Una Famiglia Tradizionale

Le innumerevoli discussioni sulla cosiddetta “ideologia gender“, nel loro costante ripetersi nella forma di uno scontro tra fazioni pro e contro, manifestano in modo esemplare la tendenza a parlare di qualcosa senza discuterne davvero. Cristallizzare lo scontro sulla questione dei soli nuclei famigliari omogenitoriali, e in particolare sulla possibilità che possano costituire un ambiente non adatto alla crescita di un bambino, è un modo per affrontare il tema della famiglia senza mai metterlo davvero in discussione. Un po’ come se parlando di temi riguardanti il mondo del calcio, e nel dettaglio delle esplosioni di violenza che possono fare da contorno a una partita, ci si limitasse a discutere di quale possa essere la squadra con la tifoseria migliore, quella con la quale sarebbe preferibile schierarsi. Ma in questa guerra di trincea combattuta sulla media distanza, coloro che sono a favore dell’omogenitorialità portano avanti questioni che riguardano anche i diritti umani, prima ancora che civili, delle persone con orientamenti sessuali diversi. Allo stesso tempo, sul fronte opposto, quelli che si esprimono in senso contrario dispongono sul terreno il loro arsenale a “difesa” dei valori tradizionali, affinché il loro insieme di credenze e valori non sia in alcun modo messo in discussione. (Un tipico esempio di petitio principii: la famiglia “moderna” non sarebbe accettabile proprio in virtù del suo non essere tradizionale, e allo stesso tempo quest’ultima sarebbe preferibile proprio per via del suo sottrarsi all’ideologia gender.)

Tutto questo funziona fino a quando si mantengono i concetti su un piano astratto, dove la famiglia è rappresentata come in una pubblicità o in una sit-com americana. Ma l’edificio inizia a mostrare le crepe quando si avvicina lo sguardo per mettere a fuoco i particolari, quando  si abbandonano le confortevoli superfici degli scontri tra branchi per immergersi a fondo nel tema della famiglia. In ciò che è e in ciò che rappresenta.  Come nel caso del romanzo Anatomia Della Ragazza Zoo di Tenera Valse. Infatti è proprio a partire dalla narrazione specifica di una singola vicenda che la scrittrice può affondare le sue parole nello spazio domestico come fossero affilati strumenti di freddo acciaio, simili a quelli che potrebbe utilizzare un’antropologa forense incaricata di sezionare e analizzare un ammasso di resti umani. E nel caso specifico, il corpo morto che giace sul tavolo, pronto per essere studiato e dissezionato, è quello di una giovane donna sulla cui pelle è incisa la storia di una famiglia, nata e cresciuta nel Sud Italia a cavallo tra gli anni ’70 e la fine del secondo millennio.

Gettando uno sguardo alle spalle delle peculiarità romanzesche che animano il racconto, il protagonista occulto che agisce sullo sfondo delle vicende narrate non è altro che una concretizzazione di quelle stesse strutture che regolano la vita e la cultura del paese in generale. Come i singoli individui sono ingranaggi del meccanismo famigliare che li ha prodotti, così a sua volta la famiglia non è altro che un pezzo dell’organismo sociale di cui è parte. Tanto che le relazioni che legano i soggetti che condividono lo spazio domestico e ne condizionano le esistenze si concretizzano in strutture di potere prima ancora che in legami affettivi. I codici che regolano il comportamento all’interno di una casa sono analoghe a quelle che è possibile rinvenire nel resto del quartiere, e queste a loro volta sono analoghe a quelle che derivano dal paese, quindi dalla regione, e infine dalla nazione stessa.

Le immagini tipiche dell’immaginario pubblicitario, come quelle della madre giovane e attraente che sorridente premia con dolci e altri cibi sfiziosi il figlio diligente che ha appena finito di fare i compiti, si dissolvono come un cartellone esposto per mesi al sole estivo e alle intemperie. Così come quelle del padre, anche lui giovane e attraente, che dopo una lunga e impegnativa giornata di lavoro torna a casa pieno di energie da spendere in gioiose attenzioni nei confronti della famiglia, che a sua volta lo attende in una sorta di oasi serena e imperturbabile. Si tratta di strumenti di marketing, il cui fine principale consiste nel vendere un prodotto, sia esso un particolare tipo di merendine, o un automobile, o altro ancora. E le cose non cambiano quando il prodotto da pubblicizzare è un sistema di valori. L’esistenza felice e armoniosa della famiglia sempre giovane e attraente viene presentata come minacciata da un male oscuro che diffonderebbe vizio, peccato e perversione: l’ideologia gender che come lo sporco più resistente deturpa la superficie smaltata e brillante dei valori della tradizione.

Ma la realtà raccontata dalla protagonista Alea è ben diversa da quella propagandata da un immaginario all’interno del quale perfino nelle case di campagna tutto è pulito e luminoso come in una reggia nobiliare. Piuttosto è quella della realtà di paese, dove la domenica mattina le famiglie mettono il vestito buono e vanno a messa con il solo scopo di esserci, e così evitare di diventare oggetto di maldicenze da parte di altri con cui loro stessi avevano spettegolato a proposito degli eventuali assenti. E’ il mondo dove un padre pretende che il figlio si adegui all’immagine imperante del maschio, affinché non sia giudicato come un “ricchione“, cioè come lui stesso giudica i figli di altri che non si comportano in linea con quanto lui si aspetta da un maschio. E’ il mondo dove un padre non permette alle figlie di uscire di casa da sole per evitare che il paese le etichetti come “puttane”, cioè proprio come lui giudica le figlie di genitori che concedono loro di uscire e divertirsi. E’ il mondo dove le cattiverie e le meschinità che ogni famiglia ammassa nei giardini dei vicini vanno a costruire muri insormontabili che imprigionano tutti. Dove perfino una donna che ottiene il risultato di partecipare a una missione spaziale a bordo di una stazione orbitante può essere giudicata come un esempio da non seguire per il solo fatto che dovrà stare a lungo lontana dal suo uomo.

Nel caso di Alea, il padre Renzo Pensi è un insegnante che sfoga le sue ambizioni intellettuali frustrate all’interno delle mura domestiche, dove nessuno può mettere in discussione il suo ruolo di maschio alfa, e dove può esercitare una forma di sorveglianza quasi totalitaria sulla moglie Rina, una devota casalinga sottomessa all’autorità del marito, e sulla prole: la primogenita Alea, Càmila e Danny. Determinato a preservare il suo ruolo di capo famiglia tradizionale contro i cambiamenti sociali che lo minacciano, il padre esercita un controllo asfissiante su tutti i membri della famiglia. Ma il suo potere non si fonda sull’ammirazione e il rispetto, bensì sulla viltà e la codardia. Renzo Pensi è il tipico individuo che, mellifluo e ossequioso di fronte all’autorità, pretende che la sua famiglia si comporti nello stesso modo nei suoi confronti. L’ordine che impone è lo stesso al quale si è sottomesso, e affermarlo nei termini di una necessità è l’unico modo per evitare di ammettere come non sia altro che il frutto di scelte personali.

E’ un quadro desolato di miserabile piccineria, quello all’interno del quale ogni membro finisce con occupare il posto al quale era destinato. Alea, la più ribelle dei tre, si allontana dalla casa paterna il giorno della vigilia di Natale e interrompe i contatti con tutti tranne che con la sorella Càmila che, essendo invece la più conciliante, è quella che più si avvicina al modello di madre-moglie. Ma se lo scopo dell’educazione imposta alle figlie e far sì che diventino angeli del focolare, docili come quella moglie sempre pronta a piegarsi a qualsiasi suo capriccio, nel caso del maschio le cose si complicano. Da un lato c’è il desiderio di renderlo simile all’uomo che millanta di essere, dall’altro c’è la paura che deriva dalla sottile consapevolezza che se dovesse diventarlo davvero potrebbe non tenergli più testa. Danny, pertanto, si trasferisce negli Stati Uniti, sottraendosi al controllo famigliare e preservando il padre dall’inevitabilità di uno scontro che prima o poi avrebbe visto quest’ultimo soccombere di fronte alla forza del maschio più giovane.

Il dominus Pensi lotta per tenere il suo mondo domestico separato da quello esterno, per evitare che tutto ciò che non è di suo gradimento non attraversi la soglia di casa. Anche per rendere più facile ricoprire quel ruolo che considera suo in virtù del suo essere uomo e padre in una realtà patriarcale. Ma le sue azioni sono vane perché la famiglia non può essere separata da quella società di cui è parte integrante. I cambiamenti culturali che cerca di tenere fuori dalla porta di casa rientrano, in modo più discreto, dalla proverbiale finestra. Le altisonanti dichiarazioni di scelte compiute per il bene della famiglia si rivelano essere nient’altro che scuse accampate per giustificare lo strenuo tentativo di preservare sé stessi. E’ una storia che non ha nulla di particolare, di eroico o romantico, e che proprio per questo trova la propria cifra stilistica nel dissolversi nella banalità quotidiana di un uomo che, in modo simile alla società di cui si considera parte, millanta di essere ciò che non è, e che alla prova dei fatti nemmeno accetterebbe di essere.

Il contrasto tra Alea e il padre di fatto si congela per anni nella non frequentazione reciproca. Nonostante l’apparente desiderio di staccare ogni contatto con la famiglia di provenienza, a distanza di anni Alea continua a derivare parte della sua identità dall’educazione paterna. Non solo in ragione di ciò che ha assimilato, ma anche di ciò che ha cercato di disimparare, non sempre riuscendoci. E una delle maschere che si trova calcata sul suo volto, e di cui non riesce a liberarsi, è quella di Nemesi di quel padre che occulta la sua natura violenta e reazionaria in una dimensione post-ideologica. Le velleità intellettuali e artistico-poetiche, camuffate dietro ridondanti sovrastrutture retoriche leziose e autoreferenziali, non sono altro che una cosmesi sul volto di un padre-padrone arrogante e prepotente, piccolo signore incontrastato del suo castello personale. Sono nozioni ingurgitate in un pasto immenso a base di parole consumate in fretta in virtù delle suggestioni che sembrano essere in grado di evocare, e poi scaricate in pozze informi di vomito spacciate per poesia.

Questa retorica, vuota e fine a sé stessa, non è altro che uno strumento per imbellettare l’ipocrisia.  Il dominus narcisista non esita di fronte alla possibilità di compiere dei crimini in nome del suo tornaconto personale, salvo poi rivolgersi all’autorità ed esigere il rispetto della legalità quando qualcosa trascende le sue possibilità di controllo. Così, la lotta contro i cambiamenti, una volta tolta la maschera della difesa dell’ordine e del bene, mostra le smorfie crudeli di un piccolo bullo che tormenta i più deboli per il proprio piacere, salvo poi chiedere aiuto e lamentarsi dell’ingiustizia quando la sua strada incrocia quella di qualcuno sul quale non riesce ad avere la meglio. E come lui, una società che ancora fatica ad accettare l’emancipazione femminile si rivela erede di quel mondo in cui non era inconsueto che un uomo potesse impartire la disciplina ai figli a suon di cinghiate, e in cui la moglie era tenuta a servirgli la cena in silenzio anche quando lui tornava a casa tardi, magari perché dopo il lavoro aveva fatto una deviazione per andare a fottere in un bordello.

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L’Inquisizione Nell’Era Delle Analisi Genetiche

Data la rilevanza mediatica del caso, quando la Corte di Cassazione ha sentenziato l’assoluzione in via definitiva di Amanda Knox e Raffaele Sollecito dall’accusa di complicità nell’omicidio della studentessa inglese Meredith Kercher, di sicuro era consapevole del fatto che non avrebbe incontrato il favore da parte dell’opinione popolare. È come se qualcuno fosse salito sul patibolo allestito in una grande piazza per annunciare a migliaia di persone accalcate da ore sotto un torrido sole estivo che l’attesa esecuzione di una coppia di diabolici amanti adulteri non avrebbe avuto più luogo. Si può discutere a lungo su tutto ciò che può aver condotto a questa decisione, sull’andamento delle indagini e dei processi precedenti, come anche sulla condotta tenuta dalle forze dell’ordine e dagli organi inquirenti in generale. Ma se l’antica rappresentazione della Giustizia nella forma di una donna con gli occhi bendati ha un senso, questo non è solo nel fatto che i giudizi devono essere emessi senza tenere conto degli imputati (delle loro identità come dei pregiudizi che possono circondarli), ma anche in una valutazione dei fatti che non tenga conto delle pressioni dei media o delle aspettative delle piazze. Siano esse reali o, come accade oggi, anche virtuali. E con otto anni di campagne giornalistiche orientate spesso in direzione colpevolista, nessun giudice avrebbe potuto ignorare che una simile decisione sarebbe risultata in larga parte impopolare.

Si tratta dello stesso contesto mediatico entro il quale la lettura delle memorie dell’imputata di Seattle apre le porte a un interrogativo che appare destinato a rimanere senza risposta: come mai le parole della giovane statunitense non hanno ancora trovato un posto nelle librerie italiane? Infatti, a distanza di due anni dalla pubblicazione nella sua madrepatria, e pur essendo uno dei casi di cronaca che ha goduto della maggiore copertura mediatica nel corso dell’ultimo decennio, non esiste una traduzione e distribuzione italiana. Chiunque abbia intenzione di leggere anche la sua versione dei fatti non può fare altro che affidarsi alla conoscenza di qualche lingua straniera. Ci si può rivolgere alla pubblicazione originale nella lingua madre dell’autrice. Oppure a una versione francese – J’Aimerais Qu’on M’Entende – o a una tedesca – Zeit, Gehört Zu Werden – ma non a una nella lingua del paese dove la vicenda ha avuto luogo e dove ha goduto di un’ampia copertura mediatica. È chiaro che, a meno che non si voglia cedere di fronte al fascino di suggestioni complottiste, non appare possibile indicare un responsabile o delineare qualche piano oscuro. Tanto meno appare plausibile fare riferimento a una qualche volontà di proteggere il potere giudiziario da una voce che ne denuncia gli errori: sono stati pubblicati libri che puntano in questa direzione con maggiore decisione e ben più efficaci. (Ad esempio, il recente Io Non Avevo L’Avvocato dell’ex-direttore finanziario di Fastweb Mario Rossetti, o Cento Volte Ingiustizia, il libro che raccoglie cento casi di errori giudiziari tra il 1948 e il 1996.) Quindi, se un simile silenzio indica una carenza, questa sembra legarsi di più al mondo dell’editoria e dell’informazione italiana, e al suo essere quasi del tutto priva della volontà di uscire dal circolo vizioso a base di bias di conferma che le lo lega al suo target di lettori/spettatori.

Appare ovvio come un libro non sia in grado, da solo, di cambiare alcuna idea, soprattutto quando l’analisi dei fatti è già stata sostituita da tempo dalla tifoseria. Chi è convinto della colpevolezza leggerà ogni singola frase nei termini di un’odiosa menzogna, mentre chi sostiene il contrario troverà una conferma di quanto già pensava o sospettava. E per quanto alcuni media possano essersi spostati verso una posizione meno colpevolista negli ultimi tempi, la prima fase del caso, quella che ha fornito l’imprinting all’opinione pubblica, è stata tutta all’insegna della tesi accusatoria, nonostante i buchi e le illogicità all’interno di quest’ultima potessero risultare evidenti a chiunque avesse una seppur minima infarinatura scientifica o epistemologica. Proprio a partire da quello che è sempre stato uno dei concetti centrali all’interno dell’impianto accusatorio: la “ripulitura selettiva” della scena del crimine. In altre parole, il fatto che non ci fossero tracce sulla scena del crimine che non fossero quelle dell’ivoriano già condannato per il delitto sarebbe stato da ricondurre a un’ipotetica opera di pulizia (esclusiva delle loro tracce) effettuata da Sollecito e Knox, con lo scopo di incastrare il loro presunto complice. Per ovvie ragioni, considerando che a qualsiasi avanzato laboratorio di analisi del DNA sono necessari giorni (quando non settimane o mesi) per stabilire a quale profilo genetico siano riconducibili le singole tracce rinvenute all’interno della scena di un crimine, non esiste modo di capire come avrebbe fatto una coppia di universitari, nell’arco di poche ore e in contesto confuso e presumibilmente concitato, a individuare e ripulire tutte e solo le loro tracce, lasciando quello di un terzo soggetto.

Si tratta di una tesi, questa, che al di là delle evidenti lacune scientifiche conduce, all’interno dell’insieme dello stesso impianto accusatorio, a una irrisolvibile contraddizione in termini. Anche ammettendo per assurdo che un simile proposito possa essere messo in atto secondo modalità non meglio definite, ciò non farebbe altro che confermare la tesi secondo cui i due avrebbero tramato ai danni dell’ivoriano. Un aspetto, questo, che però entra in conflitto diretto con la tesi secondo cui Knox avrebbe accusato l’innocente Lumumba con lo scopo di proteggere il loro presunto complice. Infatti, se i due fossero davvero riusciti a cancellare le loro tracce dalla scena e organizzarla in modo tale da incastrare una terza persona, perché Knox avrebbe dovuto puntare il dito contro una quarta nella consapevolezza che le prove l’avrebbero presto smentita? Oppure, al contrario, se le accuse rivolte a Lumumba avevano davvero lo scopo di proteggere il complice poi condannato, perché non pulire tutto a fondo, anziché lasciare in modo “selettivo” le sue tracce sulla scena affinché potessero essere ritrovate?

E’ una questione di logica elementare: se B≠C, non è possibile che A=B e A=C siano entrambe vere. Ma nei salotti televisivi, l’analisi non viene condotta sulla base di fatti, scienza e logica, nemmeno in termini semplificati a scopo divulgativo. Sedicenti esperti tracciano fantasiosi profili psicologici senza aver mai incontrato un soggetto, senza aver mai scambiato una parola con lui, e magari senza aver prestato alcuna attenzione alle sue affermazioni. Con tono altezzoso, gli esperti da salotto si lanciano in compiaciute dissertazioni sulla base di un servizio di pochi minuti come se questo fosse davvero una fedele rappresentazione della realtà, e non esso stesso a sua volta un prodotto confezionato per gli spettatori. Basta uno scatto fotografico fuori contesto o, ancora meglio, un elemento pruriginoso per scatenare la fantasia dei presenti in studio. Il fermo immagine di un mezzo sorriso in un aula di tribunale rivolto ai genitori diventa un’ammissione di colpa di chi pensa di poter manipolare chiunque, un vibratore come quello apparso in una puntata di Sex & The City e ricevuto in regalo per scherzo diventa l’indicatore di una sessualità lasciva e incontenibile, un paio di mutandine comprate per avere un cambio di biancheria (data l’inaccessibilità della propria in quanto chiusa nella casa che contiene la scena del crimine) diventa una manifestazione di cinica indifferenza. In generale, la narrazione di una storia diventa prioritaria rispetto all’analisi dei fatti, soprattutto in un campo come quello dell’informazione che, al di là di qualsiasi retorica autoreferenziale a base di presunti doveri nei confronti del pubblico, non si sottrae alle leggi del mercato e del profitto.

Non è necessario scomodare Debord e la sua definizione di spettacolo come accumulo di capitale che diventa immagine, né McLuhan che sfata il mito della neutralità del mezzo rispetto al messaggio che veicola, e neppure Baudrillard che affronta il tema di come i media non si limitino a catturare la realtà ma abbiano un ruolo attivo nella sua costruzione e metamorfosi. Basta una gretta e volgare riflessione in termini di entrate e uscite monetarie per vedere come le notizie siano merci che offrono possibilità di guadagno, e quelle che raccontano eventi straordinari offrono occasioni di profitto superiori a quelle riconducibili alla media. La storia dell’irruzione in una casa da parte di un soggetto con dei precedenti per furto avrebbe potuto al più cavalcare qualche giorno di indignazione, soprattutto se legata al fatto che si trattava di uno straniero che era già stato fermato dalle forze dell’ordine pochi giorni prima della notte dell’omicidio. Ma di sicuro non avrebbe offerto tanto materiale quanto lo scenario che è stato a lungo offerto all’opinione popolare: quello di un presunto attacco a sfondo sessuale/rituale compiuto da tre persone diverse e terminato con un omicidio guidato da una coinquilina della stessa vittima. (A latere, e del tutto a prescindere dall’iter processuale della vicenda, vale la pena di notare la singolarità della quasi completa esclusione dalla narrazione giornalistica di riferimenti agli altri coinquilini della casa.)

Accade quindi che, nel momento in cui un soggetto decide di prendere la parola e parlare per sé, magari attraverso le pagine di un libro come in questo caso, di fatto sottrae risorse al core business dell’industria dell’informazione. E allo stesso tempo, a prescindere da qualsiasi valutazione su verità e attendibilità, sottrae sé stesso alle manovre giornalistiche in competizione (anche tra loro stesse) per il mantenimento di un controllo sui tempi, le modalità e i contenuti della storia che viene divulgata. Di fronte a un’opinione pubblica che in larga parte la considera colpevole, ci sono validi motivi per ritenere che, sulle pagine di un giornale o all’interno di uno studio televisivo, quel desiderio di essere ascoltata esplicitato attraverso lo stesso titolo del libro avrebbe potuto essere sfruttato per alimentare ancora una volta il fuoco di qualche sceneggiatura torbida e pruriginosa. In assenza di una precisa ed evidente inversione di rotta, non si vede per quale motivo una persona dovrebbe pensare che le sue parole non saranno ancora una volta travisate o utilizzate contro di lei, soprattutto dopo aver passato anni in carcere ad ascoltare perfetti sconosciuti che trasformavano tratti generici della sua persona, a volte comuni a moltitudini di coetanei, in elementi morbosi e contorti, come nel caso di un soprannome nato tra ragazzine su un campo di calcio (“foxy knoxy”) che diventa il marchio di una doppiezza luciferina.

A differenza delle interviste giornalistiche, su carta come in video, i libri si sottraggono a questo gioco. Chi legge può anche non essere convinto o d’accordo, del tutto o in parte, ma in ogni caso non è possibile negare come siano proprio espressione di ciò che l’autore aveva intenzione di comunicare, senza deformazioni editoriali o spericolate interpretazioni da parte dei tuttologi televisivi. Così, quando non ci si può confrontare con quello che l’autore dice, l’attacco si sposta sul piano personale, secondo le modalità dettate dalla più triviale argomentazione ad hominem. Da quando le memorie di Amanda Knox hanno visto la luce, i media italiani si sono soffermati di rado sul contenuto, ma non hanno mai mancato di sottolineare i milioni che l’operazione le avrebbero fruttato, come se questa fosse una cosa vile e spregevole. E soprattutto, come se non fosse ciò che loro stessi hanno fatto per anni, strillando titoli a effetto come “svolta nelle indagini” o “alibi smentito” per vendere più copie di giornali, o magari annunciando il lancio di un servizio con “contenuti esclusivi sul caso dell’omicidio di Meredith Kercher” subito dopo l’interruzione pubblicitaria.

Tutto questo non offre una risposta all’interrogativo su come mai non ci sia una traduzione italiana del libro. Al massimo offre un punto di vista su quanto il panorama dell’informazione (italiana, in questo specifico caso) possa rivelarsi un territorio ostile a una simile pubblicazione: un lungo scritto che ribatte punto per punto a tutto ciò che per anni psicologi e criminologi, giornalisti e altri esperti hanno affermato in talk show, interviste e articoli senza alcun contraddittorio che non fosse quello compiacente e ovattato tra colleghi. Ma allo stesso tempo, di riflesso,  accende una luce in direzione dell’opinione pubblica, quella che si indigna sui social network come quella che aspetta fuori dalle aule di tribunale per strillare “vergogna”. Ragionando nei termini essenziali delle valutazioni economiche, il fatto che un eventuale editore possa considerare un possibile investimento in perdita la distribuzione di un libro come questo non può prescindere dalle considerazioni su quali potrebbero essere i reali interessi del target a cui sarebbe indirizzato. Soprattutto se si considera che l’interesse del pubblico sembra nascere solo dal desiderio di sentire declamazioni di sentenze di condanna, e non da una curiosità che possa spingere ad ascoltare tutte le versioni per poi confrontarle.

In fondo non si tratta di un fenomeno recente: mentre trascinava al rogo la donna accusata di stregoneria, anche la folla che urlava la condanna della vittima invocava la giustizia. Anche se in realtà fremeva di eccitazione all’idea della carne che di lì a poco si sarebbe contorta bruciando tra le fiamme. Un’analogia che spinge le sue radici ancora più in profondità se ancora oggi l’assenza di indizi a carico degli imputati non viene intesa come una prova delle loro estraneità ai fatti, quanto piuttosto un segno della loro diabolica abilità nell’occultare le prove della loro colpevolezza. Perché quando si abbandona il principio classico che raccomandava di esprimersi a favore dell’accusato ogni volta che non ci sua certezza assoluta della sua colpevolezza (in dubio pro reo), quando si stampano sentenze di condanna a caratteri cubitali alle prime avvisaglie di sospetto, o quando si abbracciano senza alcuna esitazione le posizioni dell’accusa, si abbandona il territorio del diritto per entrare di fatto in quello del giustizialismo Inquisitorio, dove all’accusato sono offerte solo due alternative: mentire negando la sua colpevolezza o dire la verità confessandola. Ma non può mai dimostrare la sua innocenza.

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Jay McInerney – Le Mille Luci Di New York

Se ancora oggi c’è chi veste Jay McInerney con gli abiti tipici della cultura yuppie, il motivo è da ricercare proprio nelle pagine di Le Mille Luci Di New York, nel loro raccontare la vita della Grande Mela degli anni ’80, tra locali notturni alla moda, ambizioni sociali e piste di cocaina. Il protagonista è un giovane aspirante scrittore che lavora in un popolare settimanale e che ha sposato una donna bellissima. Era convinto di vivere la vita che aveva sempre desiderato, tra la possibilità più vicina che mai di realizzare le sue aspirazioni letterarie e il legame con una donna che si sta affermando come modella, anche grazie al suo aiuto. Ma quando Amanda lo chiama dalla Francia, dove si era recata per una sfilata, per comunicargli l’intenzione di non tornare più da lui, la sua esistenza si rivela in tutta la sua fragilità, cadendo in frantumi un pezzo dopo l’altro. Il suo comportamento mostra i chiari sintomi di un disturbo depressivo. Arriva tardi sul lavoro, non presta attenzione a quello che fa e tanto meno sembra interessato a fare in modo di non perderlo. Nel tempo libero, poi, passa le notti insieme al suo amico Tad Allagash vagando da un club all’altro, tra alcolici consumati ai banconi dei bar, chiacchiere distratte con vaghi conoscenti e sniffate nei gabinetti.

Dello yuppismo degli anni ’80 ci sono i luoghi e alcune consuetudini, ma perlopiù si tratta di elementi contestuali che servono a costruire l’ambientazione ideale di una storia che in cui il vero protagonista si rivela essere l’autoinganno. Come i fari che illuminano la scena sul palco gettando nell’ombra tutto il resto della sala, le luci splendenti della grande città sono lo strumento ideale per distogliere lo sguardo da tutto ciò che si vuole mantenere in un angolo buio. Al di là di ciò che dice e fa, il protagonista si muove nello spazio che separa illusioni e delusioni, illuminando le prime per occultare le seconde, e droga e alcolici non sono altro che gli strumenti che utilizza per non abbandonare la sua comfort zone. Nonostante la sua attenzione sia focalizzata sull’abbandono da parte della moglie, questo non è molto di più di un accelerante, un elemento che ha innescato la reazione tra diversi elementi della sua vita fino a rendere irreversibile il processo di combustione che li divora. E l’assunzione di sostanze che anestetizzano la sua lucidità è un modo per fuggire da quello che la sua esistenza non è, ancora prima che da ciò che è. Vorrebbe essere uno scrittore e lavorare nel reparto Narrativa del giornale in cui è impiegato, ma in realtà il suo unico compito consiste nel verificare la correttezza degli articoli scritti da altri, attenendosi in modo rigido alle direttive che gli sono state comunicate, e se necessario intervenendo affinché possano essere pubblicati senza errori. Non solo non ha modo di scrivere ciò che desidera, ma si trova ogni giorno a dover impiegare la massima scrupolosità per evitare di essere chiamato a rispondere delle imprecisioni altrui.

In altre parole, quello stesso lavoro che all’inizio aveva fatto sì che potesse mostrarsi orgoglioso agli occhi di parenti e amici si rivela essere niente più di un surrogato di quello che avrebbe voluto. Qualcosa di analogo al rapporto che lo lega alla moglie. Abbandonato senza una spiegazione, racconta a sé stesso che Amanda non è più la donna che aveva sposato, che la vita di città e il mondo della moda l’hanno allontanata da lui. Ma questa è una menzogna che ripete a sé stesso per rimandare il momento in cui dovrà fare i conti con una verità ben diversa, e cioè che la donna che credeva di aver sposato non era quella che lui aveva desiderato credere che fosse. Infatti è solo grazie ai cocktail a base di vodka e cocaina se il sempre più traballante castello di bugie che lui stesso ha costruito riesce ancora a rimanere in piedi. Ma ogni volta che la sua coscienza ritrova qualche brandello di lucidità non riesce a evitare il confronto con le sempre più ingombranti evidenze che la sua vita non è nulla più di una messinscena di cui lui stesso è l’autore, tanto da costringerlo a rendersi conto che anche la stessa Amanda non era altro che una sua invenzione. Una presa di coscienza che va di pari passo con il riaffiorare di un dolore che aveva sepolto e col quale aveva sempre evitato di confrontarsi, quello per la morte della madre avvenuta un anno prima.

Prototipo della moderna metropoli, la New York di McInerney svolge un ruolo in parte analogo alla Los Angeles di Bret Easton Ellis. E’ un deserto di luce e cemento inondato da un mare di sconosciuti tra cui svanire. La grande città è il luogo dove è semplice scomparire, dove non bisogna fare particolari sforzi per “Sparire Qui” – per riprendere l’espressione che il protagonista di Meno Di Zero vede su un cartellone pubblicitario e della quale non riesce a liberarsi. Ma è anche uno spazio dove è difficile dimenticare. L’assenza della moglie non risuona solo tra le stanze vuote della casa che ha abbandonato, nei tanti oggetti incatenati a frammenti della vita di coppia, ma anche nelle strade del quartiere che avevano scelto per vivere insieme, nei suoi negozi come nei suoi locali. La pluralità di luoghi diversi moltiplica il numero di ricordi di cui ognuno di essi è impregnato, e il protagonista incapace di passare oltre e andare avanti si trasforma in una sorta di cacciatore di fantasmi. Lo spettro della moglie può affacciarsi in qualsiasi momento, come quando lo fissa immobile dalla vetrina di un negozio, dalle forme di un manichino creato sulla sua figura. Ma quando si trova davanti a lei in carne e ossa, dopo mesi di lontananza, fatica a riconoscerla. La distanza che separa i contorni sfumati di Amanda in persona dalle linee decise che profilano i suoi fantasmi, quelli che assediano le sue memorie, è una degli indicatori di quanto il suo desiderare sia ripiegato su sé stesso. Ostinato, continua a cercare una via d’uscita attraverso un’apertura che lui stesso ha disegnato in trompe l’oeil, e nel frattempo incolpa gli altri delle sue mancanze: la moglie che non gli ha spiegato il motivo dell’abbandono, la capo ufficio da cui si sente perseguitato, il reparto narrativa del giornale perché non gli rispedisce indietro i suoi racconti rifiutandosi di pubblicarli.

Quando poi scende la sera e torna a casa da lavoro, prende una pausa dalla sua caccia ai responsabili delle sue sventure. Tira fuori dall’armadio la macchina da scrivere e prova a dare una forma a quella storia che da tempo sente bollire e agitarsi nella sua testa come un brodo primordiale. Nonostante le aspirazioni che ama cullare, si rende conto che scrivere non era la sua prima opzione perché aveva voglia di uscire, anche se non sapeva dove andare. Ma tutto quello che riesce a tirare fuori sono maldestri tentativi con cui cerca di puntellare le storie che si racconta quando si guarda allo specchio. Attraverso la scrittura cerca di ripercorrere il suo passato, recuperando ricordi a lungo messi da parte e trasformandoli in quelli che avrebbe voluto aver vissuto. Pensa che su quel foglio bianco potrebbero prendere forma le parole non dette e le esperienze non vissute. I ricordi che continuano a riaffiorare nei suoi pensieri potrebbero trasformarsi e combinarsi in una storia diversa, una nella quale perfino il suo abbandono assumerebbe una qualche coerenza con le piccole leggi del suo mondo privato. Ma questi tentativi finiscono stracciati nel cestino uno dopo l’altro, fino a quando il suo sguardo non si posa sull’errore di battitura compiuto dalle sue dita. Scopre di aver scritto “Amanda morta” al posto di “Amanda cara” (*), l’inizio di una lettera in cui non sa cosa scrivere, e che se anche riuscisse a terminare non saprebbe dove spedire. Ancora una volta, i desideri dell’aspirante scrittore si infrangono contro la superficie dura del foglio incastrato nella macchina da scrivere, e quel passato al quale vorrebbe donare una nuova vita naufraga nell’involontarietà di un incipit storpio che grida verità che ancora non si è deciso ad affrontare.

(*) In originale, si trattava di un errore costruito sull’assonanza tra “dear” e “dead” che nella versione italiana è stato resto con la coppia “cara”/”bara”.

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Stephen King – Mr. Mercedes

E’ mattino presto, ma davanti all’entrata della Prima Fiera Annuale del Lavoro c’è già una folla di persone in coda. Alla ricerca di un impiego, molti dei presenti hanno trascorso la notte all’aperto per occupare i primi posti, nella speranza che questo possa contribuire a incrementare le loro opportunità. Ma quella che per molti avrebbe dovuto rappresentare un’occasione di miglioramento si trasforma in una tragedia mortale. La cittadina non si è ancora svegliata del tutto quando una Mercedes si lancia sulla folla intorpidita dai postumi di un riposo notturno umido e scomodo. Otto persone perdono la vita e molte altre rimangono ferite ad opera di un misterioso assassino alla guida del mezzo con indosso una maschera da clown. Partono subito le ricerche del colpevole, ma l’unica cosa che la polizia riesce a trovare è la macchina che è stata impiegata per compiere il crimine: una Mercedes SL500 di proprietà della vedova Olivia Trelawney. All’interno del mezzo c’è la maschera indossata dall’omicida, ma è stata ripulita con la candeggina e non presenta tracce che possano far risalire all’identità di quello che viene ribattezzato Mr. Mercedes. In assenza di elementi concreti, i detective responsabili del caso concentrano le proprie attenzioni proprio sulla proprietaria del mezzo. Dato che la macchina era stata trovata chiusa e senza segni di scasso, la polizia sostiene che la proprietaria l’avesse lasciata aperta e con le chiavi inserite. La donna nega con fermezza, non mostra alcun dubbio in merito ad una sua possibile dimenticanza. Ma quando arriva la notizia del suo suicidio, i detective pensano di aver trovato una conferma ai loro sospetti. E con la morte della donna, anche la loro indagine va a finire in un vicolo cieco.

Circa un anno dopo, Bill Hodges, uno dei due detective responsabili del caso, è in pensione e passa le giornate a ingrassare davanti al televisore. Il divorzio con la moglie risale a molti anni prima, e sebbene sia rimasto in contatto con la figlia, non la vede di persona da un paio d’anni. Ogni giorno, davanti ai suoi occhi si susseguono le immagini di programmi come Judge Judy e The Jerry Springer Show, mentre vicino a sé tiene la pistola appartenuta al padre e accarezza l’idea del suicidio. Questa triste routine viene interrotta solo nel momento in cui riceve una lettera dal responsabile della strage, che lo esorta a smetterla di esitare e a farla finita una volta per tutte. Tuttavia, non solo questo non ottiene il risultato desiderato, ma al contrario offre all’ex-detective un motivo per accantonare i suoi propositi suicidi. Inizia così una sfida a due in cui i partecipanti si danno la caccia a vicenda. Le premesse sono quelle di una classica crime story, ma nel giro di poche pagine l’identità dell’assassino viene svelata e l’attenzione dell’autore si focalizza sulla partita a scacchi giocata a distanza tra due personaggi che esibiscono più punti in comune di quanti sarebbero disposti ad ammettere. Brady Hartsfield, la nemesi dell’ex-detective ora sovrappeso, è un giovane che vive con la madre e lavora sia come tecnico in una catena di elettronica che come “omino dei gelati” in giro su un camper. Si tratta di due lavori diversi che però hanno un aspetto in comune: gli permettono di passare inosservato mentre va in giro e medita come mettere in atto le sue fantasie di morte. Su un piano astratto, quello tra i due uomini è uno scontro tra il Bene e il Male. Ma quando si scende nel concreto, appare chiaro che la forza che si erge contro un Male freddo e determinato è molto meno nobile di quanto ami pensare. A partire dal fatto che il suo rappresentante è in pensione, e come ex-poliziotto sa molto bene che non solo qualsiasi sua indagine è priva di autorizzazioni, ma è anche illegale.

Entrambi i personaggi si muovono in contesti familiari difficili che ne hanno minato l’equilibrio psicologico. Separato dalla moglie e distante dalla figlia, con un passato da alcolista e orfano di quella che è stata la sua unica occupazione per decenni, Bill divide la sua abitazione con un televisore e cibi precotti. Brady invece è orfano di padre e vive con la madre alcolizzata, alla quale è legato dal ricordo della complicità nella morte del fratellino e verso la quale nutre pulsioni incestuose alimentate dall’intimità fisica che la donna gli concede. Brady è un sociopatico da manuale con pulsioni omicide, mentre Bill è un sessantaduenne depresso alla disperata ricerca di qualcosa che dia un senso alle sue giornate. E nel momento in cui trova questo qualcosa, non solo l’ex-poliziotto non si fa scrupoli a nascondere i dati in suo possesso agli agenti che si occupano dell’indagine (uno dei quali è anche un amico, oltre che il suo ex-collega), ma non esita nemmeno a coinvolgere le persone che gli capitano attorno: il diciassettenne di colore che cura il prato di casa sua e che lo aiuta con l’uso del computer, la sorella della defunta proprietaria della Mercedes (con la quale va a letto a dispetto di qualsiasi distacco investigativo), e anche la cugina di questa con il suo bagaglio di disturbi psichici. Ripete a sé stesso che era bravo nel suo lavoro, ma allo stesso tempo si rende conto che se l’assassino è ancora in libertà è anche colpa dell’approssimazione con cui aveva condotto le indagini ufficiali insieme al suo collega. Guidati da pregiudizi e antipatie personali, avevano indirizzato tutti loro sforzi in direzione della proprietaria della Mercedes, tormentandola nella convinzione che non stesse collaborando alla ricerca del colpevole. E anche adesso, nonostante il contatto diretto da parte del maniaco, la sua azione investigativa si rivela essere non meno approssimativa. Dopo aver stilato un generico profilo psicologico della sua controparte, Bill decide di rispondere all’omicida provocandolo fino a farlo infuriare. In altre parole, la strategia investigativa che il detective in pensione mette in atto consiste nello stuzzicare lo psicopatico che l’ha contattato al fine di stanarlo. Incurante delle conseguenze, mette a rischio l’incolumità di molte persone che potrebbero diventare nuove vittime della furia omicida del maniaco. E che in qualche caso lo diventano.

Ancora una volta, nell’universo di King non c’è spazio per un bene solido e compatto come il male al quale si vorrebbe contrapporre. L’odio per il prossimo da parte di Brady è lucido e razionale, ma non lo è altrettanto la volontà dell’ex-detective di fermare il criminale. Guidati dal desiderio di chiudere al più presto il caso, Hodges e il suo collega si rivelano essere più legati alla loro idea di come debbano essere andate le cose, che non impegnati in una seria indagine. Nonostante l’accurata pianificazione, Brady stesso non credeva che sarebbe riuscita a farla franca. Infatti la maggior parte degli indizi che ne avrebbero permesso la cattura erano già presenti al momento della strage davanti alla fiera. E con il suicidio della proprietaria della Mercedes sarebbe stato possibile raccogliere gli elementi necessari a chiudere il cerchio. Invece proprio la scelta di seguire i loro pregiudizi e la storia che avevano costruito sulla base di questi ha consentito al maniaco di continuare ad agire indisturbato. E in fin dei conti, le provocazioni e le sfide che Hodges invia al suo avversario non hanno alcuna particolare utilità ai fini delle indagini, né sembrano essere guidate da un piano ben studiato: spingere un criminale ad agire non significa anche costringerlo a scoprirsi, o comunque a commettere più errori di quanti possa aver commesso in passato.

Con Mr. Mercedes Stephen King ripercorre le strade de La Lettera Rubata di Edgar Allan Poe. Come il prefetto G. che perquisisce la casa del ministro alla ricerca della lettera compromettente, Hodges ha avuto per molto tempo l’assassino davanti agli occhi. In qualche caso gli ha anche parlato e in qualche altro gli era stato indicato il suo comportamento anomalo. Ma privo di un Dupin a fianco, liquida gli avvertimenti come frutti di paranoia e persevera nei propri errori fino a quando le evidenze non lo costringono a rivedere le proprie posizioni. E’ la storia di una giustizia lontana dalle indagini razionali a base di prove e analisi in stile Bones o CSI. Piuttosto è il ritratto delle indagini compiute immaginando come avrebbero dovuto svolgersi gli eventi per poi cercare gli elementi che serviranno a confermare la costruzione. Motivo per cui il suicidio di Olivia Trelawney non racconta solo la storia di un omicida senza scrupoli che l’ha sfruttata per compiere un massacro, ma è anche e soprattutto la fotografia di indagini condotte con lo scopo di incriminare chi viene creduto in qualche modo colpevole, anche solo per pregiudizio o antipatia. Quindi la caccia a Mr. Mercedes non può perciò prescindere dal restituire un po’ di giustizia, per quanto tardiva, alla proprietaria della SL500. Perché ciò che separa l’assassino dai detective che gli danno la caccia non è solo il ruolo ricoperto nella storia, ma anche il diverso grado di consapevolezza: a differenza di Brady, che sa di essere crudele e trae piacere nell’agire di conseguenza, Hodges e il suo collega contribuiscono alla demolizione psichica della donna innocente raccontando a loro stessi di stare agendo a fin di bene.

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Le Colpe Degli Altri

Nel diritto penale romano si affermava: in dubio pro reo. E’ l’assunto in base al quale un sospettato dovrebbe essere condannato solo nel caso in cui venga dimostrata la sua colpevolezza al di là di ogni ragionevole dubbio. Il principio indica come sia preferibile assolvere un criminale piuttosto che rischiare di punire un innocente. Meglio lasciare un crimine impunito piuttosto che compierne un altro facendo soffrire qualcuno che non ha colpe. Al contrario di quanto invece era messo in pratica nell’ambito dell’Inquisizione Romana, dove la colpevolezza era già formulata nell’accusa, e al reo non rimaneva alcuna possibilità di salvezza. Attraverso forme di tortura come quella del tratto di corda, l’accusato veniva forzato a confessare ciò di cui era accusato e accettare la sua condanna. Oppure, in alternativa, poteva provare a resistere al supplizio, qualche volta fino alla morte. Le opposte culture giuridiche erano, e sono, indici del grado di civiltà di un popolo, come anche della sua capacità di rapportarsi all’alterità. La caccia alle streghe e le condanne per blasfemia, le torture per costringere a confessare o abiurare e le sentenze di morte, sono tutti elementi di una cultura che si relaziona al prossimo attraverso l’eliminazione di ciò che viene percepito come una minaccia. Nemo tenetur se detegere, nessuno deve essere obbligato ad accusare sé stesso, afferma quello che dovrebbe essere uno dei cardini del diritto. Ma nonostante tutte le differenze del caso, ancora nel terzo millennio, un popolo che ringhia accuse di colpevolezza e strilla richieste di condanna al minimo indizio di sospetto è erede più della seconda cultura che non della prima. Ancora più quando questa furia non si abbatte su presunti colpevoli ma su evidenti vittime. Come è accaduto nel caso delle due giovani cooperanti liberate dopo una prigionia durata mesi, e sulle quali si è scatenata un’autentica grandinata di accuse e insulti di ogni tipo. Come se la vicenda fosse riuscita a toccare diversi nervi scoperti della cattiva coscienza collettiva, come una pioggia di scintille che incendiano la proverbiale coda di paglia. Accuse con la schiuma alla bocca come solo possono esserle quelle che vanno a scavare là dove si è sepolto qualcosa che non si vuole vedere, che non si vuole ammettere, e che in ogni caso non si desidera vedere sbandierato in pubblico. Come può reagire, ad esempio, il tipico uomo tutto-d’un-pezzo d’altri tempi che si trova a fronteggiare le voci insistenti che circolano nel suo paese sulla sessualità del figlio gay, che lui invece vorrebbe rimasse confinata all’interno delle mura domestiche.

La prima e principale accusa che è stata rivolta alle due ragazze è di essersi lanciate in un’avventura al di là della loro portata, e che questa sia stata la causa principale del loro rapimento. E’ l’elemento cardine della retorica che anima tutto l’impianto accusatorio di quello che non è stato altro che un ennesimo processo alle vittime. Le persone che finiscono con l’essere sequestrate in aree di guerra si contano a decine, e nella maggior parte dei casi si tratta di persone tutt’altro che inesperte, siano essi giornalisti o professionisti di varia natura e formazione. Il concetto attorno al quale si costruisce l’accusa non è altro che un semplice pregiudizio, infatti non è possibile in alcun modo affermare che se al posto delle due ventenni ci fosse stata una coppia di cinquantenni, questi ultimi non avrebbero corso alcun rischio. Viene obiettato che le due giovani si erano recate in un’area molto pericolosa, una zona in cui nemmeno professionisti ben più preparati si avventurano con leggerezza, come se questo fosse ciò che ha messo in moto le azioni dei rapitori. E appare evidente come la loro presenza nell’area ne abbia consentito la cattura, ma da questo non è possibile dedurre che non ci sarebbe stato alcun rapimento. Fornire l’occasione per la messa in atto di un’azione criminale non significa fornire anche mezzo o movente. Lo testimoniano i numerosi sequestri compiuti ai danni di persone delle più diverse professioni, sesso, età e nazionalità. Tra i tanti, ad esempio, solo un anno prima era stato liberato il giornalista Domenico Quirico, dopo un rapimento in area siriana durato cinque mesi. E in questo caso si trattava di un cinquantenne con una pluriennale esperienza come inviato di guerra. Chiunque affermi il contrario non sta facendo altro che trovare giustificazioni a posteriori a un proprio pregiudizio. Qualcosa di simile a quanto fatto una decina di anni prima quando, in occasione del suo tragico rapimento in Iraq, più di una voce si alzò per denigrare il giornalista Enzo Baldoni, utilizzando una sua battuta per affermare come si fosse mosso alla ricerca di vacanze col brivido, pericolose ed eccitanti. In pratica è lo stesso armamentario ideologico del “se l’è andata a cercare” quando una donna viene violentata.

Il progresso tecnico maschera l’immobilismo culturale. Aumenta la copertura WiFi nelle città, si diffondono gli smartphone e i lettori ebook, i televisori diventano sempre più sottili e un’astronauta italiana partecipa ad una missione spaziale internazionale. Ma altre cose rimangono sempre le stesse: i giornalisti che una decina di anni fa ridacchiavano come iene della sorte di Baldoni denigrandolo (“se l’è andata a cercare“), si ritrovano nelle parole di quanti anni dopo hanno sputato bile verso le giovani cooperanti (“se la sono andata a cercare“). Sono quelli che non perdono occasione per ripetere a chiunque che avrebbero fatto meglio a rimanere a casa. (Salvo poi valutare come opportuno il muoversi sotto scorta quando è la loro incolumità ad essere in gioco.) E come loro, moltitudini inquisitrici non esitano a ripeterlo a loro volta, contribuendo ad amplificare e consolidare il processo di reificazione delle vittime. Il che non stupisce nemmeno un po’. Non solo perché si tratta di un triste copione che si ripete da anni, ma anche perché in un paese dove l’informazione si limita perlopiù al passaparola, chi si attiva e corre dei rischi in prima persona finisce oggetto di campagne denigratorie. Nel paese in cui la maggior parte dei servizi giornalisti si riducono a diffondere i comunicati delle questure, a scrivere editoriali carichi più di giudizi morali che di fatti, a costruire servizi intervistando i passanti o a raccattare curiosità su internet, chi si muove in prima persona non può essere dipinto se non come un esempio da non seguire. Anche coloro che dicono di riconoscersi nei valori della carità e del perdono, della comprensione e della carità, non perdono occasione per attaccare il prossimo se in qualche modo questo è portatore di una diversità sgradita (omosessualità, aborto, fecondazione assistita, cellule staminali, etc.), e possono anche definire comprensibile l’uso dei pugni quando gli insulti vengono rivolti a loro, o ai loro cari. Nell’ipocrisia generalizzata, la folla intollerante verso le due ventenni è la stessa che esige che venga prestata la migliore assistenza possibile al fratello che si è fatto male sciando fuori pista, ai figli inesperti che si sono intossicati mangiando funghi che avevano raccolto loro, alla nonna che è stata investita da un’automobile perché ha attraversato la strada fuori dalle strisce pedonali, e così via. Le disattenzioni di questi rappresentano costi (sanitari e non solo) che la società avrebbe l’obbligo di sostenere per il benessere di tutti. Ma quando si tratta di vicende come quelle delle cooperanti, gli eventuali costi dovrebbero essere coperti dalle vittime, o dai loro familiari.

Infatti, sebbene non sia stata diffusa alcuna notizia ufficiale relativa al pagamento dei rapitori, è più che plausibile credere che un riscatto possa essere stato pagato. Quale possa essere stata la sua entità è un dato che rimane confinato nell’ambito delle ipotesi e delle illazioni. Inoltre, ancora meno è dato sapere come saranno impiegati quei soldi. L’ipotesi che possano essere utilizzati per finanziare l’acquisto di altre armi è tutt’altro che campata per aria. Ma nel processo di reificazione delle vittime, l’ipotesi si trasforma in una certezza, e questa in una condanna. Tutta l’attenzione popolare e mediatica si concentra sulla figura dei potenziali compratori, come se sul campo non dovessero esserci anche dei venditori. Mantenere i riflettori puntati sull’acquisto altrove è un modo come un altro per non doversi confrontare con quanto avviene all’interno dei confini nazionali. Infatti non solo il traffico internazionale di armi è uno dei più redditizi in ambito criminale, ma è anche legato al traffico di droga ed esseri umani. Il che significa che i soldi per le armi non finiscono nelle mani dei malintenzionati solo grazie ad eventuali riscatti. Ogni volta che un cliente italiano paga per abusare di una schiava sessuale immette liquidità in un circuito che contribuisce ad alimentare il traffico di armi. Come anche quando compra della droga per vizio o divertimento. Se per qualche motivo lo sguardo dei media si sposta in direzione di qualche mercato abusivo, dove ambulanti occupano il suolo pubblico per vendere merce rubata o contraffatta, l’opinione pubblica inveisce contro i venditori e contro le istituzioni che non intervengono per sgomberarli, come se in questo gioco di ruolo non ci fosse anche un terzo partecipante: il cittadino comune che si ferma a comprare ben sapendo di alimentare un mercato nero.

La società rispecchia la realtà giornalistica che la racconta, e viceversa. Anche e soprattutto quando glissa, tace o fa finta di non vedere. Come quando si disinteressa dei soldi che vengono versati nelle casse delle mafie da chi paga per fottere le schiave sessuali sbattute su marciapiedi di periferia a suon di minacce e percosse, o per sballarsi passando un sabato sera alternativo rimanendo su di giri fino all’alba. Salvo poi non transigere sul pagamento di riscatti per salvare delle vite. E’ ovvio che i soldi dati alla criminalità in cambio di droga e sesso non diminuiscono l’importanza che i pagamenti di riscatti possono avere nella compravendita di armi. Non si tratta di sminuire l’importanza di qualcosa parlando d’altro, nella classica ottica benaltrista. Piuttosto si tratta di guardare in direzione di ipocrisie e silenzi che raccontano ancora una volta la storia dell’autoindulgenza che si assolve reificando gli altri. Quella che si accanisce contro le vittime di un rapimento per giustificare il proprio egoismo, magari presentandolo nei termini di una necessità o di una cosa naturale. E’ l’ipocrisia che punta il dito contro la riduzione in schiavitù delle donne e lo sfruttamento sessuale in paesi lontani per non soffermarsi sul fatto che è qualcosa che accade anche nelle nostre città, ad uso e consumo di “onesti” concittadini. Che esibisce indignazione davanti all’inciviltà della condanna a morte di persone “colpevoli” solo di essere omosessuali, salvo poi scendere in piazza a manifestare contro le loro rivendicazioni di diritti, emarginandoli e spingendoli verso esistenze di solitudine e sofferenza. E che magari infine approva quando un famoso esponente del mondo politico si alza in piedi nel corso di un convegno e urla “culattone” a uno studente gay che aveva preso la parola.

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Charlie Che Visse Due Volte

Da quando la sede dell’ormai noto giornale francese Charlie Hebdo è stata trasformata nella sede di un sanguinoso attacco armato, uno dei temi che hanno dominato gli spazi mediatici è stato l’attacco alle libertà di espressione. Il quadro che si è definito è quello di un mondo tollerante e illuminato che si troverebbe minacciato dall’oscurantismo di una cultura proveniente dall’esterno. In questa ricostruzione, le libertà conquistate attraverso secoli di lotte per la civiltà e la laicità sarebbero minacciate dalla violenza prepotente di un particolare tipo di fanatismo religioso. Il che corrisponde al vero, perlomeno nella ristretta misura in cui un gruppo di persone armate fa irruzione all’interno della redazione di un giornale con lo scopo di vendicare quelle che sarebbero state giudicate come offese di natura religiosa. Ma l’impianto inizia ad esibire qualche crepa nel momento in cui un simile evento viene sfruttato per veicolare l’immagine di qualcosa che è meno solida e scontata di come viene presentata: la libertà di espressione. A sentire le dichiarazioni di politici (e non solo) delle più diverse estrazioni sembrerebbe quasi che nessuno di questi abbia mai contestato la diffusione di opere con contenuti a loro sgraditi. Desiderosi di sfruttare l’indignazione popolare, perfino soggetti che di solito pronunciano la parola “tolleranza” a fatica e con una malcelata espressione di schifo alzano i vessilli della Libertà di Espressione, con lo scopo di auto-eleggersi Difensori dei Valori dell’Occidente. E nell’era della comunicazione politica 2.0, per auto-assolversi agli occhi di una buona parte del pubblico non sono necessari discorsi complessi, giustificazioni e motivazioni. In realtà non serve nemmeno ingegnarsi per ottimizzare l’impiego dei 140 caratteri a disposizione in un tweet. E’ più che sufficiente utilizzare l’hashtag del momento per sfilare disinvolti sul tappeto rosso del trend più attuale. In fondo, il carro dell’indignazione è un po’ come quello dei vincitori: chiunque voglia salirvi a bordo riesce sempre a trovare un po’ di spazio.

La folla virtuale che sbandiera lo slogan #jesuischarlie racconta la storia di un mondo che ama attribuirsi una figura nobile e tollerante. Poi, il fatto che una simile immagine possa corrispondere al vero o meno passa del tutto in secondo piano. Infatti, più che un ritratto realistico si rivela essere una favola moderna: semplice e rassicurante. Una volta tolte tutte le sovrastrutture retoriche, ciò che rimane è una moltitudine a cui interessa tutelare solo la propria libertà. Il paese che reagisce indignato di fronte alla storia degli stranieri che vorrebbero mettere un bavaglio alle idee e all’informazione a suon di proiettili, è lo stesso che vorrebbe cancellare tutto ciò che non è di suo gusto. Si tratta di qualcosa che possono ben ricordare, ad esempio, quanti avevano seguito le vicende legate alla distribuzione del secondo lungometraggio di Ciprì e Maresco. Infatti nel 1998, cioè tre anni prima dell’attentato alle Torri Gemelle e del seguente riaffiorare di intrecci tra nazionalismi e identità religiose, i registi palermitani realizzano il film Totò Che Visse Due Volte, attirandosi addosso una dura reazione istituzionale. Si tratta di un’opera che esibisce diverse vicende suddivise in tre e episodi e che nel suo insieme offre un quadro di un’umanità degradata immersa in una realtà deforme. E la religiosità ne è parte integrante, raccontata attraverso lo scemo del villaggio che si masturba con una statua della Madonna, un presunto messia volgare e prepotente che maltratta discepoli e seguaci, un’ultima cena grottesca e lasciva, e così via.

Per gli autori non si trattava di un attacco alla religione, quanto piuttosto di una sua rappresentazione nel contesto di una civiltà degradata: ora uno strumento di sopraffazione, ora un mezzo per la soddisfazione di pulsioni tutt’altro che nobili. La religione non sarebbe fonte di degrado, quanto piuttosto una vittima: in un contesto dove tutto è grottesco e volgare niente può salvarsi, inclusa la religiosità. Tuttavia la Commissione di Censura era di parere diverso e intenzionata a vietare il film a tutti. Non muovendosi di un millimetro oltre una letterale dell’opera, invocava la Censura di Stato affermando che si trattava di un prodotto degradante per “la dignità del popolo siciliano, del mondo italiano e dell’umanità”, offensivo nei confronti del buon costume, e con un esplicito “disprezzo verso il sentimento religioso”, e contenente sequenze “blasfeme e sacrileghe, intrise di degrado morale”. In pratica, le stesse cose che molteplici voci provenienti dal mondo islamico affermano in merito a vignette che considerano offensive. Come queste anche il film riuscì a superare blocchi e censure per raggiungere il pubblico, seppure con un divieto ai minori di 18 anni. Ma la questione non riguarda l’esito del singolo film in questione, quanto piuttosto l’evidente intolleranza nei confronti di ciò che non si condivide e il desiderio nasconderlo, bloccarlo o eliminarlo.

Gli oltre 15 anni che separano i fatti attuali da questo episodio non hanno segnato cambiamenti degni di nota in merito. Ad esempio, non sono trascorsi molti mesi da quando diverse associazioni di telespettatori cattolici hanno invocato la censura preventiva della striscia comica LOL, colpevole di aver mandato in onda uno sketch con un bacio gay tra Gesù e un altro uomo. O da quando le stesse voci hanno chiesto l’eliminazione dai palinsesti della pluri-premiata serie della HBO Il Trono Di Spade, accusata di veicolare contenuti immorali e “pornografici”. Questi sono solo un paio di esempi tratti da un lungo elenco di iniziative che sembrerebbero contraddire le affermazioni in merito alla libertà di parola. Ma solo fino a quando ci si illude che tutti quanti invocano diritti e libertà stiano parlando per tutti, e non solo per loro stessi e il gruppo al quale più si considerano appartenenti.

Una volta liquidata come poco più che finzione, come mera retorica atta a rendere presentabili le posizioni identitarie soggiacenti, il tutto si ricompone all’interno di un quadro coerente. Sotto il rassicurante e narcisistico travestimento della libertà e della tolleranza si intravedono le forme di una ricerca dell’affermazione unilaterale. Con strategie passivo-aggressive, i media assecondano le richieste delle folle dando la caccia ad associazioni islamiche e chiedendo loro di condannare l’episodio. A differenza di quanto accaduto, ad esempio, dopo la strage compiuta dal fondamentalista cristiano Anders Breivik, in riferimento alla quale non è stato chiesto ad associazioni religiose cristiane o a movimenti xenofobi di dissociarsi dall’accaduto, ai cittadini di fede mussulmana veniva chiesto di prendere le distanze dall’avvenimento. E non di rado queste stanno al gioco, senza rendersi conto che le prese di distanza non servono ad altro che ad alimentare la retorica strumentale di una sottintesa vicinanza. Infatti non ci si dissocia se non da ciò a cui si potrebbe essere associati, come non si prendono le distanze se non da ciò a cui si potrebbe essere accostati.

Quella che a parole si era presentata come una presa di posizione progressista, nei fatti si è rivelata essere un ennesimo esempio di strategia della vittima. Per una nutrita maggioranza si tratta dell’occasione quotidiana per distribuire responsabilità, cercare alibi, inchiodare a colpe. Non è importante individuare un vero colpevole, infatti l’obiettivo primario si configura piuttosto avere degli obiettivi da mettere alla gogna. Un giorno l’indice può essere puntato in direzione degli immigrati che tramerebbero per imporre le loro regole e sarebbero portatori di arretratezza culturale; il giorno dopo invece, una volta esauritasi la parabola del lutto, lo stesso dito può cambiare obiettivo e con disinvoltura per fissarsi sui vignettisti amorali e irresponsabili, che con le loro “provocazioni” metterebbero a rischio la sicurezza sociale attirando l’attenzione di fanatici ed estremisti. Come già visto, la contraddizione tra le due diverse posizioni è solo apparente, e svanisce del tutto nel momento stesso in cui le si osserva all’interno di un contesto più ampio, quello dei pretesti e delle giustificazioni unilaterali.

Come nella classica favola del Lupo e dell’Agnello, è irrilevante che le affermazioni siano veritiere o meno. Ciò che per molti davvero conta è mantenere lo status quo distribuendo a piene mani giudizi e colpe. Infatti il vittimismo è una strategia che può essere utilizzata da minoranze per ottenere spazi e visibilità (quando cioè ha un fondamento concreto), ma quando viene messa in atto da chi già occupa lo spazio pubblico allora l’obiettivo diventa un altro: mettere a tacere divergenze e dissensi. In pratica, non si tratta di altro che di conservazione del predominio in un contesto asimmetrico: un giorno è possibile rivendicare la libertà per tutelare la propria possibilità di interfacciarsi con gli altri secondo le modalità che più si preferiscono, e il successivo si possono invocare limiti alla stessa per evitare che la controparte possa fare altrettanto. E’ un disinvolto insieme di intransigenza e indulgenza: tanto intransigenti verso gli altri quanto indulgenti verso se stessi. Per fare un esempio, è la strategia messa in atto dalle associazioni cattoliche nelle loro azioni di contrasto alle rivendicazioni di diritti civili da parte degli omosessuali: pur rappresentando una maggioranza che gode di più diritti perfino di quanti ne preveda la loro stessa religione (come, ad esempio, l’accesso all’istituto del divorzio), le prime contrastano le richieste dei secondi come se queste rappresentassero una minaccia per loro. Nei contesti asimmetrici come questo, chi si trova in posizione superiore considera un proprio diritto la possibilità di rapportarsi agli altri come preferisce, anche quando si tratta di trasgredire dei precetti ai quali si dovrebbe attenere, mentre denuncia come aggressiva ed offensiva la possibilità che la controparte possa fare altrettanto. Perché i divieti che devono essere rispettati sono sempre quelli che riguardano gli altri, e l’omosessualità è un peccato che non può ammettere indulgenza alcuna. Ma se il peccato consiste nell’uso di contraccettivi o di sesso (eterosessuale) fatto per il puro piacere di farlo, allora è tutta un’altra storia.

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Il Frutto Proibito

Avrebbe potuto essere una mattina come tante altre. E per molti lo fu. Ma non per tutti. Infatti, da un giorno all’altro, le persone che si trovavano a transitare attraverso una particolare via di Milano, furono costrette a farlo all’ombra di un paio di gigantesche figure che le sovrastavano con le loro ingombranti presenze. Si trattava di un paio di cartelloni pubblicitari di biancheria intima, indossata per l’occasione da Belen Rodriguez. Senza perdere tempo, alcuni di questi cittadini si sono riuniti in un comitato e si sono attivati subito per chiederne la rimozione in quanto, a loro dire, le sexy curve della nota argentina avrebbero potuto distrarre gli automobilisti e causare incidenti stradali. Nel giro di pochi giorni le richieste dei cittadini sono state esaudite e i cartelloni tentatori sono stati rimossi per lasciare spazio ad altri giudicati più casti. In realtà, nel periodo in cui i cartelloni sono rimasti esposti non è stato rilevato alcun incremento degno di nota nel numero degli incidenti automobilistici. Motivo per cui non sembra del tutto campato per aria sospettare che la vera ragione per cui è stata richiesta la rimozione dei manifesti pubblicitari fosse un’altra. Qualcosa che riguarda più la sfera morale dei cittadini che si sono mobilitati, anziché una reale ed effettiva pericolosità sociale, addotta piuttosto come scusa in alternativa alla motivazione reale. Un po’ come quando qualche associazione di telespettatori protesta contro un programma che non considera di proprio gradimento, affermando di agire in difesa di una categoria “debole” (in particolare: i bambini). I manifesti avevano ricevuto una regolare autorizzazione all’affissione da parte delle autorità, e non esibivano niente che non si fosse già visto da tempo. Eppure tutto ciò non è stato sufficiente a esentarli da accuse posticce. Nel paese in cui la libertà di espressione viene invocata (e tutelata) anche ogni volta che qualche gruppo reazionario decide di manifestare la propria contrarietà alle richieste di diritti altrui, un banale manifesto pubblicitario sexy può essere rimosso se giudicato inappropriato da qualche rappresentante di una morale conformista.

In ogni caso, anche senza addentrarsi nei meandri di un’indignazione collettiva che utilizza episodi come questo per dare una rinfrescata alla propria moralità ed esibire in pubblico una verginità ricostruita per l’occasione, l’ipocrisia generale appare chiara già a partire dalle motivazioni addotte. Si tratta di una forma di falsità analoga a quella di chi va alla funzione della domenica mattina a scambiare un segno di pace, per poi uscire dalla chiesa e riempirsi le tasche di pietre da scagliare contro quelli che giudica peccatori: tutti hanno diritto a esprimere la loro opinione, ma chiunque non sia disposto a dire la cosa giusta farebbe meglio a stare zitto. L’idea che una qualche pubblicità debba essere rimossa in quanto possibile fonte di distrazione per i passanti appare tanto più surreale quanto più ci si sofferma sull’evidenza che attrarre l’attenzione è lo scopo di qualsiasi comunicazione commerciale. Non esiste manifesto pubblicitario che non sia esposto se non con lo scopo di attrarre l’attenzione dei passanti. Le immagini sexy non sono l’unico modo, ma di sicuro rappresentano un mezzo molto diretto. Se ci fosse una reale intenzione di tutelare l’attenzione degli automobilisti da possibili distrazioni sparse in giro, sarebbe necessario chiedere il divieto di tutti i messaggi pubblicitari affissi in zone visibili da chi è alla guida di un mezzo qualsiasi. Nessuna attività che intenda promuovere se stessa investirebbe denaro in manifesti stradali con lo scopo di non attirare l’attenzione di chi passa davanti. Inoltre non è affatto detto che le curve di Belen Rodriguez siano una fonte di distrazione maggiore rispetto, ad esempio, all’offerta di qualche popolare bene di consumo a un prezzo molto conveniente, che si tratti di qualche capo d’abbigliamento alla moda, di uno smartphone o altro ancora. Anzi, se ci si sofferma a valutare gli eventi, è più facile citare episodi di disordini al di fuori di negozi in occasione di vendite sottocosto, che non nei luoghi dove è possibile acquistare capi di biancheria pubblicizzati da donne sexy. Appare ovvio che, come non si può dire che chi incolla gli occhi sull’epidermide di Belen Rodriguez rappresenta un pericolo maggiore rispetto a chi scruta un’insegna per capire quando e dove un nuovo smartphone sarà venduto con uno sconto del 50%, allo stesso modo non è possibile sostenere il contrario. Ciò non toglie che risulta piuttosto difficile ricordare episodi in cui un comitato di quartiere si sia impegnato in favore della rimozione di un manifesto che invita ai saldi al centro commerciale di zona, magari sostenendo proprio che l’esibizione di offerte troppo allettanti potrebbe distrarre chi si trova alla guida.

In altre parole, nonostante tutte le presunte forme di emancipazione, alla base di tutto è ancora possibile trovare l’idea che sia sempre colpa della donna che continua a tentare l’uomo con qualche frutto proibito. Motivo per cui se qualche uomo dovesse rischiare di causare un incidente stradale perché ha incollato i propri occhi alle curve sexy di una modella su un manifesto, la colpa sarebbe da imputare a quest’ultimo e non a chi non ha prestato sufficiente attenzione alle sue azioni. E’ la stessa cultura in base alla quale, nelle notizie di cronaca che trattano di squillo minorenni, si sente spesso parlare di “baby prostitute” e quasi mai di “clienti pederasti”. E’ la stessa cultura per cui una vittima di stupro rischia di essere colpevolizzata, magari perché indossava vestiti provocanti, o perché si era incamminata di notte verso casa da sola, o perché si è fidata di uno sconosciuto, e così via.

E soprattutto è anche quella stessa cultura in base alla quale il maschile viene declinato al plurale mentre il femminile può essere declinato anche al singolare. Di fronte ad uomini che hanno cura di sé in modi che in passato erano perlopiù femminili (che si depilano, usano creme, oli ed unguenti, etc.) non ci sono discussioni a proposito di un’ipotetica “femminilizzazione del corpo maschile”, ma se delle donne utilizzano la loro fisicità per scelta o professione allora non è raro sentir parlare di “mercificazione del corpo femminile”. In pratica, ci sono i corpi maschili e c’è il corpo femminile: ogni uomo è libero e risponde solo di sé, mentre ogni donna può essere chiamata a rispondere di tutto il genere femminile.

Anche nell’era degli smartphone e dei social network, la cultura del “si fa ma non si dice” continua ad essere viva e vegeta. Più che in qualsiasi altro campo, in ambito pubblicitario è l’Immagine stessa ad essere merce di per sé, a prescindere dal contenuto che ritrae. E non potrebbe essere altrimenti. Un messaggio pubblicitario ha lo scopo di attirare l’attenzione sulla propria merce in modo tale da renderla desiderabile. Quindi se si tratta di indumenti intimi femminili è molto probabile che saranno impiegate modelle giovani e in forma. Non fosse altro che per il fatto che sono quelle che meglio possono far risaltare forme, colore e dimensioni dei prodotti. Infatti, quello che si dimentica è che il target di tali prodotti non sono gli uomini, ma le donne. Nessuna azienda spende soldi per studiare, realizzare e diffondere campagne pubblicitarie rivolte a chi non compra il prodotto in promozione se non in rari ed isolati casi. Le aziende non spendono migliaia di euro con lo scopo di far sì che i passanti possano ammirare qualche culo a gratis. Se ci fossero indagini di mercato che dimostrano che le donne potrebbero essere più invogliate a comprare indumenti intimi se questi fossero mostrati indosso a delle novantenni sovrappeso o in mano a pervertiti sudati che le annusano, è probabile che il panorama pubblicitario sarebbe diverso. Ma allo stato attuale, non è così. In fin dei conti, nonostante tutte le polemiche e le possibili accuse di maschilismo, si tratta di comunicazioni rivolte a un mercato perlopiù composto da donne e a un loro immaginario di riferimento. Quindi, riassumendo, delle immagini che ritraevano una donna allo scopo di promuovere un prodotto presso un mercato femminile, sono state rimosse perché avrebbero potuto essere una fonte di distrazione per gli uomini. Si fa ma non si dice, appunto.

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I Giorni di Salem

C’è stato un tempo in cui era di moda incolpare la televisione per il degrado della popolazione. Poi è arrivato internet, e quella moltitudine di spettatori silenziosi ha avuto accesso ad uno spazio da cui parlare. Il tanto osannato uomo della strada non ha più avuto bisogno di alzare la voce al bancone del bar o in coda alla posta o al supermercato per trovare una platea a cui rivolgersi. Basta una connessione ad internet e l’accesso a piattaforme che permettono i commenti, ed è possibile sentenziare senza sosta. Tutti quei programmi televisivi come Drive In, bistrattati dai più blasonati apparatcik culturali come veicoli di ignoranza e degradazione, si rivelano essere stati parecchio benevoli nei confronti dei soggetti che rappresentava in forma caricaturale. I commenti e le discussioni moltiplicano le visite, e queste aumentano le entrate. Quindi, in nome della libertà d’espressione, i maggiori quotidiani nazionali lasciano spazio ad odio e violenze verbali di ogni tipo. L’unica blanda limitazione riguarda l’invito a non utilizzare forme di turpiloquio. I moderatori intervengono spesso per ricordare che non si può scrivere “cazzo”, “minchia”, “troia”, “merda” e “vaffanculo”, ma non sembrano essere disturbati dalla grande mole di commenti razzisti e sessisti. Non da chi invoca la pena di morte per sconosciuti sulla base di un titolo ad effetto, e nemmeno da chi fiero esibisce i propri pregiudizi e rigurgita astio contro minoranze di ogni tipo. Per fare un esempio brutale: non si può scrivere che “anche le frocie hanno diritto a vedere riconosciute le loro unioni e, se lo desiderano, ad occuparsi di bambini, come qualsiasi essere umano“, ma si può scrivere che “gli omosessuali sono malati e pervertiti da curare e isolare per evitare che corrompano la società“. Appare chiaro che il mondo dell’informazione non è innocente, ma non è nemmeno l’unico colpevole. E mostra il suo vero volto quando si accoppia all’intrattenimento, come nei popolari salotti televisivi. Tanto più ha successo quanto più riesce a padroneggiare la dote principale della perfetta puttana: dare al cliente quello che desidera ancora prima che lui lo chieda, anche quando questo si vergogna di farlo ad alta voce. Per assurdo, non è difficile immaginare che se al grande pubblico interessasse la scienza, le note signore dei talk show pomeridiani parlerebbero con entusiasmo di genetica, chimica e matematica.

Invece ogni giorno lo spazio delle informazioni viene dominato da poco più di una manciata di notizie. Quasi sempre le stesse che si susseguono nei titoli di testa dei TG. Tra queste, quelle che riescono a connotarsi come storie riescono a durare più giorni. A volte settimane. In qualche caso mesi o anni, soprattutto se la vicenda presenta risvolti torbidi e pruriginosi. Nelle discussioni che le accompagnano è raro rinvenire tracce di una reale volontà di confronto. Sono scontri tra persone che monologano parlandosi addosso e cercando di mettere a tacere i dissidenti: il tema del momento è lo spazio aperto nel quale è possibile unirsi al coro con cui ci si identifica, per radicare ancora più in profondità le proprie posizioni. In rete non c’è bisogno di alzare la voce per soverchiare l’interlocutore, è sufficiente non leggerlo. A prescindere dalle posizioni espresse, dall’adesione o meno all’opinione di una maggioranza (o di quella che viene riconosciuta come tale), il fatto stesso di trattare un argomento secondo tempistiche dettate dai trend mediatici mainstream comporta la rinuncia a confrontarsi con ciò che invece non viene preso in considerazione. E’ il talk show perfetto, quello che può andare avanti all’infinito senza limiti di partecipazione, di pubblico, di orari, di argomento. E come tale agisce a livello di mezzo prima ancora che di messaggio. Blog e social network non solo non rappresentano una minaccia per l’informazione “classica”, ma al contrario funzionano da amplificatori. Che si tratti delle intercettazioni di un politico, di un tweet da parte di un personaggio più o meno noto, di un caso di cronaca o di qualunque altro esempio preso dagli innumerevoli che ogni giorno affollano le pagine (web e non), la meccanica è sempre la stessa: la folla si indigna, chiede la testa del cattivo del momento e poi passa ad altro. Le belle parole a proposito dei diritti delle persone vengono smentite non appena vengono pronunciate. Le folle armate di pietre e forconi che andavano in giro a bruciare le streghe, a linciare le puttane adultere e a massacrare i sodomiti hanno trovato nuovi villaggi. La libertà di opinione, e il diritto ad esprimerla, non è limitata solo dalle leggi che la regolamentano, ma anche e soprattutto dalla morale di una maggioranza che la valuta e si erge a tribunale, a seconda dell’istanza del giorno. I diritti di alcuni sono utilizzati per negare quelli di altri.

All’interno di un simile contesto, scegliere di fare altrimenti non è una forma di benaltrismo, uno slittamento verso altri temi per evitare di affrontare una questione spigolosa. Al contrario, rappresenta la scelta di spostare l’obiettivo: mettere a fuoco ciò che è stato trascurato, ciò che non è stato preso in considerazione in prima istanza. Significa presentarsi in ritardo al banchetto dell’informazione, dopo che i pezzi più richiesti sono stati gettati in pasto alla voracità del pubblico, e passare in rassegna gli avanzi. Perché se da un lato è il panorama informativo a stabilire il calendario dei casi, delle polemiche, e perfino delle emergenze, dall’altro è il pubblico a scegliere a cosa interessarsi e per quanto tempo. Non ci sono forme di condizionamento o manipolazione mentale che influirebbero su moltitudini altrimenti innocenti: in assenza di forme di costrizione fisica, nessuna propaganda ha effetto se chi la subisce non è disposto ad accettarla. Il linciaggio mediatico quotidiano non fa altro che assecondare la fame di teste mozzate che le tricoteuse 2.0 invocano da dietro una tastiera. A distanza di quasi un secolo – nell’era del wi-fi, degli smartphone e del cloud computing – il popolo italiano continua ad abbaiare la propria fame di pene severe per i nuovi Girolimoni. Facendo trapelare come spesso l’indignazione non sia altro che ipocrisia in malafede.

You can leave your shirt on

Secondo un noto proverbio, quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito. Ricorrendo all’attualità si potrebbe dire: quando lo scienziato parla della missione che ha visto atterrare un lander su una cometa, lo stolto osserva la camicia che indossa e si indigna perché ci sarebbero disegnate delle pin up. Ma come spesso accade, lo scandalo è figlio della superficialità, e dell’ignoranza. Infatti sarebbe stato sufficiente guardare con solo poca attenzione in più per rendersi conto che quelle ritratte non sono diverse donne, ma solo una ritratta con diversi costumi e in diverse posizioni. E soprattutto che non si tratta di una pin up. Nel complesso, i disegni rimandano più all’immaginario supereroistico che non a quello di Playboy o Penthouse. Le immagini ricordano più Vedova Nera, Catwoman o Emma Frost che non le conigliette della villa di Hugh Hefner. E la dimensione che ne costituisce la cornice è di sicuro più affine a quello delle Bond Girls, che non alla realtà delle reginette dei concorsi di bellezza. Questo non significa che le critiche rivolte allo scienziato sarebbero state giustificate se sulla maglia ci fossero state davvero delle pin up, ma solo che, oltre ad essere di dubbia rilevanza, tali contestazioni si scagliano contro un bersaglio inesistente. In altre parole: quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito e si arrabbia perché pensa che qualcuno gli stia facendo un gestaccio.

Tuttavia, nel grande talk show virtuale gli effetti di una stupidaggine non rimangono limitati ad un episodio in sé, ma si allargano a macchia d’olio: l’effetto farfalla che ne segue è una cartina tornasole dell’ottusità. Puntale arriva chi non manca di approfittare della polemica in corso per rivendicare, in modo non meno pretestuoso, una conferma ai suoi stereotipi di genere. In particolare quello secondo cui le donne penserebbero solo ai vestiti mentre sono gli uomini ad occuparsi di cose importanti. Un elemento centrale accomuna le due opposte fazioni: il completo disinteresse nei confronti del fatto che la maglietta incriminata fosse proprio il frutto del lavoro di una donna. Come le donne non pensano a chi l’ha disegnata ma solo all’uomo che la indossa, così gli uomini fanno altrettanto per concentrarsi sulle reazioni isteriche di alcune esponenti del gentil sesso. In altre parole: contro le donne che pensano che tutti gli uomini sono dei maiali si muovono in prima fila quelli che affermano che in fondo le donne non sono altro che troie che pensano solo all’abbigliamento. E’ la disonestà intellettuale che spiana la strada al linciaggio virtuale. Questi soggetti accusano le donne di incoerenza: mettono a confronto le donne che protestano per non essere giudicate sulla base dell’aspetto fisico con quelle che invece stanno contestando una maglietta, con lo scopo di renderle bersagli di scherno e ludibrio pubblico. Come se le une e le altre non rappresentassero gruppi diversi, non di rado in contrapposizione tra loro. L’idea di un corpo (collettivo) delle donne viene abbracciata con entusiasmo proprio da quanti sguazzano nelle generalizzazioni: si punta il dito contro un obiettivo per denigrare una moltitudine. Questo è quanto può accadere in relazione ad una semplice maglietta colorata, ma quando le vicende interessano un pubblico più ampio, come ad esempio in un caso di cronaca nera, il livello di recrudescenza incrementa in misura proporzionale all’attenzione che riesce ad attrarre.

Quell’irresistibile voglia di forca

E’ la caccia alle streghe in versione 2.0. E’ il terrore giacobino guidato da tuttologi e moralisti dalle dubbie credenziali. Ci sono molteplici Comitati di Salute Pubblica, ognuno adatto a qualsiasi pregiudizio o avversione. A fronte di un qualsiasi evento, il colpevole deve essere individuato al più presto.  E non è necessario informarsi a fondo per valutare la situazione. Alla giustizia sommaria bastano i titoli strillati. Il mondo dove uno scienziato con una maglietta simil-supereroistica si trova trasformato in un simbolo della disparità sessuale, e dove le donne che lo contestano diventano la voce di tutte le donne che “si sa, pensano solo ai vestiti“, è anche quella stessa realtà dove i diversi sono criminali, dove gli ebrei sono a capo di oscuri complotti ai danni della popolazione mondiale, dove i gay sono malati da curare, dove le donne vengono obbligate a prostituirsi e violentate come schiave sessuali solo nei paesi nemici, e così via. Niente e nessuno viene risparmiato. Deve sempre esserci un colpevole contro cui puntare il dito. Anche solo per rinfacciare ad una madre in lutto per la perdita di una figlia che sarebbe dovuta rimanere in casa e non andarsene in vacanza con le amiche. C’è chi si erge a sentinella dei costumi e rivendica il proprio diritto ad esprimere un’opinione anche e soprattutto quando questa ha il solo scopo di negare quelli altrui, rivendicando per sé una superiorità morale non molto diversa rispetto a quella che in carcere attribuisce a se stesso il pluriomicida messo di fronte all’autore di reati minori rispetto al suo, ma che lui e i suoi simili disprezzano.

Non importa dove ha avuto luogo un fatto. Ovunque ci sarà sempre una folla pronta ad accalcarsi all’esterno di tribunali e questure per chiedere in coro il ripristino della pena di morte. Vox populi, vox dei: se il popolo urla la sua sentenza, allora la condanna non può essere altro che divina. Una sentenza tanto più sicura quanto più la folla identifica sé stessa come “credente”, a dispetto del fatto che nella messa della domenica la sua autorità religiosa ha ricordato l’insegnamento secondo cui non bisognerebbe giudicare per non essere giudicati. Nel mondo della democrazia diretta, quello dove sarebbe il popolo a decidere su tutto, essere indagati significa essere colpevoli, e cercare di difendersi non significa altro che nascondere la propria colpevolezza. Proprio come avveniva nei processi inquisitori, in cui l’accusato poteva solo scegliere tra confessare la colpa di cui era accusato e accettare la sua condanna, o resistere alle torture fino alla morte. L’idea che un individuo sia da considerare innocente fino a prova contraria non è nulla più di uno slogan di cui si è smarrito il senso: ora un indagato è da considerare colpevole fino a quando non se ne trova un altro che lo sostituisca. E se la folla potesse emettere la propria sentenza di condanna, non avrebbe problemi a farlo subito dopo aver scoperto che le accuse sono state formulate, per poi procedere a chiudere l’imputato in una cella e buttare via la chiave. Perlomeno in assenza della possibilità di mozzare teste e farle rotolare dentro un cesto.

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Pasolini e i Figli di Poveri

Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte
coi poliziotti,
io simpatizzavo coi poliziotti.
Perché i poliziotti sono figli di poveri.

(Da “Il PCI Ai Giovani“, Pier Paolo Pasolini, 1968)

È difficile pensare a un modo più cinico e brutale di infangare la memoria di un autore rispetto al trasformarlo in un simbolo di qualcosa contro il quale si è sempre schierato, e del quale ha anche dovuto subire violenze. Nel caso specifico di Pier Paolo Pasolini si tratta di una frequente citazione, sempre la stessa, secondo la quale si sarebbe schierato a favore della polizia e contro i manifestanti. Quasi come fosse una variante della Legge di Godwin, quanto più una discussione su qualche scontro di piazza tra manifestanti e forze dell’ordine e si allunga, tanto più le probabilità che qualcuno citi Pasolini in favore delle seconde tendono a uno. Con la tipica arroganza che deriva da una conoscenza meno che superficiale delle idee dell’autore, quando non da una deliberata manipolazione che rasenta il vilipendio della memoria, spesso qualcuno ritiene opportuno intervenire per fare presente agli interlocutori che anche Pasolini si schierava dalla parte degli uomini in divisa perché “i poliziotti sono figli di poveri“. Dimostrando in questo modo non solo di citare un autore che forse mai si è curato di leggere (e tanto meno di capire), ma anche di non aver avuto la decenza di leggere (e capire) il breve testo dal quale la nota affermazione viene estratta per essere citata. Infatti, basterebbe proseguire di pochi versi per leggere come lo stesso Pasolini affermi di essere d’accordo con gli studenti “contro l’istituzione della polizia“, per poi sfidarli a prendersela “contro la Magistratura“. Il PCI Ai Giovani non è, e non è mai stata, una poesia in favore della polizia. E al di là delle apparenze non era diretta nemmeno contro gli studenti “figli di papà” in quanto tali. Piuttosto si trattava di una riflessione critica sul rapporto tra borghesia e sinistra italiana, di come questa stesse intraprendendo una decisa svolta verso destra senza nemmeno rendersene conto e di come le azioni dei movimenti studenteschi ne fossero un esempio.

Si tratta di un approccio analogo a quello che pochi anni dopo guiderà la mano di Elio Petri nella realizzazione di alcuni dei suoi film più graffianti ed incisivi, come La Classe Operaia Va In Paradiso. (Non a caso, entrambi gli autori furono oggetti di violenti attacchi da parte della critica loro contemporanea, anche di sinistra.) Si tratta di quella deriva che farà sì che nel giro di pochi decenni proprio un governo di sinistra autorizzi l’uso di bombardieri italiani su un paese confinante. E che non molti anni dopo dimostrerà di non aver nessun problema ad accettare l’idea che a Genova, per 3 giorni nel Luglio 2001, possa essere stato messo in funzione un vero e proprio lager, muovendosi in segguito per ricompensare il Capo della Polizia di allora con diverse cariche di prestigio. Per Pasolini, l’evoluzione dei tempi imponeva la necessità di un ripensamento dell’autoritarismo: il fascismo, così come si era affermato nel Ventennio, era una categoria obsoleta e superata. Ma le pulsioni totalitarie che l’avevano animato erano ancora vive e continuavano ad agire, seppure in una forma che predilige la persuasione e la manipolazione all’uso dei manganelli. Ma che tuttavia non si fa scrupoli a utilizzare mezzi di repressione più diretti quando il semplice dialogo non appare sufficiente.

Negli anni che seguirono il ’68, Pasolini dedicò molto tempo ed energie a mettere a fuoco il presente di una società in cui quella che sembrava una rivoluzione di classe si andava delineando come uno scontro di forze all’interno della borghesia stessa. Le sue critiche contro l’affermarsi del consumismo e la diffusione dei mezzi di comunicazione non rappresentavano una forma di nostalgia verso una mitica Arcadia contadina. Piuttosto erano un tentativo di mettere in guardia sull’anima autoritaria che si agitava sotto l’aspetto educato e liberale delle diverse forme di potere. Non sentiva nessuna nostalgia nei confronti dell’Italietta omologata e conformista del dopoguerra, e tanto meno era ostile o contrario allo sviluppo o al progresso. I suoi riferimenti alla spontaneità contadina avevano piuttosto lo scopo di mettere in luce l’ipocrita doppiezza di una società nella quale progressisti e reazionari si rivelano essere le proverbiali due facce della stessa medaglia: una controrivoluzione conformista. Ai suoi occhi, il razzismo di buona parte della sinistra italiana non aveva nulla da invidiare a quello tipico della destra, a partire dal disprezzo verso la cultura popolare fino ad arrivare all’emarginazione delle divergenze e del dissenso. Una sinistra che della destra assecondava anche le posizioni clericali e reazionarie, in linea con il pensiero secondo cui ciò che non rientra all’interno di schemi considerati “accettabili” è la manifestazione di un Male con il quale non è possibile dialogare, ma che deve essere annullato o ridotto all’impotenza. Il tutto condito da una intransigenza morale nei confronti degli avversari pari solo all’indulgenza nei confronti di se stessi e del proprio schieramento. Si tratta di quel modo d’agire che nel giro di pochi anni si concretizzerà sempre di più, ad esempio, nell’assimilazione della retorica del servo avversario, quella per cui un alleato che difende un’idea o un’opinione agisce in osservanza della verità e di nobili principi, mentre qualcuno che lo fa aderendo a posizioni diverse o opposte regolerebbe la propria azione solo per interesse, in quanto pagato o più in generale al servizio di qualcun altro. È la retorica tipica dell’ipocrisia cattolica, di quanti non si fanno scrupoli se si tratta di utilizzare contraccettivi e a fare sesso per soddisfare le proprie voglie  nonostante i dettami contrari della Chiesa, ma che diventano intransigenti quando si tratta, ad esempio, del piacere altrui. E tanto più quanto e quando questi piaceri fanno riferimento a orientamenti sessuali differenti.

Per Pasolini, l’assenza nel paese di una seria cultura politica, in particolare di destra, non è solo ciò che ha permesso l’affermazione di una versione rozza come il fascismo degli anni ’20, ma è anche ciò che fa sì che la sinistra possa assimilarne molteplici istanze senza rendersene conto. Quello tra gli studenti e la polizia non è uno scontro di classe: è un braccio di ferro tra forze interne alla borghesia che si affrontano in modo indiretto per definire i propri ruoli. Lui non contestava gli studenti perché andavano contro la polizia, ma perché vedeva in questa azione un modo per evitare di confrontarsi con i poteri al governo. Per lui, gli studenti non stavano mettendo in discussione il potere contro il quale manifestavano, piuttosto ne stavano rivendicando una parte. E nel giro di tre decenni questo movimento avrà concluso la sua parabola, tanto da far sì che anche per la “sinistra” italiana un concetto come quello di stato d’eccezione diventi accettabile in virtù della cosiddetta realpolitik. Ed è così che un episodio che Amnesty International ha definito “la più grande sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale” viene liquidato come un episodio isolato da dimenticare, un mero incidente che non dovrebbe mettere in discussione i pilastri democratici della società. Come se non ci fosse niente di strano nell’idea che sia stato possibile mettere in piedi un apparato repressivo di matrice sudamericana in una grande città italiana. E soprattutto, illudendosi che sia stato possibile farlo funzionare in assenza di un contesto sociale e culturale permeabile, in grado di tollerarlo e assimilarlo in breve tempo.

Gridavano e Piangevano – ovvero: il Lager dietro Casa

Roberto Settembre, giudice della Corte d’Appello nel processo per i fatti avvenuti all’interno della caserma di Bolzaneto in occasione del G8 a Genova nel 2001, decise di raccontare quanto aveva appreso nel corso di questa esperienza all’interno di un libro intitolato Gridavano e Piangevano. Si tratta della ricostruzione di quell’episodio attraverso le indagini effettuate in occasione del processo. L’autore cerca di attenersi ai fatti e alle testimonianze messe a verbale, ma ciò non gli impedisce descrivere quel luogo che per l’occasione era stato ribattezzato “casa del lupo” nei termini di un “universo concentrazionario”. Oltre 200 persone, in larga maggioranza innocenti e scagionate da qualsiasi accusa, furono arrestate, private di diritti, umiliate, percosse e torturate dalle forze dell’ordine italiane. Per tutto il periodo della detenzione, fu loro impedito di contattare un legale o comunicare in qualsiasi modo con l’esterno: erano desaparecidos sul suolo italiano. L’organizzazione della struttura ricalcava la sovversione di valori tipica di qualsiasi lager: le forze dell’ordine diventano aguzzini, i medici torturatori e gli appelli al rispetto dei diritti si trasformavano in crimini da punire. Obbligati con la forza a stare in piedi contro le pareti, perfino le richieste di andare in bagno o in infermeria potevano rappresentare un rischio per l’incolumità. Le aggressioni e le minacce verbali si univano alla privazione del cibo, del sonno e delle più elementari forme di assistenza medica. C’è anche chi ricordava il lancio di un fumogeno all’interno di una stanza chiusa, in una sorta di macabro allestimento che rievocava ciò che accadeva nelle camere a gas del Reich nazista. E anche le musiche che accompagnavano le ore di prigionia si muovevano nella stessa direzione. E insieme alle umiliazioni, risate di scherno e canzoncine di beffardo disprezzo. A proposito delle musiche che sentiva in continuazione durante il suo periodo di detenzione ad Auschwitz, scrisse Primo Levi: “I motivi sono pochi, una dozzina, ogni giorno gli stessi, mattina e sera: marce e canzoni popolari care ad ogni tedesco. Esse giacciono incise nelle nostre menti, saranno l’ultima cosa del Lager che dimenticheremo: sono la voce del Lager, l’espressione sensibile della sua follia geometrica, della risoluzione altrui di annullarci prima come uomini per ucciderci poi lentamente“. In modo analogo, tra le pareti della caserma di Bolzaneto risuonavano canti e suonerie di cellulare care a ogni nostalgico del Duce. Alternate a una crudele filastrocca: “Uno due tre viva Pinochet, quattro, cinque, sei bruciamo gli ebrei, sette, otto, nove il negretto non commuove, ein zwei drei viva l’Apartheid“.

Il paese che afferma in pubblico di riconoscersi nei valori della resistenza partigiana si è lasciato questo episodio alle spalle con poco più di una scrollata di spalle. Anche e soprattutto quella sinistra parlamentare e di governo che ogni anno rinfresca la propria immagine profondendosi nell’adesione a eventi come i festeggiamenti per il 25 Aprile. La grande parte dell’informazione, anche quella che non esita a strattonare la Costituzione se utile alla campagna del momento, si è lasciata alle spalle le proprie responsabilità, adagiandosi sulle posizioni del potere politico e giudiziario. I grandi organi d’informazione hanno evitato di soffermarsi sul fatto che quelle stesse forze dell’ordine che in apparenza sembravano incapaci di contrastare le azioni di disturbo all’ordine pubblico nelle strade della città, erano però riuscite a mettere in piedi un apparato repressivo degno di un regime totalitario, nonché a farlo funzionare con grande professionalità, e nel giro di pochissimo tempo. L’attenzione dei diversi poteri che concorrevano nel controllare e gestire l’azione poliziesca pareva essere più interessata alla repressione del dissenso che non al rispetto della legalità.

Qualsiasi richiesta da parte dei prigionieri di contattare un legale, un magistrato o i famigliari non viene solo respinta, all’interno del Lager diventa un atto di insubordinazione: chi non accetta in silenzio la privazione a cui è stato sottoposto, viene percosso, torturato, spezzato. Le vittime non sono riconosciute come tali, e anzi sono accusate di essere responsabili di ciò a cui sono sottoposte. L’aver scelto di aderire a una libera e legale manifestazione di piazza – di non essere rimasti a casa propria – diventa per il carnefice un elemento sufficiente per abusare di chi si trova alla sua mercé senza provare nessun senso di colpa o responsabilità. In modo simile a quanto accade quando qualcuno afferma che è colpa delle brutte abitudini di una vittima – come può essere l’uso di droga – se questa ha perso la vita, nonostante la causa del decesso sia da imputare a traumi e lesioni, nonché a una mancanza di assistenza sanitaria. O come ogni volta che qualcuno afferma che la vittima di uno stupro “se l’è andata a cercare“, magari per via dell’abbigliamento che indossava o per un comportamento che il tribunale della morale popolare può non aver giudicato adatto alla situazione. Se ad accogliere i prigionieri nella caserma ci fosse stato il pasoliniano Duca di Salò, le sue parole non sarebbero state meno opportune di quanto lo fossero all’ingresso della villa di Marzabotto: “Deboli creature incatenate, destinate al nostro piacere, spero non vi siate illuse di trovare qui la ridicola libertà concessa dal mondo esterno. Siete fuori dai confini di ogni legalità. Nessuno sulla Terra sa che voi siete qui.”

Ritorno a Sodoma

Salò o le 120 Giornate di Sodoma non è solo una trasposizione cinematografica dell’opera del Marchese De Sade ambientata nella realtà repubblichina, ma anche una potente metafora della concezione che il regista aveva del rapporto tra chi detiene il Potere, chi vi è assoggettato e chi è chiamato a far sì che sia rispettato. È una messa in scena dell’esercizio del potere nei moderni campi di internamento, ma soprattutto è la rappresentazione dell’anarchia del potere. E il ruolo che il sesso vi ricopre non è solo una metafora dello sfruttamento, della violenza o dell’umiliazione. Piuttosto è il volto senza maschera di un’arbitrarietà che non riconosce il prossimo se non in funzione delle possibilità di soddisfacimento che può offrire. Quella che Pasolini definisce “edonismo consumistico” è una nuova forma di ideologia che tende alla sottomissione delle masse attraverso un nuovo livellamento culturale. I quattro signori della villa che ordinano di rapire 18 giovani (9 ragazzi e 9 ragazze) sono ognuno un rappresentante di un potere (politico, economico, giudiziario, religioso) e tutti assieme collaborano al fine di soddisfare le loro voglie realizzando qualsiasi fantasia, anche la più turpe, violenta e disgustosa. Per raggiungere il loro scopo si avvalgono di quattro narratrici, incaricate di raccontare storie di perversioni varie attingendole dai loro ricordi di prostitute, estetizzando il degrado e l’abiezione a un punto tale che perfino la merda viene presentata come una prelibatezza culinaria. E a garantire l’ordine e all’interno della struttura ci sono i soldati collaborazionisti (al posto di quelli che nel testo originale del Marchese De Sade erano chiamati “fottitori”), armati e incaricati di far sì che le volontà e i desideri dei signori della villa siano rispettati. L’ordine che impongono alle loro vittime è completo e non lascia alcuno spazio a eventuali iniziative, infatti il loro crudele piacere non si basa solo sull’affermazione della loro volontà e dei loro desideri, ma anche sulla negazione di qualsiasi forma di speranza o conforto ai prigionieri, che si tratti di cure che potrebbero offrirsi a vicenda o anche solo di semplici preghiere.

Anche le forze dell’ordine sono strumenti di piacere al servizio dei potenti, ma a differenza delle vittime vere e proprie possono godere di margini d’azione ben più ampli. Come i loro padroni, anche loro possono compiere violenze e abusi, a condizione che tali iniziative possano risultare in linea con i desideri di chi è al comando. A differenza dei prigionieri, assecondano in pieno le voglie dei potenti, e il premio per la loro docile obbedienza consiste nella possibilità di indossare i panni dei carnefici e di godere a loro volta di brandelli di impunità. Sebbene non siano gli ideatori delle atrocità perpetrate all’interno della villa, non c’è nulla che possa sollevarli dalla responsabilità morale derivante dai crimini che vengono compiuti anche grazie alla loro complicità. E a differenza di quanto è possibile fare decontestualizzando un paio di versi dalla lunga poesia citata all’inizio, qui non c’è niente che possa far pensare a una qualche forma di simpatia nei confronti degli uomini armati. Qui non ci sono i manifestanti che fanno a botte con loro e nei quali Pasolini non vedeva altro che i figli degli uomini che davano loro ordini. Liberi di agire fuori da contrasti e restrizioni, gli uomini armati al servizio dei signori della villa non oppongono alcuna resistenza nei confronti di una corruzione che al contrario sono chiamati a difendere. E che con le loro azioni alimentano essi stessi, potendone godere a loro volta anche se solo in minima parte. Motivo per cui non è difficile immaginare i violenti moti di disgusto e disprezzo che l’autore avrebbe provato di fronte a chi avesse provato a utilizzare il suo nome e le sue parole per benedire azioni violente e repressive. Tanto più che coloro che si abbandonano a simili operazioni spesso non sono altro che gli eredi culturali (e ideologici) di quanti in vita non perdevano occasione di attaccarlo sul piano personale.

In pratica, il tutto si riduce a un altro, ennesimo, atto di squadrismo intellettuale da parte di quanti manifestavano a pieni polmoni scandalizzato ribrezzo e indignato disgusto di fronte alle scene di Salò, pensando che vi fossero ritratte le perverse ossessioni di un noto omosessuale. Senza rendersi conto che invece il film ritraeva prima di tutto loro.

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Lovelace – Robert Epstein, Jeffrey Friedman

La Lettera Rubata è uno dei racconti più famosi e studiati di Edgar Allan Poe. Tanto denso nella sua brevità da attrarre le attenzione di autori come Proust e Freud, Lacan e Derrida. La vicenda riguarda una missiva dal contenuto molto compromettente, sottratta al legittimo proprietario da un ministro francese che la utilizza per mettere in atto i suoi ricatti. Nel tentativo di recuperarla, la polizia si introduce più e più volte nell’abitazione del potente ladro, ma senza alcun esito. Il prefetto decide perciò di chiedere aiuto e consigli0 all’investigatore Dupin, il quale intuisce che la polizia sta portando avanti l’indagine nella direzione sbagliata, nonostante le minuziose perquisizioni. Decide pertanto di agire in prima persona: con una scusa va a fare visita al ministro, e qua trova la lettera in bella mostra e riesce ad appropriarsene senza farsi scoprire. Dupin aveva intuito che il ministro, essendo a conoscenza dei processi mentali degli inquirenti, aveva deciso di nascondere la missiva in un luogo dove la polizia non avrebbe cercato: visibile e a portata di mano. E difatti, impegnati nello scovare e setacciare i più oscuri nascondigli, gli investigatori non avevano prestato alcuna attenzione agli incartamenti che si trovavano in bella vista. In pratica, quanto messo in atto dal ministro non è molto dissimile da ciò che un prestigiatore fa sulla scena, quello che Nolan riassume in The Prestige facendo affermare a John Cutter: “Ora voi state cercando il segreto… ma non lo troverete, perché in realtà non state davvero guardando. Voi non volete saperlo. Voi volete essere ingannati.

 Lovelace è tutto questo. Il racconto di un’illusione, di una “lettera rubata” che, nonostante fosse visibile, rimase nascosta all’occhio di un pubblico che poi, messo di fronte alla verità, rifiuta di accettarla. “Quando guardate il film Gola Profonda, state assistendo a me che vengo stuprata” dichiarò in pubblico Linda Boreman, meglio nota con il nome di Linda Lovelace, negli anni ’80, quando il racconto delle sue sofferenze era diventato di dominio pubblico in seguito alla pubblicazione di Ordeal, la sua autobiografia più famosa. Con ciò non intendeva accusare Harry Reems di averla costretta a fare sesso con la forza, quanto piuttosto evidenziare come la sua partecipazione al film fosse da imputare alle minacce, alle costrizioni e alle violenze da parte del marito Chuck Traynor. Si tratta di una storia nella quale non esiste una verità provata che sia possibile abbracciare con certezza assoluta: per anni Linda ha accusato l’ex-marito di averla costretta con il terrore ad un calvario di dolore ed umiliazioni, e lui ha sempre rispedito le accuse alla mittente liquidandole come calunnie prive di fondamento.

Nella loro ricostruzione cinematografica della vicenda, i registi Epstein e Friedman scelgono di non abbracciare in modo unilaterale la storia della coppia così come l’ha raccontata la donna. Piuttosto cercano di mostrare come, tra le due versioni, quella di lei sia senza dubbio la più coerente ed attendibile. E lo fanno spezzando il racconto in due parti, con la seconda che riempe i buchi lasciati aperti dalla prima, mettendo a fuoco proprio quella “lettera rubata” che il pubblico non sembra essere intenzionato a voler vedere. La prima metà del film racconta la storia di Linda Lovelace (Amanda Seyfried) così come era nota al pubblico, dall’incontro con Chuck Traynor (Peter Sarsgaard) a quello con Harry Reems (Adam Brody) e tutti gli altri personaggi sul set di Gola Profonda, fino all’ingresso nella Playboy Mansion e alla conoscenza di Hugh Hefner (James Franco). Ma proprio quando la ragazza sembra essere all’apice del successo e al principio di una carriera da top pornostar, la narrazione si interrompe. All’interno di una stanza asettica, una versione invecchiata di Linda è collegata ad un poligrafo che attesterà come siano vere le accuse che rivolge all’ex marito. Da quel momento in poi, il film torna su quanto già narrato nella prima parte, soffermandosi su elementi scivolati via come ininfluenti, e sottolineando il loro ruolo di agenti rivelatori di una realtà ben diversa da quella che appare in primo piano.

Il film evita di affrontare tutti gli episodi che in Ordeal la donna indica come più umilianti e traumatici: dallo stupro di gruppo che avrebbe segnato il suo ingresso forzato nel mondo della prostituzione, al corto pornografico in cui sarebbe stata costretta a subire un rapporto con un cane, fino alla dolorosa punizione in pubblico ad opera di una mistress sado-maso su mandato del marito. Inoltre evita anche di soffermarsi sul piacere malvagio che, secondo lei, lui provava nel tormentarla, nell’umiliarla e nello spezzarla. Tuttavia il film non risente affatto di queste mancanze, e l’intento di comunicare la violenza che la donna ha subito non ne viene in alcun modo scalfito. Quasi come se intendesse comunicare che non è necessario portare davanti alla macchina da presa l’oscenità dei dettagli per esibire la credibilità della storia. Le spiegazioni che vengono date sono perlopiù risposte a domande che lo spettatore avrebbe potuto porsi da solo. Ad esempio, com’è stato possibile che nel giro di pochi mesi una ragazza cattolica, un po’ impacciata e non intraprendente, si sia trasformata in una freak del sesso? La risposta è nei pugni, nei calci e nelle minacce di morte con una pistola puntata alla testa. E in quel livido sulla gamba che la produzione di Gola Profonda non è riuscita a nascondere.

Lo stesso Traynor dichiarò alla stampa che Linda non era una prostituta prima di incontrarlo, e che non lo fu più dopo essersi separata da lui. Come non negò di averla picchiata più volte. E per quanto riguarda Gola Profonda, a fronte di guadagni milionari per la produzione, alla protagonista andarono poco più di 1.000 dollari. Un insieme di elementi, questi, che non possono non essere messi in relazione col fatto che, lontana da Traynor, la donna rifiutò in modo sistematico di apparire in qualsiasi produzione al luci rosse, anche quando le offerte potevano contare diverse centinaia di migliaia di dollari. Anzi, negli anni a venire, finì con il trasformarsi in uno strumento attivo nelle mani di femministe anti-porno. Il nome di Linda Lovelace è stato uno dei più popolari del panorama porno degli anni ’70, e la necessità di comunicare come la sua storia non fosse quella che tutti credevano l’ha resa adatta agli scopi di persone che non hanno esitato a sfruttarla come bandiera. Forse lei stessa era a conoscenza del fatto che la sua immagine veniva utilizzata dalle femministe proprio per via di ciò che aveva rappresentato in passato. Non stupirebbe nemmeno che alcuni dei tanti eventi che racconta nelle sue memorie fossero frutti dell’immaginazione: un modo per guadagnare qualcosa a sua volta alle spalle di quell’industria che aveva incassato milioni utilizzandola e lasciandole poche briciole o, come altri addetti del settore hanno avuto modo di affermare (ad esempio, in The Other Hollywood di Legs McNeil & Jennifer Osborne), un modo per prendere le distanze da scelte sbagliate di cui si era pentita, prima fra tutte quella di frequentare Chuck Traynor. In ogni caso, quello che rimane sono una dozzina di giorni passati su un set pornografico e un paio di decenni a raccontare una differente versione dei fatti: la ragazza in Gola Profonda sorrideva perché temeva per la sua incolumità, e non perché fosse entusiasta di fare quello che stava facendo. E il richiamo torna a quel livido ben visibile sul corpo di lei.

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