Articoli con tag Barry W. Blaustein

Beyond The Mat – Barry W. Blaustein

Che cosa spinge una persona ad indossare i panni di un wrestler, a mettere in gioco la propria incolumità per uno spettacolo sportivo? Questa è la domanda che spinge il regista Barry W. Blaustein a girare il documentario Beyond The Mat. E la consapevolezza dell’impossibilità di arrivare a formulare una risposta univoca non solo non costituisce un problema, ma anzi fa sì che il racconto delle vicende non sia influenzato da preconcetti. Lo spettatore ha così la possibilità di gettare uno sguardo dietro le quinte di un mondo, quello del wrestling professionale e non solo, guidato dal punto di vista di un appassionato curioso. E coerentemente con l’argomento in questione, il regista procede inserendo l’oggetto della sua indagine all’interno di una cornice narrativa che ne dipinga la genesi. Offrendo una narrazione che intreccia realtà e finzione proprio come avviene nel wrestling. Si parte così da una breve ricostruzione dei primi anni della passione dell’autore per questo sport-spettacolo. L’episodio ricordato dall’autore riguarda una sera in cui da bambino venne accompagnato dal padre a vedere uno spettacolo di wrestling e, all’uscita, vide uno dei protagonisti salire nella propria automobile e andare via tranquillamente con la propria famiglia. E l’autore si chiede: che tipo di persona sarà mai una che per anni entra ed esce dal ring convivendo con la violenza e col dolore? Come fanno a coesistere una normale quotidianità con l’immedesimazione in personaggi a volte estremi e con il dolore che può diventarne parte integrante? Per rispondere, Blaustein decide di offrire un rapido sguardo d’insieme sul mondo del wrestling in generale per poi mettere a fuoco tre grandi figure della storia di questo spettacolo: Terry Funk, Mick Foley e Jake “The Snake” Roberts. Si tratta di tre personaggi che in virtù della forza – quando non della drammaticità – della loro esperienza, mostrano chiaramente allo spettatore quanta realtà ci sia dietro la finzione. Perché è vero che gli incontri sono coreografati ed i risultati predefiniti, ma è altrettanto vero che il concreto rischio di subire gravi danni fisici è qualcosa che gli atleti devono affrontare ogni volta che si esibiscono. E il dolore fisico è qualcosa con cui non possono non imparare a convivere.

Si parte da quella che, allora come oggi, è la major assoluta ed indiscussa del wrestling professionale, la WWE di Vince McMahon (precedentemente nota come WWF), nel pieno di uno dei suoi periodi di maggiore popolarità e creatività, quello che passerà alla storia come l'”Attitude Era”. Si passa quindi ad una scuola indipendente di wrestling, per gettare uno sguardo sulle ambizioni di chi le frequenta e sull’appassionata fatica di chi sale su un ring con il rischio di farsi male e la certezza di uscirne comunque con botte e lividi per pochi soldi, nella speranza di riuscire un giorno a raggiungere le grandi folle. E per completare il quadro d’insieme, le telecamere vanno anche a documentare cosa quanto accadeva nel mondo della ECW, la federazione indipendente che non solo era nel pieno dell’incremento della sua popolarità, ma stava ridefinendo in modo radicale i canoni ed i confini del wrestling più estremo. Ed in mezzo a tutto questo, non manca anche una parentesi su Darren Drozdov, il wrestler diventato famoso come “Puke”, in virtù della sua capacità di vomitare a comando (oggi su una sedia rotelle a causa di un incidente al collo durante un incontro), come un breve passaggio su Chyna, di cui qui cerca di catturare il suo lato femminile, un aspetto quasi completamente inedito per chi ha sempre avuto modo di vederla in veste professionale.

Ma il tono cambia facendosi più partecipe ed emotivo non appena l’obiettivo della telecamera comincia a seguire in modo più ravvicinato la vita lontano dal ring dei tre wrestler sopra citati. Con oltre 30 anni di carriera alle spalle, Terry Funk viene ritratto nella sua realtà di ultracinquantenne dal fisico distrutto che dovrebbe, per il suo bene e per quello della famiglia, smettere di praticare wrestling. Oltre che grazie alle parole del dottore che parla del suo ginocchio profondamente danneggiato, tutta la drammaticità degli incontri di Terry Funk si può leggere nelle espressioni della moglie e delle figlie che assistono ai suoi incontri: gli sguardi fissi, le bocche tirate, le espressioni di paura, sono gli elementi che narrano, più di quanto qualsiasi parola potrebbe mai fare, quanto sia palpabile il rischio di danni permanenti, di oltrepassare una sorta di punto di non ritorno. Quasi come fosse una dipendenza, Terry Funk viene seguito mentre organizza quella che dovrebbe essere la serata del suo ritiro, ma che col passare del tempo si rivelerà essere più un arrivederci che un addio. Il main event previsto per la serata è un incontro con Bret “The Hitman” Hart, in quel periodo campione della WWE e star indiscussa del wrestling mondiale. Oltre ai partecipanti ci sono amici, colleghi passati e recenti; tutto farebbe pensare ad una vera e propria uscita di scena, ma malgrado i buoni propositi di quei giorni Terry Funk continuerà per anni ad entrare ed uscire dal ring, sebbene con sempre minore frequanza, e non raramente in azioni che lo vedranno affiancare quella che è la seconda figura cardine del documentario, il suo amico Mick Foley.

Ai tempi delle riprese del documentario, Mick Foley era all’apice del suo successo nella WWE. Mankind, uno dei suoi personaggi e comunque quello di maggiore successo, indossava la cintura di campione ed aveva raggiunto un altissimo livello di popolarità in virtù delle sue esibizioni estreme. Sposato con una bella moglie e padre di due figli piccoli, Mick Foley si dimostra essere una persona estremamente gentile ed intelligente. Dotato di un fisico che, per quanto imponente, è ben distante dal poter essere definito come “atletico”, diventa una leggenda del wrestling in virtù delle sue esibizioni estreme. Il racconto di Blaustein cattura alcune istantanee della vita di Foley nell’arco di tempo che ruota attorno a due dei suoi incontri più estremi: l’Hell In A Cell contro The Undertaker nel 1998 e l'”I Quit” match contro The Rock nel quale difendeva la sua cintura di campione. Fuori dallo schema delle storyline del wrestling professionale, l’incontro di Mankind contro The Undertaker viene qui accompagnato dai ricordi della moglie e dalla sua paura che fosse morto. In quell’incontro Foley vola prima dalla cima della gabbia (cioé da quasi 5 metri d’altezza) sul tavolo dei commentatori e dopo, sempre dalla cima della gabbia, all’interno del ring in seguito ad una caduta che, pare, non fosse prevista. L’incontro viene rallentato due volte dall’ingresso di altre persone della federazione che permettono a Foley, soprattutto in seguito al secondo impatto, di riprendere conoscenza e continuare l’esibizione. Foley uscirà da quell’incontro in stato confusionale con un paio di costole rotte, una commozione cerebrale, e vari altri danni, incluse parecchie puntine piantate nel corpo. Sua moglie racconta, con tutte le sensazioni spiacevoli che un simile ricordo sembra rievocare, della preoccupazione derivante dal vedere la parte superiore della gabbia cedere ed il marito cadere a peso morto nel mezzo del ring (con anche una sedia piegata che lo segue e lo colpisce in faccia), e per quanto Mick Foley si preoccupi di dire di non avere più intenzione di fare una cosa del genere, in lei è possibile cogliere un misto di preoccupazione e rassegnazione di fronte alla possibilità che il marito venga meno a questo intento.

Foley viene seguito mentre va in giro e gioca con i figli che lo adorano, e questo fino ad arrivare ad uno dei punti più intensi di tutto il documentario: l’incontro con The Rock per il titolo. La telecamera di Blaustein segue la famiglia di Foley mentre lo va a trovare nel backstage già nei panni di Mankind e dove questo parla tranquillamente con The Rock preoccupandosi di far capire ai figli che si tratta di uno spettacolo e che quell’uomo è un amico. Ma lo spettacolo è estremamente intenso, tanto che nelle fasi finali, quando tutta l’area attorno al ring risuona della sedia che The Rock usa per colpire la testa di Mankind, la moglie disperata abbandona il suo posto tra il pubblico portandosi via i figli in lacrime. Nel backstage, un Foley coperto di sangue e con un enorme ematoma in testa, scherza con la famiglia tranquillizzandola sulle sue condizioni. Sarà solo dopo qualche mese, quando lo stesso Blaustein andrà a trovarlo a casa per mostrargli il girato, che si scoprirà visibilmente scosso nel vedere le immagini della sua famiglia che piange. Nell’espressione di Foley di fronte alle immagini dei figli spaventati è possibile cogliere un turbamento che nessuna forma di dolore fisico sembra essere mai riuscita a provocare.

Ma se da un lato i primi due protagonisti si rivelano essere persone che fuori dal ring sono completamente diverse da quelle che agiscono durante gli spettacoli, dall’altro la terza figura su cui si concentra il regista sembra l’esatto opposto: Jake “The Snake” Roberts è una figura sola e tormentata, sul ring e fuori. Osservandolo muoversi, parlare, incontrare la figlia che non vede da quattro anni e poi naufragare nell’alcool, nella droga e negli antidolorifici, riesce quasi impossibile non vedere in lui una delle figure che possono aver ispirato Darren Aronofsky nella caratterizzazione del wrestler Randy “The Ram” Robinson. Anche lui dotato di un fisico tutt’altro che impressionante per muscolatura e capacità atletiche, Jake “The Snake” Roberts è stata una stella di primo piano del wrestling professionistico degli anni ’80 fino ai primi anni degli anni ’90. Oggi, con un fisico provato dai colpi (tra tutti, anche se non ricordato dal regista, vale la pena di ricordare il promo in cui Honky Tonk Man, nel 1987, lo colpisce in testa con una chitarra vera e non con una di quelle leggere da rompere negli spettacoli, infortunandolo in modo irreveresibile al collo, a tal punto da essere una delle cause della sua dipendenza da antidolorifici), Jake Roberts si svela essere un uomo tormentato, in preda della solitudine, dei rimpianti, ed in generale dei fantasmi di una vita tutt’altro che facile che lo accompagnano fin da quando era bambino. Jake Roberts è un individuo che paradossalmente sembra riuscire a mantenere un contatto con il mondo proprio attraverso le comparsate che ogni tanto fa in qualche spettacolo.

In generale, è proprio in virtù di materiale come questo che il documentario di Blaustein riesce a mantenere viva l’attenzione dello spettatore di fronte alle storie di personaggi che, in accordo con quanto richiesto dalla loro professione, si muovono costantemente al confine tra realtà e finzione. Non si tratta di un lavoro particolarmente interessante dal punto di vista registico, anzi, quando si avventura nel montaggio di sequenze che provano a fuoriuscire dalla mera narrazione dei fatti, i risultati sono tutt’altro che esaltanti. (Ad esempio, nella sequenza in cui si vede la famiglia di Mick Foley quasi in panico a causa dei colpi in testa che il wrestler continua a prendere sul ring, la scelta di inframezzare i pianti di moglie e figli con delle serene scena di vita domestica non solo diminuisce l’impatto della sequenza, ma addirittura le fa assumere un tono quasi stucchevole.) Ma al termine della visione, rimane l’intensità del vissuto e dell’esperienza dei wrestler protagonisti, di una forza che in larga parte (se non esclusivamente) è riconducibile al valore del materiale che il regista si trova tra le mani. Se l’obiettivo del documentario era offrire una risposta all’interrogativo di quali motivazioni possano spingere una persona a fare quello che fa un wrestler professionista, il regista è ben lontano dall’aver centrato il bersaglio. Ma ben presto appare chiaro che la domanda era solo un pretesto per andare a guardare in zone solitamente distanti dagli occhi delle telecamere. Mostrando come quelle stesse persone che nella vita di tutti i giorni si rivelano essere educate e gentili poi si esibiscano in spettacoli violenti in cui si trovano non raramente ad uscire di scena coperti di tagli, sangue ed ematomi, ne aumenta la loro enigmaticità. Quasi fosse una sorta di lungo servizio televisivo o di un “making of” da inserire come extra in qualche DVD, il lavoro di Bleustein assume i connotati di una produzione evidentemente pensata e realizzata da un appassionato di wrestling per altri appassionati. Chiunque non conosca perlomeno un minimo di storia di tale disciplina probabilmente potrebbe trovare ben più di una difficoltà ad orientarsi tra volti, nomi e situazioni, o a contestualizzare quanto di volta in volta viene mostrato. Ma pur ignorando la maggior parte dei riferimenti da e per appassionati, rimane quasi impossibile non assistere alla demolizione del preconcetto secondo cui i wrestler farebbero finta di farsi male. Perché è vero che il contesto è quello di una finzione, ma è anche vero che molti colpi sono reali, come reali sono i punti di sutura applicati sui tagli, le cure da applicare sugli ematomi, ed in generale tutto il dolore che accettano di subire in funzione dello spettacolo.

, , ,

Nessun commento