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Prova ancora. Fallisci ancora. Fallisci meglio. (Samuel Beckett)

Se è vero che la filosofia è inseparabile da una certa qual collera contro l’epoca, è anche vero che essa ci procura una certa serenità. Nondimeno la filosofia non è una Potenza. Le religioni, gli Stati, il capitalismo, la scienza, il diritto, l’opinione pubblica, la televisione sono delle potenze, non la filosofia. La filosofia può conoscere grandi battaglie interne (idealismo-realismo, ecc.), ma sono battaglie da ridere. Non essendo una potenza, la filosofia non può ingaggiare battaglia contro le potenze; contro di loro semmai conduce una guerra senza battaglie, una guerriglia. Non può dialogare con loro, non ha nulla da dire, nulla da comunicare, può solo avviare dei pourparler. Poiché le potenze non si accontentano di rimanere esteriori, ma penetrano anche in ciascuno di noi, grazie alla filosofia ciascuno di noi si trova incessantemente in pourparler e in guerriglia con sé stesso. (Gilles Deleuze)

Un razionalista anarchico crede che concetti come Stato e Società non abbiano un’esistenza propria, salvo che sia fisicamente rappresenta negli atti di individui responsabili. Il razionalista anarchico ritiene che sia impossibile trasferire una colpa, condividere una colpa, distribuire colpe… poiché colpe, decisioni e responsabilità sono cose che accadono nella sfera individuale degli esseri umani e da nessun’altra parte. Essendo però razionale, sa che non tutti gli individui condividono le sue opinioni, e perciò cerca di vivere perfettamente in un mondo imperfetto, cosciente che il suo sforzo sarà meno che perfetto, eppure non travolto dalla coscienza del proprio insuccesso. (Robert A. Heinlein)

“E’ una macchina curiosa” disse l’ufficiale all’esploratore, abbracciando con uno sguardo in un certo senso ammirato la macchina, che pur conosceva bene. Ma l’esploratore sembrava aver ceduto soltanto per cortesia all’invito del comandante di assistere all’esecuzione capitale di un soldato condannato per insubordinazione e oltraggio al superiore. Anche nella colonia penale non c’era, evidentemente, un grande interesse per questa esecuzione nella piccola valle, profonda, sabbiosa, isolata da ogni parte da pendii scoscesi e brulli, non c’erano, almeno in quel momento, oltre all’ufficiale e all’esploratore, che il condannato, un uomo mezzo inebetito, dalla bocca larga, e i capelli e il viso in disordine, e un soldato, che teneva la pesante catena a cui facevan capo le altre più piccole che serravano il piede, i polsi e il collo del condannato, e ch’erano poi collegate tra loro da altre catene ancora. D’altronde, il condannato aveva talmente l’aspetto di un cane sottomesso, da dare l’impressione che lo si poteva lasciare correre liberamente per i pendii e che bastava chiamarlo poi con un fischio all’inizio dell’esecuzione, perché accorresse. (Franz Kafka)