Noi, chi?


Storicamente, il plurale maiestatis, cioè l’uso da parte del parlante (o dello scrivente) della prima persona plurale anziché della prima persona singolare per rivolgersi a sé stesso, veniva utilizzato principalmente da autorità in campo politico o religioso (sovrani, papi, etc.), ed era un segno distintivo della forza e del potere di chi parlava. Ma non si trattava di una semplice bizzarria propria dei potenti per distinguersi dai sudditi e dai sottoposti in genere. Piuttosto era l’espressione della voce di una collettività: le decisioni che il sovrano affermava in modo maiestatico non intendevano essere espressione della singola volontà del sovrano, ma di quella moltitudine che era ad essa legata. Il “noi” del sovrano non era un “io” mascherato, era piuttosto la voce di un popolo, di un paese, di una comunità spirituale o altro ancora, che si incarnava nel sovrano e nel suo dire. In pratica, attraverso il passaggio dall'”io” al “noi”, la singolarità personale del dominante trascendeva su un piano generale dove finiva con l’inglobare le particolarità ad essa sottoposte. Le singole peculiarità di ogni appartenente alla comunità in questione venivano annullate, in nome di un tratto distintivo comune (la nazionalità, la fede religiosa, etc.). Nel passaggio dall'”io” al “noi” proprio del plurale maiestatico, il sovrano si ergeva ad incarnazione di una collettività, e le singolarità delle moltitudini ad esso sottoposte venivano annullate all’interno di un generale più ampio. Il calzolaio, il panettiere, il contadino e tutti gli altri sudditi trovavano spazio all’interno del “noi” in funzione del loro essere parte di qualcosa, di un popolo, di una comunità religiosa, e così via. In pratica, il “noi” maiestatico era una manifestazione della dominanza  dell’autorità sugli appartenenti ad una comunità (intendendo “appartenenza” nel doppio senso di “essere parte di qualcosa”, di “partecipare”, ed allo stesso tempo di “appartenere” come “essere proprietà di”).

Oggi, l’uso del plurale maiestatico in senso stretto, inteso cioè come modo consueto di esprimersi in pubblico da parte di un’autorità, è andato largamente in disuso. Ma in un senso decisamente più ampio, è possibile percepire echi del plurale maiestatico nell’uso comune del “noi” quando questo ambisce ad esprimere una rappresentanza in base all’appartenenza ad un gruppo, e soprattutto in ragione di quanto più ampia risulta essere la distanza tra chi esprime l’enunciato avente valore collettivo e la collettività stessa oggetto dell’enunciato. In altre parole, la presunzione d’autorevolezza sulla base dell’appartenenza ad un gruppo è direttamente proporzionale alla distanza tra il parlante e la collettività espressa attraverso il “noi” all’interno di una frase: quanto più diminuisce o si sposta su un piano generale l’appartenenza (intesa come “esser parte di”), tanto più aumentano le ambizioni di autorevolezza e dominanza. Ad esempio, il padre che parlando a nome di tutta la famiglia afferma “(noi) ci siamo divertiti molto in vacanza”, o il capitano di una squadra sportiva che commenta risultato con un “(noi) abbiamo meritato il risultato”, stanno ovviamente parlando rispettivamente a nome delle proprie famiglia e squadra, e le loro affermazioni sono espressioni di partecipazione e condivisione ad esperienze comuni. Ben differente è, invece, il caso in cui un individuo pretende di parlare a nome di un’ampia collettività di cui non è in alcun modo rappresentante, come ad esempio un intero popolo, con l’intento o di appropriarsi di meriti non direttamente propri, o di prenderne ironicamente le distanze attraverso una denuncia. Per quanto chiaramente privo del potere e dell’autorevolezza che un sovrano poteva manifestare attraverso la pronuncia del “noi” al posto dell'”io”, il normale cittadino moderno che si trova ad emettere giudizi in nome di una collettività di cui si pone come portavoce, cerca di fare qualcosa di simile, perlomeno in potenza: dominare una collettività in nome di un’appartenenza comune, da cui però intende prendere le distanze ponendosi, più o meno implicitamente, su un piano differente. Quando, ad esempio, un italiano afferma che “noi (italiani) siamo un popolo di maleducati” pronuncia una frase il cui scopo non è tanto enunciare una verità di cui lo stesso parlante è partecipe, quanto piuttosto utilizzare l’appartenenza al gruppo cui viene fatto riferimento per offrire l’apparenza di un fondamento ad un’affermazione che altrimenti apparirebbe immediatamente in tutta la sua superficiale genericità.

Infatti, se l’italiano dell’esempio affermasse “i tedeschi sono maleducati” o “gli albanesi sono maleducati” o “i senegalesi sono maleducati” (e così via per un qualunque popolo), immediatamente simili enunciati apparirebbero per quello che evidentemente sono: pregiudizi atti, in questo caso, a denigrare un intero popolo sulla base di un convincimento personale, di un “sentito dire”, di un luogo comune, etc. Ma nel momento in cui l’affermazione coinvolge lo stesso parlante in quanto appartenente al gruppo in oggetto, l’infondatezza pregiudiziale non appare in modo altrettanto lampante, mascherata dalla presunta autorità di chi emette il giudizio in quanto appartenente, perlomeno formalmente, all’insieme di cui parla. Dietro la denuncia ed il biasimo nei confronti di un gruppo di cui fa parte anche il parlante si nasconde una presa di distanza, esplicitata attraverso l’uso di un “noi” avente una funzione meramente formale. Solitamente, chi afferma “(noi) siamo un popolo di maleducati” non intende dire “gli italiani sono un popolo di maleducati ed io in quanto italiano non faccio eccezione”, quanto piuttosto “gli italiani sono un popolo di maleducati ed io lo so, pur non condividendo tale comportamento, in quanto italiano”. Come il sovrano che dichiarava maestosamente “combatteremo il nemico fino alla morte”, pur senza la benché minima intenzione di abbandonare il trono ed il castello, così il moderno cittadino che denuncia il suo stesso popolo distanziandosene non fa un’operazione formalmente molto diversa: estende le sue idee ed i suoi giudizi individuali su un piano collettivo mascherandole dietro un’appartenenza da cui prende le distanze nel momento stesso in cui formula la sua affermazione. L’essere italiano del parlante non è funzionale all’autodenuncia della propria maleducazione, quanto alla denuncia di un insieme da cui prende le distanze. Infatti, al di là dell’apparente autorevolezza che discenderebbe dall’essere parte del gruppo che si denuncia, nel momento stesso in cui la denuncia viene espressa c’è una presa di distanza che mina alla base il fondamento (l’appartenenza, appunto) per trasformare l’affermazione nell’esternazione di un pregiudizio camuffato.

Per fare un altro esempio, si potrebbe prendere una frase del tipo “la televisione ci controlla e ci dice cosa dire e cosa pensare”. Anche in questo caso, il parlante usa un “noi” per esprimere una sua valutazione cercando di aumentarne l’autorevolezza attraverso la dichiarazione di essere parte della collettività di cui sta parlando. Il problema, anche in questo caso ed in modo ancora più lampante che nell’esempio precedente, è che per fare un’affermazione del genere è necessario che il parlante sia collocato al di fuori della collettività di cui parla. Intrinsecamente contraddittoria, una simile frase mina il proprio fondamento nel momento stesso in cui viene enunciata. Partendo dall’assunto dell’esempio, e cioè che la televisione sia in grado di controllare le parole ed i pensieri, se veramente il soggetto fosse parte del “noi” di cui parla, si arriverebbe alla conclusione che la televisione fa dire al soggetto che lo tiene sotto il suo controllo. In pratica, una pura e semplice ammissione da parte del mezzo televisivo che, controllando la collettività, fa sì che questa prenda coscienza della sua mancanza di autonomia proprio dichiarandolo. Si tratterebbe quindi di una evidente contraddizione che andrebbe contro quanto invece il parlante sembra voler sostenere, e cioè che la collettività di cui fa parte è sotto l’influenza ed il controllo mediatico senza rendersene conto. All’interno di un simile contesto, il parlante si porrebbe ovviamente come parte integrante della collettività di cui parla, ma allo stesso tempo come eccezione rispetto alle forme di controllo denunciate. Ed in quanto eccezione, si pone ovviamente al di fuori del “noi” della regola sostenuta.

Ecco quindi il senso di quel “noi” che così spesso serpeggia attraverso le affermazioni aventi come oggetto denunce e prese di distanza varie: nascondere dietro l’indeterminazione della collettività di cui si parla l’infondatezza di un pregiudizio, di una presa di posizione che se esplicitata paleserebbe una distanza in contraddizione con l’appartenenza suggerita. Una presa di posizione necessita di uno spazio entro cui avvenire, di confini che la delimitino, e nel momento in cui ci si colloca all’esterno di uno spazio  chiaramente non è più possibile rivendicare l’inclusione all’interno di questo come elemento fondante per l’espressione di (pre)giudizi. Tentando di esprimere giudizi su un insieme a nome di quell’insieme stesso al fine di prendere le distanze, il soggetto giudicante non solo si pone all’esterno di esso, ma allo stesso tempo tenta di muovere le sue affermazioni da una posizione gerarchicamente superiore. Perché in fondo, una volta autoesclusosi dall’insieme oggetto del suo sentenziare, l’obiettivo del soggetto è autodefinirsi per esclusione. L’obiettivo di un’affermazione come “la televisione ci controlla e ci dice cosa dire e cosa pensare” non è confessare che “siamo tutti sotto il controllo del mezzo televisivo, me compreso”, ma piuttosto autodefinire la propria superiorità (per esclusione) ponendo che “facciamo parte della stessa comunità, ma a differenza vostra io non sono sotto l’influenza del controllo mediatico”. Privo dell’autorità o comunque di un ruolo che lo definisca come rappresentante del “noi”, il soggetto maschera le pulsioni maiestatiche del suo dire attraverso il costume dell’appartenenza ad un gruppo dal quale, nemmeno troppo velatamente, prende le distanze.

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