Porno: il Sesso del Diavolo


Alla fine degli anni ’60, quando l’affermarsi di temi legati all’emancipazione sessuale nella società italiana comincia a entrare in contrasto con i costumi della tradizione, uno dei grandi maestri del cinema italiano realizza un film nel quale cattura in modo esemplare questa tensione. In Brucia Ragazzo, Brucia, Fernando Di Leo racconta la storia di Clara, una signora borghese che, durante una villeggiatura estiva al mare in compagnia della figlia e della zia, viene sedotta da uno studente bagnino e per la prima volta nella sua vita prova un orgasmo. Clara confessa l’accaduto al marito e gli chiede per quale motivo con lui non fosse mai accaduto. Il marito va su tutte le furie e la tratta da puttana, affermando la propria volontà di lasciarla e portare la figlia con sé negli Stati Uniti. Non appena lui esce di casa, in preda alla più nera disperazione la donna decide di suicidarsi ingoiando una dose letale di psicofarmaci. Tornato in casa, l’uomo trova la moglie priva di sensi e capisce subito cosa ha tentato di fare. Potrebbe chiamare un’ambulanza e salvarla. Invece decide di uscire nuovamente e abbandonarla a morte certa, facendo finta di non essere tornato e di non avere scoperto l’accaduto. In questo piccolo dramma borghese il risveglio sessuale femminile soccombe di fronte alle resistenze che incontra all’interno di una cultura e una tradizione nella quale il maschio continua a occupare una posizione di dominio, e non sembra avere alcuna intenzione di rinunciarvi.

Al di là della questione del tradimento, è soprattutto la richiesta di spiegazioni da parte della donna sul perché non abbia mai provato un orgasmo all’interno della vita sessuale coniugale a provocare nel marito due immediate conseguenze che si intrecciano tra loro: un’involontaria accusa di inadeguatezza (il marito non ha mai fatto provare un orgasmo alla moglie) va a sfumare in un quadro all’interno del quale anche la donna rivendica il diritto di godere, di provare piacere e di non essere costretta a rimanere al servizio dell’egoistica soddisfazione della sessualità del marito. Allo stesso tempo, sebbene non immune dall’onta dal tradimento, la rabbia del marito nasce soprattutto dal trovarsi di fronte una donna che, rivendicando il proprio diritto al piacere, sovverte la sua visione del mondo, la sua concezione dei rapporti tra uomo e donna, e dei confini che ne dovrebbero limitare il comportamento in modo esclusivo. Non solo liquida ciò che ha fatto il bagnino per farle provare piacere come “tecniche”, ma rilancia dichiarando che l’assenza di orgasmi nella vita sessuale della moglie era frutto del suo controllo. In pratica, non solo afferma che la donna non ha alcun diritto di provare piacere, ma anche che un simile desiderio è vizioso ed innaturale: “Hai conosciuto una parte di te che non m’interessa, dove hai trovato delle voglie innaturali… Essere donna ha dei limiti… oltre i quali esiste solo il vizio“.

Il film di Di Leo non è in alcun modo pornografico in senso stretto, ma proprio nel suo evidenziare il contrasto tra una sessualità alla ricerca di un’affermazione di sé e un’ideologia dominante che cerca di controllarla reificandola, il tema che affronta è tutt’altro che distante da uno degli elementi che dividono coloro che si occupano di porno (nel mondo del cinema, come dello spettacolo in generale). Si tratta della questione secondo cui qualsiasi donna, nel momento stesso in cui esibisce pubblicamente la propria sessualità, contribuirebbe a consolidare una certa concezione maschilista della donna come oggetto. In altre parole, chi critica il porno sulla base di una presunta sottomissione della donna a una visione maschilista della sessualità, sostiene che la pornografia non sarebbe altro che una manifestazione di un’ideologia maschilista imperante. E a nulla varrebbe indagare su quali possano essere di volta in volta le scelte e il livello di consapevolezza delle attrici coinvolte.

In tutto ciò è presente una contraddizione di base che fa sì che simili posizioni finiscano con l’assumere i connotati di ciò che criticano. Essendo l’oggettificazione un processo di interpretazione, la letteratura anti-porno oggettifica la donna proprio attraverso l’atto di non tenerne in considerazione la volontà della donna stesssa (l’attrice), le sue scelte e la sua ricerca di soddisfazione. Come il marito di Clara che si infuria di fronte alla moglie che chiede spiegazioni sul perché non abbia mai provato un orgasmo, quasi come se il suo desiderio di provare piacere fosse non solo inopportuno ma addirittura pericoloso per il mantenimento degli equilibri famigliari (da qui la minaccia di portarle via la figlia), così la letteratura anti-porno non tiene in considerazione la volontà dell’attrice di praticare il sesso davanti ad una telecamera. Allo stesso modo ne mortifica l’autodeteterminazione, il diritto di utilizzare il proprio corpo per arrivare a una qualche forma di soddisfazione. Si tratta di quella che Michel Foucault definiva come l’abiezione di parlare per gli altri, la pratica di parlare per conto di altre persone senza interpellarle (di parlare per conto degli omosessuali senza tenere conto delle loro opinioni, degli abitanti di un ghetto senza che sia presente nessuno di loro, della sessualità di un’attrice porno senza che questa possa esprimersi in prima persona e così via).

Vale la pena di notare che comunque le osservazioni di chi sostiene che durante la visione di un film pornografico la donna può essere vista come un oggetto sessuale non sono completamente infondate. Essendo questa un’operazione che viene compiuta da chi guarda, risultare assai difficile anche solo immaginare che i milioni di uomini che osservano donne nude dedicarsi alle più diverse pratiche sessuali siano dediti alla contemplazione delle attrici nell’affermazione dei loro diritti all’autodeterminazione. L’eventuale giudizio dello spettatore secondo il quale un’attrice che si spoglia o che fa sesso davanti a una telecamera sia da considerare, proprio in virtù di questo suo agire, un oggetto sessuale e in quanto tale sia dominabile e dominato rimane una responsabilità di chi esprime il giudizio stesso, cioè di chi guarda. Non è la produzione in sé (il film) a oggettificare la donna, ma lo sguardo di chi guarda. Attribuire responsabilità riguardanti l’oggettificazione delle donne a una Jenna Haze o a una Sasha Grey, a partire dal loro diritto ad utilizzare il proprio corpo come meglio credono, significa avallare la mentalità maschilista per cui una donna che vive liberamente la propria sessualità può essere condannata in pubblico a una gogna morale. Si tratta proprio di quella mentalità maschilista secondo la quale, ancora oggi, un uomo che va a letto con molte donne è un playboy o un rubacuori, mentre la donna che fa altrettanto con molti uomini è una puttana.

Il risultato di una simile prassi conduce a una deresponsabilizzazione (parziale o totale) del soggetto rispetto alle sue opinioni o azioni attraverso l’attribuzione di colpe a certi tipi di produzioni culturali (musica, film, fumetti, videogiochi, etc.). E l’ovvia conseguenza di un simile approccio consisterebbe nel poter affermare che non è tutta colpa sua, se un uomo considera le donne alla stregua di oggetti sessuali: sono le attrici che elargiscono le loro grazie allo sguardo indiscreto di una telecamera a indurlo a pensare una cosa simile. Si tratta di un processo analogo a quello in base al quale alcune persone hanno cercato di attribuire a un Marilyn Manson una parte di responsabilità per quanto avvenuto alla Columbine, oppure che ha portato altri a sostenere che la violenza giovanile sia una conseguenza anche del diffondersi di un certo tipo di videogiochi, di film, e così via. Sono forme di caccia alle streghe che cercano le manifestazioni del maligno e tentano di scacciarlo ed eliminarlo; è un aspetto della radice cristiana della morale occidentale, per cui se accade qualcosa di male è perché un diavolo ha indotto qualcuno in tentazione.

Posta la questione relativa all’assoggettamento della femminilità a una mentalità maschilista, un’ipotetica soppressione dell’industria porno non andrebbe a modificare le sue condizioni concrete. E’ solo un modo per nascondere la proverbiale sporcizia sotto il tappeto. Non è occultando la pornografia e confinando la sessualità femminile nell’ambito del privato (come avviene nell’esempio di Clara e di suo marito nel film di Di Leo) che il predominio maschile viene messo in discussione. Nel momento stesso in cui si sostiene che le scelte della pornostar che si afferma attraverso la spettacolarizzazione della propria sessualità sono inconsapevoli e vittime del predominio maschile, si finisce con l’avallare i pregiudizi di chi, di fronte a un film porno, crede di aver trovato una conferma delle proprie opinioni secondo cui se una donna non è una santa del focolare allora non può essere altro che una puttana. Come se dal giudizio sull’attrice fosse naturale ricavare un giudizio sulla persona fuori dal set, e viceversa. Senza considerare che si tratta pur sempre di cinema, e che nessuno si sognerebbe mai di esprimere dei giudizi, ad esempio, su Anthony Hopkins, sulla base dei crimini compiuti da Hannibal Lecter.

Che gli attori impegnati sul set stiano facendo realmente sesso, è evidente. Ma per quanto possano essere reali gli atti sessuali compiuti davanti alle telecamere, una volta finito di girare e montato, il film porno non costituisce una rappresentazione della realtà. Si tratta di un tentativo di rappresentarla, e in tal senso potrebbero essere trovati dei punti di contatto con quanto teorizzato dai registi neorealisti italiani. Ma proprio come nel caso del Neorealismo, la verosimiglianza (nonché l’efficacia delle immagini) non viene ottenuta attraverso una sorta di ingenuo filmare qualcosa che accade davanti all’obiettivo. E non si tratta solo dell’interpretazione degli attori, del loro dedicarsi a un’attività sessuale sacrificando il proprio piacere e la propria comodità in favore dell’occhio della videocamera. La narrazione dell’atto sessuale non avviene solo attraverso l’interpretazione degli attori sul set ma anche, quando non soprattutto, attraverso il posizionamento della videocamera e il successivo montaggio delle sequenze. Trattandosi di cinema, la scelta delle inquadrature, la distanza della videocamera dai corpi che vengono ripresi, la scelta dei piani di ripresa (interi piuttosto che primissimi), i movimenti di macchina, nonché, in fase successiva, la presenza o meno di una colonna sonora (ed eventualmente quale), la scelta di quale ordine dare alle riprese, il ritmo con cui avvengono gli stacchi, l’uso dell’alternanza di campo e controcampo, l’eventuale utilizzo di espedienti quali la dissolvenza incrociata o la sovrimpressione, e molto altro ancora, sono tutti elementi che vanno a costruire una grammatica filmica in base alla quale non è possibile liquidare ciò cui lo spettatore finale assiste come generica ripresa di un atto sessuale.

Una sequenza di un film pornografico non cattura l’atto sessuale, piuttosto ne fornisce un racconto, la narrazione vista da una o più prospettive. E si tratta di una narrazione nella quale, proprio in funzione del suo obiettivo mirante a un coinvolgimento del pubblico, il corpo femminile deve essere fatto risaltare, attraverso luci, inquadrature, abbigliamento sexy e quanto altro. Tutti elementi inaccettabili all’interno di una cultura nella quale l’uomo voglia mantenere il controllo sulla donna, nella quale il successo al di fuori delle mura domestiche deve essere scoraggiato perché rappresenterebbe una minaccia al suo potere e alla sua autorità. A tal proposito vale la pena di ricordare come, da un punto di vista cronologico, in Italia l’avvento della pornografia precede l’abrogazione delle disposizioni sul delitto d’onore, e non viceversa.

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