La Compagnia della Terra Piatta


The Flat Earth Society is meeting here today, singing happy little lies,
And the bright ship Humana is well on its way with grave determination
And no destination
(Bad Religion)

Secondo la definizione, l’ipocrisia è quel tipo di comportamento in cui le parole vengono smentite da fatti di segno opposto: una persona sostiene di avere un certo tipo di idee, principi e valori, ma le sue azioni sono guidate da altri di segno opposto. E nel caso in cui venga messo di fronte alle sue contraddizioni non esita a negare la realtà o a scaricare la colpa su qualcuno o qualcosa. È il razzista che appoggia politiche discriminatorie ma nega di essere contro chi è diverso e pertanto non tollera di essere definito tale. Come l’omofobo che si offende se viene apostrofato con questo termine e nega di essere contro gli omosessuali, anche quando è impegnato contro qualsiasi modalità affettiva che differisca da quell’unica che è disponibile ad accettare. Per l’ipocrita è importante definire se stesso in termini a lui congeniali per evitare che le azioni parlino al posto suo, anche quando così facendo svela la propria vera natura in accordo con la più classica excusatio non petita: esterna il suo amore per la madre o la moglie quando si tratta di sostenere posizioni maschiliste, sottolinea di parlare da padre se le sue azioni possono arrecare sofferenza a dei bambini, dichiara di avere molti amici appartenenti a una minoranza alla quale non intende riconoscere o vuole negare dei diritti, e così via. È un individuo che afferma che per lui cose come l’ordine, la pulizia e il rispetto delle regole sono molto importanti, salvo poi contribuire in prima persona a deturpare il luogo in cui si trova. È anche colui che dopo aver sporcato esibisce la sua vibrante indignazione nei confronti dell’inciviltà altrui, e magari gonfia il petto e punta l’indice verso l’inadeguatezza di quanti avrebbero dovuto attivarsi per impedire il dilagare del degrado. Un profilo che, fuor di metafora, può essere utilizzato per descrivere molti tra coloro che popolano quello spazio che risponde al nome di mondo dell’informazione italiana.

Con una disinvoltura quasi invidiabile, tale da non lasciar intendere se si tratti di menzogna o inconsapevolezza, non è raro che noti e “autorevoli” nomi della carta stampata si lancino in dolenti Mala Tempora Currunt a proposito di come internet avrebbe danneggiato il panorama dell’informazione. Lamentano un appiattimento del sapere verso il basso, dove il consenso si scolla del tutto da meriti e competenze per diventare espressione puramente quantitativa dei “mi piace” che riesce a strappare agli umori di folle attirate con vari espedienti. Lamentano un’atomizzazione dell’informazione per cui notizie anche opposte si confondono a prescindere dall’autorevolezza delle fonti, in un magma indistinto dove analisi e verifica sono opzioni trascurabili rispetto alla ricerca di visibilità. A volte arrivano perfino a lamentare la crescente e dilagante violenza verbale, l’intolleranza e il bullismo (cyber e non), di quanti con logiche da branco si accaniscono contro singole persone o interi gruppi. Il tutto come se all’interno della categoria alla quale appartengono non siano stati in molti ad aver ricoperto un ruolo di primo piano in questa discesa libera verso l’abbrutimento. Proprio come quei padroni che fanno finta di non vedere mentre i loro cani sporcano le strade per poi disinvolti riprendere la loro passeggiata senza pulire lo schifo che si sono lasciati alle spalle, si guardano attorno con severo sguardo inquisitore alla ricerca di responsabili ai quali imputare la responsabilità del degrado dilagante. Un esempio fra tanti: i grandi organi di stampa hanno rilanciato per mesi la bufala della Blue Whale con editoriali sensazionalistici, titoli in prima pagina e servizi televisivi, e questo nonostante in molti si siano mobilitati fin dalla prima diffusione della presunta notizia per argomentarne l’infondatezza, quando non per per dimostrarne la falsità. Hanno smesso di parlarne solo quando la natura farlocca della notizia non poteva più essere messa in dubbio e l’effetto scandalo era svanito, limitandosi a fare finta di niente come se nulla fosse mai accaduto. Come il padrone che si lascia alle spalle il marciapiede dove il suo cane ha sporcato, appunto. Ecco allora che per rimettere le cose in prospettiva, senza false nostalgie rivolte a bei-tempi-che-furono che mai furono, vale la pena di tornare con la memoria a qualche anno indietro, a prima che la comunicazione social 2.0 assumesse un ruolo centrale nella cultura mainstream.

Nell’intervallo di tempo che separa gli albori di internet dal presente, da un passato quasi remoto in cui l’accesso alla rete era appannaggio di un’élite di nerd e smanettoni a un presente in cui con uno smartphone anche i bambini in età prescolare riescono a improvvisare interazioni col mondo virtuale, c’è stato un periodo intermedio in cui gli scambi tra utenti si distribuivano su molteplici piattaforme, e non all’interno di grossi contenitori. Si trattava perlopiù di blog e forum. Chi era interessato a discutere di qualcosa che lo appassionava doveva cercare gli spazi in linea con i suoi gusti e i suoi interessi: il forum dove si parlava di un certo tipo di musica, piuttosto che il blog dove si discuteva di politica o di attualità, o di un certo tipo di cinema, o di letteratura, e così via. Per chi ancora non frequentava la rete, sgombriamo subito il tavolo da qualsiasi idealizzazione: porcherie e bestialità c’erano anche allora. (C’erano blog complottisti che si proponevano di offrire giustificazioni al più becero antisemitismo, c’erano forum razzisti e omofobi, c’erano siti che propagandavano tesi negazioniste, e così via.) Ma la differenza strutturale sta nel fatto che la stragrande maggioranza di questi luoghi virtuali venivano creati per interesse e passione, e gestiti da persone che non ci guadagnavano nulla più di una loro soddisfazione. Motivo per cui per la maggior parte degli amministratori li curavano come fossero giardini personali, e pertanto si avvalevano di regole di condivisione e partecipazione finalizzate a evitare che un accesso libero e sregolato potesse ridurle in porcilaie.

Saltando avanti nel tempo e spostando l’attenzione sulla progressiva diffusione online delle testate giornalistiche professionali, si può osservare come molti dei principi validi all’interno dei vecchi forum siano stati messi subito da parte. Dal momento che le entrate economiche sono proporzionali alle visualizzazioni, aprire gli articoli ai commenti dei lettori significa aumentare le visite. Così come moderarli, cancellarli, o addirittura bannare i loro autori perché violenti e maleducati significa ridurle. Schierarsi in favore di un ambiente civile e controllato piuttosto che di una grande piazza affollata significa rinunciare a possibili guadagni. In pratica, a partire dai grandi quotidiani fino ad arrivare alle realtà più piccole, per questo motivo più o meno tutti hanno lasciato che i loro spazi fossero inondati da commenti di ogni tipo, intervenendo solo nei casi più estremi e indifendibili, cioè quelli in cui si potevano delineare rischi di natura legale (quindi multe e sanzioni), e presentando questa politica editoriale come apertura nei confronti del dibattito tra le più diverse opinioni. Inoltre, con il diffondersi dei social network, le maglie di questa linea di condotta si sono allentate ancora di più per meglio sfruttare gli spazi dove, in ragione della facilità di accesso ai commenti, i discorsi violenti e fuori contesto si sono moltiplicati in misura esponenziale. Scivolando con lo sguardo sulle opinioni dei lettori in calce agli articoli, spesso autentiche gallerie degli orrori dove i pregiudizi si declinano attraverso le più svariate forme di sgrammaticature mentre il risentimento si affanna alla ricerca di vestiti presentabili, si può osservare come una buona metà di quello che si può leggere non avrebbe mai passato le maglie di una moderazione ordinaria su un vecchio forum. Una cifra che può tranquillamente superare i tre quarti, se vista alla luce di forme di moderazione più severe e attente. Sia chiaro che non v’è nulla di illegale nella scelta di preferire la quantità alla qualità, le entrate economiche al valore dei contenuti. L’ipocrisia sorge però nel momento in cui, dopo aver portato avanti queste politiche editoriali per anni, si guardano attorno alla ricerca di capri espiatori da incolpare per lo schifo che hanno lasciato entrare da ogni apertura. A volte nascondondesi dietro una scelta di non “censurare” i commenti che mistifica il senso stesso della libertà di espressione, trasformando il sacrosanto diritto ad avere ed esprimere opinioni senza andare incontro a problemi e persecuzioni, in una sorta di obbligo a lasciare che chiunque possa sfruttare qualsiasi spazio desideri per propagandare indisturbato tutto quello che gli pare.

(I Valori della Resistenza) Una Parentesi Aperta

Pseudo-morals work real well
On the talk-shows for the weak
(Marilyn Manson)

Come già scritto altrove, ostinarsi a ribattere punto su punto all’interno del campo polemico definito dall’avversario non sembra essere una linea vincente. Soprattutto quando buona parte della linea politica di questo è proprio votata a provocare e a spruzzare abnormità propagandistiche a getto continuo. E soprattutto in un contesto in cui proprio coloro che per professione dovrebbero verificare e analizzare le notizie che diffondono preferiscono limitarsi a cavalcare la dichiarazione a effetto fornita dal demagogo di turno. Non ha senso rispondere, o anche solo interfacciarsi, con chi non ha alcun interesse a portare avanti un confronto che non solo non si presenta come fruttuoso o razionale, ma nemmeno rispettoso di un’onestà intellettuale ai limiti della minima decenza. Tanto meno ha senso farlo in quei contesti in cui è possibile diffondere messaggi d’odio a condizione di farlo senza esagerare col turpiloquio. Vale la pena di essere chiari entrando nell’attualità. Il significato di termini come “pacchia” e “crociera” è semplice e comprensibile anche a chi ancora oggi fatica a scrivere il proprio nome. Chiunque accetti la reductio in questi termini delle vicende di chi affronta pestaggi, detenzioni e, nel caso delle donne, violenze e stupri, per poi rischiare la vita in mare nella sola speranza di un’esistenza migliore, va considerato, fino a prova contraria, in evidente malafede, e pertanto non può essergli riconosciuto lo status di interlocutore. Per sua scelta. Nel momento in qualcuno muove a partire da simili premesse, il contesto discorsivo è distorto a un punto tale che qualsiasi argomento volto a contestare la presunta esperienza “crocieristica” di questi viaggi è superfluo e inutile. Persino il citare i naufragi e i disastri umanitari, i morti recuperati e i corpi condannati a rimanere dispersi, non riesce ad andare oltre uno sterile esercizio retorico che naufraga nel proverbiale parlare ai sordi. Definire anche solo una volta in termini di “pacchia” l’esistenza di coloro che vivono in baraccopoli fatiscenti, sfruttati da padroni e caporali, esprime quello stesso tipo di beffardo disprezzo che in modo analogo campeggiava all’ingresso dei campi di lavoro nella scritta Arbeit Macht Frei (“il lavoro rende liberi”). E riportare dichiarazioni simili come se non fossero altro che normali espressioni, solo articolate in un linguaggio un po’ più colorito del consueto, non è più semplice cronaca: è collaborazionismo.

Ma non è solo una questione contenutistica (qualitativa), il problema assume connotati ancora più ingestibili sul piano numerico (quantitativo). Nel momento in cui le offese e le provocazioni vengono accolte indisturbate nel mondo dell’informazione e poi lasciate libere di accavallarsi a un ritmo incalzante, pensare di replicare a tutte vuol dire votarsi a un’occupazione a tempo pieno. Significa lasciarsi imbrigliare in un modo molto semplice di dettare il ritmo all’agenda politica, talmente elementare da risultare simile a quello che fa il bambino geloso che strilla in continuazione per evitare che la mamma possa dedicare la sua attenzione ad altro. Mantenendo l’attenzione mediatica su di sé crea l’illusione di un’attività a tempo pieno, e allo stesso tempo evita di lasciare spazi nel dibattito pubblico che potrebbero essere occupati da argomenti che non può o non vuole affrontare. In ogni caso, mantenendo l’opposizione impegnata in una polemica senza fine, il demagogo ottiene il risultato di impedirle di concentrare le sue forze sulla costruzione di una narrazione alternativa. Senza considerare che in questa asta morale giocata sempre al ribasso, come in un mercato delle vacche dove si svendono principi e valori in cambio di spazi televisivi, la prefigurazione di scenari aberranti può anche avere lo scopo di spostare i limiti in funzione dei reali obiettivi che si vogliono raggiungere. Annunciare di avere l’intenzione di fare una cosa orribile per preparare il campo a quella che si vuole fare davvero, molto simile ma un po’ meno orribile.

Tutto ciò non vuol dire che non si dovrebbe prestare attenzione ai proclami e alle provocazioni, quanto piuttosto che non dovrebbe essere l’attività principale. E che in ogni caso potrebbe essere il caso di sottrarsi alla tentazione di rispondere sempre e ovunque. Di fronte a una dilagante retorica razzista e sovranista va bene smascherarne la natura fascista o peggio, soprattutto quando questa ricorre a una sfacciata ipocrisia per camuffarla. Ma serve anche una proposta alternativa, che possa essere economica e sociale oltre che culturale e ideologica. La vittoria della Resistenza sul fascismo non fu solo frutto di un’opposizione militante, fu anche e soprattutto una vittoria di principi e ideali. Questo è il motivo per cui si parla di “Valori della Resistenza”: la fusione di almeno tre grandi tradizioni (quella liberale, quella socialista-comunista e quella cattolica) unite dall’obiettivo comune di dare vita a una società nuova, libera e democratica. Oggi, di fronte a forme di propaganda fascistoidi rinnovate nei temi e nelle modalità comunicative, si assiste a una resistenza che continua ad assolvere al suo compito a livello di comunità: opponendo la complessità del ragionamento e dell’argomentazione alle semplificazione della comunicazione per slogan e sfottò, oppure esibendo immagini e fotografie di disperati per restituire un Volto a quell’Altro che la propaganda tende a disumanizzare nei termini di una minacciosa oscurità indistinta, e così via. Ma queste azioni non possono essere fatte ovunque e comunque, soprattutto dal momento che ogni opposizione è per definizione una minoranza. Diventa quindi fondamentale la scelta degli spazi in cui farlo. Anche tenendo ben presente che le fila di chi fa politica agitando spauracchi e inventando falsi problemi, in nome di rivoluzioni gattopardesche che non vogliono cambiare nulla, sono ingrossate da quanti diffondono dichiarazioni e notizie senza verificarne la verità o la fondatezza. Se, ad esempio, la redazione di un quotidiano sceglie di abdicare alla sua funzione di mezzo d’informazione per trasformarsi in cassa di risonanza di chi lo usa per raggiungere il maggior numero di persone possibile, la cosa migliore da fare potrebbe essere rispettarne la scelta e abbandonarla alla compagnia del coro che ha scelto di accompagnare. Prendere atto del banale fatto che nei luoghi dove si lascia spazio all’inciviltà, è la civiltà a non essere la benvenuta.

Rispondere a chi non ha nessuna intenzione di ascoltare è un puro spreco di tempo, oltre che di energie che potrebbero essere impiegate in altre attività. Come ricostruire il tessuto di una sinistra che da anni è oggetto di attacchi mistificatori da parte di avversari e, soprattutto, di falsi amici. Contro quanti citano due versi di Pasolini, sempre gli stessi, isolati dalla sua vasta opera letteraria e cinematografica, per restituire l’immagine di un sostenitore dei questurini, ad esempio. Contro i bigotti che si scoprono favorevoli all’autodeterminazione e alla libertà di scelta solo quando si tratta di trovare un modo per rimettere in regola lo sfruttamento della schiavitù sessuale. E in generale contro tutti quegli “intellettuali” che si presentano in pubblico indossando divise dell’esercito della Reazione sopra le quali hanno cucito il logo “marxista”, che si mostrano aperti e tolleranti quando si tratta di dialogare con le destre quanto duri e intransigenti contro le istanze di sinistra, che dicono di essere contro lo sfruttamento ma non si lasciano mai scappare una parola contro gli sfruttatori mentre attaccano senza sosta gli sfruttati e quanti si adoperano per aiutarli, che si adoperano ogni giorno per giustificare le repressioni e ingraziarsi chi le ordina insieme a chi le condivide e sostiene.

I commenti sono stati disattivati.