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Dean Koontz – Mostri

In latino, il termine “monstrum” indica qualcosa di straordinario, qualcosa che semplicemente con la sua apparizione è in grado di stupire e suscitare meraviglia. Ma non si tratta solo di qualcosa di inusuale o inconsueto, quanto piuttosto di un evento in grado di rimettere in discussione quello che viene considerato l’ordine naturale delle cose. E sebbene tale termine sia spesso connotato negativamente, in realtà il mostro non è necessariamente qualcosa di orribile, ma può essere anche bello in modo stupefacente. Pertanto risulta quanto mai adatto il titolo Mostri per questa storia che vede due creature, uniche in virtù della loro genesi, fuggire dai laboratori genetici che le hanno prodotte ed irrompere in un mondo esterno che ignora completamente la loro esistenza. Si tratta di uno splendido esemplare di golden retriever e di una spaventosa creatura chiamata Outsider (una sorta di babbuino dotato di denti appuntiti e lunghi artigli affilati), ed entrambi sono il risultato di esperimenti genetici che ne hanno potenziato l’intelligenza a tal punto da permettere loro di ragionare a livelli paragonabili a quelli di un essere umano. Tanto bello e profondamente buono il cane quanto orribile e visceralmente crudele l’Outsider, i due esseri rappresentano i due aspetti opposti della mostruosità; se da un lato il cane rappresenta il trasformarsi in realtà del sogno di un futuro migliore, di qualcosa così fantastico da non risultare concepibile se non all’interno di orizzonti da fiaba, dall’altro il sanguinario primate è la concretizzazione di uno spaventoso incubo di morte, di una creatura concepita unicamente per cacciare ed uccidere. Tuttavia, per quanto apparentemente antitetiche tra loro sotto quasi ogni aspetto, le due creature risultano allo stesso tempo legate da una natura comune a tal punto da riuscire a percepire l’una la presenza dell’altra, anche quando si trovano ad essere separate da grandi distanze.

La storia si apre con Travis Cornell, un trentaseienne solitario con un passato da agente immobiliare e, ancora prima, da militare appartenente alla Delta Force, in gita in una zona forestale alla ricerca di una serenità da tempo smarrita, cioè da quando ha dovuto affrontare un’ennesima perdita, quella dell’amata moglie. Tutto sembra procedere normalmente, perlomeno fino al momento in cui incontra un golden retriever che gli si para davanti impedendogli di proseguire nel suo cammino. Mostrandosi docile ed amichevole nei confronti della sua persona, ma allo stesso tempo ringhiando rabbioso ogni volta che l’uomo prova a superarlo per riprendere il suo cammino, il cane gli salva la vita facendolo tornare velocemente indietro sui suoi passi, in fuga da una presenza minacciosa che li insegue ringhiando in modo gutturale ed animata in modo sempre più evidente da propositi tutt’altro che benevoli. Non passa molto tempo e Travis ha modo di rendersi conto di come il cane non sia solo un bell’esemplare della sua razza, ma anche e soprattutto come sia animato da un’intelligenza fuori dal comune. Decide pertanto di dargli il nome di Einstein. Ma quella dell’ex soldato non è l’unica vita ad essere sconvolta positivamente dalle azioni del cane. Infatti un giorno passeggiando per il parco, Einstein mette in fuga un maniaco che sta minacciando Nora Devon, una trentenne che è sempre vissuta dietro le sbarre dell’opprimente gabbia di cinismo e pessimismo, di paure ed insicurezze, che sua zia, morta da poco tempo, le aveva costruito attorno. Piano piano tra i tre nasce e si sviluppa una forma d’affetto sempre più intenso, a tal punto da formare un vero e proprio nucleo famigliare. Ma la loro tranquillità ha vita breve in quanto la libertà di Einstein, quando non la sua stessa incolumità,  si trova ad essere minacciata da diversi soggetti. C’è il governo che cerca il golden retriever in quanto unico risultato realmente positivo di una lunga serie di investimenti e sperimentazioni fallimentari; poi c’è l’Outsider che è una forma di vita concepita per uccidere e le cui azioni, guidate da un odio profondo ed inarrestabile nei confronti del cane suo compagno di esperimenti nel laboratorio, si lasciano dietro una lunga scia di sangue; ed infine, a completa insaputa di Travis, Nora e Einstein, c’è Vince Nasco, uno squilibrato killer professionista assoldato per eliminare tutti i responsabili delle ricerche che hanno portato alla creazione del cane, convinto di essere una sorta di Highlander destinato all’immortalità e determinato ad impadronirsi del cane.

Ancora una volta, i temi del viaggio e della fuga si intrecciano nel dare vita ad un romanzo che è una storia di cambiamenti e metamorfosi. Il cane rappresenta il motore  di un incontro che permette sia a Travis che a Nora di uscire dalle gabbie di solitudine che li imprigionavano, ed allo stesso tempo la loro fuga diventa anche l’occasione per Lemuel Johnson, l’uomo che dà loro la caccia per conto dell’Agenzia di Sicurezza Nazionale (NSA), di riflettere in modo radicale sulla sua esistenza. Ma sarebbe un errore soffermarsi solo sul golden retriever, tralasciando l’importanza dell’Outsider e della tragicità della sua condizione. Se in virtù del suo bell’aspetto Einstein non ha problemi a farsi accettare, quando non ammirare, dalla società umana, viceversa l’Outsider è drammaticamente conscio dell’orrore che immediatamente suscita il suo aspetto. Dotato di una natura aggressiva e violenta in virtù del suo corredo genetico, l’Outsider è comunque anche una creatura intelligente in grado di leggere il disgusto nelle espressioni di chi posa il suo sguardo sul suo aspetto fisico. Se per gli altri personaggi la solitudine che vivono è una condizione che può cambiare in virtù di un incontro fortuito o magari di un atto di volontà, quella dell’Outsider si trova radicata in quello stesso aspetto che non manca di suscitare orrore e repulsione in chi lo vede. In tal senso, l’Outsider assume frequentemente il profilo della creatura del dottor Frankenstein nata dalla penna di Mary Shelley, della quale condivide sia l’aspetto orribile che la solitudine. Per quanto terrificanti possano essere le azioni di questa creatura, è comunque difficile non vedere in esse la materializzazione di un destino, di una predestinazione alla condanna, dell’impossibilità di essere qualcosa di diverso da ciò che le divinità umane l’hanno condannata in fase di concepimento ancora prima che al momento della sua creazione vera è propria.

Mostri è prima di tutto un romanzo sui segni, e l’isolamento dell’Outsider deriva proprio dalla sua capacità di comprenderli, di elaborarli e contestualizzarli, unita alla coscienza di non poterli scambiare con altri. In modo diametralmente opposto, i due mostri non fanno altro che emettere segni tutto il tempo, sul piano comunicativo come su quello comportamentale. La capacità di manipolare i segni non viene esibita dal golden retriever solo nelle occasioni in cui li utilizza per comunicare, ma anche quando modifica completamente il suo registro per nascondere la propria natura. Non solo Einstein è in grado di farsi capire da Travis e Nora, ma sa anche riconoscere il momento in cui è necessario adeguarsi al sistema di segni utilizzato da un qualsiasi normale cane (abbaiare, scodinzolare, fare le feste, etc.) per non sembrare in alcun modo differente dai suoi similii. Allo stesso modo, l’Outsider è in grado di comprendere le parole ed i comportamenti altrui. Infatti non ha alcuna difficoltà a leggere le espressioni di orrore o di ripulsione nel volto di chi posa il suo sguardo sulle sue fattezze. Ma a differenza del cane, non essendo dotato di un aspetto ordinario non è in grado di scegliere cosa mostrare e cosa occultare. E’ la sua stessa conformazione fisica a fare di lui, come suggerisce il termine con il quale viene designato, un escluso, un essere condannato ad essere fuori luogo. La sua estraneità al mondo dei segni è tale che, ad esempio, nessuno si ritrova mai a prendere anche solo in esame la possibilità di dargli un nome. Ed in tutta risposta, la rabbia furiosa con cui infierisce sui corpi senza vita delle sue vittime, straziandoli e deturpandoli, quando non circondandoli di escrementi per palesare tutto il suo disprezzo nel modo più chiaro possibile, è il segno di un odio che nasce direttamente da ciò che è e che sa di essere. I segni mostruosi che marchiano in modo radicale lo stesso essere dell’Outsider lo condannano all’isolamento ed all’estraneità in ragione della sua impossibilità di conformarsi alle norme (estetiche e non solo) della società dei suoi creatori. Esattamente come il golden retriever riesce a rendersi accettabile nella misura in cui si dimostra in grado di controllare e sottomettere i segni di cui è portatore alle norme che regolano di volta in volta il contesto all’interno del quale può finire col trovarsi. Perché mostruoso è il segno che mette in discussione l’ordine in vigore. Ma mentre può risultare accettabile, quando non ammirevole, quello che riconosce il valore della norma e vi si sottomette, il segno che invece rimane all’esterno dei confini di questa suscita orrore in misura tanto più profonda quanto maggiore ed irriducibile è la sua distanza.

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Dean Koontz – In Un Incubo Di Follia

Sebbene non annoverabile tra i titoli più citati ed apprezzati dello scrittore americano, In Un Incubo Di Follia è un road thriller che a partire da un soggetto estremamente scarno, e con un numero limitato di personaggi, si trasforma in un viaggio attraverso il lato oscuro della società statunitense. Ma non lo fa mettendo i suoi personaggi direttamente di fronte agli orrori che popolano il suolo a stelle e strisce; piuttosto fa sì che le loro esistenze serene si trovino costrette a guardare in faccia l’oscurità che li circonda. Non sono le loro vite a scivolare nell’orrore, quanto piuttosto quest’ultimo ad irrompere all’interno della loro serena ed ordinaria quotidianità. Alex Doyle si è da poco sposato con Courtney, la donna dei suoi sogni, ed insieme hanno deciso di trasferirsi in California, dove hanno comprato una casa e dove li aspettano nuovi lavori ed una nuova vita. Insieme a Colin, il fratello di lei di sette anni, Alex si mette in viaggio per raggiungere la moglie che li aspetta nella nuova casa. Inizia così un viaggio da una costa all’altra del paese, da Philadelphia a San Francisco, che si rivelerà ben differente da come lo avevano programmato. Infatti, subito dopo aver percorso pochi chilometri, Colin si accorge che un furgone bianco sembra seguire pazientemente la Ford Thunderbird su cui stanno viaggiando. Un po’ per curiosità, un po’ per passare il tempo, ma non ancora preoccupati, iniziano a formulare delle ipotesi su chi potrebbe essere alla guida del misterioso veicolo, e quella inizialmente più gettonata ha come protagonisti agenti dell’FBI, impegnati in un pedinamento frutto di un errore.

Ma come presto avranno modo di scoprire, in realtà le cose non stanno come loro immaginano; ben distante dall’essere frutto di un errore o di una coincidenza, si tratta piuttosto di un’azione che con il trascorrere del tempo si rivela essere sempre più frutto di pianificazione quanto più mortalmente pericolosa. Alla guida del furgone che ha iniziato a seguirli al momento stesso della loro partenza dalla loro casa in Pennsylvania si trova un misterioso maniaco mosso da un apparentemente implacabile e spietato desiderio di ucciderli. Non si tratta di altri che dell’ex-fidanzato di Courtney il quale, in preda a gravi disturbi mentali (molto probabilmente a causa di un tumore al cervello), vive una propria ossessione privata all’interno della quale il marito ed il fratello di lei non sono altro che ostacoli da rimuovere per poter tornare insieme a quella donna che è il suo unico pensiero. Al contrario, sereno ed in piena salute, Alex sta vivendo l’American Dream: ha per moglie un donna che adora, l’automobile dei suoi sogni, un nuovo lavoro in una città come San Francisco che dovrebbe garantirgli soddisfazioni professionali nonché un reddito sopra la media. Ed anche il programma del suo viaggio rispecchia la sua esistenza: un sereno e pacifico trasferimento da un punto del paese ad un altro, viaggiando attraverso le principali arterie stradali e facendo soste in luoghi prenotati in anticipo, secondo una tabella di marcia che nulla vorrebbe lasciare al caso. Ma non trascorre molto tempo prima che il viaggio coast to coast di Alex e Colin si trasformi da esperienza del sogno americano in, appunto, un incubo di follia. E non solo a causa delle azioni del maniaco omicida, ma anche per via di qualcosa nella realtà che lo circonda e che non aveva mai notato in precedenza.

Fin da subito, ancora prima che il maniaco riveli le sue intenzioni omicide, Alex prova disagio e turbamento di fronte ai comportamenti altrui: la sua sicurezza di sé, la sua soddisfazione e perfino la macchina che guida sembrano essere causa di ostilità da parte delle persone con cui si trova ad interagire; a partire dal benzinaio presso il quale si ferma per fare il pieno e con il quale scambia qualche parola poco più che di circostanza, Alex comincia a notare una sorta di sottile ostilità nei suoi confronti. O comunque nei confronti di ciò che la sua persona sembra rappresentare. Come in un incubo, le persone che lo circondano lo guardano con sguardi torvi e tutt’altro che rassicuranti, ed il fatto che nessuno sembri disposto ad aiutarli per quanto le azioni dell’uomo misterioso che li segue si facciano sempre più aggressive e pericolose, non fa altro che costringerlo a rivedere in modo sempre più radicale quella che fino a quel punto era stata la sua esistenza. Abbandona il suo programma di viaggio, le soste presso gli hotel dove aveva prenotato e le strade principali del paese per muoversi su quelle secondarie, ed infine si trova costretto a rimettere in discussione la sua ingenua fiducia nelle forze di polizia nel momento in cui si ferma presso la centrale di uno sceriffo di provincia per denunciare la persecuzione e le aggressioni subite. Questo non solo decide di non dare seguito alle denunce di Alex, ma esplicitamente gli sbatte in faccia il suo disprezzo per quello che secondo lui rappresenta: un uomo viziato e benestante che pensa di poter fare i suoi comodi ovunque vada, convinto che la sua posizione sociale lo renda più rispettabile dei rozzi provinciali.

Spinto dal desiderio di sopravvivere nonché, soprattutto, di proteggere i suoi cari, ad Alex non rimane altro da fare che prendere in considerazione un’opzione che fino a quel momento aveva sempre rifiutato: il possesso di un’arma da fuoco. E nel suo viaggio verso la costa ovest del paese, Alex si ritrova così a rivivere la storia delle carovane che si muovevano verso il Far West, all’inseguimento di un American Dream da trasformare in realtà: un’arma da fuoco come mezzo irrinunciabile per proteggere sé stessi, i propri cari e più in generale il proprio stile di vita, da criminali, delinquenti e malintenzionati di ogni tipo. Così, pur non rinunciando mai alla solida impostazione thriller del romanzo, Koontz riesce a far emergere anche l’altro tema che spesso è legato a quello del viaggio: l’esperienza formativa. Il viaggio di Alex da una costa all’altra degli Stati Uniti è anche l’evento che lo costringe a confrontarsi direttamente con gli aspetti meno pubblicizzati dell’American Dream, con l’oscurità da cui questo nasce e dai quali non sembra potersi separare, perlomeno non più di quanto potrebbe una pianta dalle proprie radici.

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