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The Social Network – David Fincher

La storia narrata all’interno del film è più che nota: non ancora ventenne, Mark Zuckerberg mette in piedi Facebook, il social network che, grazie a milioni di registrazioni in tutto il mondo, lo ha reso il più giovane miliardario del mondo. Come conseguenza di tutto questo, si è trovato ad affrontare azioni legali da parte di amici o ex-tali, o semplicemente conoscenti, che rivendicavano un ruolo nella paternità del progetto e, neanche a dirlo, una parte degli enormi profitti. Nel caso del film, Mark Zuckerberg (interpretato da un Jesse Eisenberg costantemente in bilico tra genio ed alienazione), ormai miliardario, rivive la sua storia nelle sedi delle dispute legali che lo vedono lottare contro chi, per un motivo o per l’altro, rivendica diritti sul sito: l’ex-amico e cofondatore Eduardo Saverin (Andrew Garfield), come i gemelli Winklevoss ed il loro socio Divya Narendra. Si va dalla notte in cui, scaricato dalla sua ragazza Erica Albright (Rooney Mara) comincia a cimentarsi con la programmazione nell’ambito dei social network, fino al raggiungimento del successo planetario della sua creatura, passando attraverso la rottura dei rapporti con l’amico Eduardo e l’allontanamento di Sean Parker (Justin Timberlake), uno dei fondatori di Napster che aiutò in prima persona il progetto a decollare, in seguito al suo arresto per possesso di cocaina. The Social Network è quindi, riassumendo, la biografia di un personaggio di successo, già protagonista di un best seller editoriale, il tutto sotto l’ingombrante logo di Facebook. In altre parole, il film è il risultato di una produzione che si muove alla ricerca di un facile successo commerciale, riducendo al minimo il già basso livello di rischio. E per far sì che la percentuale di rischio associata ad un’operazione del genere possa tendere sempre di più verso lo zero, il compito di dare una forma cinematografica al tutto è stato affidato a nientemeno che David Fincher. Il quale a sua volta ha avuto modo di cimentarsi nel ruolo di regista limitandosi a sfruttare il suo notevole bagaglio tecnico senza mai trovarsi a correre rischi né sul piano della regia, né su quello della realizzazione del film in generale.

Infatti, quello che sembra essersi creato tra il regista di Seven e Fight Club e la sceneggiatura di Aaron Sorkin, è un legame simbiotico nel quale entrambi gli organismi coinvolti nella relazione riescono a massimizzare i propri risultati con il minimo sforzo e quasi senza rischi. Il regista ottiene dal soggetto la possibilità di firmare un lavoro che, proprio in virtù della sua natura biografica, non corre il rischio di deludere attese o aspettative. Infatti, rispetto a quanto accade all’interno di un soggetto originale, una storia che prende le mosse da una biografia non corre il rischio, ad esempio, di presentare un finale deludente. Ed allo stesso tempo, grazie alla sapiente regia di Fincher, il film guadagna la possibilità di far sì che una storia estremamente scarna ed ordinaria nei contenuti riesca a non annoiare il pubblico, o comunque a non mostrare in modo sfacciato il suo volto visceralmente maschilista e reazionario. Gli elementi principali di una simile ricetta sono da rinvenire in una narrazione che procede mediante flashback ed un montaggio molto veloce. Questi due aspetti, mescolati tra loro, tengono alto il ritmo del film sottoponendo la mente dello spettatore a continui stimoli, saturandola in modo tale da occultare, come in un gioco di prestigio, il narcisismo autoreferenziale che si trova alla base delle gag che si susseguono ad un ritmo quasi televisivo. Attraverso lo strumento del flashback, la linearità della storia viene (apparentemente) spezzata facendo sì che la mente dello spettatore sia ogni volta costretto ad orientarsi nella storia e, allo stesso tempo, i continui salti nel presente permettono alla storia di muoversi con disinvoltura da un episodio della vita del protagonista all’altro senza doversi curare di trovare una qualche forma di raccordo che li concateni. Il film gioca in modo accademico con la macchina da presa: inquadrature ordinarie per una storia banalmente lineare (tutta la trama, in fondo, potrebbe essere condensata in: “giovane di successo viene citato legalmente da altre persone che, a ragione o meno, vogliono una fetta della sua torta”). E solo il passaggio velocissimo da una situazione all’altra riesce a far sì che non emerga in superficie il fatto che, al di là delle gag, la trama, in virtù di un approfondimento psicologico dei personaggi pressoché inesistente (quando non rasente il macchiettismo, come nel caso dei gemelli dediti al canottaggio) potrebbe essere riassunta in modo più che esaustivo su un trafiletto di giornale.

Ma una volta grattata via la patina di modernità che il film ostenta costantemente sul piano formale (sia tecnico che fotografico), nonché in virtù di un soggetto web 2.0, quello che rimane è un film radicalmente reazionario. Se si pensa al sogno americano come all’idea, alla speranza che chiunque attraverso la determinazione, il lavoro ed il coraggio nell’affrontare i rischi, possa arrivare a raggiungere la ricchezza ed il successo, The Social Network mostra il suo volto di rappresentazione rigidamente ortodossa dell’American Dream. Mark Zuckerberg è l’americano che raggiunge il successo grazie alla determinazione e al duro lavoro (testimoniato dai riferimenti alle decine di ore passate davanti ad uno schermo, senza interruzione, a scrivere codice). Un aspetto, questo, ulteriormente accentuato dal contrasto con i gemelli Winklevoss ed il loro socio i quali, anziché impegnarsi attivamente per dare vita al loro progetto, cercano prima qualcuno che lo realizzi per conto loro e successivamente una partecipazione al progetto in ragione di una proprietà intellettuale tutta da dimostrare. Ma allo stesso tempo il Zuckerberg dell’American Dream incarna anche il coraggio: a differenza di Severin che cerca di concretizzare quanto prima il suo investimento (emblematica in tal senso la sottolineatura della sua scelta di bloccare un conto da poche migliaia di dollari a fronte di una possibile resa multimilionaria), il creatore di Facebook insiste nel voler mantenere il controllo e nel rischiare i guadagni presenti guidato da fede quasi incrollabile nei confronti di un successo ancora maggiore.

Ma il successo economico non è il solo aspetto reazionario di cui il film è intriso, perché sul piano dei rapporti umani non è possibile non vedere una sorta di maschilismo in salsa 2.0, la raffigurazione di un mondo nel quale i nerd prendono il posto degli atleti ma le donne continuano a rimanere in una posizione subalterna. In linea di massima, le figure femminili nel film o sono assenti, o sono fonte di problemi, o semplicemente sono una nuova forma di groupie. L’ambito del successo è dominato dall’universo maschile: uomini sono i personaggi che si impegnano nell’ideazione e realizzazione del progetto, e uomini sono i soggetti che se ne contendono la paternità a suon di azioni legali. In generale le ragazze sono le classiche oche che, mentre i maschi lavorano, hanno persino difficoltà a giocare con una console, e la cui funzione in generale si riduce ad offrire compagnia e svago oppure al popolare le feste. E le figure che fuoriescono da questo stereotipo non godono di un trattamento migliore. Ad esempio, per quanto amichevole fonte di benevoli consigli, l’avvocatessa che consiglia a Zuckerberg di accettare la transazione si rivela, malgrado la giovane età, una figura materna. Ed un trattamento certamente non migliore è quello che viene riservato ad Erica, la ragazza del protagonista: caratterizzato in modo negativo (lo lascia, non accetta le sue scuse, lo liquida sbrigativamente davanti ad altre persone) si tratta di un personaggio che trova una propria funzione all’interno della storia in qualità di mezzo attorno al quale catalizzare l’emotività incompresa del giovane genio. Non c’è nessun tentativo di comprendere le ragioni di Erica, il suo scopo all’interno della storia si riduce all’essere il veicolo mediante il quale esibire i sentimenti (non corrisposti) del giovane miliardario.

Se si pensa alla cruda, sanguigna e viscerale, critica alla società americana (e non solo) portata sullo schermo in un Fight Club, la cosa che più stupisce è vedere il suo regista mettersi ordinatamente al servizio di un film apologetico come The Social Network. Se si pensa al fenomenale finale di Seven, la chiusura del film con Zuckerberg che usa la sua stessa creazione per chiedere l’amicizia di quella ragazza che l’ha rifiutato risulta (indipendentemente dalla sua aderenza o meno a vicende reali) melodrammatico in modo tanto banale quanto sfrontato. Fincher gioca in sicurezza limitandosi a girare in modo pulito ed accademico una storia che dichiaratamente intende celebrare la fama ed il successo di una storia americana: è la vertiginosa scalata al successo di un personaggio che ha lavorato duramente per dare una solida concretezza alle sue idee nella Terra delle Possibilità. Ma la questione non riguarda né l’eventuale aderenza o meno alle reali vicende di Zuckerberg, né tantomeno il successo che questo è riuscito a conseguire nella realtà in virtù di doti fuori dall’ordinario, perché ciò che il film porta sullo schermo non è semplicemente la sua storia, ma una sua versione ideologizzata. Nell’era del web 2.0, gli Stati Uniti cercano nuovi soggetti per riconsolidare il mito di un American Dream logorato dai propri fallimenti e dalle proprie contraddizioni, e The Social Network non fa altro che prendere un soggetto (Facebook) che gode di un consenso a livello planetario per iniettargli nuova linfa vitale.

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