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La Miserabile Violenza Della Meschinità

La scritta “Prova A Dirmelo Guardandomi Negli Occhi” emerge a grandi caratteri rossi su sfondo bianco sotto il nome dell’autrice. Niente immagini, niente sfondi colorati e niente volti, per un titolo che potrebbe anche suonare come una sfida, ma che fin dalla prime pagine si rivela essere un invito, un’esortazione a ricordare che dietro i profili social, siano essi di persone famose o meno, ci sono vite private. Una banalità, quella secondo cui dietro i post e gli status ci sono storie vere, ma solo in apparenza. E soprattutto tale finché si rimane confinati all’interno di una solida Torre d’Avorio eretta sulla base di belle parole e principi altisonanti. Perché la realtà quotidiana invece lavora senza sosta per dimostrare l’esatto opposto. Nei fatti, solo la stucchevole retorica a base di malafede e analfabetismo su vari livelli, quella che giustifica simili episodi minimizzandoli, può continuare a ignorare come la violenza dilagante in rete si fondi su una volontà di non riconoscere l’umanità altrui, di singole persone come di interi gruppi sociali. Francesca Barra racconta tutto questo a partire dalla sua dolorosa esperienza in prima persona, come moglie, come madre e come donna, che l’ha vista oggetto di attacchi diretti, di insulti e minacce, a lei e ai suoi cari, da parte di perfetti sconosciuti che da un giorno all’altro hanno deciso che era loro prerogativa dedicare una parte della loro quotidianità allo scopo di offenderla e ferirla. Un’esperienza raccontata con tutta l’amarezza che può derivare dalla lucida consapevolezza di essere stata il bersaglio di un’ondata di crudeltà gratuita che non può trovare giustificazioni razionali, ma che allo stesso tempo non indugia nell’autocommiserazione. Anzi, al contrario, rinuncia a dettagliare la sua storia per condividere con altre persone questa occasione di ridefinizione narrativa, offrendo anche ad altri uno spazio dove riappropriarsi delle loro storie raccontando le violenze subite in prima persona come quelle ai danni di loro cari rimasti schiacciati sotto il peso della valanga persecutoria.

Il quadro che si conferma sullo sfondo è avvilente, forse anche ben oltre le intenzioni dell’autrice. Una moltitudine di soggetti che oscillano tra il narcisismo sociopatico e la deficienza emotiva, incapaci di comprendere l’esistenza di linee di demarcazione che separano la possibilità dal diritto, e che con insensibile crudeltà puerile non ritengono possa esserci qualcosa di male nel fare alla vittima di turno tutto ciò che non viene loro espressamente vietato, o per cui non prevedono una punizione. Anzi, dotati di moderni strumenti tecnologici, anche se non di altrettanto potenti mezzi culturali e intellettuali (e spesso nemmeno di rudimenti semantici o basi grammaticali), si giustificano sulla base dei valori e dei principi che ritengono più convenienti, come se rispondessero alla chiamata di un’autorità superiore, in una sorta di impersonale esperimento di Milgram su vasta scala. E non riescono a comprendere come il loro comportamento non sia affatto diverso, per esempio, da quello dell’uomo che ritiene un suo diritto picchiare e tormentare la moglie per il semplice fatto che questa può non avere modo di opporre resistenza o ribellarsi. Con devota dedizione si dedicano a insudiciare ciò che incontrano sulla loro strada, se questo può procurare loro un qualche tipo di piacere o soddisfazione. Un po’ come quei pervertiti che approfittano dei mezzi affollati per strusciarsi sulle donne e reagiscono indispettiti se qualcuna protesta, magari strillando indignati di essere stati spinti dalla ressa o invitando la malcapitata di turno a usare altri mezzi di trasporto.  Oppure come può fare un ragazzino che esce di casa con una bomboletta spray convinto che disegnare cazzi sui muri di casa altrui sia una sua legittima forma di espressione.

Che si tratti di qualche gruppo sociale di cui si sente parte o al quale si sente affine, oppure che si tratti di qualche principio o valore brandito come una clava da abbattere su chiunque sia percepito come oppositore o anche solo dissenziente, l’hater ha sempre una scusa pronta per giustificare o motivare la propria ostilità. Un modus operandi ormai tutt’altro che originale che pone al centro delle proprie affermazioni il diritto ad avere un’opinione su qualsiasi cosa e a poterla esprimere liberamente. E che in modo altrettanto scontato finisce con prostrate dichiarazioni di scuse e patetici tentativi di ridimensionamento e ricontestualizzazione delle affermazioni fatte qualora l’enormità di qualche sua bestialità arrivi a inviare uomini in divisa alla porta di casa per presentare il conto in termini legali. L’ennesima conferma della natura vile e codarda del bullismo. Perché il bullo è quello che usa la forza del suo branco per tormentare le proprie vittime e le attacca ancora di più se queste cercano aiuto a loro volta per rompere l’isolamento in cui si trovano. Ma soprattutto è quello che, dopo aver umiliato chi si è mostrato intenzionato a chiedere aiuto, non esita a rivolgersi a una qualche autorità qualora il suo tentativo di sopraffazione gli si ritorca contro. E in modo speculare in rete il bullo è quello che prima si appella alla libertà di espressione per scrivere tutto ciò che gli pare e poi invoca la censura e la rimozione di ciò che può sfiorarlo. Come quando fa la voce grossa contro il politicamente corretto quando si tratta di mancare di rispetto agli altri, salvo poi frignare e lamentarsi della maleducazione se a essere oggetto di offese e insulti è la sua persona.

Senza entrare nel merito di quali possano essere i comportamenti che le vittime dovrebbero tenere di fronte agli attacchi personali e alle campagne d’odio (ignorare, denunciare o altro ancora), e tralasciando anche eventuali riflessioni sul quadro normativo vigente o sull’adeguatezza o meno degli strumenti legali che queste hanno a disposizione per contrastare la valanghe di fango che cercano di sommergerle, può essere opportuno soffermarsi su quegli aspetti positivi della rete – come la libertà di espressione, appunto – che gli hater pervertono a loro vantaggio. (Un po’ come fanno gli omofobi che sfruttano valori e principi come quelli relativi ai diritti dell’infanzia per giustificare le loro campagne a base di odio, razzismo e discriminazioni.) E magari anche accettare il fatto che, al di là di tutta la retorica ideale sull’importanza e la ricchezza del confronto con chi la pensa diversamente, la quotidianità è impietosa testimone dell’inutilità, quando non della dannosità, della stragrande maggioranza delle discussioni che intasano internet.

Anche andando con la memoria ai primi anni di svolta in direzione social da parte della rete, quando le piattaforme come Facebook, Twitter o Instagram non esistevano ancora o avevano scarsissima diffusione, quando i confronti avvenivano perlopiù nei thread all’interno dei forum o sulle piattaforme di blogging, o anche prima, risulta davvero difficile recuperare il ricordo di discussioni che si siano concluse con l’accettazione della ragione altrui (e l’ammissione del proprio torto). Proprio come avviene in qualsiasi talk-show televisivo, due o più fazioni si scontrano fino al momento dei titoli di coda senza che nessuno metta mai in discussione le proprie posizioni. E non potrebbe essere altrimenti, dato che in verità nessuno mostra mai alcun interesse anche solo nell’ascoltare le ragioni altrui: il cosiddetto “contraddittorio” non è altro che una finzione per offrire una cornice narrativa dinamica all’alternarsi di due o più monologhi. E lo stesso accade in rete, dato che i commenti seguono un fine analogo: esporre le proprie ragioni col solo obiettivo di negare quelle altrui. Non allo scopo di verificare la solidità delle proprie opinioni, ma solo per allargare acriticamente il consenso attorno alle proprie.

Razzisti, fascisti, omofobi, complottisti, odiatori seriali e chi più ne ha più ne metta, tutti si appellano al sacrosanto diritto di avere un’opinione e poterla esprimere liberamente, anche e soprattutto quando il loro fine è negare ai loro bersagli la possibilità di godere dei loro stessi diritti. Nessun confronto, ma pura e semplice volontà di privare gli altri di qualcosa che loro hanno e a cui mai rinuncerebbero. E all’interno di questo disegno tutto ciò che consente di ampliare la platea alla quale si rivolgono gioca a loro favore. Si sente spesso dire che è necessario controbattere punto per punto per evitare che i loro messaggi possano diffondersi indisturbati. Ma l’evidente incremento delle loro fila sembra costituire una solida confutazione di questa tesi. Ad esempio, le critiche basate su fatti e prove volte a dimostrare l’infondatezza di tesi negazioniste e complottiste non solo non ne hanno limitato la diffusione, ma al contrario appare evidente come le fila di persone che le sostengono si siano ingrossate. Diventa quindi opportuno chiedersi se anni di polemiche online non abbiano ottenuto il solo risultato di permettere a temi che fino a qualche anno fa erano di nicchia di irrompere nel dibattito mainstream, raggiungendo il grande pubblico attraverso i giochi di notifiche social, il clickbait, e soprattutto la condivisione indignata, in accordo con il ben noto principio riconducibile a Oscar Wilde secondo cui non ha importanza come si parla di qualcosa, perché l’importante è parlarne. La velocità e la capillarità con cui un messaggio si diffonde in rete è direttamente proporzionale alla quantità, non alla qualità. Questo è l’evidente motivo per cui ci sono politici che hanno costruito una carriera sulle polemiche e sulle provocazioni, anche violente: non importa quante persone utilizzano hashtag con i loro nomi all’interno di messaggi critici o di opposizione, confutandone le parole o mostrandone l’infondatezza o l’incoerenza rispetto al passato, quello che per loro è davvero importante è che i loro nomi siano tra i trend topic e che le loro dichiarazioni appaiano nelle notizie in evidenza.

Se simili premesse anche solo un minimo di fondatezza, un’inversione di tendenza può essere possibile solo cominciando a prestare attenzione ai modi e ai contesti tanto quanto si fa con i contenuti, se non di più, memori della lungimirante affermazione di McLuhan secondo cui “il medium è il messaggio“. Ad esempio, non utilizzando più l’hashtag col nome del provocatore di turno per esprimere le proprie critiche, ma dando voce alle proprie opinioni stando attenti a non contribuire a renderlo trend topic. O magari non consentendo alcuno scambio a chi intende sfruttare gli spazi in rete per diffondere monologhi a base d’odio in toni offensivi o sprezzanti: sia resistendo alla tentazione di rispondere alle provocazioni, sia non consentendo loro di diffonderle nei nostri spazi. Di fronte a questa epidemia di miserabile violenza alimentata da meschini untori fieri della loro arrogante piccineria, non si tratta di invocare la censura nei confronti del dissenso, in accordo con quella prassi tanto cara agli squadristi online, e tanto meno di confinarsi all’interno di spazi dove il pensiero si necrotizza all’interno di una piatta omogeneità. (Ad esempio, sebbene questi ultimi paragrafi si muovano in una direzione verso la quale non sembra andare il libro da cui si sono prese le mosse, questo non vuol dire che intendano esprimere per forza una critica allo stesso.)

Se la libertà di esprimere qualcosa riguarda tutti i singoli allo stesso modo, quando non le autorità competenti in caso di reato, questa possibilità non deve diventare un obbligo per gli altri: la libertà di scrivere non implica il diritto a farsi leggere, e tanto meno l’obbligo altrui a lasciare spazio o condividere. Il fatto che qualcuno possa voler utilizzare la libertà di decorare come meglio crede le pareti di casa sua per riempirle con scritte oscene e svastiche, non significa che anche gli altri siano tenuti a lasciarglielo fare all’interno delle proprie dimore. E chi lo permette, lo fa per sua scelta. Forse è ora di diventare consapevoli del fatto che prestarsi al gioco della diffusione virale riguarda tutti quanti vi partecipano a prescindere dalla posizione assunta nei confronti del contenuto condiviso. Proprio come accade, per chiudere con un esempio, con gli scatti e i filmati sexy sottratti a questa o quella star e diffusi online: chiunque contribuisca alla diffusione di simili contenuti o ne alimenti il successo con quei click che spalancano le porte al più turpe voyeurismo è un complice del crimine, magari non sul piano legale ma di sicuro su quello etico, a prescindere dall’indignazione di maniera o dalle prese di distanza posticce che possono seguire. Perché non c’è diritto di cronaca o mera curiosità personale che possa giustificare la partecipazione a quelle che nei fatti si rivelano essere enormi gogne virtuali in chiave revenge porn.

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