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Come Dio Comanda – Gabriele Salvatores

Nord est italiano. Il quattordicenne Cristiano Zena (Alvaro Caleca) vive con il padre Rino (Filippo Timi), sotto la costante sorveglianza dell’assistente sociale Beppe Treca (Fabio De Luigi). Cristiano è un ragazzo introverso, solitario, che non riesce a stringere rapporti di amicizia con i compagni di classe a causa di un vissuto profondamente differente rispetto a quello dei suoi coetanei. Suo padre Rino è un fascista disoccupato con problemi di alcool e che cerca di educarlo tramandandogli una concezione della forza e della violenza come mezzi per imporre ed ottenere il rispetto altrui. Su di loro aleggia la figura dell’assistente sociale che periodicamente va a visitarli per controllare e valutare che siano rispettate le condizioni burocratiche necessarie a far sì che il figlio non debba essere trasferito in un istituto per minori. L’unica persona che riesce a far breccia nell’isolamento che circonda la coppia padre-figlio é Quattro Formaggi (Elio Germano), un vecchio amico di Rino rimasto danneggiato a livello cerebrale in seguito ad un incidente con l’alta tensione sul lavoro, perennemente impegnato nell’allestimento di un enorme presepe popolato da giocattoli trovati in giro ed ossessionato da Ramona Superstar, la protagonista di una versione porno di Cappuccetto Rosso che guarda e riguarda in continuazione, utilizzando il fermo immagine sui primi piani di lei e braccia finte attaccate al televisore per dare concretezza alla sua ossessione. In questo panorama degradato e popolato perlopiù esclusivamente da uomini, l’unica figura femminile a non essere rilegata nel ruolo di comparsa marginale è Fabiana (Angelica Leo): compagna di classe di Cristiano, e successivamente incarnazione del delirante desiderio che Quattro Formaggi nutre nei confronti di Ramona Superstar, e pertanto origine dei sospetti del quattordicenne nei confronti del padre al ritrovamento del suo corpo senza vita.

Sebbene tratto dall’omonimo romanzo di Niccolò Ammanniti, nelle dichiarate intenzioni del regista il film si presenta comunque come un’opera a sè stante, una libera trasposizione dei personaggi e delle ambientazioni narrate nel romanzo piuttosto che una sua fedele rappresentazione. La regia di Salvatores si presenta veloce ed a tratti estremamente nervosa, finalizzata a rappresentare attraverso il montaggio la tensione che costantemente pervade i personaggi, anche e soprattutto nei momenti in cui apparentemente risultano calmi. La fotografia è estremamente curata e le cupe ambientazioni tra boschi e periferia assumono in più di un’occasione le sembianze della Twin Peaks così come ritratta da David Lynch (e non si tratta dell’unico elemento di matrice lynchana a solcare la pellicola, perlomeno su un piano meramente estetico: ad esempio, il corpo della ragazza estratto dall’acqua avvolto nel cellophane ha i contorni di una Laura Palmer della provincia italiana). Inoltre, sempre sul piano della struttura, il cast si rivela adatto ai ruoli, quando non addirittura in grado di aggiungere qualcosa in più ai personaggi attraverso l’interpretazione: infatti, se da un lato Elio Germano, pur portando sullo schermo un malato di mente dai contorni standard, riesce a fornire una buona prova attoriale, e l’esordiente Alvaro Caleca si cala nei panni del quattordicenne emarginato in modo piuttosto monocorde ma comunque adatte al personaggio, dall’altro sia Filippo Timi, intenso nei panni del padre incline alla violenza ma a suo modo amorevole nei confronti del figlio, sia Fabio De Luigi con il suo assistente sociale burocratizzato e a tratti petulante, si rivelano più che credibili nelle loro parti.

Ma tutti questi elementi, che nel loro insieme costituiscono la concretizzazione di un lavoro che nel suo complesso si dimostra estremamente curato sul piano formale, vengono progressivamente erosi e posti in secondo piano dalle scelte compiute a livello di sceneggiatura, sia per quanto riguarda la gestione della trama, delle sottotrame e dei dialoghi che animano la rappresentazione, sia soprattutto a livello di tematiche trattate. La scelta di veicolare attraverso la narrazione una serie di messaggi di contenuto sociale, come spesso accade nella produzione cinematografica italiana contemporanea, altrettanto spesso finisce con il rendere il film criticabile esattamente in base a quella concezione idealmente schematica della società cui si rivolge: nel tentativo di ritrarre i difetti della società, la storia finisce col diventarne una mera rappresentazione difettosa. I personaggi che dovrebbero essere rappresentazione di problematiche sociali si rivelano essere macchiette poco più che abbozzate. E i temi a cui fanno riferimento si risolvono in schematici bozzetti che non raramente sfociano nel qualunquismo. Il tema della paura del diverso, rappresentato dagli immigrati più o meno regolari che provengono dall’estero e che offrendo la propria manodopera a condizioni largamente inferiori a quelle di un normale lavoratore italiano rendono difficoltosa la ricerca di un impiego da parte di questi, viene rappresentata dal fascista Rino e dal suo rapporto con la società che lo circonda. E così, tra le svastiche dipinte con la vernice sulle pareti interne dell’abitazione del protagonista ed i vaneggiamenti esplicitamente razzisti di questo, una complessa questione in cui si intrecciano aspetti sociali e di classe viene trasposta su un piano blandamente politico in cui il deus ex machina esplicativo assume la semplicistica forma di un’ideologia deviante frutto della paura e dell’ignoranza.

Ed ancora, l’isolamento del giovane Cristiano dai compagni di classe e dai suoi coetanei in generale, dovuto tanto a motivazioni di natura personale e sociale quanto a differenze di livello economico, prende la forma di un conflitto che ricorda la formula tipica del film incentrato sulle arti marziali tipico degli anni ’80 (e non solo), quella secondo cui l’antagonista del protagonista è un esperto in arti marziali ed è legato ad una ragazza carina e popolare, e lo scontro tra i due (anche fisico) si snoda secondo la concatenazione umilazione-vendetta. Ma nel progressivo prendere forma della figura di Quattro Formaggi, figura cardine della tragedia in scena, che il film trova una sorta di rappresentazione interna. Quello che nel corso della storia riveste il ruolo di innesco della tragedia narrata e di ciò che la circonda, di fatto viene svuotato di interiorità per diventare il veicolo di un altro dei messaggi lanciati dal film: la pericolosità dell’influenza mediatica. Il rapporto che Quattro Formaggi vive con il televisore è intenso fino a sfociare nella fisicità: come in una versione semplificata del Videodrome di Cronenberg, Quattro Formaggi vive la natura allucinatoria delle sue pulsioni nei confronti di Ramona Superstar fermando l’immagine ed utilizzando le braccia finte attaccate al televisori per avvolgersi in un abbraccio. Il tema della voce divina che sente dentro la sua testa viene completamente avvolto all’interno del contesto allucinatorio che, a partire da una mantellina rossa indossata dalla bionda Fabiana, avvolge il vissuto del malato mentale spingendolo verso l’affermazione violenta dei suoi desideri.

In pratica, a partire dal razzismo come frutto di paura ed ignoranza , fino ad arrivare all’individuazione nell’immagine proveniente dal televisore della causa scatenante dei desideri violenti in una mente non dovutamente attrezzata a fronteggiarla, il film non lascia nulla in sospeso: ad ogni elemento viene assegnato un valore come in un’equazione di primo grado.  E la natura esplicitamente didascalica del film costringe i personaggi in spazi bidimensionali che si riverberano sul tutto il film togliendo profondità alla vicenda narrata. Ed in un simile panorama, la scelta di fare di She’s The One di Robbie Williams il tema musicale del film diventa emblematico di un approccio alla narrazione in cui ogni elemento si trova ad essere semplificato, quasi come se un proliferare di ambiguità e spazi aperti potesse essere fonte di percezioni del film differenti dalla precisa impostazione fornita dal regista: il conflitto con il diverso è facilmente riconoscibile come conseguenza di un razzismo frutto di ignoranza, paura e povertà, la violenza esercitata dal debole di mente arriva ad evidente coronazione dell’iniziale abbraccio da parte del televisore e delle immagini che da esso emanano, ed allo stesso modo la musica che tutto ciò accompagna non è altro che una delle tante canzoni d’amore che affollano i palinsensti di radio e televisioni musicali, un brano che nella sua semplice e lineare monoliticità diventa emblematico di una rappresentazione semplicistica.

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