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La Horde – Yannick Dahan, Benjamin Rocher

Come ogni nuova produzione che si colloca all’interno di un genere altamente codificato, anche La Horde non può evitare il confronto con quella tradizione a partire dalla quale disegna il proprio orizzonte. A distanza di oltre quarant’anni da quando George A. Romero dava forma allo zombie movie moderno con La Notte Dei Morti Viventi, il tema dell’apocalisse sotto forma di invasione di non-morti non ha mai fatto mancare la propria presenza sul mercato cinematografico (e non solo). Di fronte ad un panorama in continua evoluzione e che negli ultimi anni ha visto emergere opere spesso molto differenti tra loro come Planet Terror, Resident Evil, 28 Giorni Dopo o L’Alba Dei Morti Dementi, il rischio di rimanere impantanati all’interno di stereotipi triti e logori è concreto e tangibile. Giusto a titolo d’esempio, i quattro titoli sopra citati sono riusciti, ognuno a modo proprio, ad aggiungere una propria cifra stilistica alla struttura classica dello zombie movie, ritagliandosi delle vere e proprie nicchie: Planet Terror ha concentrato la propria attenzione sugli aspetti più fumettistici e tipicamente exploitation, mentre Resident Evil ha optato per una dimensione più vicina al film d’azione di matrice fantascientifica; allo stesso tempo, L’Alba Dei Morti Dementi ha stravolto completamente i cliché del genere trasformando un’apocalisse zombie in una commedia, mentre 28 Giorni Dopo si è collocato in una dimensione affine a quella dei film italiani a cavallo tra la fine degli anni ’70 e la prima metà degli anni ’80 (di Lucio Fulci in primis), cioè focalizzandosi sul tema della lotta e della sopravvivenza – pur non trattando esplicitamente di zombie quanto piuttosto di vittime di un’epidemia – situandosi così, in relazione ai titoli del maestro Romero, in una zona intermedia tra Zombi e La Città Verrà Distrutta All’Alba. Si tratta in ogni caso di prodotti dotati di peculiarità ben definite, che riescono a far sì che ognuno di essi sia immediatamente associabile ad un tema o ad un’atmosfera. Al contrario, sempre a titolo d’esempio, della fallimentare serie TV The Walking Dead che, nonostante la cura degli effetti speciali e l’ottima regia di Frank Darabont, non riesce a far muovere la storia al di là dei confini tracciati da un’altra serie come I Sopravvissuti (o eventualmente da L’Ombra Dello Scorpione): i morti viventi sono esclusivamente un mezzo narrativo che rimane sullo sfondo, un espediente per poi costruire una sceneggiatura che ruota attorno alle relazioni tra i superstiti.

C’è invece un’aspetto dell’impostazione romeriana che negli ultimi tempi era stato messo ampiamente in secondo piano, e al quale La Horde della coppia di registi francesi Yannick Dahan e Benjamin Rocher restituisce un ruolo non trascurabile: il legame tra il film ed il contesto all’interno del quale viene concepito, prodotto e sviluppato. Costruito sulla base di una regia pulita e vivace, nonché di una fotografia volta ad amplificare la potenza delle immagini, La Horde è l’ennesimo esempio dello stato di salute del cinema horror francese di questi anni. In questo caso, sullo sfondo di un palazzo fatiscente in una banlieue parigina, la storia inizia muovendosi al seguito di un gruppo di poliziotti che hanno deciso di farsi giustizia da soli e vendicare un loro amico e collega ucciso da una gang di criminali. Aurore (Claude Perron), Ouessem (Jean-Pierre Martins), Jimenez (Aurélien Recoing) e Tony (Antoine Oppenheim) riescono a raggiungere l’ultimo piano del palazzo dove si trova il rifugio dei criminali. Ma proprio prima dell’irruzione qualcosa va storto, e la banda composta da Adewale (Eriq Ebouaney), suo fratello Bola (Doudou Masta) e Greco (Jo Prestia) riesce in breve tempo ad avere la meglio sui poliziotti. Jimenez viene ucciso davanti agli sguardi impotenti degli amici mentre Tony è gravemente ferito. Tuttavia, proprio quando il destino dei poliziotti sembra segnato in modo definitivo, accade qualcosa di assolutamente imprevedibile: uno dei morti nella stanza si rianima, ed in preda ad una furia quasi inarrestabile continua a cercare di aggredire i presenti malgrado sia stato crivellato di proiettili. L’unico modo per fermarlo consiste nel colpirlo al cervello. Ancora sconvolti, i superstiti sentono dei rumori e salgono sul tetto per vedere cosa sta accadendo fuori. Ma quella che si staglia davanti ai loro sguardi non è la città che conoscevano, è una Parigi sconvolta da fiamme, urla, spari ed esplosioni. E guardando in basso sotto di loro, lo scenario è quello di un palazzo assediato da una moltitudine di zombie mossi da un unico, famelico istinto: irrompere nel palazzo alla ricerca dei vivi per divorarli. Nonostante nessuna delle due fazioni lo faccia con piacere, Ouessem ed Adewale accettano di mettere momentaneamente da parte l’odio reciproco e collaborare tra loro nel tentativo di guadagnare l’uscita (non senza le evidenti resistenze da parte di Bola e Greco da una parte, e di Aurore, compagna dell’uomo che volevano vendicare, dall’altra). Ha così inizio una discesa infernale alla ricerca di una via di fuga in cui ogni piano che scendono ospita orrori maggiori del precedente; e ad accompagnarli attraverso questi gironi danteschi, nei panni del Virgilio della situazione che conosce una via d’uscita per arrivare a riveder le stelle, si aggiunge René (Yves Pignot), un vecchio veterano di guerra cinico, senza scrupoli e non troppo stabile a livello mentale, malsano protagonista di parentesi comiche in virtù di un cinismo strafottente.

La marcata tipizzazione dei personaggi, sia a livello scenico che interpretativo, permette ai registi di saltare presentazioni ed introduzioni varie per calarli all’interno di dialoghi secchi e veloci. Ed il montaggio asciutto, insieme ad una fotografia mirante a far risaltare soprattutto il nero del buio ed il rosso del sangue, fanno il resto del lavoro nell’incanalare la produzione sui binari veloci tipici del film d’azione. Ma malgrado la poderosa macchina cinematografica orientata verso l’intrattenimento dello spettatore, risulta difficile non prendere in considerazione il sottotesto che attraversa il film dall’inizio alla fine. Sembra improbabile ricondurre ad una coincidenza il fatto che il film sia ambientato in una banlieue, che i protagonisti siano un manipolo di poliziotti che agisce al di fuori della legge ed una gang di criminali, ed in particolare che questi siano dei trafficanti di droga – soprattutto alla luce del fatto che non raramente i tossicodipendenti vengono definiti con il termine “zombie”. I morti viventi che popolano la zona hanno i molteplici tratti somatici degli immigrati che vivono nella periferia parigina, ed il loro comportamento riunisce sia la violenza delle rivolte che hanno portato quelle zone all’attenzione della cronaca internazionale, sia l’incoscienza del tossicodipendente la cui volontà è completamente annullata ed anela esclusivamente ad un’altra dose. A livello di sceneggiatura, i registi rifiutano categoricamente di alludere anche solo lontanamente a quale possa essere la causa dell’apocalisse zombie, come anche a quale possa essere il motivo che spinge in breve tempo centinaia di morti viventi ad accalcarsi all’esterno del palazzo. All’indeterminazione della cornice della vicenda corrisponde tuttavia un’accurata messa a fuoco degli eventi narrati: il perché stia accadendo ciò che accade è un dato che viene interamente eclissato dal suo stesso accadere.

A partire dagli stessi movimenti e dalle espressioni che ne stravolgono il volto, gli zombie sono un distillato di fame insaziabile animata da una violenza rabbiosa: la ricerca spasmodica di un’altra dose con cui placare la fame si intreccia in modo viscerale con l’odio verso quei rappresentanti delle istituzioni la cui presenza non ha niente a che vedere con la giustizia in quanto tale, ma che è solo frutto di interessi o magari, come in questo caso, rancori personali. Alla duplicità del comportamento degli zombie, corrisponde simmetricamente quello del gruppo formato dagli spacciatori assieme ai poliziotti: se da un lato i primi costituiscono l’elemento che attira l’attenzione degli affamati in astinenza, dall’altro i secondi, che irrompono nel palazzo non per affermare una forma di giustizia ma semplicemente per la soddisfazione di una vendetta personale, rappresentano l’elemento che funziona da catalizzatore nei confronti dell’odio e della rabbia. Come conseguenza, in modo tanto prevedibile quanto inevitabile, il fragile accordo di collaborazione si sfalda rapidamente sotto i colpi di quelle contrapposizioni personali, quando non di parte, che i protagonisti non riescono ad accantonare nemmeno di fronte alla situazione di emergenza. La rivolta dei non morti va a scalfire solo in modo superficiale gli obiettivi e gli interessi delle due fazioni contrapposte, come se queste non fossero capaci di realizzare fino in fondo la concreta minaccia rappresentata dall’orda di morti viventi. Avvalendosi di caratterizzazioni psicologiche basilari, quando non macchiettistiche, i registi sembrano non voler cercare in alcun modo cercare un’empatia con gli spettatori, presentando una galleria di personaggi che agiscono come fossero parti di un teorema sociale più che in funzione della ricerca di una qualche forma di realismo. Esemplare, in tal senso, è la sequenza che mostra una donna zombie che, una volta resa inoffensiva, diventa oggetto di scherno e derisione: indifferenti al mutamento della sua condizione, per alcuni elementi del gruppo (i criminali, insieme al vecchio francese) è sufficiente riconoscere nella morta vivente i tratti della femminilità per vedere in lei un potenziale oggetto sessuale da umiliare ed abusare. Come altrettanto eloquente è il fatto che mentre Bola, Greco e René si divertono con la zombie apostrofandola e minacciandola come un branco di stupratori attorno alla propria vittima, Ouessem, unico rappresentante dei poliziotti presente sulla scena, rimane in disparte a guardare senza intervenire in alcun modo: sarà Adewale ad intervenire per porre fine all’ignobile spettacolo.

Dal momento stesso in cui i poliziotti penetrano all’interno del palazzo, armati di tutto punto e con i volti coperti da passamontagna, fino al momento in cui un violento stacco chiude la narrazione lasciando spazio ai titoli di coda, è possibile distinguere quelli che dovrebbero essere i tutori della legge e dell’ordine come tali solo in ragione delle loro dichiarazioni e del possesso dei distintivi. Ma allo stesso tempo, non v’è alcuna apologia del comportamento dei criminali in ragione delle condizioni di vita che si trovano a fronteggiare quotidianamente. Se da un lato i poliziotti non sono ritratti come eroi, dall’altro i criminali non vengono mai dipinti come vittime delle circostanze. Sulla base di simili presupposti, sarebbe pertanto errato pensare al film come un’allegoria finalizzata alla comunicazione di messaggi a sfondo sociale (pro o contro le forze dell’ordine, oppure pro o contro gli abitanti delle banlieue). Al di là dell’esplicita ambientazione, i due registi non inseriscono morali o messaggi col compito di sovrascrivere la storia in chiave allegorica. Ed è proprio su questo terreno che si consuma una radicale deviazione rispetto all’impostazione tipica del cinema di Romero: La Horde non è un’allegoria del presente francese. Piuttosto, l’aspetto sociale che sottende la trama e che emerge sempre più prepotentemente nel corso del film si basa su un procedimento diametralmente opposto. Non l’aggiunta di senso, ma la messa a nudo dei protagonisti. Entrambe le fazioni vengono osservate attraverso un punto di vista distaccato e disilluso in base al quale la loro umanità viene scarnificata fino all’essenziale. Una volta staccati, un pezzo dopo l’altro, gli alibi e le scuse morali che i diversi personaggi invocano per giustificare i loro comportamenti, quella che rimane non è altro che una galleria di personaggi la cui distanza dalla disumanità degli zombie si misura solo in base alla capacità di controllare provvisoriamente la fame e la rabbia, e non sulla possibilità di annullarla o reprimerla.

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