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Disciplinatha – Un Mondo Nuovo (1994)

Affrontare i Disciplinatha significa parlare di una delle pagine più fraintese della storia della musica italiana. Un destino al quale Un Mondo Nuovo, il loro primo LP, rischia di non riuscire a sottrarsi, perlomeno nella misura in cui dovesse essere preso in considerazione a prescindere dal percorso che ha condotto alla sua realizzazione. Quando nel 1988 vede la luce il loro primo EP, Abbiamo Pazientato 40 Anni. Ora Basta!, su Attack Punk Records, la formazione bolognese sbatte in faccia al pubblico un violento attacco multimediale a base di sonorità post-punk e distorsioni industrial contornato da frasi e immagini risalenti al Ventennio fascista. All’interno di un contesto culturale come quello italiano, in cui non di rado la militanza ostentata non è altro che uno dei molti volti del conformismo, l’uso critico che i Disciplinatha facevano dell’immaginario del Ventennio era troppo brutale per essere accettato dal pubblico. Privi di qualsiasi forma di condiscendenza o atteggiamento consolatorio, percorrevano in modo peculiare e non compromissorio alcuni dei concetti che in passato erano già stati fatti oggetto di riflessione da parte di Pasolini, e che avevano fatto sì che questo fosse spesso fatto oggetto di contestazioni da parte delle sinistre studentesche. Prime fra tutto, le mai sopite pulsioni autoritarie che continuavano a serpeggiare nella cultura italiana attraverso diverse forme di conformismo. Lasciando da parte le possibili controversie quotidiane come non fossero altro che sintomi, i Disciplinatha si muovevano indietro nel tempo alla ricerca della radice della malattia. Pertanto, tenendo in considerazione quali fossero gli elementi dominanti delle produzioni musicali politicizzate del momento, fu pressoché inevitabile scontrarsi con le categorie del pubblico (e non solo) in almeno due punti critici: per l’uso di un particolare linguaggio e per lo sfoggio di un immaginario associato.

Il panorama culturale all’interno del quale i Disciplinatha muovevano i loro primi passi risultava aderente a rigidi codici che indicavano quali concetti esprimere e in quale modo: la comunicazione della militanza politica avveniva, spesso in modo molto didascalico, attraverso l’impiego di parole d’ordine surrogate perlopiù dalle tradizioni partigiana e sessantottina. In modo del tutto speculare, chiunque facesse uso di un immaginario non ortodosso rischiava di finire identificato come aderente a uno schieramento avverso. A un punto tale da non prendere in nessuna considerazione il fatto che, nel caso dei Disciplinatha, il loro impiego di fasci littori e simboli collegati fosse così eccessivo, quando non parodistico, da risultare non meno irritante anche per il pubblico di destra. A dispetto di qualsiasi forma di intellettualismo ostentato anche dalla critica, la logica applicata nella valutazione delle loro prime produzioni era al massimo binaria. Nel momento in cui una legge non scritta associa la militanza a sinistra attraverso la riproposizione quasi pedissequa di canti partigiani, chi campiona frasi del duce per alternale a urla come “A noi! A noi! Addis Abeba!” è destinato a essere considerato un apologeta e pertanto condannato come nemico. Ma il progetto Disciplinatha non solo non era una forma di apologia del fascismo, ma nemmeno si limitava a isolarlo, criticarlo o parodiarlo in quanto tale. Definiva il proprio campo d’azione in modo più profondo e trasversale, non considerandolo alla stregua di una memoria da conservare in un archivio storico e da tirare fuori solo quando si presenta il bisogno di definire chi sono i buoni e chi i cattivi, ma piuttosto come qualcosa di ancora vivo e vegeto che ha mutato aspetto e linguaggio per poter continuare ad agire indisturbato. A volte anche tra le fila degli stessi antifascisti. Mentre la retorica da concerto del 1° Maggio permetteva una tanto facile quanto lusinghiera distinzione tra un noi-buoni e un loro-cattivi, i Disciplinatha realizzavano una sorta di versione moderna de L’Assassinio di Gonzago, in cui è la società nella sua interezza a essere ritratta nei termini di un re fratricida. (E se si mette sul tavolo anche il ruolo che l’Italia avrebbe giocato negli anni a venire in Iraq o in Serbia, l’urlo “A noi! A noi! Addis Abeba!” assume un aspetto ancora più sinistro.)

Tra le tante immagini a effetto che i Disciplinatha hanno impiegato per le scenografie dei loro live o le copertine dei loro dischi, memorabile era la foto di alcuni giovani balilla che sfilavano per strada, modificata sostituendo in qualche caso i fasci littori con i marchi di famose firme del momento (Enrico Coveri, Fiorucci, Vans, Americanino…). L’atto d’accusa è evidente: i giovani che oggi camminano per strada indossando in qualche caso vestiti firmati non sono poi molto diversi da quelli che mezzo secolo prima esibivano i simboli del Regime. Nella continuità allegorica tra fasci littori e griffe degli anni ’80 si concretizza il più tipico spirito gattopardesco della società italiana, quello per cui è necessario cambiare tutto affinché nulla cambi. Abbiamo Pazientato 40 Anni. Ora Basta! è il bambino che grida in pubblico la nudità del re mentre questo è convinto di sfilare con i suoi vestiti nuovi, è quello che indica il simbolo dell’aquila romana stampato sul petto di qualcuno che non perde occasione per rimarcare a parole la propria adesione ai valori dell’antifascismo. E’ l’immagine di un paese che con disinvoltura rinnega il proprio passato con una scrollata di spalle, senza aver mai cercato di farci davvero i conti. Gli anni che precedono la pubblicazione di Un Mondo Nuovo rappresentano il periodo passato alla storia come il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica. In modo non troppo dissimile rispetto a quanto avvenuto mezzo secolo prima, si assiste a un rinnovamento della verginità popolare attraverso la negazione di quella stessa classe politica che era stata confermata al potere fino a poco tempo prima. La moltitudine di aderenti al fascismo che dopo la fine del regime si erano trasformati in repubblicani e avevano votato per oltre quarant’anni i partiti di governo (democristiani e affini), all’inizio degli anni ’90 si comporta come se non avesse avuto alcun ruolo nella situazione che si era creata, e in larga parte si identifica nei contestatori che lanciano le monetine a Craxi fuori dall’hotel Raphael di Roma. Disciplinatha invece è la voce che non smette di ricordare il passato, di dire alla piazza: “Siete gli stessi di 50 anni fa”. La voce del duce che dice “abbiamo pazientato 40 anni” viene sostituita dal popolo che esulta in seguito alla fine dei “40 anni di malgoverno democristiano”.

Ma nel paese cattolico per eccellenza, quello che ospita nella propria capitale la Città del Vaticano, non solo il popolo ignora l’invito a non giudicare per non essere giudicato, ma al contrario giudica e non tollera di essere giudicato. I Disciplinatha, che non solo rifiutano di blandire il pubblico con la condivisione della retorica della Resistenza, ma che rilanciano  raccontando in suoni e immagini come quei valori siano stati traditi, anche da chi non perde occasione per sventolarli, finiscono sempre più isolati ed emarginati. I loro dischi non vengono distribuiti, non viene loro permesso di suonare in giro, e quando accade rischiano di non riuscire a portare a termine le serate, per colpa di contestatori di destra, o di sinistra, o di entrambi gli schieramenti. I nervi scoperti che vanno a toccare sono a tal punto trasversali da oltrepassare le contrapposizione tra tifoserie opposte. Pertanto, al fine di uscire sul mercato con un album, non rimane loro altra scelta se non quella di abbandonare l’intransigenza e l’oltranzismo che finora aveva segnato la loro carriera. Ostracizzati prima di tutto da quello che avrebbe dovuto essere il loro interlocutore principale, il pubblico cosiddetto “alternativo” (quello dei Centri Sociali, delle Feste Dell’Unità, dei Festival Indipendenti, etc.), ai Disciplinatha rimane un’unica alternativa: cambiare linea o abbandonare il terreno di battaglia. A un primo ascolto, Un Mondo Nuovo sembra così distante da Abbiamo Pazientato 40 Anni. Ora Basta! da far pensare che possa trattarsi di un gruppo diverso. Ma quello che in apparenza sembra un cedimento di fronte alle pressioni del pubblico, in realtà si rivela essere un inevitabile arretramento tattico. Viene abbandonata la forma dello scontro corpo a corpo con il pubblico, ma la sostanza viene mantenuta in un gioco di cenni e allusioni forse perfino più duri che in passato. Nel loro insieme, la scelta dei suoni, delle parole, e non da ultimo anche delle cover, sono la dimostrazione concreta che tutto quanto avevano affermato in precedenza era più che fondato. Al contrario di quanto invita a fare il noto proverbio, e proprio come aveva fatto negli anni precedenti, il pubblico continua a giudicare Disciplinatha sulla base degli abiti che indossa.

Le due cover inserite nell’album - Up Patriots To Arms di Franco Battiato e Vi Ricordate Quel 18 Aprile? di Giovanna Daffini – sono rassicuranti per gli ascoltatori che, dedicando loro la stessa superficiale attenzione che aveva utilizzato in passato, pensa di trovarsi davanti a un altro gruppo che celebra in pubblico la separazione tra noi-buoni e loro-cattivi. Ma le avvisaglie che la posizione del gruppo non fosse meno critica che in passato, solo più sottile e sarcastica, erano già ben evidenti in una frase stampata a chiare lettere su Nazioni: “Non siamo di destra, anzi, siamo buoni”. Mentre la tendenza generale era di utilizzare i più popolari canti della Resistenza, come Bella Ciao e Fischia Il Vento, i Disciplinatha recuperano un brano che non è una chiamata alle armi, quanto piuttosto il duro atto d’accusa di chi afferma di non essere in alcun modo disposto a dimenticare il passato. Il brano che forse più di tutti avrebbe dovuto sancire la sottomissione del gruppo alla tradizione viene stravolto ed estraniato attraverso l’innesto di campionamenti e distorsioni (in un modo non molto dissimile da quanto poteva aver fatto un gruppo come gli Einsturzende Neubauten con la rilettura della storia di Lord Randal attraverso la sua versione tedesca, Ein Stuhl In Der Holle). In pratica, le parole sono le stesse, ma il significato muta in ragione di una nuova atmosfera. Da sotto la superficie della canzone sembra affacciarsi un risvolto sarcastico nel momento in cui il verso “Ma i comunisti non han paura difenderanno la libertà” viene ripetuto proprio a quel pubblico che, fino a non molto tempo prima, si era impegnato affinché il loro progetto artistico non potesse essere portato avanti nella forma in cui era stato concepito.

Qualcosa di analogo a quanto accade con la cover del cantautore siciliano, che viene rimaneggiata in alcune parti del testo come un’arma che viene ricalibrata al mutare dell’obiettivo e del contesto, e che interroga gli interlocutori chiedendo “Chi vi credete che noi siamo per i capelli che portiamo?”. E’ una contraddizione sottolineata con il pennarello rosso: gli stessi che si considerano eredi di quella cultura che rivendicava tra i propri diritti quello di non dover essere giudicati sulla base dell’aspetto, non si dimostrano in grado di separare l’apparenza dal contenuto. Ma la voglia di tribunali popolari non si limita a questo. La svolta giustizialista e forcaiola che da tempo aveva iniziato a dilagare nella cultura italiana viene raccontata dalla canzone che dà il nome all’album attraverso scelte sintattiche che si scostano dai proclami littori solo per l’utilizzo di alcune parole chiave che, come in un gioco di prestigio, distraggono dal centro dell’azione. Un’affermazione come “Uniti, attenti e vigili, fratelli democratici, faremo un mondo nuovo, uniti per il nuovo”, se privata del termine “democratici”, lascia spazio a un’esortazione che avrebbe potuto far parte di un documentario dell’Istituto Luce realizzato per promuovere l’azione di forze dell’ordine e di apparati di regime: “giudici irreprensibili, carabinieri liberi faranno un mondo nuovo, uniti per il nuovo”. Raccontare una società che si entusiasma per un cambiamento calato dall’alto utilizzando formule linguistiche ed esortazioni che avrebbero potuto essere parte integrante di una propaganda di regime è solo un altro modo per raccontare l’immobilismo gattopardesco: si acclama con toni rivoluzionari quella che non è una rivoluzione, così che si possa salutare un cambiamento senza cambiare nulla. Si tratta del tema centrale dell’album, tanto da essere ribadito poco dopo in Sei Stato Tu A Decidere: “faremo un mondo nuovo e sarai tu a decidere, faremo un mondo nuovo sei stato tu a decidere. Un mondo di incoscienza, un mondo di passione, mani tese, applausi, e oggi è già domani, e nuovi presidenti, un’onestà diffusa. Ci stringeremo a sera e canteremo in coro, è questo il mondo nuovo? E’ qui il mio mondo nuovo? Un mondo nuovo.”

In un’ipotetica progressione hegeliana, Abbiamo Pazientato 40 Anni. Ora Basta! sarebbe la tesi, mentre Un Mondo Nuovo rappresenterebbe quell’antitesi che, proprio nella misura in cui nega quanto affermato in passato, contribuirebbe sul piano dialettico alla nascita di Primigenia, l’album che in quanto sintesi sancirebbe il compimento della parabola del progetto musicale bolognese. Non solo per quel senso di disillusione che lo pervade fino a rasentare la rassegnazione (“Sai cosa me ne frega della libertà? Anche se posso parlare non mi riesco a sentire”), ma anche per una sorta di coscienza dell’imminenza della fine. Come nell’album precedente, fa capolino una cover, ma la distanza dalla tradizione resistente di nuovo si fa siderale. Il ritorno al post-punk attraverso le disperate parole di Ian Curtis in New Dawn Fades è il canto di una fine inevitabile. Se Un Mondo Nuovo, con i suoi slittamenti verso nuove sonorità e i suoi tradimenti scenografici, raccontava Abbiamo Pazientato 40 Anni. Ora Basta! in un modo che nessuna forma di coerenza sarebbe riuscito a raggiungere. Così Primigenia racconta l’album che l’ha preceduto facendone esplodere quelle incoerenze e quelle contraddizioni che il progetto Disciplinatha non ha mai smesso di portare in scena. Infatti, quando Primigenia vede la luce, il mondo nuovo non è altro che un panorama in via di assestamento dopo gli scossoni delle indagini giudiziarie. I protagonisti della Seconda Repubblica non sono altro che soggetti cresciuti e formati all’interno degli apparati della Prima, e che si sono riciclati dietro nuovi simboli, nuovi slogan, nuove bandiere. Come bambini che cambiano formazione dopo la fine di una partita a calcio per giocarne subito un’altra, i protagonisti della vita pubblica e le fazioni che li appoggiano si ridistribuiscono sul territorio culturale disegnando nuove geometrie di noi-buoni contro loro-cattivi. Tutto è cambiato affinché nulla cambiasse davvero. E’ questo il mondo nuovo.

 In controluce, ti attendo, così che tu possa sentire per me quasi una solitudine.

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