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Asa Akira – Insatiable: Porn – A Love Story

In occasione del pay per view Royal Rumble tenutosi nei primi mesi del 1999, in piena Attitude Era, l’incontro per il titolo di campione della WWE vede Mankind faccia a faccia con The Rock. Per l’occasione viene stipulato un I Quit Match, uno scontro nel quale non esiste squalifica o conteggio fuori dal ring. I wrestler possono combattere ovunque, anche nel backstage o fuori dall’arena, e possono usare qualsiasi oggetto a disposizione per colpire l’avversario. L’incontro finisce solo nel momento in cui uno dei due si arrende e pronuncia due fatidiche parole: “I Quit”. Mick Foley, nei panni di Mankind, arriva all’appuntamento con la cintura di campione, ma alla fine è The Rock a portare con sé il prezioso trofeo, al termine di uno degli spettacoli più violenti e memorabili della storia della federazione. L’incontro inizia e procede in modo piuttosto equilibrato, con impatti duri contro oggetti e superfici di ogni tipo da parte di entrambi i partecipanti. Ma il punto di svolta si ha nel momento in cui lo sfidante riesce ad ammanettare il campione e utilizza una sedia come corpo contundente. Con le mani immobilizzate dietro la schiena, Mankind viene colpito una decina di volte alla testa. Ogni volta che la sedia impatta con il cranio di Mick Foley, il suono che rimbomba è brutale. Ed è così intenso da costringere la moglie sconvolta a lasciare il suo posto tra il pubblico prima della fine dello spettacolo, portando via con sé i figli in lacrime. L’idea alla base dell’incontro era quella di far sì che The Rock potesse apparire come la stella più forte della WWE, e in questo caso la strada passava attraverso la costrizione alla resa di un personaggio che fino a quel momento si era distinto per essere uno dei più coriacei mai visti, capace di sopportare livelli di dolore quasi insostenibili. Una volta giunto nello spogliatoio e tolta la maschera per ricevere le cure mediche, sulla testa di Mick Foley fanno bella mostra un lungo taglio e numerosi ematomi, e al momento di lasciare l’arena sfoggia una pesante fasciatura che indica la realtà della ferita.

E’ noto come il wrestling sia una forma di finzione in cui la maggior parte delle volte i lottatori fanno finta di subire danni a causa di colpi che non fanno male. Quello che è meno noto è che al suo interno si trova anche un’altra forma di finzione: quella per cui i wrestler fingono di non essersi fatti niente anche quando sono in preda al dolore in seguito ad impatti molto violenti. E sono questi i momenti in cui il wrestling si allontana dalla messinscena teatrale per avvicinarsi ai territori della pornografia: quando i lottatori fingono di fare proprio ciò che stanno facendo in realtà. Come su un set pornografico gli attori fanno sesso nel contesto di una messinscena, così non è raro che i wrestler si colpiscano davvero affinché lo spettacolo possa risultare realistico. E come all’interno di un ring l’obiettivo del wrestler non è far male all’avversario ma intrattenere il pubblico, così su un set pornografico l’obiettivo degli attori non è soddisfare il proprio piacere o quello dei partner, ma esibirsi in una performance di natura sessuale. Questo è il motivo principale per cui un amplesso su un set si presenta come qualcosa di ben diverso rispetto alla prostituzione, e confondere le due cose equivale a pensare che non ci siano differenze tra un incontro di wrestling e una rissa per strada. O magari credere che la vita delle prostitute sia come quella delle pornostar. Che come queste, anche le donne di strada possano selezionare i clienti o abbiano rapporti solo con persone che si sottopongono a controlli medici specifici almeno una volta al mese.

E quando ci si imbatte in testimonianze come l’autobiografia di Asa Akira, tutte queste differenze diventano lampanti. Nata negli Stati Uniti da genitori giapponesi e vissuta perlopiù in condizioni di agiatezza, poco dopo il raggiungimento della maggiore età comincia a cercare l’indipendenza economica non mostrando particolari esitazioni davanti alla possibilità di utilizzare il proprio corpo in chiave sessuale. Ma è l’incontro con Gina Lynn e l’ingresso nel mondo del porno a segnare il punto di svolta definitivo nel corso della sua vita. Il racconto della sua vita nel mondo a luci rosse diventa così anche una storia d’amore. E non solo perché è proprio sul set di una scena pornografica che ha avuto modo di incontrare per la prima volta Toni Ribas, il collega attore di cui era un’ammiratrice ancora prima di conoscerlo di persona e che in seguito è diventato suo marito. Ma soprattutto perché è la storia di una passione che l’ha portata a collezionare decine di award nell’ambito del cinema per adulti nell’arco di pochi anni. E dato l’intenso intreccio tra finzione e realtà sul set, è proprio grazie al racconto autobiografico che la sfera pubblica si ridimensiona restituendo l’immagine di una persona che cerca di affermarsi, in modo del tutto lecito e legale, facendo qualcosa che la appassiona e la appaga. E che nonostante tutta la retorica che accompagna gli inviti rivolti alle persone a realizzarsi perseguendo le proprie aspirazioni, non può fare a meno di ritrovarsi marchiata da un punto di vista morale.

 La vita della protagonista non è certo quella di una principessa in un castello dorato, ma tra serate a base di clisteri in preparazione dell’indomani sul set e la struggente rinuncia ad abbuffate a base di pizza per mantenere il fisico in forma, la voce che si racconta oscilla spesso tra l’autoironico e il divertito. Quello che però traspare tra le righe è l’isolamento di un mondo in larga parte chiuso in se stesso. L’industria pornografica fattura miliardi ogni anno, i siti internet vietati ai minori contano milioni di visitatori ogni giorno, eppure nel villaggio globale le attrici che si dedicano a questa attività vengono spesso vilipese e stigmatizzate. E sullo sfondo si agita una forma tutt’altro che strisciante di maschilismo: mentre gli attori come Ron Jeremy diventano icone pop, le attrici continuano ad essere etichettate come puttane. E come tali vengono trattate. Non a caso, Asa Akira racconta come l’episodio in cui più si è sentita umiliata non è stato su un set, ma in una sala d’attesa di un aeroporto: uno sconosciuto che l’aveva riconosciuta le si avvicina alle spalle e le strizza il seno. Forse pensava che una donna che ha partecipato a delle gang bang davanti ad una videocamera non se ne sarebbe neanche accorta, o forse non pensava ad altro che a soddisfare una propria voglia. Rimane il fatto che un episodio come questo è emblematico di come le società in cui viviamo non esitino ad applicare i proverbiali due pesi e due misure pur di non mettere in discussione le proprie ipocrisie. In TV i talk show sono pieni di persone che parlano di qualsiasi cosa, che siano note per essere competenti nella materia di cui stanno discutendo o meno. Ad esempio, le pagine delle riviste sono piene di musicisti che parlano di politica, costume e società, e (come è giusto che sia) nessuno si interroga se oltre ad aver imparato a cantare o a suonare abbiano anche approfondito le materie di cui stanno discutendo. Ma quando si arriva alle attrici porno, come eserciti di comari che nella piazza del paese puntano il dito contro la svergognata che ci sta con tutti, il tutto si riduce a carne nuda da palpeggiare e orifizi da riempire. Come se l’esistenza di queste persone si riducesse solo a penetrazioni ed orgasmi. Salvo poi scoprire che performer come Stoya si raccontano attraverso articoli lucidi ed articolati. A differenza della maggioranza dei detrattori che di rado riescono ad articolare poco più che insulti e grugniti sparsi in un paio di righe farcite di errori grammaticali.

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