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Clive Barker – La Casa Delle Vacanze

Confrontando il noto adattamento a cartoni animati per bambini de Le Avventure di Pinocchio realizzato nel 1940 da Walt Disney direttamente con il testo scritto da Carlo Collodi alla fine dell’800 molteplici differenze appaiono evidenti. Le principali ruotano attorno all’edulcorazione dei passaggi più cupi ed oscuri del testo. Infatti, come da tradizione fiabesca, pur essendo un romanzo pensato per essere letto anche e soprattutto da lettori molto giovani, lo scrittore fiorentino non esitò ad inserire passaggi a tinte marcatamente fosche. Uno dei più noti è quello che vede il burattino, che si era incamminato di notte attraverso il bosco per raggiungere il Campo dei Miracoli, costretto a fuggire da il Gatto e la Volpe travestiti da Assassini, i quali lo inseguono con lo scopo di rapinarlo delle sue monete d’oro. Giunto davanti ad una casa bianca, prova a chiedere aiuto. Ma l’unica persona a rispondergli è una bambina dai capelli turchini che gli dice che in quella sono tutti morti, inclusa lei che sta aspettando la bara. Pinocchio viene così catturato dagli Assassini che non riuscendo ad aprire la sua bocca, dove nascondeva le monete, lo impiccano ad una quercia per tornare successivamente a prendere le monete dalla sua bocca spalancata perché senza più vita. Al di là dell’aspetto prepotentemente fantastico della narrazione, risulta difficile ignorare come i temi principali di questa parte del racconto siano il crimine, la violenza e l’assassinio di cui si trova ad essere vittima il burattino senza fili. Ma non si tratta di una parentesi isolata. Perché dal burattinaio Mangiafoco intenzionato ad utilizzarlo come legna da ardere per cucinarsi la cena, al pescatore verde che si appresta a friggerlo credendolo un nuovo tipo di pesce, passando attraverso il vecchio gorilla che lo chiude in prigione, il padrone del campo che lo costringe a fare da cane da guardia al suo campo e molto altro, molteplici sono gli eventi che vedono Pinocchio, spesso non senza sue responsabilità, finire vittima delle più svariate disavventure. Ma all’interno di queste galleria di eventi strani e bizzarri, ce n’è comunque uno che più di molti altri si avventura in territori che rasentano l’horror. Ed è la vicenda che porta Pinocchio nel Paese dei Balocchi, un luogo dove non esistono scuole e doveri di nessun tipo, ed i bambini possono giocare e divertirsi dalla mattina alla sera senza dover affrontare pensieri o preoccupazioni. Insieme all’amico Lucignolo, in questo luogo Pinocchio trascorre cinque mesi a ridere e divertirsi spensieratamente, cioè fino a quando, una mattina, non scopre di aver contratto la “febbre del somaro”. Nel giro di poche ore i due si trovano completamente trasformati in somari, e l’Omino che guidava il carro che li ha condotti nel Paese dei Balocchi li porta al mercato per venderli. E la nuova disavventura nella quale si trova coinvolto Pinocchio consiste nell’essere acquistato dal direttore di un circo che lo addestra a suon di frustate per utilizzarlo nel suo spettacolo.

E’ proprio da quest’ultimo evento che Clive Barker sembra aver preso le mosse per scrivere La Casa Delle Vacanze, una moderna fiaba nella quale il protagonista Harvey Swick, un bambino di dieci anni che si annoia perché è Febbraio (il mese nel quale le vacanze di Natale sono ormai archiviate e l’estate è ancora lontana), accetta di essere condotto da un essere misterioso che si fa chiamare Rictus ad andare a passare del tempo in un luogo fantastico, in un posto nel quale è possibile trascorrere le giornate pensando solo a giocare e a divertirsi. Non appena arrivato, Harvey scopre che in quel luogo da favola ci sono altri due bambini, Lulu e Wendell, e specialmente con quest’ultimo inizierà a trascorrere le giornate non avendo altre preoccupazioni se non l’alternanza del divertimento all’ozio. Fin da subito appare evidente che ogni giorno trascorso nella Casa vede avvicendarsi tutte le stagioni: ogni mattina il clima è estivo, durante il pomeriggio diventa autunnale, e tutte le sere i bambini possono festeggiare prima Halloween e poi il Natale. In particolare, durante quest’ultimo ogni giorno hanno modo di ricevere il regalo che hanno chiesto di giorno. Ma una volta scemato l’entusiasmo iniziale, Harvey si rende conto che la Casa è una prigione dalla quale il misterioso padrone di casa, Mr. Hood, non intende lasciarli andare via: continuare a rimanere lì dentro significherebbe condannarsi ad un destino orribile e tragico come tanti altri prima di loro. Harvey e Wendell cercano un modo per scappare dalla loro prigione dorata, ben presto si rendono conto che la fuga dalla Casa che li ospita non è il loro unico problema, perché c’è anche la questione del tempo che hanno perso. E non si tratta solo del tempo che hanno sprecato, ma anche e soprattutto del tempo che è trascorso e che potrebbero non riavere mai più indietro.

Sebbene il problema iniziale di Harvey riguardasse proprio lo scorrere lento del tempo, e la noia derivante dal doverlo trascorrere in attesa di qualcosa (che siano le feste natalizie o le vacanze estive), ben presto ha modo di scoprire come anche quelle stesse cose che attendeva con impazienza possano diventare a loro volta fonte di noia se private di quelle aspettative che hanno bisogno di un periodo di tempo per nascere e crescere. Una volta esaurita la novità iniziale, anche i festeggiamenti quotidiani di Halloween e Natale diventano una routine alla quale si fa presto l’abitudine. La Casa Delle Vacanze si rivela così una fiaba sul tempo, e su come le feste e tutti gli eventi che si attendono ogni anno non possano prescindere dalla lunga attesa che li anticipa. Se Halloween è una festa, è perché accade solo una volta all’anno; invece, di fronte ad un Halloween che si festeggia tutte le sere alla fine non rimane altro che un rito quotidiano, qualcosa come il cenare o il lavarsi i denti prima di andare a dormire. E lo stesso vale per il Natale ogni notte, per l’Estate ogni mattina, e così via. Non c’è alcuna reificazione del gioco, della festa e del divertimento, quanto piuttosto la presa di coscienza della necessità di uno sfondo diverso, fatto di impegni e piccole mansioni, in grado di far sì che emergano come momenti speciali. Ed in questo modo lo scorrere del tempo si erge a protagonista assoluto di una storia in cui la sua importanza emerge in modo sempre più potente in ragione delle forze in lotta che cercano di appropriarsene prendendone il controllo.

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Prossima Fermata: l’Inferno – Ryuhei Kitamura

Questo è uno di quei casi in cui la scelta da parte della distribuzione italiana di rinominare ex-novo il film risulta pressoché incomprensibile. Ispirato da un racconto di Clive Barker – Macelleria Mobile di MezzanotteThe Midnight Meat Train si ritrova ad essere intitolato Prossima Fermata: l’Inferno, con il risultato di annullare quello sguardo rivolto al contenuto del film che il titolo originale conteneva. Un titolo non è solo un’etichetta posticcia appiccicata addosso ad un’opera per renderla riconoscibile nei botteghini o presso i rivenditori di DVD (o comunque, non sempre), ma solitamente costituisce anche un cenno da parte di chi l’ha realizzata verso un particolare considerato rilevante, quando non principale, nell’economia del film. Cambiare radicalmente il titolo, come in questo caso, significa modificare la messa a fuoco del film stesso. Ed infatti, un titolo generico come Prossima Fermata: l’Inferno, ammiccando in direzione di una discesa agli inferi, toglie il ruolo di protagonista a quello che è l’elemento principale del film: appunto, la Macelleria Mobile di Mezzanotte.

In questo primo film statunitense del regista giapponese Kitamura, si assiste alla vicenda del giovane fotografo Leon Kaufmann (Bradley Cooper) che, su incoraggiamento della proprietaria di una galleria d’arte (resa ottimamente da una cinica Brooke Shields) gira di notte per la città alla ricerca di foto in grado di catturarne con forza il cuore oscuro. Durante una di queste ricerche notturni, si ritrova a scattare foto sulle scale della metropolitana ad una modella molestata da una gang: in seguito alla sua irruzione, la gang si allontana e la donna sembra al sicuro, ma il giorno successivo il fotografo scoprirà che della donna si è persa ogni traccia. Intrigato dalla vicenda, nonché incitato dalla proprietaria della galleria che esprimerà grande apprezzamento per le foto, Leon tornerà in metropolitana per ripercorrere le tracce della donna scomparsa, ed è qui che il suo cammino incrocerà quello di Mahogany (Vinnie Jones), un misterioso personaggio che ogni notte sale sulla stessa linea della metropolitana, aspetta che i vagoni si svuotino ed aggredisce gli ultimi passeggeri rimasti a bordo con un martello da macellaio. La scoperta spinge il fotografo ad andare sempre più a fondo nella vicenda, anche grazie ad una polizia apparentemente ottusa e scettica nei confronti dei suoi racconti, finendo col trascinare con sé anche la sua ragazza Maya (Leslie Bibb), in un crescendo di carneficine che sfocierà in un primo scontro con Mahogany che vedrà Leon perdente ma risparmiato dal macellaio (infatti, l’indomani si risveglierà confuso ma illeso, se si esclude uno strano simbolo marchiato sul petto) e nello scontro finale che vedrà il fotografo avere la meglio sul macellaio notturno mentre orribili creature divorano i corpi appesi nei vagoni della metropolitana. A questo punto  appare il misterioso conduttore della metropolitana che strappa la lingua  a Leon ed uccide Maya davanti ai suoi occhi,  comunicandogli che ora lui dovrà prendere il posto di Mahogany e ricoprire il ruolo di macellaio incaricato di procurare la carne per sfamare le creature infernali che vivono sotto la città, con tanto di consegna degli orari del treno da parte di quello stesso ufficiale di polizia presso cui aveva denunciato le sparizioni.

Esportando in terra statunitense tecniche di ripresa e stili fotografici tipici del jhorror, Kitamura concentra tutta la sua attenzione sulle vicende che avvengono nella metropolitana in viaggio di notte; le scene a casa del fotografo, come quelle presso il locale dove lavora Maya, nella stazione di polizia, nella galleria d’arte, risultano smorte e confuse in confronto alla cura e limpidezza utilizzate nel ritrarre i vagoni della metropolitana, sia per quanto riguarda i dettagli splatter legati al massacro delle vittime, sia per a proposito dei loro corpi completamente ripuliti ed appesi in file ordinate all’interno di un vagone come fossero quarti di bue in attesa di essere venduti. Ed un discorso non dissimile può essere fatto per quanto riguarda la caretterizzazione psicologica dei personaggi, molto superficiale e poco dettagliata, ma proprio per questo funzionale alla vicenda narrata.

Il tema della visione del proibito e della conseguente discesa negli inferi è uno dei più antichi e sfruttati della storia, e gli esempi sono innumerevoli: a partire dalla tragedia greca fino a I Predatori dell’Arca Perduta (dove, al contrario, Indiana Jones e Marion riescono a salvarsi di fronte alla forza ancestrale sprigionata dall’apertura dell’Arca proprio chiudendo gli occhi per non vedere), l’arroganza del personaggio che decide di fissare il proprio sguardo in direzione del sovraumano sarà fonte di sventure per sé e per chi gli rimane vicino. Secondo tale impostazione, ciò che avviene nell’oscurità, ciò che è sottratto alla vista degli uomini, deve rimanere oscuro e nascosto, ed il portarlo in superficie non potrà essere altro che fonte di pericolo. In tal senso, un’esemplare variazione su questo tema è rappresentata dal memorabile La Finestra Sul Cortile di Hitchcock, in cui la determinazione da parte del fotografo bloccato sulla sedia a rotelle di portare alla luce ciò che crede sia avvenuto nell’oscurità dietro la finestra di fronte metterà in grave pericolo la sua incolumità e quella della sua compagna.

Nel film di Kitamura, l’ostinazione del fotografo nell’indagare su quello che accade di notte nei vagoni della metropolitana di notte, assieme alla volontà di catturare tali eventi su pellicola, mette presto in moto una catena di eventi da cui non gli risulterà più possibile scappare. Da cacciatore Leon diventa preda, e da osservatore esterno a sorvegliato. In termini nietzscheani, si potrebbe dire che la volontà di Leon di scrutare nell’abisso nero dei vagoni dove vengono consumati i massacri si rivela piuttosto essere nient’altro che il riflesso dello sguardo su di lui da parte dell’abisso stesso (la Macelleria Mobile). E qui entra in gioco la caratterizzazione minimale dei personaggi: il vero protagonista del film è l’abisso metropolitano, che con le sue creature infernali si pone come il centro gravitazionale della vicenda, e tutti i personaggi che in un modo o nell’altro entrano nella sua orbita, o rimangono relegati al ruolo di satelliti oppure vengono attirati e divorati.

Si tratta di un film in cui non ci sono personaggi forti o comunque volontà in grado di contrastare la forza dell’inferno sotto la città. A partire dalle vittime, destinate a rimanere sullo schermo il tempo sufficiente per essere macellate, al macellaio ed al conduttore della metropolitana, che si rivelano essere nient’altro che strumenti e servitori di una forza superiore; dalla polizia, la cui inazione non era dovuta ad ottusità o scetticismo (come sembra credere Leon) ma piuttosto alla chiara coscienza dell’impossibilità di contrastare le creature infernali, alle persone vicine a Leon i cui brevi passaggi sullo schermo sfociano nella loro trasformazione in carne da macello. E lo stesso protagonista del film non costituisce un’eccezione: si tratta di un personaggio semplice che, lungi dall’avere un quadro generale della situazione, si trova in balia della propria ignoranza e vive l’illusione di fare progressi nel portare alla luce un mistero quando in verità è il mistero stesso ad attirarlo sempre più intensamente nelle proprie profondità.

Come una sorta di inconscio del film che affiora alla vista dello spettatore solo nel finale, la fame delle misteriose creature infernali è il nucleo irrazionale (e non razionalizzato) della vicenda che permette di riposizionare all’interno di un sistema ordinato tutti gli incoerenti tasselli apparsi in precedenza. Non è un ennesimo film sulla lotta tra il Bene ed il Male, ma piuttosto la rappresentazione di una Fame oscura ed ancestrale. Ed anche lo scontro tra Leon e Mahogany non è altro che un movimento di superficie al di sopra di un nucleo oscuro che rimane pressoché intatto: anche qualora Mahogany fosse riuscito ad avere la meglio su Leon, l’unica sua conquista sarebbe stata il continuare a procurare la carne per le creature affamate. Le parole del conduttore della metropolitana che investe Leon del suo nuovo incarico suonano chiare: Mahogany cominciava a non essere più in grado di svolgere il suo ruolo efficientemente e serviva un ricambio. E per quanto Leon fosse convinto di lottare contro un nemico non ha mai affrontato altro che la sua ombra, mentre la Fame Abissale lo scrutava e valutava se potesse essere adatto a sostituire il servitore in carica.

Chi lotta contro i mostri deve fare attenzione a non diventare lui stesso un mostro. E se tu riguarderai a lungo in un abisso, anche l’abisso vorrà guardare dentro di te. (F. Nietzsche)

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