Heil Satire!


Che cos’è la satira? Può essere fascista? Quand’è che la satira sarebbe fascista? Queste sono le domande alle quali tempo addietro, in modo più o meno diretto, il comico Daniele Luttazzi offriva le sue risposte in un articolo intitolato Mentana a Elm Street. Si tratta di risposte che hanno avuto un tale successo da diventare le linee guida di una scuola, di un approccio che si pretende esclusivo alla materia e che, di riflesso, intende stabilire cosa sia meritevole di essere definito “satira”, e soprattutto in quali termini. La divulgazione dei suoi strumenti del mestiere ha dato vita, come si suol dire, a innumerevoli tentativi di imitazione (in qualche caso interi siti), stimolati attivamente dallo stesso comico attraverso le pagine del suo blog. Ma quello che si vuole fare qui non è rispondere alla domanda d’apertura, un’interrogazione dalla forma platonica che, in quanto tale, pretenderebbe di essere espressione di un assoluto. Piuttosto, si tratta di interrogare le posizioni del comico, il loro funzionamento e i sottotesti sui quali fanno leva, per vedere se il suo discorso possa essere considerato davvero così disinteressato come sembra porsi. Infatti il punto non riguarda tanto il fatto che Luttazzi propone una sua (legittima e sacrosanta) interpretazione di cosa significhi fare satira, ma intende anche sostenere come questa sia l’unico modo giusto di farlo. Si tratta di un approccio che giustifica sé e il proprio agire attraverso un violento attacco rivolto agli approcci alternativi al suo, appunto attraverso la definizione di “fascistode”. Ovviamente la scelta dell’uso di un termine politico (“fascista”) per denigrare gli approcci difformi al suo non può non mostrare come il suo stesso discorso, a monte, si trovi schierato e politicizzato. Già nell’incipit dell’articolo, Luttazzi definisce la satira “nobile” quando il suo “bersaglio merita di essere attaccato”, ed il parlare di “merito” non può non ricondurre ad una scala di valori e di priorità, a loro volta opinabili indipendentemente dal livello di condivisione.  Nella qual cosa, neanche a dirlo, non ci sarebbe niente di strano in sé: l’idea di una satira che non muova i propri passi a partire da almeno un punto fermo sarebbe tanto credibile quanto il racconto del barone di Munchausen che sostiene di essere uscito dalle sabbie mobili tirandosi per i capelli. Questo non vuol dire che il problema che pone, quello dello sfottò fascistoide che si traveste da comicità al solo scopo di reprimere, non esista o non sia da prendere in considerazione. Ma il tutto assume una luce differente nel momento in cui non solo si afferma cosa debba essere considerato meritevole di essere oggetto di satira in base a una determinata scala di valori, ma anche come debba essere giudicato chi non la condivide o, semplicemente, decide di centrare il proprio bersaglio su altri obiettivi.

Per fare chiarezzasu quanto scritto dal comico è pertanto necessario riprendere le fila del suo discorso andando a interrogare il suo non detto, tutto quanto viene dato per scontato, cioè ciò dietro cui si cela un altro Potere, quello in funzione del quale sta parlando. E ciò che emerge, alla fine, è che non solo la satira di Luttazzi non va a scalfire in alcun modo il Potere contro il quale sostiene di scagliarsi, ma al contrario diventa uno strumento di propaganda di un altro Potere, quello in funzione del quale articola la propria posizione. Infatti, rifiutando seccamente di mettere in discussione i propri valori, di problematizzarli, ma anzi utilizzandoli al contrario per delegittimare quelli altrui, non si ha alcuna critica rivolta a un potere nemico, quanto piuttosto una ricerca del consolidamento del consenso del quale ci si pone come espressione. In altri termini: si ha una forma di Propaganda. Sganciando la sua teoria dal punto di vista assoluto del quale si pone come espressione, e ricollocandola sul piano di un approccio possibile ma non necessario, traspare che non solo quanto dice non è in grado di raggiungere l’obiettivo prefissato (mettere in discussione il Potere), ma si pone esso stesso come una forma di propaganda (“fascistoide”). Dietro il paravento di un presunto modo corretto di fare satira “non-fascista”, si muove lo spettro della ricerca di un consolidamento del consenso delle proprie posizioni (ideologiche). La critica a corrente alternata del cattivo gusto non solo non mette in discussione la struttura di potere nel quale affonderebbe le proprie radici, cioè quello che su un piano generale definisce i confini di ciò che è accettabile, ma al contrario ne invoca una versione più pura. Contro quello che definisce il “conformismo imperante”, Luttazzi invoca un altro tipo di conformismo, un modello culturale in base al quale chi prova a dissacrare quello che lui considera sacro diventa portavoce di forme espressive “fascistoidi”.

In breve, secondo Luttazzi, per essere tale (o comunque per non essere “fascistoide”), la satira deve avere come oggetto i potenti, possibilmente quelli che vengono considerati malfattori, e non deve avere come bersaglio una vittima. Partendo cioè dal dileggio e dall’uso del ridicolo come strumento tipico della propaganda di matrice fascista (nel senso più ampio del termine) atto ad isolare e mortificare gli avversari, Luttazzi ne estende la sfera d’influenza all’interno della satira come se fosse una cosa naturale, cioè senza considerare, per quanto sostenga il contrario, almeno tre fattori: il contesto nel quale la battuta viene pronunciata, l’obiettivo di chi la pronuncia, e il target al quale la battuta è rivolta. Il risultato di una simile arbitraria violenza concettuale è che, alla luce di quanto sostenuto da Luttazzi, ciò che non rientra nel suo gusto e che soprattutto non rispetta la sua scala di valori viene definito “fascista”. I Griffin, Sacha Baron Cohen, Il Male, e perfino Bill Hicks, finiscono tutti nell’enorme calderone della satira “fascistoide”. Il vizio concettuale che permette al comico di articolare il suo articolo di propaganda si basa su un elementare paralogismo: siccome il dileggio di una vittima è una pratica “fascistoide” (come le da lui citate foto dei prigionieri di Abu Grahib), allora qualsiasi impiego di una vittima all’interno di un contesto comico (Peter Griffin che mangia le patatine nel rifugio di Anna Frank, facendo rumore mentre i soldati nazisti marciano all’esterno) diventerebbe a sua volta “fascistoide”. Paradossalmente, Luttazzi, cioè il comico che rivendica per sé la libertà di mettere in discussione le scale di valori altrui, non tollera in alcun modo che qualcosa possa mettere in discussione la sua, di scala di valori. E su chiunque non si attenga a essa cala impietosa come una ghigliottina la definizione di “fascista”.

Al di là del bersaglio polemico ovviamente differente sul piano del contenuto, da un punta di vista metodologico il comico agisce come un qualsiasi censore. Poi, poco importa che le ragioni di biasimo o di delegittimazione del censore di turno si basino su personali valutazioni di cosa sia “fascista”, di cosa sia “offensivo” o di “cattivo gusto”, di cosa sia “indecente”, e così via: si tratta sempre di un principio personale assunto come metro di giudizio delle scelte altrui. L’analogia tra l’approccio di Luttazzi e quello di un qualsiasi conservatore può essere ricavato da un altro episodio esemplare, sempre riguardante i Griffin. In una puntata, ad un certo punto appare un personaggio affetto dalla sindrome di Down che afferma di essere “la figlia di un ex-governatore del Nebraska”. Il riferimento all’ex-candidata alla vicepresidenza, la repubblicana Sarah Palin, madre di un bambino affetto dalla sindrome di Down, è palese. A questo punto, adottando l’ottica luttazziana, si tratterebbe di un altro esempio di satira “fascistoide” nel quale una vittima (il personaggio affetto da sindrome di Down) sarebbe stata fatta oggetto di derisione, e perfettamente in linea con tutto ciò arriva la reazione scandalizzata della madre repubblicana. Ma al di là delle valutazioni personali su quanto possa essere accettabile o meno scherzare su un simile argomento, quello che mette a priori in crisi l’argomentazione in stile luttazziano è la risposta di Andrea Fay Friedman, la doppiatrice originale del personaggio del cartone animato. Anch’essa affetta dalla sindrome di Down, la doppiatrice non solo difende il valore comico della battuta, ma rispedisce le accuse alla mittente repubblicana affermando che nella sua famiglia nessuno l’ha mai portata in giro ed esibita in pubblico, come fa la Palin col figlio, per conquistare simpatie e voti.

Sull’episodio specifico, il comico sentenzia sul suo blog: “MacFarlane (creatore dei Griffin) usa di routine gag fascistoidi. Gli esempi sono troppi per pensare a scivoloni casuali. Si compiace di fare la testa di cazzo. Infatti piace tanto ai cazzari”. Ovviamente, il gusto per la sentenza secca ben nasconde ma non elimina gli aspetti problematici della questione: l’attrice che ha doppiato la scena ha trovato la scena divertente e si è prestata al gioco, è lei stessa fascista? E più nello specifico: che diritto ha un comico, non affetto dalla sindrome di Down, di sentenziare cosa possa essere divertente o meno per chi invece vive tale condizione? Non si tratterebbe forse di quell'”abiezione del parlare a nome degli altri” oggetto di dure critiche da parte di pensatori come Michel Foucault? E ancora, chi è che sfrutta la condizione del bambino: MacFarlane nella sua gag o la candidata repubblicana che lo esibisce in pubblico? In fondo, se MacFarlane ha potuto fare un riferimento al figlio della Palin talmente evidente da essere colto anche dal pubblico al di fuori degli Stati Uniti non è forse perché la condizione del bambino era stata ampiamente pubblicizzata durante la campagna elettorale? Si tratta chiaramente di una serie di domande di natura morale che non possono trovare una risposta univoca. Chi potrebbe realmente permettersi di sentenziare su quanto le azioni della Palin siano dettate dal ruolo di madre e quanto da quello di politica? Ma allo stesso modo, chi potrebbe permettersi di dire cosa dovrebbe trovare divertente una persona affetta dalla sindrome di Down? Non sarebbe piuttosto il caso di definire “fascistoide” la volontà di affermare unilateralmente un’assiomatica morale? Un’assiomatica in cui i valori di una parte vengono utilizzati per braccare i comportamenti altrui e, nell’impossibilità di bloccarli, reificarli.

Una volta messa in discussione la presunta apoditticità di una reificazione della satira altrui, quello che rimane è un approccio alla difformità che non accetta le spiegazioni altrui, ma solo confessioni in linea con le imputazioni formulate dall’accusatore (“Hai preso in giro una vittima! Confessa! Sei un fascista! Ammettilo! Fai satira fascistoide! Confessalo!”). Un crucifige! arbitrario e unilaterale che non solo non mette in discussione i potenti, ma ne riproduce i comportamenti attraverso l’utilizzo di metodologie analoghe. Allo stesso modo degli avversari che lui considera i bersagli della satira, che protestano quando scherzi o battute di vario genere vanno a colpire la loro cultura o i loro modi di vivere (religione, appartenenza politica, preferenze mediatiche, etc.), così lui reagisce violentemente nei confronti di chi mette in discussione ciò che lui considera intoccabile. Fino ad arrivare a definire “fascistoidi” le battute di un Bill Hicks, cioè di un comico il cui monolitico liberalismo antimilitarista non raramente sconfinava nell’anarchismo.

A proposito della nota battuta di Luttazzi su Ferrara nella vasca da bagno (quella divenuta famosa in quanto causa del suo allontanamento da La7), ben presto divenne di dominio pubblico che non si trattava di materiale originale: era la sua rielaborazione di una gag di Bill Hicks rivolta a un commentatore politico radiofonico molto noto negli USA, il conservatore Rush Limbaugh. Senza entrare nel merito della polemica che da tempo si trascina attorno alla figura di Luttazzi e alle battute che lui ha derivato da altri comici siano plagi o citazioni, va detto che la gag di Hicks è stata profondamente trasformata. Per quanto possa essere stata considerata “offensiva” o “di cattivo gusto”, la versione di Luttazzi era estremamente edulcorata nei toni e nel messaggio rispetto all’originale. A giudizio di Luttazzi, Hicks avrebbe utilizzato il termine “gay” in senso negativo, pertanto la sua sarebbe una gag “fascistoide”, e aggiunge che “molte battute di Hicks lo sono: lasciandosi trasportare dal gusto per la provocazione, non sempre Hicks riesce a giustificare in modo satirico le enormità”. In queste poche righe è possibile vedere non solo tutta la distanza tra Hicks e Luttazzi, ma anche le analogie tra Luttazzi ed i suoi “censori”. Hicks usa il termine “gay” in accezione negativa al fine di associare i conservatori oggetto del suo monologo (Limbaugh, ma anche le alte gerarchie del partito repubblicano: due presidenti, una moglie di un presidente e un vice) a qualcosa che loro fanno oggetto di pubblico disprezzo.

Lo scopo di Hicks non è deridere i gay, ma ricordare che una significativa parte del suo paese (i conservatori oggetto del monologo, appunto) li disprezzano. Quindi non si tratta di mero “gusto per la provocazione”, come dice Luttazzi, ma della descrizione di un’orgia di potenti nella quale il bersaglio polemico riesce a raggiungere il piacere solo attraverso l’abbandono a pratiche sessuali che ostentatamente disprezza in pubblico. Fedele a una concezione dello spettacolo come ricerca della consapevolezza, Hicks non spiega al suo pubblico cosa dovrebbe dire o pensare, lo colpisce (a volte in modo duro) e poi lo abbandona a sé stesso affinché si faccia una sua opinione. L’idea che una qualche “enormità” inserita in un monologo debba essere giustificata è un’idea peculiare di Luttazzi, non di Hicks. Anzi, l’idea stessa di giustificazione in generale è qualcosa che entra profondamente in conflitto con l’approccio anarchico alla comicità di Hicks: la giustificazione ha senso solo in funzione di una generica entità superiore che può concedere o revocare il proprio assenso. Basare le accuse di fascismo rivolte alla comicità di Hicks sulla base del fatto che lui non “giustifica in modo satirico” significa sostenere l’idea contraddittoria secondo cui Bill Hicks avrebbe fatto gag “fascistoidi” in quanto vicino a posizioni anarchiche.

Luttazzi non solo si guarda bene dal recuperare tutto il monologo di Hicks, ma lo taglia e lo edulcora in modo tale da non entrare in conflitto con ciò che secondo lui non deve essere toccato. A partire da una sorta di superiorità morale, Luttazzi ripulisce il monologo di Hicks da quelli che considera eccessi “fascistoidi”, in modo non difforme da come un canale televisivo può ripulire suo il palinsesto da un suo spettacolo in quanto eccessivamente “offensivo” o di “cattivo gusto”. Mentre per Hicks la lotta al conformismo  imperante si concretizzava in un esercizio personale nel quale è sempre il soggetto a farsi carico delle sue scelte e delle sue posizioni, non raramente impopolari, per Luttazzi assume la forma dell’interiorizzazione di un altro tipo di conformismo in base al quale il dissenso o l’opposizione diventano forme espressive “fascistoidi”. A differenza della satira di un Hicks che utilizzava le “enormità” per mettere in discussione il conformismo imperante, quella di un Luttazzi rappresenta un assestamento interno del conformismo stesso, è una forma di conformismo che entra in conflitto con un’altra che considera antagonista, ma che si guarda bene dal mettere in discussione il quadro generale.

In un altro noto monologo, Hicks affronta il tema dei gay nell’esercito, un argomento che da un punto di vista analogo a quello espresso dal comico italiano potrebbe essere considerato “fascistoide”: essendo i gay vittime di discriminazioni da parte dell’esercito, lo scherzare sulla loro condizione potrebbe essere considerato umorismo “fascistoide”. Ma il punto è che ad Hicks non interessa minimamente che qui possano essere in gioco i diritti di una minoranza: il fatto stesso che chiedano di poter entrare nell’esercito è per lui indice inequivocabile di idiozia. Hicks non contesta la legittimità di una richiesta in quanto espressione di una discriminazione, piuttosto contesta implicitamente l’idea che debba essere rispettata in quanto proveniente da una minoranza. L’apparente violenza di Hicks, che non raramente si concretizzava in forme di provocazione rivolte al suo stesso pubblico, derivava da un’idea della comicità come mezzo per cancellare tutti i confini, per mettere in discussione il conformismo generale nella sua forma più profonda. Ed è quello che ha fatto fino a quando ne ha avuto la forza. Tolte le violazioni della legalità, per le quali ci sono le sedi apposite, accettare che possa esserci un limite che non debba essere oltrepassato dagli altri, significa legittimare anche le limitazioni che non si condividono, perché al di là delle singole diverse posizioni personali, tutte si appoggiano su una stessa idea: che qualcosa non debba essere detto in pubblico perché potrebbe essere offensivo nei confronti di qualcun altro. E in tal senso si potrebbe dire che non solo la gag sulla vasca da bagno non rappresenta un plagio dell’originale del comico americano, ma ne rappresenta piuttosto un intimo e profondo tradimento. Modificandola al fine di ricondurla all’interno di limiti “giustificabili”, epurandola dei suoi eccessi, Luttazzi ha portato la gag  proprio dove probabilmente il suo autore originale non avrebbe voluto: all’interno di un confine. Non a caso, quando un paio di intervistatori della BBC provarono a mettere Hicks di fronte all’esigenza di tracciare dei confini, la sua laconica risposta fu: “Posso raccomandarvi dei giocolieri che potrebbero piacervi?”

Come si diceva in passato, per essere efficace la propaganda non deve essere percepita come tale, e il suo scopo primario non è convertire a un’idea chi la pensa diversamente, quanto piuttosto radicare o rafforzare un determinato concetto in chi si muove a partire da una base comune (in qualsiasi regime, il dissenso non viene combattuto con la propaganda, ma con la reificazione). E un articolo come quello di Luttazzi centra entrambi gli obiettivi: non viene percepito come propaganda e offre degli strumenti atti a rafforzare, perlomeno in chi condivide la sua scala di valori, che il suo è il metodo univocamente corretto di affrontare la materia. Inoltre allo stesso tempo riesce a mettersi preventivamente al riparo da eventuali critiche al suo conformismo dipingendo il dissenso, sia esso diretto o meno, come pratica “fascistoide”. E’ l’emergere e l’affermarsi di una legislazione morale articolata in principi e divieti: se trovi i divertenti i Griffin e ti fanno ridere le loro gag, sei un cazzaro “fascistoide”; se ti fanno ridere gli eccessi di Bill Hicks o il monologo originale su Rush Limbaugh, sei un ammiratore di satira fascistoide; e così via. L’efficacia di una simile propaganda si vede nel momento in cui le persone alle quali è indirizzata (i suoi fan) interiorizzano simili precetti mettendo in discussione il proprio apprezzamento, ad esempio, per il cartone animato americano di MacFarlane sulla base della scala di valori di un comico che non ammette il dissenso. E che sia indirizzata solo ai suoi fan risulta evidente dal fatto che non può che risultarne immune chiunque non conceda al comico in questione il diritto (e quindi il potere) di stabilire unilateralmente cosa sia fascista e cosa no. In fondo, le patenti di fascismo attribuite con disinvoltura a chi rifiuta una qualche forma di conformismo dicono molto di più su chi le elargisce, tali patenti, che non su chi le riceve.

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