The House of the Devil – Ti West


Di fronte ad una rappresentazione del cinema come quella esibita da Ti West, parlare di omaggi o citazioni sarebbe quantomeno riduttivo. Pur essendo del 2009, The House of the Devil sembra in tutto e per tutto un film 20 o anche 30 anni più vecchio, come se fosse stato realizzato negli ’70 o ’80. Si tratta di una sorta di archeologia cinematografica in cui tutto, dalla sceneggiatura ai mezzi impiegati per darle corpo, finisce con lo scavare nel genere di riferimento (in questo caso l’horror) riuscendo a portare alla luce qualcosa che nel corso del tempo è rimasto sepolto, o meglio che sembra essere andato in parte perduto. E questo qualcosa che riaffiora, che viene recuperato, non riguarda semplicemente il tempo passato e le storie che ad esso si legavano, ma anche e soprattutto l’occhio che lo osserva nel presente ed il contesto entro il quale va ad occupare un posto. Di fronte ad una produzione cinematografica horror statunitense apparentemente impantanata tra i torture porn quasi meccanici in linea con i vari sequel di Saw da una parte, ed una lista sempre più lunga di remake e reboot dall’altra, un’opera come questa rappresenta qualcosa di più di una terza via: The House of the Devil è un viaggio nello sguardo che filma la paura intesa come dimensione psicologica, e non come mera esibizione di trappole e sangue, è l’horror inteso come tensione che nasce da ciò che sembra incombere, e non semplicemente da ciò che risulta ben visibile in scena. Non bisogna comunque lasciarsi ingannare, perché sotto l’aspetto volutamente datato, il cinema di West si dimostra profondamente moderno, in linea con una concezione della tensione molto vicina alle produzioni francesi o spagnole degli ultimi anni: quell’approccio al cinema horror che non raramente prende le mosse da idee ridotte, quasi scarne, per poi riempirle di tensione ed inquietudine, spesso utilizzando la potenza del fuori campo (e della macchina da presa in generale) per accrescere il senso di minaccia.

La trama è piuttosto semplice:  Samantha (Jocelyn Donahue) è una studentessa al college che cerca un appartamento dove trasferirsi. Una volta trovata la casa, necessita al più presto di soldi per poter anticipare il primo mese d’affitto, e risponde ad un annuncio che propone una buona paga per un lavoro da baby sitter. Il misterioso uomo che ha messo l’annuncio le fa presente che si tratta di una cosa molto urgente e che avrebbe bisogno del suo servizio la sera stessa. La sua amica Megan (Greta Erwig) accetta di accompagnarla alla casa isolata dove l’inquietante Mr. Ulman (Tom Noonan) le confessa che per vie telefonica non le aveva fornito tutte le informazioni, e cioè che non dovrà prendersi cura di un bambino, ma che dovrà rimanere in casa mentre loro escono a vedere l’eclisse per assicurarsi che non succeda niente a sua madre; per vincere i dubbi e le resistenze della ragazza le garantisce che in ogni caso l’anziana donna è autosufficiente, che probabilmente non avrà bisogno di lei, ed arriva a pagarla 400 dollari per il lavoro. Insospettita da una simile offerta, nonché dall’aria sinistra che aleggia nella casa, Megan cerca di convincere l’amica a lasciare perdere la faccenda e ad andare via con lei. Ma Samantha, decisa ad accettare poiché bisognosa di denaro, riesce a sua volta a persuadere l’amica a tornare a prenderla dopo la mezzanotte, alla fine del lavoro. Samantha finisce quindi con il rimanere da sola all’interno della casa misteriosa, intrappolata in un crescendo di inquietudini e paranoie non prive di fondamento.

La cura dei particolari nella ricostruzione dell’ambientazione della storia, che fa dichiaratamente riferimento alle paure che percorrevano la società americana negli anni ’70 ed ’80 (soprattutto per le sette segrete, e per quelle sataniche in particolare), è estremamente precisa: i capi d’abbigliamento esibiti dai personaggi, le loro acconciature, i telefoni a gettoni, le automobili, i grossi walkman che leggevano cassette e le cuffie ad archetto con le spugnette arancioni, in pratica tutto il film è disseminato di oggetti che ricostruiscono l’ambientazione cui viene fatto riferimento come se si trattasse di un film storico. E per quanto pregevole, fino a questo punto non ci sarebbe molto di più rispetto a quanto viene messo in scena, ad esempio, in produzioni che ambientano le proprie storie nell’Antica Roma o ai tempi dell’Ancien Regime francese. Quello che permette a Ti West di fare un salto in avanti rispetto alla normale ricostruzione storica è la considerazione che negli anni ’70 ed ’80 c’era già il cinema, e che questo a sua volta offriva una sua ben caratteristica immagine della contemporaneità che non riguardava solo ciò che veniva mostrato, ma anche il come veniva mostrato e quali mezzi venivano impiegati per farlo. In tal senso, The House of the Devil non si limita ad esibire quegli anni e gli innumerevoli oggetti che ne costituivano i tratti distintivi, ma anche come il cinema di quel periodo li rappresentava sul grande schermo. A partire dai titoli di testa, fino ad arrivare alle luci ed alla fotografia, passando attraverso una colonna sonora volutamente in stile eighties, tutto concorre a far sì che il film non sia solo sugli anni ’80 e dintorni, ma che piuttosto sembri proprio un prodotto di quel periodo. Per fare un parallelo col mondo della letteratura, The House of the Devil è come uno di quei romanzi che non si limitano a raccontare storie del passato con un linguaggio contemporaneo, ma che per farlo utilizzano invece un linguaggio e costruzioni grammaticali tipiche del periodo al quale viene fatto riferimento.

Semplice amarcord nei confronti di produzioni di altri tempi? La risposta non può che scivolare verso un no. Non si tratta di un film nostalgico dedicato agli anni ’80, quanto piuttosto dell’allestimento di un elaborato set scenico per raccontare qualcosa alcune paure di oggi attraverso delle loro incarnazioni precedenti:  la paura nei confronti di estranei apparentemente gentili e normali che però in realtà potrebbero nascondere terribili segreti (come le sette sataniche) o quella che un luogo che dovrebbe rappresentare sicurezza e riparo dai pericoli possa trasformarsi in una fonte di minacce mortali (la casa). In The House of the Devil questi due temi si incontrano ancora una volta. Una apparentemente normale abitazione, che si presenta come lo spazio dove svolgere il classico lavoro alla portata di qualsiasi liceale, si rivela essere anche il luogo dove vivono persone malvagie con un obiettivo da raggiungere. Il senso di minaccia che tende ad assediare con sempre maggiore intensità la povera Samantha deriva da due elementi collegati tra loro: i suoni che ogni tanto sente provenire dal piano superiore e l’estraneità della casa nel suo complesso, nel suo essere lo spazio popolato dalle tracce dell’inquietante coppia che l’ha assunta. Il non sapere né cosa ci sia nelle diverse stanze della casa, né da cosa possano derivare i rumori che ogni tanto sente, farà sì che uno spazio che dovrebbe rappresentare una forma di sicurezza e di protezione da minacce esterne assuma i contorni sfumati di una tanto ipotetica quanto possibile minaccia sconosciuta. E per questo motivo Samantha non potrà fare a meno di mettersi ad esplorare le varie aree dell’edificio. Non si tratta di banale curiosità, ma del tentativo di prendere il controllo della situazione, di eliminare l’inquietudine che la attanaglia attraverso il familiarizzare con lo spazio entro il quale si trova. Ed allo stesso modo, il mettere le cuffie ed ascoltare la musica ballando in giro per casa non è sprovvedutezza, è il segno di una paura profonda, di un modo per combattere il panico. Per quanto possa aver mostrato debolezza nello scegliere di cedere alla necessità ed accettare quello strano lavoro, in realtà Samantha si è sempre rivelata, fino a quel momento, una ragazza responsabile. E’ seria, studia, e cerca un modo per mantenersi agli studi. Ma completamente sola, in una casa piena di oggetti che sono segni di vite di persone che non conosce, la paura la costringe a cercare qualcosa che le dia un po’ di sicurezza, e la musica del suo walkman diventa un modo per raggiungere un duplice obiettivo: non sentire quei rumori che la spaventano ed impegnare l’udito con qualcosa di familiare e rassicurante. La musica che Samantha utilizza per tenere impegnato l’udito è un po’ come la bambola che una bambina spaventata da un temporale notturno può stringere al petto sotto le coperte. La paura non viene rappresentata solo in modo lineare attraverso ciò che può terrorizzare la protagonista, ma anche attraverso ciò che questa fa per cercare di combatterla.

Con questo film, Ti West ribadisce con grande forza l’idea che per rappresentare la paura non è necessario riempire lo schermo di sadiche trappole, di torture e di fiumi di sangue. Il che non significa che ove simili elementi sono presenti, o comunque al loro apparire, non possano anche esserci elementi di paura o tensione, quanto piuttosto che non si tratta di condizioni necessarie. The House of the Devil è un film che può apparire lento e statico, ma un simile giudizio probabilmente è frutto di un idea di cinema horror nel quale i colpi di scena, gli stacchi violenti ed i rumori improvvisi, il dominio delle sequenze d’azione o l’alto livello di scene esplicite tengono impegnata la mente dello spettatore nascondendo le carenze in fase di ideazione e sceneggiatura. Tutti i segni che affollano il film (scenografici, formali, comportamentali, etc.) costituiscono  un insieme di indizi in favore di un’idea di cinema in base alla quale l’orrore non riconducibile solo a ciò che si vede sullo schermo, ma anche e soprattutto ad un ignoto che viene percepito in modo confuso. Prima ancora che attraverso il terrore di fronte a qualcosa che viene riconosciuto come malvagio e pericoloso, la paura di Samantha si vede attraverso la regressione quasi infantile del suo comportamento, attraverso il suo ballare e giocare disattento nei confronti di ciò che le sta attorno. Prima ancora del terrore dell’adulto nei confronti di qualcosa che si riconosce come pericolo, quella che Ti West porta sullo schermo è la paura dell’infanzia davanti a qualcosa che non conosce e che non riesce a spiegare.

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