Uomini Col Triangolo Rosa


Eletto presidente degli Stati Uniti per 4 volte consecutive, Franklin Delano Roosevelt è ricordato soprattutto per aver fatto superare al suo paese le difficoltà della Grande Depressione col programma di riforme economiche e sociali noto come New Deal, oltre che per averlo guidato alla vittoria nella Seconda Guerra Mondiale. Molto meno invece si tende a ricordare le direttive che emise attraverso l’Ordine Esecutivo 9066, in base al quale tutti i residenti di origine giapponese, anche se cittadini statunitensi, potevano essere evacuati dalle loro abitazioni e trasferiti in apposite strutture per valutare se costituissero una possibile minaccia alla sicurezza della nazione. In altre parole, centinaia di migliaia di persone di origine giapponese furono rastrellate e trasferite in campi detenzione sulla base di chiari pregiudizi di natura razziale. Le motivazioni che fornivano una giustificazione ufficiale al provvedimento facevano riferimento alla possibilità che tra le fila dei cittadini americani di origine nipponica (a volte anche di seconda o terza generazione) potessero nascondersi spie e complici del nemico. Si trattava di pregiudizi puri e semplici, tanto che nel 1988 il Congresso ed il Presidente statunitensi sottoscrissero un documento nel quale ammettevano che l’internamento dei cittadini giapponesi fu dovuto a “race prejudice, war hysteria, and a failure of political leadership” (“pregiudizi razziali, isteria bellica e mancanza di guida politica”). Un fatto in particolare fa sì che non possa esserci alcun dubbio sulla natura razziale del provvedimento: nessun trattamento simile era previsto per i cittadini con storie e cognomi riconducibili agli alleati dell’Impero del Sol Levante (italiani e tedeschi). Non era prevista alcuna soluzione finale, e tantomeno c’erano camere a gas o forni crematori, ma anche nel Nuovo Mondo il razzismo era ben vivo e in piena forma. Erano gli Stati Uniti degli anni ’40, le leggi Jim Crow erano ancora in vigore e lo sarebbero state ancora per oltre due decenni. Lo status di “separati ma uguali” sanciva di fatto la segregazione razziale per i neri. E sebbene giapponesi non lo fossero, nella società in cui vivevano le discriminazioni erano parte integrante della più ordinaria quotidianità.

Proprio come nel caso della segregazione degli afroamericani, l’internamento dei giapponesi veniva giustificato anche come un modo per proteggerli dall’ostilità degli altri cittadini. Con sfacciata e spudorata ipocrisia, i rastrellamenti e le deportazioni venivano motivati invocando il rischio che paure e timori irrazionali all’interno delle comunità potessero rendere i nippo-americani vittime di altri e più gravi crimini da parte dei loro concittadini. A differenza di quanto avveniva sul suolo europeo in quegli stessi anni, il razzismo statunitense rifiutava di definirsi tale: internava le vittime e affermava in pubblico di farlo per il loro bene. E con fermezza assoluta non accettava che altri potessero identificarlo per quello che era. Infatti, nella maggioranza dei casi, i razzisti non accettano di essere definiti tali. Al contrario inventano ragioni con lo scopo di negare la realtà e offrire un’immagine di loro stessi che li dipinga come persone perbene mosse da buone ragioni. Ostili al politicamente corretto, ne riscoprono il valore ogni volta che qualcosa stuzzica la loro ipersensibilità. Le motivazioni che adducono spesso evidenziano palesi contraddizioni logiche ed evidenti forme di arbitrarietà, ma il loro scopo non consiste nel risultare persuasive su un piano razionale, quanto piuttosto comunicare un’immagine positiva di sé. Si tratta di “elaborazioni secondarie”, gli aspetti di una storia che seppur in primo piano non ne costituiscono il nucleo, giustificazioni invocate con lo scopo di non esplicitare le vere ragioni (primarie). Di fronte a un nemico composto da un’alleanza formata da italiani, tedeschi e giapponesi, la scelta di internare solo questi ultimi allo scopo (anche) di proteggerli non è altro che un vestito presentabile buttato addosso al corpo nudo del razzismo verso i “musi gialli“. Nonostante a parole il razzismo sia rifiutato con sdegno, quando si passa ai fatti viene messo in pratica con cura nel momento in cui si sceglie di privare della libertà personale chi rischia di essere discriminato piuttosto che perseguire chi discrimina. Un po’ come accade in quelle culture dove le donne vittime di stupro devono guardarsi bene dal denunciare l’aggressione per evitare di essere condannate a morte per adulterio.

E anche un po’ come accade quando chi si oppone alle adozioni di bambini da parte di coppie omosessuali si giustifica ricorrendo alle possibili discriminazioni da parte dei coetanei e dei loro genitori. O come quando chi si mobilita contro il semplice riconoscimento giuridico delle coppie omosessuali agita lo spettro di una non meglio precisata minaccia alla società: un attacco alla famiglia tradizionale che pertanto necessiterebbe di essere difesa. In cosa consisterebbe questa presunta minaccia, questo attacco alla famiglia tradizionale, è un tema che non trova alcun riscontro al di fuori dei pregiudizi urlati negli slogan e di pseudo-teorie prive del più elementare fondamento scientifico. Anche perché risulta difficile sostenere in modo logico e razionale come sia possibile che una richiesta di estensione di particolari diritti possa rappresentare un attacco rivolto a quegli stessi diritti e a chi ne gode al momento. Per definizione, un attacco è un’azione ostile che viene sferrata ai danni di un obiettivo con lo scopo di sottometterlo o distruggerlo. Ma chiedere un riconoscimento che estenda anche alle minoranze diritti di cui gode la maggioranza non può essere considerato un attacco in alcun modo, in quanto non intende in alcun modo toglierli a chi già ne beneficia. Al contrario, una simile richiesta può muovere solo sulla base di un riconoscimento esplicito della validità e dell’importanza dei diritti in questione.

Nessuno definirebbe nei termini di “attacchi alla democrazia” le richieste di riforme e cambiamenti da parte di chi vive all’interno di regimi autoritari, al contrario sono giudicate conferme della validità delle istanze democratiche stesse. Allo stesso modo, e più in generale, una qualsiasi diffusione crescente da parte di un bene o di un servizio viene considerata indice di apprezzamento nei confronti dell’oggetto in questione, e non una minaccia allo stesso. Invece, in totale controtendenza, quello della “famiglia tradizionale” risulterebbe un ambito in cui un ampliamento degli aventi diritto viene propagandato come una minaccia, e non come una conferma della sua validità. Discorsi che assumono una qualche coerenza solo nel momento in cui si sposta il riferimento alla “famiglia” su un piano meramente strumentale per concentrare l’attenzione sul termine “tradizionale”: l’estensione dei diritti non è un attacco all’istituzione famigliare in sé, ma a una tradizione che definisce ruoli, privilegi ed esclusioni. E infatti, una volta messi da parte i blandi orpelli retorici, le argomentazioni di chi dichiara che le richieste da parte dei gay rappresenterebbero un attacco alla famiglia tradizionale si rivelano analoghe a quelle di chi sosteneva che l’estensione del diritto di voto alle donne avrebbe rappresentato una minaccia all’ordinamento sociale in vigore. O che i movimenti per i diritti civili e l’uguaglianza sociale negli Stati Uniti rappresentavano una serie di attacchi ai diritti dei bianchi. Posizioni, cioè, che risulta difficile non riconoscere come razziste e sessiste.

Ma il difensore dei valori tradizionali non vuole essere etichettato in un modo che reputa negativo, e perciò le sue scelte retoriche sono orientate al fine di giustificare in chiave positiva le sue azioni: a partire dall’impiego dell’excusatio non petita (“non sono razzista ma…”, “non sono omofobo ma…”) fino a tirare in ballo spauracchi di varia natura, che nel caso delle coppie omoaffettive si concretizzerebbero spesso in una corruzione lasciva, a tal punto da risultare grottesca, della sessualità di eventuali minori che potrebbero essere loro affidati. Le argomentazioni utilizzate sono prive di fondamento scientifico e non di rado anche incoerenti sul piano logico ma, come già accennato, il loro scopo non è dimostrare una tesi o essere persuasive sul piano razionale. Questa non è altro che un’elaborazione secondaria. Il suo scopo è fornire un’immagine di sé che non sia quella di chi sostiene una certa posizione in quanto razzista o omofobo, ma perché guidato dall’idea di un bene superiore. Come può essere, appunto, la salute fisica e psichica di un minore. O anche solo la paura priva di fondamento (fobia) nei confronti della possibilità che l’orientamento sessuale degli adulti possa condizionare lo sviluppo di quello del minore. Nei termini in cui viene posta, la questione riguarda solo la possibilità che l’eterosessualità del minore si trovi ad essere confusa dal diverso orientamento dei genitori. La questione di come sia possibile, sulla base di simili premesse, che da coppie eterosessuali nascano figli gay rientra nell’ambito delle problematiche che non vengono affrontate.

Nascondendo i propri pregiudizi dietro i vessilli della difesa dei deboli, gli omofobi sostengono che gli omosessuali non potrebbero svolgere una funzione genitoriale in quanto lo sviluppo dei minori non potrebbe prescindere dalla presenza di un padre e di una madre. Come fossero stati colpiti da una forma di amnesia selettiva, sembrano dimenticare come le società civili siano piene di bambini che non vivono in questa condizione, anche se nati in contesti eterosessuali, perché figli di genitori single, o separati, o divorziati, o vedovi. Un applicazione metodica e scrupolosa del principio secondo cui i bambini devono crescere in una famiglia con un padre e una madre imporrebbe di togliere la custodia dei figli ai single o ai vedovi. Ma quello che vale per gli eterosessuali non vale per i gay, e questo è un chiaro segno di discriminazione. Come lo è il fatto che chi dichiara di parlare in favore del benessere dei minori si preoccupa più dell’orientamento sessuale dei genitori che non delle condizioni di vita che questi potrebbero essere in grado di offrire. Di giorno, soprattutto nelle zone turistiche, non è difficile incrociare bambini in età scolare che associazioni criminali utilizzano per elemosinare. Di notte, sui marciapiedi ci sono schiave adolescenti in balia di sfruttatori violenti e senza scrupoli e di clienti (perlopiù maschi bianchi eterosessuali) interessati solo a eiaculazioni a buon mercato. Ma alla fine le manifestazioni che vengono organizzate in nome del benessere dei minori mostrano più preoccupazione nei confronti dell’idea che due persone dello stesso sesso, magari professionisti benestanti e in grado di garantire solide basi economiche al futuro dei figli, possano beneficiare degli stessi diritti di cui godono coloro che vi si oppongono.

Qualcuno a volte si lancia nell’idea che lo scopo della famiglia sia unire un uomo e una donna affinché possano procreare, dimenticando che la procreazione non necessita di istituzioni e riconoscimenti. E dimenticando soprattutto che non tutte le coppie sono in condizione di riprodursi. Se lo scopo della famiglia è far sì che un uomo e una donna possano procreare, le coppie che non hanno la possibilità di avere figli possono essere definite “famiglia”? L’interrogativo è retorico, ma non per questo ozioso: se nel suo insieme una coppia risulta impossibilitata a procreare, da un punto di vista biologico i tentativi di riproduzione hanno tante possibilità di successo quante ce ne sono tra due uomini o due donne. Ma il fatto che la prima abbia la possibilità di essere riconosciuta come coppia e la seconda no rappresenta un’altra, evidente, forma di discriminazione. I difensori dei valori tradizionali possono negare fino alla nausea di essere reazionari razzisti e omofobi, ma questo non cambia in alcun modo il valore delle loro azioni. In fondo, come raccontava Hannah Arendt, nemmeno Adolf Eichmann riconosceva se stesso come antisemita: le sue azioni si limitavano a rispecchiare in pieno i valori dominanti della sua Germania e del nazifascismo in generale. Il nazifascismo che deportava e internava nei campi concentramento gli uomini col triangolo rosa, anche in quel caso in nome di un bene, quello della famiglia tradizionale tedesca e della società ariana in generale.

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