ReBlogging Lemmings


Fin dal suo esordio all’inizio degli anni ’90, Lemmings ha attraversato molteplici cambi di piattaforme di gioco, riuscendo ad arrivare a conquistare un proprio spazio nella cultura popolare. Al di là delle innovazioni introdotte nel corso degli anni, la struttura di base del gioco è rimasta pressoché invariata. Si tratta di un rompicapo nel quale il giocatore deve guidare i lemmini da un punto iniziale verso un punto finale, salvandone il maggior numero possibile (o perlomeno quanti ne richiede il livello per poter essere superato). La caratteristica principale delle creature con i capelli verdi è di essere spensieratamente inarrestabili. Una volta ricevuto un comando, lo eseguiranno fino a quando sarà loro possibile: a volte arrivando all’uscita, a volte entrando in un loop che potrebbe durare fino allo scadere del tempo, altre volte arrivando infine al suicidio. Un lemming non si ferma se non quando il giocatore glielo ordina. E senza l’intervento di questo, incoscienti i lemming continuano ad avanzare, del tutto incuranti della possibilità che davanti a loro possano esserci trappole, fuoco, il vuoto, pozze acide o altro ancora. All’interno della finzione ludica, due sono le peculiarità che caratterizzano i lemming: la completa inconsapevolezza dello spazio all’interno del quale si muovono e l’incapacità di eseguire più di un compito alla volta. Catapultati all’interno di scenari di volta in volta sempre più ricchi di insidie e pericoli, i lemming iniziano subito a camminare senza esitare e senza guardarsi attorno. Senza l’intervento del giocatore, e in assenza di qualcosa che possa arrestare la loro marcia, non esiteranno a lanciarsi nel vuoto o in altri pericoli mortali, in fila uno dopo l’altro.

Tuttavia la loro inarrestabile incoscienza non è l’unico fattore del quale dovrà tenere conto il giocatore: è possibile far compiere ai lemming determinate azioni (scavare, bloccare, arrampicarsi, costruire scale, etc.), ma è necessario fare attenzione perché, una volta assegnati certi compiti, li eseguiranno fino a quando sarà loro possibile, o quantomeno fino a quando non riceveranno un contrordine. In assenza di ulteriori interventi da parte del giocatore, il lemming al quale è stato ordinato di scavare lo farà finché non troverà una superficie più dura che non gli permetterà di procedere, o anche fino a quando non arriverà ad avere il vuoto sotto di sé, precipitandovi e aprendo la strada a tutti i suoi simili che lo seguono. Allo stesso modo, il lemming al quale viene data l’abilità di scalare si arrampicherà su qualsiasi parete che glielo consenta, anche qualora questo dovesse portarlo a rovinose cadute nel vuoto. Quello che in pratica caratterizza i lemming dalla maggior parte dei protagonisti di altri videogame è il loro rapporto con il movimento. Prendendo ad esempio un gioco altrettanto longevo come può essere Prince of Persia (ma potrebbe trattarsi di Bubble Bobble come di Darksiders, di Tomb Raider come di un qualsiasi simulatore sportivo, etc.), qui il protagonista necessita di costanti input da parte del giocatore per agire e muoversi attraverso gli scenari. Tra il giocatore ed il suo personaggio c’è continuità: il protagonista è di volta in volta la rappresentazione delle abilità apprese dal giocatore. In Lemmings, invece, tutto questo viene capovolto. I lemming agiscono indipendentemente dalla volontà del giocatore: non appena fatto il loro ingresso nello scenario, cominciano a camminare avanti ed indietro senza attendere valutazioni.

In pratica, il compito del giocatore, ancora prima del dare ordini finalizzati alla realizzazione di un percorso che possa permettere ai lemming di uscire sani e salvi dallo scenario, consiste nel vigilare e intervenire affinché il loro agire in automatico non li conduca verso qualche pericolo. Quella dei lemming è la rappresentazione di un comportamento completamente avulso dalla riflessione: alla base vige l’impossibilità di stare fermi (tranne che in caso di specifico ordine che può essere impartito singolarmente, e spesso in numero limitato, dal giocatore). I lemming vanno sempre avanti senza guardarsi mai indietro, e il loro orizzonte non si spinge oltre quello che compiono al momento: non esiste alcuna valutazione delle conseguenze delle azioni. Se l’ordine è di scavare, il lemming scaverà fino ad aprire un buco che si apre sul vuoto e gettarvisi dentro, prontamente seguito da tutti i suoi simili. Quello del lemming è il comportamento di un soggetto che non agisce sulla base di input esterni che vengono di volta in volta valutati, ma che si regola in base a schemi prefissati in base ai quali una determinata azione comporta una non meno determinata reazione. In tal senso il comportamento dei lemming diventa una valida rappresentazione del soggetto che agisce coerentemente con un’ideologia che lo sovrasta senza che lui riesca tuttavia a riconoscerla come tale, in accordo con un regime culturale fondato su una propaganda che, occultandosi, si pone come regola di scelte e di valori.

Spesso la propaganda viene associata alla partigianeria, ma si tratta di un errore poiché, a differenza di quest’ultima, non deve essere percepita come tale. Quando ad esempio il direttore di un telegiornale o un conduttore televisivo prendono esplicitamente posizione in favore e contro qualcosa nell’ambito di una controversia, quello che si ha di fronte è un esempio di partigianeria, non di propaganda. Un editoriale apertamente schierato è riconducibile al proverbiale predicare ai convertiti: chi ne condivide il contenuto approverà, chi invece è contrario ne sarà infastidito. Un contenuto schierato in maniera esplicita non è propaganda in quanto non assolve al suo compito primario: trasmettere ai soggetti ai quali si rivolge input che, se esposti altrimenti, potrebbero sollevare dubbi ed obiezioni. Per poter essere efficace, una propaganda non deve essere percepita come tale e, viceversa, se viene denunciata e messa in discussione in pubblico, o non lo è realmente, o lo è in modo fallimentare. In altre parole deve essere in grado di condizionare, ed eventualmente guidare, il comportamento altrui senza che questo si renda conto di essere stato influenzato, ma anzi convincendolo che le sue scelte sono di volta in volta volontarie, e non viziate da un inquadramento iniziale. La persuasione può essere un mezzo che la propaganda dispiega per raggiungere il suo fine, ma i suoi obiettivi sono l’adesione incondizionata e la neutralizzazione del dubbio. E nel momento in cui cambiano i contesti, necessariamente si modificano anche gli strumenti che bisogna utilizzare per raggiungere l’obiettivo desiderato.

Sarebbe ingenuo pensare che nell’epoca dei social network una qualsiasi forma di propaganda possa essere efficace utilizzando strumenti del secolo scorso come, ad esempio, i cinegiornali. All’interno di un contesto nel quale i mezzi d’informazione erano poco diffusi e, allo stesso tempo, rappresentavano una novità per il pubblico, l’opinione pubblica poteva essere genericamente indirizzata attraverso il controllo dei pochi mass media popolari. Ma nel momento in cui i mezzi si moltiplicano e aumenta la velocità con cui le notizie si diffondono, un simile approccio è votato all’inefficacia. Pensare di poter modificare i convincimenti del pubblico attraverso dei cinegiornali in stile Istituto Luce è un’idea condannata al ridicolo ancora prima che al fallimento. Utilizzando una terminologia riconducibile a McLuhan, la propaganda agisce a livello del mezzo più che del messaggio, ed è proprio ponendosi a monte dei contenuti che oggi riesce ad agire indisturbata, arrivando a convincere il proprio target anche di cose palesemente illogiche, infondate o semplicemente false. Come, ad esempio, che delle plateali prese di posizioni possano essere  considerate forme di propaganda.

Partendo da un esempio preso dall’attualità, l’accusa che viene rivolta al direttore del telegiornale dalla principale rete pubblica italiana ogni volta che appare con un editoriale è di utilizzare un mezzo pubblico per fare propaganda in favore del governo. Ma se si trattasse di propaganda,  non dovrebbe essere percepita come tale, dimostrando di essere in grado  perlomeno di interagire con le convinzioni degli spettatori senza esternare esplicitamente i propri intenti. Se osservati sulla base di una prospettiva propagandistica, simili editoriali sono fallimentari: lo schieramento di chi utilizza la sua posizione per esprimere il suo parere è palese. Un editoriale in favore di un provvedimento non è che un altro esempio di predica ai convertiti: chi già condivide le tesi espresse lo considererà corretto, chi non le condivideva prima lo considererà errato o ingannevole.  Più che essere votata al tentativo di influenzare il pubblico, si tratta di un operazione che ne ricerca il consenso. La propaganda, piuttosto, si ha a monte, al livello delle accuse che vengono rivolte all’editoriale, cioè dove si pone un discorso che nasconde sé stesso accusando un altro oggetto. E’ un po’ come l’assassino che cerca di nascondere le proprie colpe depistando le indagini, magari seminando prove false per minare la credibilità dell’accusa. E’ impensabile che un editoriale isolato che difende (o attacca) un provvedimento, da solo nell’oceano informativo contemporaneo, possa avere una forza tale da alterare radicate e consolidate convinzioni, eppure le accuse che vengono rivolte sono ben precise e, per quanto infondate, riescono a incontrare ampi consensi. E’ la propaganda nella sua forma ideale: mentre si adopera per convincere il proprio target del messaggio che sta veicolando (cioè quello secondo cui sarebbe l’editoriale avversario a essere un messaggio propagandistico) nasconde la propria natura attraverso le sembianze dell’accusa o della denuncia. Trasformando unilateralmente una presa di posizione in qualcosa di molto simile a un messaggio pubblicitario, l’apparato ideologico avversario le nega la dignità del confronto. E’ il trionfo dell’argomentazione ad hominem: schivare qualsiasi confronto relativo ai contenuti espressi spostando l’attenzione sul soggetto che le ha esposte.

Si tratta di una pratica altamente diffusa. E facendo un esempio di segno opposto ci si può trovare di fronte a ulteriori conferme, a episodi che nella loro infondatezza dimostrano come oggi la propaganda preferisca muoversi sul piano delle denunce e delle accuse, piuttosto che su quello dei messaggi in senso stretto, cercando di diffondere un’immagine negativa degli avversari anziché lavorare per affermare positivamente la propria. Guardando i palinsesti televisivi è facile notare come la maggior parte dei programmi di approfondimento e talk show in generale non siano vicini all’attuale maggioranza di destra al governo. I vari Ballarò, Annozero, L’Infedele, etc. sono spesso evidentemente schierati contro il centrodestra, e questa è una cosa che da anni viene denunciata durante le trasmissioni, nelle code polemiche che seguono, e non raramente anche in quelle che ne precedono le messe in onda. Il coro di denunce è sempre lo stesso: la trasmissione schierata starebbe facendo disinformazione, la sua mancanza di equilibrio danneggerebbe unilateralmente una parte politica, e così via. Che da anni simili trasmissioni siano schierate e manchino di equilibrio è palese, ma che la loro messa in onda possa danneggiare una certa parte politica è un dato tutt’altro che scontato o dimostrato. Anzi, se si osservano i risultati elettorali degli ultimi anni, sorge più di qualche dubbio a proposito della veridicità di simili affermazioni, e questo per il semplice ed evidente fatto che proprio chi da anni denuncia questo “monopolio” poi si è trovato comunque a vincere una parte delle competizioni elettorali. Diventa chiaro che lo scopo di simili accuse non è protestare in sé contro uno stato di cose che effettivamente danneggerebbe chi denuncia e protesta, quanto piuttosto convincere i suoi sostenitori che si tratterebbe di una forma di propaganda.  L’efficacia di simili azioni può essere rilevata nel momento in cui numerose persone schierate contro il governo protestano contro gli editoriali del direttore del TG1, come se questo potesse realmente spostare dei voti. E altrettanto, se non di più, si vede osservando il calore che anima le proteste contro i talk show schierati a sinistra da parte di chi è realmente convinto che si tratti di propaganda contro una destra guidata da un proprietario di mass media, quando invece è la storia di questi ultimi anni a dimostrare che una competizione elettorale può essere vinta a prescindere dall’ostilità delle trasmissioni avversarie.

Se nella prima metà del secolo scorso, in linea con quanto descritto da Orwell nel suo 1984, la propaganda agiva attraverso la diffusione di notizie selezionate (quando non contraffatte), oggi a causa del mutamento di contesto non può far altro che modificare sé stessa. In passato agiva controllando le informazioni, pubblicandole in modo tale da consolidare l’adesione ai principi che intendeva veicolare, nonché cercando di prevenire il sorgere di dubbi mediante l’impedimento della diffusione di voci e opinioni alternative. Invece oggi ha radicalmente cambiato le proprie modalità comunicative, utilizzando la velocità della circolazione delle notizie e la moltiplicazione dei dati. Per affermarsi oggi, un qualsiasi apparato ideologico non utilizza una forma di persuasione unilaterale e monolitica, esponendosi così a innumerevoli attacchi provenienti dall’esterno. Piuttosto si manifesta attraverso una moltitudine di notizie e informazioni che, nel loro veloce avvicendarsi le une alle altre, tengono il soggetto che vi aderisce costantemente impegnato, cercando quanto più possibile di allontanarlo dall’ambito del dubbio e della critica. Ed è proprio per questo motivo che un mezzo come internet, in virtù della sua modernità, diventa terreno fertile per l’affermarsi di regimi culturali, anche ben più dei mass media classici. La possibilità di coinvolgere attivamente molteplici soggetti, di trasformarli in punti di propagazione, permette all’apparato ideologico di diffondersi travestito da “condivisione spontanea”. E’ il ReBlogging come attività dedita alla trasmissione di contenuti propagandistici travestita da adesione volontaria.

La questione non riguarda la propagazione delle notizie in sé, la loro verità o falsità, ma i messaggi che attraverso esse vengono veicolati. Non riguarda tanto ciò che viene espresso all’interno di un articolo in sé, quanto piuttosto la visione del mondo che si trova alle sue spalle, l’ottica che lo genera e che meriterebbe una riflessione, e che invece si trova ad essere assorbita dal veloce susseguirsi e avvicendarsi di notizie, sovrastata dall’indignazione a comando e dalla entusiastica adesione allo scandalo del momento. Il reblogging, inteso come il condividere su uno spazio virtuale (blog, facebook, twitter, etc.) qualcosa con la quale si è entrati in contatto al solo ed unico scopo di diffonderlo non è altro che il trionfo di una propaganda che non ha più bisogno di agire in prima persona perché è già stata completamente interiorizzata da chi la propaga: è l’apparato ideologico che delega a terzi il compito di sostenerlo ed alimentarlo. Il reblogging è una militanza travestita da contestazione, da diffusione di messaggi che, nell’opinione di chi aderisce con entusiasmo alla campagna del momento, dovrebbero rappresentare una presa di posizione. E’ il trionfo di una presa di posizione, di un apparato ideologico, sullo stesso soggetto che vi aderisce. Con questo, sia chiaro, non si vuole demonizzare la condivisione o la segnalazione in quanto azione singola o come insieme di gesti di volta in volta motivati, ma come prassi sistematiche finalizzate alla diffusione di un’ideologia. Sono i contenuti che si susseguono a prescindere da appositi controlli e valutazioni a manifestare l’adesione a uno schema di valori predeterminato, si tratti della denuncia sociale in outsourcing come del franchising dell’indignazione.

Proprio come lemming, impossibilitati a stare fermi e allo stesso tempo costretti a subire lo scenario e i percorsi presenti in esso, attraverso un reblogging che si limita a diffondere e condividere senza aggiungere nemmeno un’ombra di riflessione personale, i soggetti che vi aderiscono vengono trasformati in meri diffusori, in casse di risonanza per un pensiero che li sovrasta. E’ l’apparato ideologico di riferimento a stabilire cosa sia giusto fare o meno, cosa condividere come positivo e cosa segnalare come negativo. E’ l’apparato a stabilire di volta in volta quale atteggiamento tenere di fronte ai diversi oggetti, quale musica ascoltare e quale disprezzare, quali film vedere e quali scartare sdegnati, quali programmi televisivi dichiarare interessanti e quali invece oggetto di scherno e ludibrio collettivo, e così via. Soggetti militarizzati che considerano scelte volontarie le regole d’ingaggio alle quali si conformano. Il reblogging è la voce tirannica di un apparato ideologico che definisce e propaganda le proprie gerarchie e i propri valori per poi convincere i soggetti che ne diventano ingranaggi che la loro adesione alle varie campagne è frutto di una libera scelta. E’ la falsa scelta divenuta regola di comportamento: di fronte ad uno spettro di alternative, il soggetto si considera libero di scegliere, ma quali siano le scelte giuste e quali le sbagliate è già stato stabilito a monte. Sono le regole d’ingaggio dell’apparato culturale di riferimento a stabilire cosa contestare e cosa condividere, cosa diffondere ed in quali termini.

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