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Tutta la Vita Davanti – Paolo Virzì

Se c’è un aspetto per il quale un film come Tutta la Vita Davanti può risultare degno di nota, questo si concretizza nella sua capacità di esibire nel corso delle due ore scarse di durata, con leggera e disinvolta naturalezza, tutti i difetti del cinema italiano contemporaneo: modaiolo, provinciale e banalmente retorico. Incapace di dar vita ad un proprio immaginario, come frequentemente accade nelle recenti produzioni italiane, il film si muove a partire da uno di quei temi che, con grande sfoggio di retorica fine a sé stessa, viene spesso chiamato in causa in televisione o sui giornali: i giovani precari ed i lavori nei call center. La voce narrante fuori campo di Laura Morante accompagna il pubblico al seguito di Marta (Isabella Ragonese), una giovane laureata in filosofia alla ricerca del suo primo impiego. Il suo fidanzato, che in Italia si trovava a fare il dog sitter per integrare la ridotta paga ricevuta come ricercatore, si trasferisce negli Stati Uniti dove gli è stato offerto un cospicuo assegno di ricerca di diverse decine di migliaia di dollari, e cerca di mantenere in piedi una relazione a distanza. Ma per lei una simile situazione non risulta soddisfacente, tanto più che viene a mancarle un punto d’appoggio proprio mentre lei si trova a rimbalzare da una parte all’altra alla ricerca di un lavoro che le permetta di mantenersi. Dopo svariati colloqui infruttuosi in campi da lei ritenuti affini alla sua preparazione, viene assunta da Sonia (Micaela Ramazzotti) come baby sitter per sua figlia Lara. La ragazza madre le offre anche una stanza del suo appartamento come alloggio e le consiglia di provare ad andare a lavorare nel call center dove lavora lei stessa. Marta diventa così una telefonista dell’azienda che commercia un costoso elettrodomestico: il suo compito consiste nel fissare appuntamenti per i venditori che poi si recheranno a casa del cliente a chiudere la vendita. Scopre così una realtà formata da giovani colleghe in competizione tra loro e che  passano i viaggi in autobus a parlare di reality show (argomento del quali inizialmente lei non sa nulla) e di venditori costantemente sotto pressione al fine di raggiungere i risultati e gli obiettivi prefissati. Il suo orizzonte di conoscenze si arricchisce così delle figure di Claudio (Massimo Ghini), il titolare dell’azienda, di Luciano  detto Lucio2 (Elio Germano), uno dei venditori dell’azienda, e soprattutto di Daniela (Sabrina Ferilli), la capo telefonista che tiene costantemente le ragazze sotto controllo, le guida durante le canzoni motivazionali quotidiane e mensilmente premia le più meritevoli e punisce i risultati peggiori. Un’orizzonte di conoscenze dominato in modo pressoché esclusivo dal ristretto ambiente lavorativo all’interno del quale si inserisce Giorgio Conforti (Valerio Mastandrea), un sindacalista impegnato nella lotta in favore dei diritti dei precari. In un incalzare continuo di eventi, Marta continua a lavorare e fissare in modo spietato appuntamenti per la vendita di quel costoso elettrodomestico che lei sa essere una truffa. Gli unici suoi momenti di esitazione sono riconducibili ai dialoghi con la gentile nonna di una ragazza che lei aveva detto inizialmente di conoscere e che subito dopo scoprirà essersi suicidata a causa dello sconforto derivante dal non riuscire a trovare lavoro. Per quanto riguarda gli altri personaggi, da esempio di successo Lucio2 si trova ad essere oggetto del mortificante dileggio aziendale in ragione dei suoi scarsi risultati; il sindacalista Giorgio, del quale si era infatuata Marta (che non sapeva essere sposato con figlio), intreccia una relazione clandestina con Sonia ed utilizza le notizie fornitele dalle ragazze per ottenere quell’accesso all’interno del call center che finora gli era sempre stato negato dai vertici aziendali; Sonia, colta dai sorveglianti della struttura a parlare ingenuamente col sindacalista del suo rapporto con Marta, viene immediatamente allontanata dal suo posto di lavoro e decide di lanciarsi nel mercato delle escort; ed infine Daniela, innamorata di Claudio ed incinta, uccide il titolare che non ricambiava i suoi sentimenti e viene arrestata sotto lo sguardo dei giornalisti davanti all’ingresso dell’azienda. Alla fine, senza titolare e con la capotelefonista arrestata, i dipendenti dell’azienda si ritrovano disoccupati, ma Marta riesce ad ottenere una soddisfazione personale: il Journal of Philosophy dell’Università di Oxford pubblica un suo saggio.

La regia ordinaria, quasi televisiva, di Virzì è così la cornice di una storia costantemente infarcita di banalità e luoghi comuni. E a nulla servono le buone interpretazioni di Isabella Ragonese e di Elio Germano a raddrizzare, anche solo in minima parte, le sorti del film. Intrappolati rispettivamente all’interno delle figure della telefonista filosofa con languidi occhioni da cerbiatta e del venditore invasato, i due sembrano provare in ogni modo, a tratti anche riuscendovi, a dare credibilità a due ruoli talmente stereotipati da sembrare maschere della commedia dell’arte. Si tratta di un compito, quello di tenere in piedi il film perlomeno dal punto di vista interpretativo, che i due svolgono bene ma che non trova collaborazione nel resto del cast: Ghini gigioneggia nel ruolo del capo azienda spietato che però si vuole mostrare affabile con i dipendenti, la Ferilli cerca di muoversi all’interno di un ruolo da “cattiva” rivelandosi però una figura più petulante che temibile, Mastandrea fa la sua solita parte da personaggio confuso e stralunato facendo sembrare un mero accidente il fatto che qua ricopra il ruolo di un sindacalista, e la sciacquetta ignorante affidata alla Ramazzotti si risolve in un’unica maschera di inespressività variamente indossata in ogni situazione. A cornice di tutto questo, la voce fuori campo della narratrice super partes Laura Morante spiega al pubblico, con parole semplici ed un tono estremamente didascalico come se il suo uditorio fosse formato da poveri imbecilli, quello che succede, o meglio quello che accade nell’arco della vicenda e che Virzì non sembra assolutamente sicuro di riuscire a mostrare senza il supporto di una voce narrante.

Alla ricerca di un facile aggancio con il pubblico, Virzì infarcisce il film di riferimenti ad elementi tipici della cultura italiana del momento: il precariato e la “cultura” dei reality show e del culto dell’immagine. O più precisamente, una particolare lettura di questi come manifestazioni di una “decadenza” culturale. Il tutto annaffiato con un’abbondante dose di vittimismo che imputa ad entità astratte i fallimenti dei singoli: è colpa del paese in cui vive se Marta non viene apprezzata (cosa che invece Oxford fa immediatamente senza esitazione) o se non riesce a farsi assumere dove si presenta come candidata; stessa cosa per il suo fidanzato dog sitter, che invece negli Stati Uniti viene pagato con migliaia di dollari. E così di seguito fino ad arrivare alla povera ragazza madre che rincoglionita dalla società dell’immagine si mette a fare la puttana perché altrimenti non saprebbe come mantenere sé e la figlia. Il contrasto è urlato fin dall’inizio in chiave quasi manichea: da un lato Marta, giovane e bella laureata col massimo dei voti e con grandi sogni (presentati al pubblico con sequenze sganciate dal contesto del film a metà strada tra le visioni di Ally McBeal e i balletti per strada di Saranno Famosi, e chiaramente spiegati dalla voce narrante per evitare che qualcuno possa pensare che non si tratta di sogni ad occhi aperti), e dall’altro le colleghe rozze ed ignoranti del call center il cui argomento principale è il Grande Fratello in televisione. Alfa ed Omega dei mali che affliggono la cultura italiana, il reality show in questione appare puntualmente, oltre che nei discorsi, anche in vari schermi televisivi (quello della piccola Lara a casa, come nella nuova abitazione di Daniela…), e riesce a fare la sua comparsa perfino in una riunione tra ex colleghi d’Università grazie alla presenza di due ragazzi che lavorando come autori del programma non perdono occasione per ostentare l’immancabile disprezzo nei confronti dei concorrenti (“cerebrolesi”) e del pubblico che lo segue (“abbrutiti”). Ma nel momento in cui Marta fa notare loro di aver trovato dei risvolti heideggeriani nel programma, stupiti di fronte all’idea che possano esserci simili aspetti filosofici, i presenti prendono in considerazione l’idea che sia possibile cambiare giudizio in merito. Come fosse una forma di branding, “Heidegger” è il logo che permette di far sì che uno stesso oggetto possa assumere un valore differente da un momento all’altro. In particolare, la scena di Marta assieme agli ex-colleghi di filosofia è un esempio di infodump da manuale: la verità che Marta rivela gli altri si concentra in una battuta usando uno slogan heideggeriano che costituisce la base di quelle che dovrebbero essere le conoscenze di base di un laureato in un campo simile, un po’ come se ad una riunione tra ex-studenti di una scuola di cucina un cuoco illuminasse i suoi colleghi facendo notare loro che dentro un uovo solitamente c’è una parte chiamata “tuorlo” ed un’altra “albume”. (Slogan elementare per chiunque conosca anche solo minimamente Heidegger, ha comunque lo scopo di sbandierare la frase strana e difficile che il pubblico non-filosofico potrà percepire come segno della preparazione della giovane.)

Ancorato ad un livello quasi cronachistico al qui ed ora italiano, il film si condanna al ruolo di esposizione aneddotica di una certa concezione della società. A titolo d’esempio, basti pensare che una scena marginale di un film come il reboot di Nightmare avrebbe dovuto mostrare alcuni personaggi impegnati a giocare a Guitar Hero, ma data la specificità del riferimento, Bayer decise di tagliarla in quanto avrebbe ancorato la storia ad un determinato periodo storico, rendendo il film datato molto velocemente. Virzì non usa nemmeno una simile accortezza: deciso a far capire  senza alcun dubbio che si tratta proprio di quel Grande Fratello che viene trasmesso in televisione, fa esplicitamente riferimento alla settima edizione e ad alcuni concorrenti che vi hanno partecipato. Ed all’interno di un simile panorama, nel quale una bella laureata si trova a lavorare come telefonista per la vendita di un elettrodomestico che si rivela essere una mezza truffa, non può non mancare il riferimento ad una società che premia l’immagine, qui variamente rappresentata: da Daniela che accusa una telefonista di aver ottenuto scarsi risultati perché si presenta al lavoro in tuta alla via intitolata a “Franco Lechner in arte Bombolo”. L’accusa nei confronti della cultura dell’immagine arriva a manifestarsi anche attraverso l’uso del nudo, quando le grazie di Sonia vengono esibite integralmente ad un Giorgio che, confuso ed imbarazzato, reagisce balbettando confusamente. Ovviamente l’accusa non si manifesta attraverso l’esibizione della pelle scoperta in sé, ma nel contesto entro il quale avviene e soprattutto nel personaggio al quale è affidato un simile compito. Seppur in modo sfuggevole, anche Marta appare completamente vestita, ma solo perché sessualmente travolta dalla passione per il suo fidanzato che sta per trasferirsi negli Stati Uniti. Invece il nudo di Sonia, ben esposto allo sguardo di Giorgio e degli spettatori in generale, è assolutamente gratuito, quando non rasenta addirittura l’inconsapevolezza: appena uscita dalla doccia, si trova davanti Giorgio che non sapeva essere in casa e, limitandosi a coprire maldestramente solo il seno, espone allo sguardo di questo tutto il resto del suo corpo. Il confronto tra le due scene, e soprattutto tra i due personaggi, sorge spontaneo: Marta, colta ed istruita, che partecipa ad una truffa organizzata ma prova dei sensi di colpa, mostra il suo corpo solo quando la passione lo richiede, Sonia invece, rozza ed ignorante tanto da arrivare a prostituirsi, è inconsapevole della sua femminilità e mostra il suo corpo senza avere ben chiaro gli effetti o i giudizi che può suscitare.

Ma è nella serata sindacale, nella quale il lavoro della telefonista così come è stato raccontato da Marta a Giorgio viene trasformato in uno spettacolo comico, che si rivela l’anima stessa del film: Tutta la Vita Davanti spettacolarizza in modo autoreferenziale la vicenda di una laureata che lavora in un call center proprio come nello spettacolo di sensibilizzazione sul tema del precariato le comiche ingaggiate dal sindacato fanno ridere il pubblico che affolla la sala. E con la sua educata comicità che ambisce a toccare temi sociali stando molto attenta a non fare qualcosa che possa turbare il pubblico e le sue credenze, uno stereotipo dopo l’altro, il film si dirige verso i rassicuranti lidi di un lieto finale nel quale la protagonista riesce perfino ad ottenere quella soddisfazione editoriale che cercava da tempo. Dopo tanti rifiuti in campo accademico ed editoriale in Italia, Marta riesce a farsi pubblicare dal prestigioso Journal of Philosophy dell’Università di Oxford un suo saggio in cui espone i parallelismi tra la filosofia di Heidegger, le dinamiche all’interno di un call center e quelle che regolano i comportamenti all’interno della casa del Grande Fratello. Un risultato notevole, se non fosse che nella realtà le aree di interesse della prestigiosa Università inglese non sono storicamente molto vicine ad Heidegger e all’ontologia in generale, preferendo aree quali la logica, la filosofia del linguaggio, della mente, della scienza e l’epistemologia in generale. Nel pressapochismo generale che come un’enorme ombra avvolge tutto il film, anche il riferimento all’Università inglese assume i connotati di un marchio da sbandierare senza curarsi di quanto un simile riferimento possa lasciare perplesso chi conosce le differenze storiche tra le aree d’interesse della filosofia analitica e quelle del pensiero continentale. Sarebbe bastato raccontare, rimanendo fedeli alla storia del libro che ha ispirato la vicenda, come il racconto delle vicende all’interno dell’azienda siano diventate un successo editoriale nel Bel Paese. Ma forse una simile scelta, cioè il mostrare come sia possibile raggiungere il successo in Italia scrivendo libri, avrebbe finito con l’entrare in collisione con l’impianto generale del film secondo cui bisogna rivolgersi all’estero perché le uniche cose che contano in Italia sono la fama televisiva e il culto dell’immagine in generale. Allora ecco la scelta di invocare il prestigio di Oxford per decorare con un segno facilmente riconoscibile un piccolo successo, senza curarsi di cosa implica l’uso di un simile segno. Certamente non è possibile affermare con sicurezza che l’Università di Oxford non pubblicherebbe mai un saggio come quello di Marta, ma pensare che una scuola filosofica che, solo negli ultimi decenni, ha visto tra i suoi nomi di spicco personaggi quali A.J.Ayer e John Austin possa essere entusiasta di pubblicare un saggio che tratta della vita all’interno di un call center e dell’edizione italiana di format internazionale viste alla luce di una qualche forma di heideggerismo, scritto da un’ignota autrice italiana, è qualcosa che strappa ben più di un sorriso in virtù della sua presuntuosa ingenuità.

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Come Dio Comanda – Gabriele Salvatores

Nord est italiano. Il quattordicenne Cristiano Zena (Alvaro Caleca) vive con il padre Rino (Filippo Timi), sotto la costante sorveglianza dell’assistente sociale Beppe Treca (Fabio De Luigi). Cristiano è un ragazzo introverso, solitario, che non riesce a stringere rapporti di amicizia con i compagni di classe a causa di un vissuto profondamente differente rispetto a quello dei suoi coetanei. Suo padre Rino è un fascista disoccupato con problemi di alcool e che cerca di educarlo tramandandogli una concezione della forza e della violenza come mezzi per imporre ed ottenere il rispetto altrui. Su di loro aleggia la figura dell’assistente sociale che periodicamente va a visitarli per controllare e valutare che siano rispettate le condizioni burocratiche necessarie a far sì che il figlio non debba essere trasferito in un istituto per minori. L’unica persona che riesce a far breccia nell’isolamento che circonda la coppia padre-figlio é Quattro Formaggi (Elio Germano), un vecchio amico di Rino rimasto danneggiato a livello cerebrale in seguito ad un incidente con l’alta tensione sul lavoro, perennemente impegnato nell’allestimento di un enorme presepe popolato da giocattoli trovati in giro ed ossessionato da Ramona Superstar, la protagonista di una versione porno di Cappuccetto Rosso che guarda e riguarda in continuazione, utilizzando il fermo immagine sui primi piani di lei e braccia finte attaccate al televisore per dare concretezza alla sua ossessione. In questo panorama degradato e popolato perlopiù esclusivamente da uomini, l’unica figura femminile a non essere rilegata nel ruolo di comparsa marginale è Fabiana (Angelica Leo): compagna di classe di Cristiano, e successivamente incarnazione del delirante desiderio che Quattro Formaggi nutre nei confronti di Ramona Superstar, e pertanto origine dei sospetti del quattordicenne nei confronti del padre al ritrovamento del suo corpo senza vita.

Sebbene tratto dall’omonimo romanzo di Niccolò Ammanniti, nelle dichiarate intenzioni del regista il film si presenta comunque come un’opera a sè stante, una libera trasposizione dei personaggi e delle ambientazioni narrate nel romanzo piuttosto che una sua fedele rappresentazione. La regia di Salvatores si presenta veloce ed a tratti estremamente nervosa, finalizzata a rappresentare attraverso il montaggio la tensione che costantemente pervade i personaggi, anche e soprattutto nei momenti in cui apparentemente risultano calmi. La fotografia è estremamente curata e le cupe ambientazioni tra boschi e periferia assumono in più di un’occasione le sembianze della Twin Peaks così come ritratta da David Lynch (e non si tratta dell’unico elemento di matrice lynchana a solcare la pellicola, perlomeno su un piano meramente estetico: ad esempio, il corpo della ragazza estratto dall’acqua avvolto nel cellophane ha i contorni di una Laura Palmer della provincia italiana). Inoltre, sempre sul piano della struttura, il cast si rivela adatto ai ruoli, quando non addirittura in grado di aggiungere qualcosa in più ai personaggi attraverso l’interpretazione: infatti, se da un lato Elio Germano, pur portando sullo schermo un malato di mente dai contorni standard, riesce a fornire una buona prova attoriale, e l’esordiente Alvaro Caleca si cala nei panni del quattordicenne emarginato in modo piuttosto monocorde ma comunque adatte al personaggio, dall’altro sia Filippo Timi, intenso nei panni del padre incline alla violenza ma a suo modo amorevole nei confronti del figlio, sia Fabio De Luigi con il suo assistente sociale burocratizzato e a tratti petulante, si rivelano più che credibili nelle loro parti.

Ma tutti questi elementi, che nel loro insieme costituiscono la concretizzazione di un lavoro che nel suo complesso si dimostra estremamente curato sul piano formale, vengono progressivamente erosi e posti in secondo piano dalle scelte compiute a livello di sceneggiatura, sia per quanto riguarda la gestione della trama, delle sottotrame e dei dialoghi che animano la rappresentazione, sia soprattutto a livello di tematiche trattate. La scelta di veicolare attraverso la narrazione una serie di messaggi di contenuto sociale, come spesso accade nella produzione cinematografica italiana contemporanea, altrettanto spesso finisce con il rendere il film criticabile esattamente in base a quella concezione idealmente schematica della società cui si rivolge: nel tentativo di ritrarre i difetti della società, la storia finisce col diventarne una mera rappresentazione difettosa. I personaggi che dovrebbero essere rappresentazione di problematiche sociali si rivelano essere macchiette poco più che abbozzate. E i temi a cui fanno riferimento si risolvono in schematici bozzetti che non raramente sfociano nel qualunquismo. Il tema della paura del diverso, rappresentato dagli immigrati più o meno regolari che provengono dall’estero e che offrendo la propria manodopera a condizioni largamente inferiori a quelle di un normale lavoratore italiano rendono difficoltosa la ricerca di un impiego da parte di questi, viene rappresentata dal fascista Rino e dal suo rapporto con la società che lo circonda. E così, tra le svastiche dipinte con la vernice sulle pareti interne dell’abitazione del protagonista ed i vaneggiamenti esplicitamente razzisti di questo, una complessa questione in cui si intrecciano aspetti sociali e di classe viene trasposta su un piano blandamente politico in cui il deus ex machina esplicativo assume la semplicistica forma di un’ideologia deviante frutto della paura e dell’ignoranza.

Ed ancora, l’isolamento del giovane Cristiano dai compagni di classe e dai suoi coetanei in generale, dovuto tanto a motivazioni di natura personale e sociale quanto a differenze di livello economico, prende la forma di un conflitto che ricorda la formula tipica del film incentrato sulle arti marziali tipico degli anni ’80 (e non solo), quella secondo cui l’antagonista del protagonista è un esperto in arti marziali ed è legato ad una ragazza carina e popolare, e lo scontro tra i due (anche fisico) si snoda secondo la concatenazione umilazione-vendetta. Ma nel progressivo prendere forma della figura di Quattro Formaggi, figura cardine della tragedia in scena, che il film trova una sorta di rappresentazione interna. Quello che nel corso della storia riveste il ruolo di innesco della tragedia narrata e di ciò che la circonda, di fatto viene svuotato di interiorità per diventare il veicolo di un altro dei messaggi lanciati dal film: la pericolosità dell’influenza mediatica. Il rapporto che Quattro Formaggi vive con il televisore è intenso fino a sfociare nella fisicità: come in una versione semplificata del Videodrome di Cronenberg, Quattro Formaggi vive la natura allucinatoria delle sue pulsioni nei confronti di Ramona Superstar fermando l’immagine ed utilizzando le braccia finte attaccate al televisori per avvolgersi in un abbraccio. Il tema della voce divina che sente dentro la sua testa viene completamente avvolto all’interno del contesto allucinatorio che, a partire da una mantellina rossa indossata dalla bionda Fabiana, avvolge il vissuto del malato mentale spingendolo verso l’affermazione violenta dei suoi desideri.

In pratica, a partire dal razzismo come frutto di paura ed ignoranza , fino ad arrivare all’individuazione nell’immagine proveniente dal televisore della causa scatenante dei desideri violenti in una mente non dovutamente attrezzata a fronteggiarla, il film non lascia nulla in sospeso: ad ogni elemento viene assegnato un valore come in un’equazione di primo grado.  E la natura esplicitamente didascalica del film costringe i personaggi in spazi bidimensionali che si riverberano sul tutto il film togliendo profondità alla vicenda narrata. Ed in un simile panorama, la scelta di fare di She’s The One di Robbie Williams il tema musicale del film diventa emblematico di un approccio alla narrazione in cui ogni elemento si trova ad essere semplificato, quasi come se un proliferare di ambiguità e spazi aperti potesse essere fonte di percezioni del film differenti dalla precisa impostazione fornita dal regista: il conflitto con il diverso è facilmente riconoscibile come conseguenza di un razzismo frutto di ignoranza, paura e povertà, la violenza esercitata dal debole di mente arriva ad evidente coronazione dell’iniziale abbraccio da parte del televisore e delle immagini che da esso emanano, ed allo stesso modo la musica che tutto ciò accompagna non è altro che una delle tante canzoni d’amore che affollano i palinsensti di radio e televisioni musicali, un brano che nella sua semplice e lineare monoliticità diventa emblematico di una rappresentazione semplicistica.

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