare un punto di forza nel film. Non si tratta quindi del frutto di errori o di intenzioni mal realizzate: l’esito disastroso del film é proprio il frutto delle idee e dei mezzi dispiegati sul campo dalla stessa produzione.

Come da indicazione della produzione, il fatto che la storia sia opera della sceneggiatrice di Juno è un fattore rilevante. I punti di contatto tra le due pellicole sono molteplici, e vanno di gran lunga ben oltre la presenza J. K. Simmons in entrambi i film (il padre di Juno, qui nelle vesti dell’insegnante delle protagoniste). Entrambi i film sono ambientati nella provincia americana e vedono due ragazze come protagoniste: la non molto popolare Needy (Amanda Seyfried) e l’avvenente Jennifer (Megan Fox), rispettivamente eredi di Juno e della sua amica Leah. Ed anche lo schema di base della vicenda è simile: tutto ciò che viene narrato nel film è conseguenza della leggerezza con cui Jennifer/Juno affronta l’esperienza sessuale. Una narrazione che in entrambi i casi è sottolineata da una colonna sonora a base di musica indie, ma che malgrado l’apparente modernità di ambientazioni e linguaggi è costantemente sottesa da un substrato didascalicamente reazionario. Come nel lavoro precedente i fatti narrati erano conseguenza della mancanza di precauzioni da parte di Juno nel suo accoppiarsi sessualmente con Paulie, così qua tutto avviene in seguito all’imprudenza di Jennifer che sale sul furgone della band Low Shoulder subito dopo l’incendio del locale dove questi si stavano esibendo.

Ma quello che in Juno risultava coerente e funzionale alla narrazione, in Jennifer’s Body assume connotati ridicolmente grotteschi. E a nulla serve la pur valida performance di Amanda Seyfried nell’offrire profondità e credibilità alla sua Needy, tanto indifesa nei panni della studentessa quanto dura all’interno dell’istituto di detenzione. Al di là del nome e della presenza, la prestazione di Megan Fox è perfettamente in linea con il personaggio che le é stato affidato: imbarazzantemente banale e stereotipata al limite del macchiettismo (i suoi tentativi di caricare Jennifer di lussuria negli approcci ai ragazzi, più che scene ipnoticamente sensuali ricordano un goffo tentativo di recita in un porno amatoriale). E non da meno sono i personaggi che le affiancano: Johnny Simmons, nei panni di Chip (il ragazzo di Needy) è a sua volta il goffo erede, a partire dall’aspetto, del Paulie di Juno, e ad un Kyle Gallner truccato come se fosse appena uscito da un concerto dei Good Charlotte viene affidato il ruolo del ragazzo pesantemente abbigliato da emo, isolato dagli altri e snobbato dalle ragazze. Ma una nota particolare va ad Adam Brody al quale, dismessi i panni del Seth Cohen di The O. C., viene affidato il compito di interpretare Nikolai, il frontman senza scrupoli di una band simil emo dedita al satanismo: il suo villain è talmente goffo ed improbabile da risultare in più di un’occasione involontariamente comico.

Tutti questi elementi, frullati assieme senza alcuna coerente visione di fondo, sfociano in un maldestro patchwork al quale la regista Karyn Kusama (già alla regia del tutt’altro che memorabile Aeon Flux) offre il suo contributo nella forma di una direzione anonima e priva di qualsivoglia inventiva. Diablo Cody butta maldestramente nella sceneggiatura il tema delle Succubi, senza preoccuparsi di approfondire anche solo minimamente il tema della seduzione del male, ma lasciando che sia l’aspetto fisico di Megan Fox ad essere fonte di attrazione fisica per le vittime maschili. E coerentemente, perlomeno con la superficialità di una simile impostazione, Karyn Kusama la raffigura come una specie di vampiro o lupo mannaro da cartone animato per bambini. Le uniche sfumature che vengono esibite sul corpo di Jennifer si concretizzano nella quantità di strati di cerone che le vengono applicati sul viso per aumentarne o diminuirne il pallore in relazione alla sua fame. Ed in tema di confusione, una nota va dedicata anche al rapporto tra Jennifer e Needy, la prima tanto sexy quanto superficiale ed egocentrica, la seconda dipinta come una ragazza timida e diligente. Al di là di qualche flashback sparso qua e là per mostrare come la loro sia un’amicizia che affonda le proprie radici in un passato che risale all’infanzia, la loro relazione appare incomprensibile. Ma anche questo non sembra un tema che la coppia Cody-Kusama abbia intenzione di approfondire, se non in termini di sfruttamento dell’appeal fisico delle due attrici, anche attraverso l’introduzione di una parentesi saffica completamente gratuita in cui viene esibito il pruriginoso bacio tra le due amiche.

Alla fine della visione, Jennifer’s Body assume il profilo del furbesco tentativo di Diablo Cody di replicare Juno cercando di evitare le accuse di monotematicità, tentando di occultare dietro intermezzi splatter e parentesi pruriginose l’incapacità di andare oltre la formula che aveva decretato il suo successo. L’ambientazione adolescenziale nella provincia statunitense, la colonna sonora ruffianamente fedele ai canoni dello pseudo indie-alternative da classifica a base di Dashboard Confessional, Screaching Weasel e simili, dialoghi minimali strutturati su una forma giovanilisticamente slang che ammicca a modalità comunicative da social network, e a livello tematico una serie di eventi messi in moto da una sessualità vissuta senza la dovuta circospezione, con una caratterizzazione dei personaggi interamente riconducibile ad una galleria di stereotipi tipici della commedia scolastica anni ’80. In pratica, un agglomerato di componenti che possono avere senso ed efficacia all’interno di altri contesti, ma che cozzano frontalmente con un film che si pone come horror. Perché, ad esempio, Stanlio e Ollio sono stati protagonisti di gag comiche formidabili, ma se per assurdo una simile forma di umorismo fosse stato riciclato da William Peter Blatty per accompagnare Padre Merrin e Padre Kerras nell’esorcismo di Regan, anziché nell’elenco dei capolavori della storia del cinema e malgrado il talento di William Friedkin, perfino L’Esorcista sarebbe finito nello scaffale delle parodie malriuscite. Sostituendo William Friedkin con Karyn Kusama e William Peter Blatty con Diablo Cody, ma mantenendo la mancanza di dimestichezza con i fondamentali del cinema horror dell’assurdo esempio di cui sopra si ha una rappresentazione della pessima riuscita di Jennifer’s Body.

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