Macelleria Cannibale di Mezzanotte


Premessa. Questo non è un post contro la prostituzione in quanto tale, ma contro il suo sfruttamento. Non riguarda il corpo femminile, ma il potere maschile. Non le scelte delle donne, ma il rimosso degli uomini. In un mondo ideale, concedere prestazioni sessuali in cambio di denaro sarebbe una professione legittima come qualsiasi altra. E cosa più importante in assoluto: sarebbe sempre il frutto di una libera scelta. Non l’ultima disperata risorsa di chi cerca un modo per sopravvivere, e tanto meno una forma di schiavitù che intrappola vittime invisibili tra violenze e abusi. In un mondo ideale, le lucciole si venderebbero per passione, quando non per professione, come tante Bocca di Rosa. Ma i dati e le cronache raccontano una realtà di segno opposto. Tutto questo per sgombrare subito il tavolo da pregiudizi e capovolgimenti valoriali: bias morali che dietro il paravento dell’emancipazione femminile si muovono in direzione dello sfruttamento sessuale. Non a caso, a schierarsi in prima linea per l’abrogazione della legge Merlin, sono spesso le voci più reazionarie, quelle sempre pronte a ringhiare la loro intransigente chiusura quando si tratta di concedere diritti e libertà. Ad esempio, ogni tanto si sentono proposte (anche da “sinistra”) volte a individuare zone nei territori dove la prostituzione dovrebbe essere “tollerata”. Aree controllabili dove le ragazze di strada potrebbero “esercitare” in modo più libero, in virtù di un minore intervento da parte dei controlli polizieschi: in altre parole, ghetti dove lo sfruttamento godrebbe di una tolleranza ancora maggiore. In altre parole, di fronte al problema dello sfruttamento e della riduzione in schiavitù, una risposta istituzionale (di nuovo, anche da “sinistra”) consisterebbe nell’individuazione di ghetti lontani dai cittadini esasperati dal degrado che la prostituzione di strada può comportare, dove sarebbe più semplice chiudere gli occhi e abbandonare le vittime della tratta alle violenze degli sfruttatori e agli abusi dei clienti. Tutto ciò mentre i decenni trascorsi a ridefinire la legge Merlin in termini bigotti e liberticidi hanno fatto dimenticare che, pur con tutti i suoi limiti, è stata prima di tutto un provvedimento volto a impedire che abusi e sfruttamento potessero continuare ad avere luogo con la complicità delle istituzioni statali.

Prologo – La Storia di Sophia

In preda al panico, Sophia ricorda la sera in cui fu rapita. Camminava lungo una strada di campagna a circa un chilometro da casa quando sentì una macchina che le si avvicinava. Paralizzata dalla paura, fu assalita da due uomini armati di coltelli che la obbligarono a entrare nell’automobile. La diciottenne romena pensava che l’avrebbero stuprata e uccisa. Pregava che le fosse risparmiata la vita. Invece fu portata presso un fiume dove venne venduta a un serbo che la fece salire su una piccola barca per attraversare il Danubio. Arrivarono in un appartamento in una città di montagna: non sapeva quale fosse il nome del posto, ma presto scoprì che si trovava in Serbia. C’erano molte ragazze là dentro. Provenivano dalla Moldavia, dalla Romania, dall’Ucraina e dalla Bulgaria. Alcune piangevano. Altre erano terrorizzate. Non dovevano parlare. Non dovevano nemmeno dire quali fossero i loro nomi o da dove provenissero. Per tutto il tempo uomini sgradevoli e malvagi entravano e uscivano trascinandosi le ragazze nelle varie stanze. Altre volte le stupravano davanti a tutte, urlando, ordinando loro di muoversi in un certo modo, di far finta di essere eccitate, di gemere. I criminali abusano delle ragazze in ogni modo, fisico ed emotivo. Quelle che oppongono resistenza vengono malmenate. Se non collaborano, vengono chiuse in celle buie insieme ai ratti, senza acqua né cibo per giorni. Il primo giorno Sophia pensò che avrebbe opposto resistenza. Poi vide cosa fecero a una ragazza che lo aveva fatto davvero. Proveniva dall’Ucraina. Era molto bella e con una grande forza di volontà. Due degli aguzzini cercarono di obbligarla a fare delle cose e lei si oppose. La malmenarono e le bruciarono le braccia con le sigarette. Ma lei continuava a rifiutare. Allora la presero a pugni e a calci, fino a quando non perse i sensi. Lei giaceva immobile a terra e loro la sodomizzarono. Quando finirono non si muoveva. Non respirava. Non c’era preoccupazione nei loro volti. Non fecero altro che trascinarla via.

Sophia fu “addestrata” durante il suo terzo giorno di prigionia. Terrorizzata si sottomise senza fare alcuna resistenza. Si muoveva come le veniva detto di fare. Fingeva di provare eccitazione a ogni spinta. Sapeva che non avrebbe avuto la forza di sopportare quello che di sicuro sarebbe avvenuto se avesse provato a resistire. Quella notte il suo unico desiderio era di morire. Era stata del tutto umiliata da uomini per i quali non era altro che un pezzo di carne. Una settimana dopo fu venduta a un pappone insieme ad altre due donne. Le tre furono trasportate su un camion in Albania, e da lì contrabbandate in Italia a bordo di un motoscafo nel cuore della notte, attraverso l’Adriatico. Lui era un tipo particolarmente cattivo, con l’inclinazione a minacciare le sue “proprietà” con bruciature di sigarette. Mise le sue donne al lavoro sulla Via Salaria, una strada molto trafficata che porta alla Città Eterna. Erano obbligate a vivere in uno scantinato umido dove dormivano su materassi in schiuma. Il pappone teneva tutti i guadagni, eccetto una piccola parte che concedeva per cibo e necessità basilari. Ogni notte alle ragazze non veniva permesso di fare ritorno a casa fino a quando non avessero messo insieme abbastanza soldi. Fu solo grazie alla comprensione di un avventore se Sophia riuscì, dopo tre mesi di quella vita, a fuggire e trovare accoglienza in un centro di recupero cattolico in Sud Italia.

(una storia tratta da The Natashas, The New Global Sex Trade, di Victor Malarek)

Una Norma di Civiltà

Il periodo di schiavitù di Sophia nei dintorni della capitale durò circa 3 mesi. Racconta che ogni notte era costretta ad avere rapporti sessuali con un numero variabile da 10 a 30 uomini per portare al suo sfruttatore i soldi che pretendeva. Moltiplicando una media di 20 rapporti a notte per il suo periodo di schiavitù, si arriva intorno a un paio di migliaia di rapporti non consensuali nel giro di pochi mesi. Prendendo questo numero e moltiplicandolo per le ragazze che dividevano la strada con lei, e poi per tutte le strade nelle varie città italiane, è la matematica a parlare di milioni di violenze sessuali a pagamento ogni anno. Per molte ragazze questa schiavitù dura anni, nell’indifferenza generale, delle istituzioni come dei media. Gli stessi che non esitano a trasformare la prostituzione in un caso nazionale quando si tratta di giovani ragazze italiane, magari provenienti da quartieri bene, perdono tutta la loro integrità morale quando si tratta di schiave sconosciute, immigrate clandestine contro la loro volontà. E così i clienti possono continuare a pagare per soddisfare i loro desideri: centinania di migliaia di stupri ai danni di vittime obbligate a sorridere.

L’esistenza di una percentuale di donne che vende prestazioni sessuali per libera scelta non è in discussione. Anzi lo testimoniano, tra l’altro, le azioni e le comprensibili richieste di diritti e tutele da parte delle associazioni di sex worker. Non tutte le ragazze che si vendono sono vittime, ma tutti gli uomini che pagano per fare sesso senza avere la certezza di avere a che fare con una persona libera e consenziente possono essere considerati come potenziali stupratori. Perché pagare per fare sesso con una persona che potrebbe non essere né libera né consenziente è molto simile all’idea di andare in giro a giocare alla roulette russa con la testa di qualcun altro. L’idea che moltitudini di donne dall’Africa o dall’Est Europa abbiano scelto di abbandonare i loro paesi di origine per cercare un futuro migliore nel farsi scopare per strada da decine di uomini ogni notte per una miseria potrebbe risultare ridicola, se non fosse invece indice di una rimozione su vasta scala che ignora un dramma pur di non rinunciare al proprio piacere e alle proprie convinzioni. (I dati sul turismo sessuale nel mondo evidenziano piuttosto come non sia affatto necessario emigrare per prostituirsi: il sesso è una fonte di guadagno, quando non una vera e propria attrazione turistica, anche nei paesi del Terzo Mondo.) Le strade sono piene di ragazze lontane da casa, attirate con promesse di lavori come modelle o hostess, o anche solo come badanti o cameriere o donne delle pulizie, obbligate ad andare con chiunque sia disposto a pagare poche decine di euro a botta. I marciapiedi non sono set di film romantici, dove dietro ogni cliente potrebbe nascondersi un lieto fine con un principe azzurro. E non sono nemmeno set di film porno, dove sono in vigore controlli medici e sanitari, come i clienti non sono pornodivi con fisici scolpiti da ore in palestra, puliti e depilati. Il ricordo della puzza di sudore e dell’odore rancido di alcol nell’alito degli uomini che ansimavano mentre abusavano di loro è ricorrente nei racconti delle donne uscite dalla condizione di schiavitù sessuale.

Sebbene la legge Merlin continui a essere dipinta come una legge bigotta e liberticida, il frutto di una morale sessuofobica, in realtà non è mai stata altro che un primo vero passo verso un’adesione concreta anche da parte dell’Italia a quella Convenzione per la repressione della tratta degli esseri umani e dello sfruttamento della prostituzione adottata dalla Nazioni Unite nel 1949, che appunto vieta qualsiasi tipo di sfruttamento della prostituzione. Pur con tutti i suoi limiti, è stata il risultato di una lunga lotta volta a contrastare abusi e violenze. Forse l’unico possibile nell’Italia maschilista degli anni ’50. Abrogare questa legge senza prima aver risolto tutti i problemi che non ha potuto affrontare non significa altro che lasciare che riaffiori la situazione di sfruttamento e degrado che c’era prima della sua entrata in vigore. Non possono non sorgere dubbi sulla natura di questa battaglia quando a portarla avanti sono conservatori e reazionari di diversa cultura ed estrazione. Sono gli omofobi e i maschilisti di oggi,  come i Montanelli, autore del famoso libello Addio, Wanda!, e i parlamentari missini e monarchici di ieri. Sono quelli per i quali una donna ha tutto il diritto di disporre del proprio corpo nel caso in cui voglia farsi scopare per soldi, ma che non gode degli stessi diritti se intende offrirsi per portare avanti una gravidanza in favore di coppie per le quali non è possibile.

L’idea che i padri spirituali e ideologici di quanti oggi si oppongono all’aborto come anche a qualsiasi sessualità che non sia quella che loro riconoscono come “tradizionale” possano aver agito guidati da principi di emancipazione e liberazione è priva di fondamento. Nelle righe scritte dal giornalista toscano, dietro un’ipocrita benevolenza di facciata, si agita violenta una visione della società maschilista e misogina in cui le donne sono divise in due grandi categorie, entrambe subalterne al maschio: le puttane e gli angeli del focolare. Tanto che, a ben vedere, a trasudare moralismo e sessuofobia erano piuttosto i sostenitori dei bordelli. Infatti per questi il sesso era qualcosa di sudicio, qualcosa da tenere al di fuori della dimensione domestica. I lupanari erano i luoghi dove gli uomini potevano fare tutte le cose sporche che desideravano senza insozzare le lenzuola di casa, pagando i servizi di femmine indegne di essere rispettate se non in virtù del ruolo che il bordello assegnava loro. Sulla base di questa visione degradata del sesso, non solo l’infedeltà maschile era del tutto accettabile, ma rappresentava anche una forma di rispetto per le mogli. Sulle puttane ricadeva il compito di appagare tutte quelle voglie, quelle richieste, che gli uomini non avrebbero mai dovuto fare alle loro mogli. Anche perché nessuna donna perbene avrebbe mai dovuto prendere in considerazione anche solo l’idea di soddisfarle.

La realtà storica delle case chiuse, ripulita dalle nostalgie misogine e dall’immaginario maschilista, restituisce l’immagine di luoghi squallidi dove le donne venivano escluse dai diritti e da qualsiasi possibilità di cambiamento. Quelle che ci finivano dentro, per scelta o per necessità, quando non con l’inganno, venivano registrate come prostitute presso l’ufficio di pubblica sicurezza e perdevano la possibilità di fare altri lavori. Tanto che è proprio lo stesso Montanelli a fare riferimento alle case chiuse nei termini di veri e propri spauracchi da usare contro le figlie che non volessero mantenersi vergini per l’uomo che le farà diventare mogli casalinghe e madri. Il timore da parte dei difensori dei bordelli era che in un paese privato della minaccia della condanna alla prostituzione, senza più la distinzione tra vergini e puttane, le donne avrebbero potuto iniziare a rivendicare il diritto a vivere secondo costumi e morali meno restrittive: venendo meno le prigioni in forma di bordelli si indeboliva anche l’istituzione della casa come prigione domestica.  Sul fronte opposto, invece, l’abolizione per legge di questi lager sessuali è stato il frutto di un impegno parlamentare durato circa un decennio, una lotta contro il degrado raccontata anche attraverso Lettere dalle Case Chiuse, una raccolta di lettere inviate dalle lavoratrici dei bordelli pubblicati dalla stessa senatrice socialista Merlin con la collaborazione di Carla Barberis Voltolina, la moglie del futuro Presidente della Repubblica Sandro Pertini.

Testimonianze come queste:

Senatrice Merlin, La sottoscritta (…) di (…) da M., abitante nel (…), esercente la libera professione di prostituta nella propria abitazione, le autorità locali di P.S. hanno obbligato la sottoscritta di esercitare il proprio mestiere nelle case di tolleranza. Poiché la scrivente non intende essere sfruttata dalle padrone, chiede un modesto lavoro in qualsiasi sede e con qualsiasi retribuzione mensile acché possa vivere un’altra vita seria e onesta. In attesa di tale ringrazia ed ossequia.

Egregia Onorevole Senatrice Sig. Merlin, Non mi meraviglio che i tenutari di queste case abbiano potuto corrompere coi loro milioni qualche professore medico che verrà inviato a Roma per cercare di parlare con qualche parlamentare onde dimostrare il danno che ne avverrebbe se chiudessero, per la gioventù, diranno questi dottori. Ma il danno non sarebbe per la gioventù, ma per i tenutari stesse che non potrebbero più fare la bella vita che conducono. Pensate che solo nella prima casa di M. composta di sei ragazze, dove la tariffa è di L. 1500, se un signore vuole intrattenersi qualche ora deve sborsare dalle 30-40-50 mille lire. Dietro quelle pareti chiuse nessuno li disturba e nessuno può immaginare ciò che succede. Altro che bisogno naturale fisiologico. Di naturale si possono contare qualche caso solo. Per questo ci sono tanti invertiti, ci pensano queste ragazze ad istruire la gioventù. Ci sono uomini con grandi nomi che il mondo ignora le loro turpi abitudini. Sempre la solita vecchia ragazza.

I viaggiatori di vestiti non possono entrare a vendere alle signorine se non vestono a gratis i signori padroni, ed allora questi viaggiatori sono costretti a prenderle per il collo queste disgraziate e mettergli un prezzo molto più superiore. Il profumiere la stessa sorte, è obbligato di fornire a gratis altrimenti non entrano più. La sarta idem. Il parrucchiere idem. E chi ci va di mezzo? Sempre queste povere disgraziate. Sono sempre loro che pagano tutto. Il personale in questi ambienti è pagato pochissimo dai padroni. Questo personale vive sulle spese giornaliere delle signorine, che a sua volta la quota del conto viene quasi tutta raddoppiata. Poi le signorine sono obbligate ogni quindici giorni a dare delle laute mance a tutto il personale perché altrimenti in quella casa non le prendono più. Uguale il mercato di bestie, né più né meno. Poi ci sono dei padroni che alla mattina si fanno il bagno con un litro di acqua di colonia nell’acqua, che si parla di tre o quattro mila lire giornaliere solo per il bagno. E tanta gente muore dalla fame. Le signorine ed il personale hanno il mangiare misuratissimo.

L’Apparente Doppia Velocità del Sessismo

Secondo quanto hanno osservato e raccontato giornalisti come Lydia Cacho e Victor Malarek, il mercato dello sfruttamento sessuale è in continua crescita. E non riguarda più solo le donne, ma anche transessuali, e sopratutto minori di entrambi i sessi. Qualsiasi proposta finalizzata a contrastare il fenomeno non può passare attraverso liberalizzazioni che incrementerebbero le possibilità di occultare lo sfruttamento attraverso attività in apparenza lecite. “In ogni metropoli in giro per il mondo, le ragazze vittime della tratta si mescolano con le donne che scelgono di prendere denaro in cambio di sesso. All’apparenza è difficile distinguerle. Vestono nello stesso modo e hanno lo stesso aspetto. Hanno la stessa espressione invitante. Sorridono, posano, si mettono in mostra e camminano in modo ammiccante. Questo è quello che i potenziali clienti e il pubblico vede nei bar o nelle strade. Ma è anche quello che gli sfruttatori si assicurano che vedano.” (Victor Malarek, The Natashas, The New Global Sex Trade)

Quando si è diffusa la notizia che migliaia di donne yazide, anche minorenni, erano state fatte prigioniere dai miliziani dell’IS per essere usate come schiave sessuali, sequestrate e imprigionate all’interno di bordelli-prigioni e costrette a subire ogni giorno ripetute violenze, l’opinione pubblica non ha esitato un attimo a indignarsi. Ma anche i soggetti che più si scandalizzano per vicende simili rifiutano a priori di prendere in considerazione l’idea che drammi simili possano consumarsi anche nei paesi occidentali. Sostituendo le donne yazide con altre non meno giovani provenienti dall’Africa o dall’Est Europa, i loro carcerieri con i criminali impegnati nella tratta di schiave sessuali, e infine i miliziani che le violentano con i clienti occidentali che pagano per i loro piccoli orgasmi, si ottiene una sorta di morphing sociale in cui i diversi profili degli uomini che abusano delle donne in schiavitù sfumano e si confondono tra loro. Il deserto siriano cambia forma e colore per trasformarsi nei marciapiedi italiani, nei bordelli tedeschi e olandesi, e così via. Mentre il destino a base di violenze fisiche, tortura e morte per le donne che si oppongono e resistono rimane lo stesso in entrambi i casi. E a meno che non si voglia credere che le strade siano piene di ragazze che hanno atteso di compiere il loro diciottesimo compleanno per viaggiare verso l’Italia, la Germania, l’Olanda, etc. e coronare il sogno di battere i marciapiedi in un paese del quale non conoscono nemmeno la lingua, gomito a gomito con la criminalità organizzata ed esposte alle malattie a trasmissione sessuale, appare chiaro che molte schiave sono anche minorenni.

Le cifre raccolte e diffuse dalle associazioni internazionali che si occupano di diritti umani a proposito della tratta a sfondo sessuale sono drammatiche, ma i sostenitori della legalizzazione della prostituzione argomentano invocando il diritto delle donne di utilizzare i loro corpi come meglio credono, anche vendendo sesso a uomini disposti a comprarlo. Non si tratterebbe di altro che di uno scambio tra due liberi adulti consenzienti, sostengono gli stessi soggetti che in altre occasioni si oppongono con tutta la forza di cui dispongono alla possibilità che persone dello stesso sesso possano formare un nucleo famigliare. Due posizioni che appaiono in contrasto tra loro se viste alla luce delle dichiarazioni a base di libertà e autodeterminazione. Ma che assumono una coerenza monolitica se lette nell’ottica di una forma di maschilismo tutt’altro che in regressione, quello stesso che sventola vessilli con le parole “natura” e “tradizione” per contrastare quei cambiamenti che percepisce come un ridimensionamento della centralità del maschio nelle società contemporanee. All’interno di una cornice sessista, appare “naturale” che possano esserci dei luoghi dove il maschio può andare per soddisfare i suoi bisogni, proprio come appare “non naturale” lasciare che due persone dello stesso sesso possano formare un nucleo famigliare. Quando il sessista parla di riconoscimento della prostituzione il suo obiettivo è tutelare la libertà del maschio di poter acquistare sesso dalle donne. La libertà femminile di vendere il proprio corpo per soldi è una conseguenza necessaria: è l’effetto, non la causa.

Nel suo libro Sex Trafficking – Inside the Business of Modern Slavery, Siddharth Kara dedica uno spazio anche ai marciapiedi italiani e alle ragazze che vi ha incontrato. Molte tra loro non avevano nemmeno diciotto anni, e alcune erano sulla strada da quando ne avevano appena quattordici, in mutandine e reggiseno bianchi anche a Novembre perché il freddo è comunque preferibile alle botte e alle punizioni. Attirate con la promessa di un lavoro regolare, arrivano dall’Africa e dai paesi dell’Est Europa per finire segregate in qualche appartamento di giorno e sorvegliate a vista nelle vie alberate e non illuminate di notte, dove code umane di spietati e insaziabili appetiti sfogano le loro voglie nei corpi di minorenni ridotte in schiavitù, dentro le automobili o dietro qualche cespuglio. E se qualcosa interviene a rallentare la coda in questi fast food a cielo aperto a base di carne adolescente (come l’invio di unità di strada da parte di qualche ONG impegnata nella promozione di salute e sicurezza tra le ragazze) gli uomini in coda non esitano a protestare e a suonare i clacson delle automobili, come se un qualsiasi ritardo nella loro consumazione fosse un disservizio vergognoso e inaccettabile. Le sopravvissute descrivono la strada come un vero e proprio inferno: il freddo delle notti invernali, l’alcol e le droghe per annebbiare i sensi, le botte non solo da parte dei protettori e ma anche dei clienti. Qualcuna riesce a scappare, qualcuna viene liberata, altre finiscono con l’essere recuperate quasi in fin di vita dai volontari di qualche ONG, abbandonate prive di sensi come elettrodomestici rotti che non valgono la spesa della riparazione, devastate dalle malattie sessuali e dai traumi psicologici.

Le botte dei clienti sono indici del fatto che in questo tipo di sesso non è in gioco solo il piacere fisico. C’è anche una componente di rivincita sociale che viene negata attraverso giustificazioni di vario tipo. Alla ricerca di scuse, vengono incolpati i media mainstream come la diffusione della pornografia, fino alle troppe pretese delle donne emancipate che andrebbero contro un non meglio definito bisogno fisiologico proprio della natura maschile. E nei casi più sfacciati alle prostitute stesse, che corromperebbero uomini altrimenti virtuosi per appropriarsi dei loro soldi. Ma rimane il fatto che grazie a questa forma di sfruttamento eserciti di uomini non ricchi, non giovani e belli, non in forma e spesso nemmeno puliti, possono mettere le loro mani addosso a ragazze che in condizioni di parità non riuscirebbero nemmeno ad avvicinare. Incluse quelle pornostar le cui produzioni sono accusate di essere la causa scatenante dell’eccitazione che spingerebbe i clienti a uscire di casa per andare a cercare prostitute e soddisfare le loro voglie con donne che non potranno rifiutarli. Come se fosse colpa delle donne emancipate e dei costi che l’uomo dovrebbe affrontare per corteggiarle senza alcuna garanzia del risultato, anche il fatto che centinaia di migliaia di turisti occidentali partono verso le mete del turismo sessuale dove, approfittando delle condizioni di povertà e degrado, possono collocarsi in alto nella scala sociale anche con mezzi limitati. Dove non si devono accontentare di qualche schiava picchiata e terrorizzata o di qualche tossica che si svende per qualche dose di droga. Dove possono entrare nei bordelli e guardarsi attorno come facevano i cowboy nei vecchi western al loro ingresso nei saloon. O dove magari possono vestire i panni di un ricco Edward che strappa una Vivian minorenne dalla strada nella loro distorta versione di Pretty Woman. Dove in una sorta di micro-metafora del concetto di “guerra umanitaria”, possono abusare di ragazzine nemmeno quattordicenni e giustificarsi dicendo che con i soldi che ricevono possono aiutare le loro famiglie a mangiare e sopravvivere. (In The Johns: Sex for Sale and the Men Who Buy, Victor Malarek ha esplorato questa galassia di alibi in molte delle sue avvilenti declinazioni.)

A differenza di quanto pensa chi misura il maschilismo in proporzione ai centimetri di pelle mostrati al pubblico attraverso video e giornali, quando il maschilista tipico si trova davanti ai media non vede una donna oggetto, ma una che possiede soldi, fama e potere: una donna che “va in giro a fare la puttana” anziché rimanere a casa a occuparsi della sua famiglia. O magari chiusa in un bordello a soddisfare i maschi (come lui, appunto). La presenza di donne in televisione viene vista come una minaccia. Poco importa che si tratti della valletta di un programma in prima serata o di un’attrice che accetta di recitare in sequenze sexy. Sono tutti esempi di donne di successo che hanno la possibilità di avere pretese e rifiutare qualsiasi offerta, a loro piacere. Sono donne che il maschio medio che va a prostitute non potrà mai avere. Lui lo sa e si vendica insultandole,  chiamandole “puttane” e vomitando offese nei social. Sono donne alle quali attribuisce la responsabilità dell’impossibilità di vivere nel suo mondo ideale: quello in cui l’uomo è il signore della casa e le donne, ubbidienti e servizievoli, lo assecondano in ogni sua richiesta e necessità.

E non si tratta di casi isolati. Appena qualche anno fa, aveva trovato spazio sui giornali la notizia di un’imminente diffusione di foto private della giovane attrice e attivista inglese Emma Watson, appena qualche giorno dopo il suo discorso davanti a un assemblea delle Nazioni Unite in favore della campagna HeForShe, un movimento in favore della parità tra i sessi. Con un tono trionfale, l’annuncio parlava di immagini che di sicuro l’avrebbero messa in imbarazzo, proprio come era già capitato a diverse sue colleghe. La notizia si è rivelata essere una bufala, come anche il sito con il conto alla rovescia che annunciava il momento della pubblicazione. Ma non tutto in questo episodio era falso: i milioni di click accumulati dal sito grazie alle visite di chi voleva vedere Emma Watson nuda, ben sapendo che non si trattava di una sua scelta, erano reali. Come lo erano i messaggi (o quantomeno una buona parte di essi) apparsi su forum e social network che esprimevano soddisfazione all’idea che presto la giovane attrice sarebbe stata umiliata in pubblico: il linciaggio attraverso l’esibizione della sua nudità sarebbe stato una sorta di contrappasso per le sue prese di posizione in ambito sociale. Una rivincita sulla femminilità analoga a quella imposta in precedenza a Jennifer Lawrence, Kate Upton e molte altre. E in un contesto culturale in cui è sufficiente un annuncio privo di fondamento per stanare moltitudini di persone pronte a trasformare lo slut-shaming in una sorta di flashmob virtuale su scala planetaria ai danni di donne ricche e famose, l’idea che abrogare una legge possa contribuire a migliorare la condizioni di migliaia di invisibili ha come unico riscontro la volontà di crederci.

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